Anatomia dell’irrequietezza

In questi ultimi giorni, ho lavato le mani un centinaio di volte, le mie e quelle di altri due esserini sotto il metro d’altezza. Ho disinfettato la tastiera del computer e quella del telefono. Bevo spremute, proteggo la gola dal freddo e ho limitato le uscite. La vita, che per me scorreva già diluita e al rallentatore, ritmata dai tempi della maternità, ha subito un’ulteriore battuta d’arresto, confinandomi non solo nel mio appartamento, ma anche in una scatola nera di timori e angosce senza data di scadenza.

Personalmente, mi sono lasciata contagiare, anzitempo, dalla paura della malattia. Da circa tre settimane, vivo con l’angoscia del colpo di tosse, con il timore di sentire una fronte un po’ più calda del solito quando metto al letto i miei figli, che la malattia entri a casa dei miei cari o, in generale, che devasti una regione già fiaccata dalla mancanza di risorse. Vivo, anzi sopravvivo, con la paura che un incidente, una casualità, un bisogno improvviso mi costringa a cercare un medico, un posto in ospedale e che questi non siano disponibili. Sono caduta nel tranello della ricerca spasmodica di informazioni, trovando conforto solo nella carta stampata, quella che, posata sul comodino, non cambia, non aumenta, non si aggiorna. Pagine che trovano il tempo e la volontà di spiegare senza urlare, di raccontare effetti collaterali e retroscena senza rincorrere i clic e le visualizzazioni.

A mettere il naso fuori, gli altri non se la passano meglio. Lasciando da parte chi continua a fare finta di niente, a sottovalutare rischi e pericoli, per se stessi e per gli altri, vedo sfilare su internet decaloghi per resistere alla clausura coatta, regole e idee per vivere meglio a casa, suggerimenti e risorse per sfidare la noia e l’incertezza. Mai come ora, tutto questo tempo, diluito, rallentato, l’impossibilità di fare piani, la totale perdita di controllo sul futuro ci spiazza e delle nostre esistenze sottomesse al caso quasi non sappiamo che farcene.

Una riflessione s’impone su tutta questa irrequietezza che ci assale.

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Secondo natura

Secondo natura, ci vogliono circa quaranta giorni perché una mamma ritrovi il suo corpo dopo aver dato alla luce un bambino. Questo periodo, che prende il nome di puerperio, è una fase unica e delicata nella vita di ogni donna, in cui ciò che ha cambiato posizione per fare spazio a una nuova vita ritrova il suo posto, il dolore fisico diventa certo più lieve ma fastidioso come un rumore di fondo a cui non ci si abitua, si attende solo che sia finito. La solitudine diventa un miraggio e s’imparano, il più in fretta possibile, nuove strategie di sopravvivenza. Questo periodo, oltre ad avere un riscontro medico, ha origini che si perdono nella Notte dei tempi, precisamente quella di Natale.

Il 25 dicembre, secondo il Vangelo, in una stalla fredda, circondata dal deserto, Maria partorisce con dolore (ché neppure la mamma del Signore è stata risparmiata) e dà alla luce il piccolo Gesù. Dopo quaranta giorni, il 2  febbraio, il giorno della Candelora, non si festeggia solo la Presentazione di Gesù al tempio ma anche la Purificazione della Madonna, che torna alla vita dopo aver messo al mondo un figlio maschio. Una data che ha retaggi ancora più antichi, risalenti ai vecchi riti pagani dedicati a Giunone Sospita, la Salvatrice, protettrice dei parti e delle puerpere, omaggiata con una processione notturna di fiaccole.

Una consuetudine, quella dei quaranta giorni, che un tempo faceva sì che le mamme restassero a letto, una sorta di “quarantena benevola”, per invogliare al riposo e al recupero psico-fisico, per riabituarsi alla vita insieme al piccolo, mentre intorno c’era chi s’occupava di tutto il resto. Erano tempi in cui le case erano abitate da tre generazioni e,  per accogliere e crescere un nuovo bambino, ci voleva davvero tutto un villaggio. E non solo per fare il bucato o pensare alla spesa. Ma per respirare l’atmosfera di famiglia, per dare consigli, per rassicurare e tenere per mano i nuovi genitori, perché la mamma è sempre la mamma, ma l’abbraccio di un nonno, la carezza di una nonna, lo sguardo dolce di una zia, il consiglio di una vicina di casa conosciuta da anni, sono insostituibili.

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I libri di Natale

Il mio primo vero libro mi fu regalato a Natale dai miei genitori, un anno in cui decisero che era arrivato il momento di passare a letture più edificanti della collana Piccoli Brividi. Con la falsa promessa che avrei trovato una raccolta di storie di paura, mi indicarono un armadio dove effettivamente mi aspettava un pacchetto dalla forma simile a un libro. Era “Piccole donne”. Alla mia smorfia e al mio naso arricciato, seguirono serate di lettura profonda. La prima volta, di pagine e pagine senza nemmeno un’illustrazione, scritte in caratteri piccoli su quella carta ingiallita tipica delle edizioni economiche da 2000 lire della Newton Compton.

Di quel libro ricordo tutto, dai limoncini di Amy al camino dove Jo diede alle fiamme il suo romanzo, al paio di guanti bruciati appena prima del galà cui erano invitate le due sorelle March più grandi. Non solo. Ricordo la voglia, a libro terminato, di trovare un’altra storia così potente da farmi dimenticare tutto il mio mondo, i piccoli screzi delle scuole medie, la vita ordinaria di una pre-adolescente qualsiasi. Ricordo la bellezza di aver scoperto che una via di fuga esisteva, ed era un semplice oggetto, alla mia portata. Era nata una lettrice.

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Luna piena

Andrea non s’era perso. Anzi, sapeva fin troppo bene dove andare. Sin dall’inizio. Quando si presentò inaspettato, inatteso, sul pianeta Terra. Erano tutti gli altri, intorno a lui, a essersi smarriti, in coordinate geografiche incerte, in uno spazio-tempo indefinito e poco rassicurante. Perché non bastava il sole, né il mare, a fare bella la vita se tutto l’orizzonte è da rifare. Non era Andrea a essersi perso. Ma la mamma, finita in mezzo al mondo a spiegare un pancione. E il papà, catapultato in un altro universo, che parlava un’altra lingua.

Mani sconosciute che lo accarezzano, ospedali chiusi per le feste patronali, conoscenti che non bevono il caffè perché altrimenti il bimbo nasce con la voglia, vecchiette che al supermercato nascondono la frutta nelle sporte, “ché sennò gli vengono le macchie”. E poi, quella precarietà, quella guerra tra poveri che, nelle lande periferiche, fa sì che gravidanza faccia sempre rima con disagio, paura, timore, mancanza di soldi, fastidio. Anche negli ambienti più amici. Quel sentimento di doversi quasi scusare di essere là e di avere avuto un’idea improbabile.

Dal suo arrivo, tutto continuava inalterato in uno strano limbo. Il lavoro, la scuola, l’asilo, la spesa. “Io ero già un maschietto ma mi chiamavano con nomi da femminuccia. Papà prendeva le misure per il lettino e la vaschetta. Intanto, un altro bimbo saltava sulle ginocchia della mamma, la stringeva forte forte, forse per paura di doverla dividere con qualcun altro.

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Parentesi tonda

“Chiuso per festività patronali”. Mentre tornavo a casa con un bicchiere pieno di pipì appena fatta nella borsa, davanti alla porta chiusa del laboratorio di analisi dell’ospedale di Lecce una giornata di fine agosto, in quel cartello appeso al muro e nella monetina data al parcheggiatore abusivo per i dieci minuti di sosta, che m’ero ripromessa di raccontare, ho issato finalmente la bandiera bianca.

Mi sono arresa alla casualità e all’imprevedibilità e alle difficoltà inedite di questa attesa. Alla voglia di silenzio, all’incapacità di mettere nero su bianco i pensieri, i personaggi, le tante vicissitudini di questa parentesi tonda, anzi tondissima, della mia vita. Alla necessità di realizzare che avrei dovuto fare posto per un amore grande, un tempo che non conosce più confini, mantenendomi all’altezza di essere una mamma di un bimbo di tre anni. Eppure, quanto ne avrei avuto bisogno. Di riempire le pagine di un diario, di fare liste, bilanci, elenchi di desideri e cose da ricordare. Di segnare i tre fatti del giorno, di annotare i piccoli traguardi, le conquiste infinitesimali, i minimi passi in avanti della consapevolezza di essere di nuovo in procinto di osservare una vita che nasce.

Lo scorso anno, mentre facevo le valigie per abbandonare Parigi, mi dilettavo in bilanci, liste, resoconti delle tante primavere passate in terra ormai non più straniera, cullata da un confortevole anonimato, dal lusso dell’invisibilità. E oggi, mentre il mondo intero mi rassicura di “essere tornata a casa”, io in questa landa che non riconosco, mi sembra di non avere più lo spazio per pensare, riflettere, articolare un pensiero complesso e ragionato. E non solo per la scarsa capacità di concentrazione. Le mani fanno ormai fatica ad arrivare alla tastiera. Ogni seduta o posizione resta difficilmente praticabile per più di un quarto d’ora.

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Un giorno

Un giorno troverò una stanza

Virginia ci scrisse un libro intero

la affitto, la compro per davvero,

per farne biblioteca o sala danza.

 

Ci metto tutti i libri e i miei foglietti

la scrivania che non devo sistemare

sempre ingombra anche all’ora di mangiare

senza riporre tutto nei cassetti.

 

Un giorno ci metto pure il letto

a tre piazze e un solo comodino

lo voglio con un solo cassetto

ripieno di ogni tipo di spuntino

 

e se di notte ho fame, sete, dormo poco

accendo una luce grande come il sole

e non questo lumino fioco

fatto apposta per non disturbare.

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Il sogno dell’invisibilità

Italo Calvino diceva di risiedere a Parigi come se fosse la sua casa di campagna, avendo conservato i principali interessi di lavoro tutti in Italia. I lunghi viali, l’umanità della metropolitana, i quartieri impregnati di se stessi, erano come campane di vetro, nelle quali si sentiva protetto, vivendo perennemente nel sogno dell’invisibilità, un miraggio che aveva realizzato con il suo cavaliere inesistente, voce e spirito tenuti su da una lucida armatura vuota.

Mi capita spesso di avvertire il bisogno di rileggere Calvino, ma soprattutto di riascoltarlo in un vecchio reportage televisivo, in cui si descriveva come un uomo invisibile, circondato da una metropoli indifferente, e per questo amica, “eremita a Parigi”, per ricordare il titolo di uno dei suoi libri. Mi succede soprattutto adesso, in questi mesi di transizione, in cui una nuova vita mi è esplosa tra le mani e non riesco ancora a maneggiarla bene.

Forse perché anche io vivevo a Parigi protetta dal mondo esterno, in una geografia che ormai possedevo nel pugno della mano, grazie alla metropolitana, straordinario labirinto sotto terra, con le cartine della città inutilizzate nei cassetti, in una lingua che mi faceva da strumento e da corazza, con una burocrazia che non riusciva più a mettermi i bastoni tra le ruote. Una latitudine che vivevo come se fosse la mia dimensione domestica, aggirandomi tra parchi, ludoteche e asili, tra teatri e musei, finendo la giornata a raccontare fiabe dentro una tenda da indiano.

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L’inferno non esiste

A 95 anni, mia nonna dimenticava quasi tutto ormai. Quando andavamo a trovarla, ci chiedeva ogni cinque minuti se e cosa avessimo mangiato, se non volessimo un caffè d’orzo, per quanto tempo saremmo rimaste a casa. Il tempo era diventato una tela astratta di volti e di voci, ma quella che era stata un’infanzia povera e semplice la ricordava benissimo. E anche di quella zingara che, da piccola, le aveva letto la mano, nei vicoli del Riale. “Bello, ricco e possidente”, aveva detto, annunciandole un matrimonio fortunato con un generoso e fiero ragazzo del suo paese. E così fu. La profezia si avverò quando mia nonna Antonia, ultima di cinque figli, nata in una povera famiglia contadina, incontrò mio nonno Carmelo, imprenditore agricolo, proprietario di estesi poderi, di un frantoio, di una cantina e anche di un commercio fruttuoso di patate dirette in Germania, e si sposarono.

Era il 1946, lui era tornato dalla guerra. Lei, che aveva lasciato la scuola per occuparsi dei fratelli e lavorare in campagna, scopriva le gioie e i dolori della vita coniugale. Una vita a due che fece di mia nonna una mamma a tempo pieno, con undici gravidanze, di cui sette portate a termine, due aborti e due figli scomparsi da piccoli, e di mio nonno un uomo di campagna, che passava la giornata tra i campi, fucile in mano, cavalli al seguito e i suoi ettari di terra. “La roba”, avrebbe detto qualcuno, che, come nelle migliori novelle siciliane, non tardò a causare dissapori. Una vita fatta di risvegli tiepidi, quando ancora il cielo è buio, di sette paia di scarponcini da lucidare prima di andare a scuola, sette panierini da preparare e poi il pranzo e la cena per nove, ogni giorno, senza soluzione di continuità. E poi la malattia del nonno, che la portò in treno, in carrozza, negli ospedali di città, per la prima volta fuori dai confini di Matino. La malattia, quella che ti illude che è finita, per poi ricominciare, riprenderti, fino a portarti via con sé.

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L’avvento

“Il luogo ideale per me è quello in cui è più naturale vivere da straniero”. Lo scriveva Italo Calvino, come una professione di fede, una vocazione all’alterità che lo condusse, oltre a perdersi nei meandri della letteratura e nei tanti e verdeggianti sentieri dei boschi narrativi, anche tra le strade di Parigi, città che lo accolse nel suo spleen e che elesse a seconda patria.

A pochi giorni dalla mia partenza dalla Francia, che coincide fortuitamente con la fine dell’anno, mi risparmio i bilanci, le liste, le cose fatte e i desideri ancora da realizzare. Metto in un cassetto i biglietti della metropolitana, l’abbonamento ai mezzi, la cartina della città, ormai inutilizzata da anni. Lascio da parte la voglia di camminare, disperdendomi in inevitabili compiti burocratici, il lavorio quotidiano, gli armadi da svuotare, le ultime lettere da inviare. Occupo la mente, costruisco piste di treni e torri altissime, racconto storie su mondi inventati, sforno torte alla cannella e soffio sulle bolle di sapone.

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Lo scontro quotidiano

Ormai una decina d’anni fa, scrissi il mio primo post su un blog. “Il vento cattivo” non era ancora nato, ma al suo posto c’era “Lo scontro quotidiano“, uno spazio tutto dedicato ai fumetti o, come si chiamano adesso, alle graphic novel, nato durante i primi mesi a Parigi, dove le librerie dedicate ai comics sono un universo a parte e molti fumetti si trovano nel reparto letteratura.

Il titolo è la traduzione di una storia su quattro tomi di Manu Larcenet, ormai illustre fumettista francese, che nel suo “scontro” racconta un tormento personale, quello di Marco, ex reporter di guerra assediato dall’angoscia e dagli attacchi di panico, ma anche il rimosso e il travaglio di un paese in cui sta rifacendo capolino l’oscurantismo di Le Pen e non tanto antichi principi nazionalisti. La versione originale, “Le combat ordinaire”, forse rende ancora di più il senso di quello che mi sembra di vivere in questi giorni. Una lotta che più che quotidiana è ordinaria, normalizzata, necessaria.

Fa freddo. E non solo perché, dopo un’inaspettata lunghissima estate, Parigi è stata spazzata via da raffiche di freddo glaciale. Non solo perché in Italia i paesini del Salento cadono a pezzi sotto i nubifragi e le alluvioni. Fa freddo, dentro. Nelle ossa. Nella testa. Anche qui nel mio appartamento in città, dove il puntuale ed efficace riscaldamento automatico è già in moto dai primi di ottobre.

fuocoartificio

Tra i miei buoni propositi d’autunno, c’era quello di ritrovare una certa empatia che pensavo aver perso. I come e i perché li racconterò in un’altra storia, ma i risultati non si sono fatti aspettare. Sento su di me anche la solitudine dei sassi. Non so se è un bene ma a volte mi sembra di percepire la rotazione della terra. Mi sento sulle spalle tutta l’ingiustizia del mondo. Quando mi affaccio metaforicamente dalla mia finestra, guardo le informazioni, assisto all’ennesimo episodio di violenza, mi sento coinvolta, ferita. Soffro regolarmente di insonnia, non capisco più in che direzione va questo pianeta. E io con lui.

Qualche tempo fa lessi un articolo di Marina Petrillo, sul suo bel blog Alaska. Il titolo è Il Grande Rancore. Proverò a riassumerne qualche concetto, ma vale la pena prendere cinque minuti per leggerlo e sentirsi meno soli nel mondo. Qui uno stralcio:

Un giorno mi sono svegliata e il rancoroso era ovunque. È al bar, è sul tram, e non c’è inibizione sociale o principio di educazione civica che lo trattenga. Gli piace l’ordine ma non si ferma sulle strisce pedonali, è il commentatore seriale pieno d’odio e frustrazione, l’aspirante vigilante di quartiere. Prova un senso di ingiustizia ma non dà mai la colpa ai veri potenti – che invece invidia e cerca di imitare.

Il rancoroso – come la signora con le perle al collo e gli ori alle dita che sul tram ho sentito pronunciare il fatidico “vengono qui a rubarci il lavoro” – è raramente un vero spodestato, ma più spesso un deluso; ha perso del tutto contezza dei propri piccoli privilegi ed è convinto di essere assediato da qualcun altro – il senzatetto, il “negro”, il forestiero, per non parlare dei “rompipalle che li difendono”.

Il desiderio d’ordine del rancoroso è uno specchio del disordine che percepisce dentro di sé. Il rancoroso confonde i diritti con la capacità di consumo, percepisce chiaramente che c’è qualcosa che non va, che gli hanno venduto una fregatura (il televisore gigante, il Suv, il figlio all’università, la villetta con le telecamere, il rottweiler, la fabbrichetta, le tasse, il centro commerciale, la mentalità vincente, il lifting, e in genere il comprare come protezione da ogni cosa), ma non sapendo con chi prendersela – e annaspando in cerca di un mondo che in realtà non è mai esistito – nel dubbio se la prende con te.

Petrillo parla del fenomeno dell’erosione della cultura, descrivendone in poche righe i tratti comuni, tracciandone l’evoluzione (o involuzione) sociale e cronologica, che ha portato alla perdita di quello strumento che ci permetteva di collegare i fatti, comprenderne le cause, chiederci il perché delle cose. La cultura, che “tiene insieme memoria e presente” e che ci consente di esprimerci pienamente e nel rispetto di ogni forma vivente. Basta aprire un giornale, mettere un piede su Facebook, leggere malauguratamente qualche scriteriato commento, per rendersi conto di come tutto ciò sia diventato inevitabilmente minoritario.

 

fate

Non solo. Oltre ai conati di rabbia dell’umanità intera, ci sono le tragedie, quelle dell’umano e quelle della natura, a ricordarci, qualora non ce lo fossimo “segnato” da qualche parte, che non siamo imperituri. Che dall’altra parte del mondo, la vita non è un bene di prima necessità.

Mentre cerchiamo di andare avanti con le nostre giornate, ci interpella di continuo la povertà di qualcun altro, la disperazione che spinge ad attraversare il mare anche a prezzo della vita, la vastità dei mondi più poveri del nostro, l’effetto delle scelte dei nostri governi sulla vita di persone in altri paesi, l’abisso dell’ingiustizia sociale, le emergenze climatiche, le iniquità del mercato, l’ansia della competizione, i bambini degli altri, i guai degli altri, gli attentati che colpiscono gli altri.

Per me, l’ultima volta è stata sabato sera, guardando un documentario sulla salute del nostro pianeta, sulla discarica a cielo aperto che è diventato il Bangladesh, sull’inizio della sesta estinzione di massa nell’indifferenza generale. Non ho chiuso occhio per tutta la notte. E di fronte a quello che Petrillo chiama “Il Grande Rancore”, che sia quello dell’umanità o della natura, ho scoperto di non sapere esattamente come reagire. Ho tentato la fuga, con goffe e brevissime evasioni dai social. Ho ceduto anche io alla tentazione dell’attivismo da tastiera, pensando di cambiare il mondo rispondendo a un commento. Spesso, mi sono messa sotto le coperte e ho pianto. Lei ha descritto tutto questo così e io non potrei scriverlo meglio:

ho scoperto che ho un limite. Non posso gestire, elaborare, processare più di una certa quantità di informazioni al giorno – soprattutto se contengono sofferenza, morte, sangue, ingiustizia, sopruso – senza perdere la lucidità, la calma, e in fin dei conti, la capacità di comprenderle e di inserirle in un sistema di collegamenti, senza la quale le informazioni non servono a niente, né a me né agli altri.

Allora, ho eretto anche io le mie protezioni del cuore, quelli che chiamo piccoli atti di resistenza quotidiana, il mio “combat ordinaire”, che, per quanto mi riguarda, avviene soprattutto IRL, ovvero off-line, a schermi spenti. Li ho buttati giù, in una sorta di piano di battaglia, mentre seguivo una lezione poco avvincente sulle tecniche di narrazione del marketing (chi mi conosce sa che sono allergica alle pubblicità, ho tre AdBlock sul computer e nessuna televisione blaterante in casa).

albero

E allora, eccole qui, le mie modeste tattiche di contrattacco, minute, semplici, attuabili anche con poche risorse, con l’ambizioso obiettivo di “restare umani”:

  • abolire il multitasking: per una poderosa dissertazione sul tema rimando al bell’articolo pubblicato su  Soft Revolution, io mi limito a non consultare il telefono quando cammino (salvo emergenza), togliere gli auricolari e smettere di fare altro quando mi chiama un’amica, restando semplicemente ad ascoltare; concentrarmi su quello che dico e faccio, cercare di vivere nel presente
  • parlare con gli sconosciuti: non sono molto dotata per il cosiddetto “small talk”, l’arte della conversazione spicciola, per discettare del tempo in ascensore, ma non ho paura se qualcuno si avvicina a me per strada. Mi fermo e lo ascolto: se posso lo aiuto, se non posso rispondo educatamente e vado avanti. “Mi dispiace, non ho soldi con me” o ancora “sono di fretta, per oggi non posso” sono sempre meglio che tirare avanti, senza neanche girarsi a guardare. L’indifferenza fa sempre male, anche a chi ci è abituato
  • rinunciare all’overdose di notizie: ho selezionato accuratamente newsletter e fonti neutre e affidabili, cerco di informarmi leggendo anche gli articoli, non solo i titoli ed evito di cliccare sulla cascata di post della mia bacheca su fb
  • i commenti sono il MALE: evito di leggerli, di commentare, di rispondere, di reagire con emoticon, li ignoro più che posso, perché aprono uno spaccato umano con cui non riesco a interagire
  • finanziare e sostenere la piccola editoria (sì, sono un po’ di parte ma tant’è): quando ero piccolina, al primo anno di università, pensavo che se non fossi andata a vivere a Parigi, sarei sicuramente andata a Portland. Non so il perché ma ero innamorata dell’idea di questa città sull’oceano nell’Oregon, dall’altra parte del mondo. Ero anche sostenitrice, con le mie modeste finanze, di una rivista locale: stampa radicale e femminista, The Bitch Magazine, detto il titolo, non c’è bisogno di aggiungere altro. Sono tornata tra i suoi lettori, tra i suoi sostenitori, perché in tempi oscuri come questi, c’è bisogno di ascoltare le donne un po’ di più e dare loro voce. Un motivo in più? Articoli interessanti, grafica user-friendly, etica di ferro: di recente hanno anche detto di no a una offerta di sponsor dalla Coca Cola.
  • non seguire più i miei amici: ovvero, ho preso in prestito il trucchetto di una preziosa conoscenza e anche io ho smesso di seguire la maggior parte dei miei contatti su Facebook e… che dire? si vive meglio senza le foto delle vacanze, i post arrabbiati contro il meteo, i video improbabili, le gif, i servizi del matrimonio, gli sproloqui pseudo-politici e i reportage su infelici exploit culinari.
  • avere speranza: un’amica mi ha detto un giorno “a volte l’unico modo per eliminare qualcuno è guardarlo all’opera”. Oggi mi sono svegliata con un fascistoide impazzito eletto in Brasile, che in confronto Trump sembra un gentleman. In Italia, la società va a rotoli, in Francia, la faccia pulita di Macron non è sufficiente per far dimenticare le scelte ultra-liberiste, i tagli alle associazioni d’integrazione sociale, la completa mancanza di provvedimenti sull’ambiente. Forse siamo solo in un periodo nero della storia, viviamo un’alternanza che rientra nell’ordine naturale delle cose, e forse ha il merito di mostrarci concretamente quello che, passati questi lunghissimi e durissimi quattro anni, speriamo non accada più.

Coltivare umanità, lentezza, silenzio, ascoltare prima di rispondere, informarsi prima di parlare. Cercare di fare, e di fare bene. In un libro che ho letto di recente, si diceva che “il bene è contagioso” e, creandone ogni giorno, “magari il mondo si aggiusta un pochettino”. E se fosse davvero così semplice?

Soundtrack: Pink Moon, Nick Drake

Foto: Ellie Davies