Parentesi tonda

“Chiuso per festività patronali”. Mentre tornavo a casa con un bicchiere pieno di pipì appena fatta nella borsa, davanti alla porta chiusa del laboratorio di analisi dell’ospedale di Lecce una giornata di fine agosto, in quel cartello appeso al muro e nella monetina data al parcheggiatore abusivo per i dieci minuti di sosta, che m’ero ripromessa di raccontare, ho issato finalmente la bandiera bianca.

Mi sono arresa alla casualità e all’imprevedibilità e alle difficoltà inedite di questa attesa. Alla voglia di silenzio, all’incapacità di mettere nero su bianco i pensieri, i personaggi, le tante vicissitudini di questa parentesi tonda, anzi tondissima, della mia vita. Alla necessità di realizzare che avrei dovuto fare posto per un amore grande, un tempo che non conosce più confini, mantenendomi all’altezza di essere una mamma di un bimbo di tre anni. Eppure, quanto ne avrei avuto bisogno. Di riempire le pagine di un diario, di fare liste, bilanci, elenchi di desideri e cose da ricordare. Di segnare i tre fatti del giorno, di annotare i piccoli traguardi, le conquiste infinitesimali, i minimi passi in avanti della consapevolezza di essere di nuovo in procinto di osservare una vita che nasce.

Lo scorso anno, mentre facevo le valigie per abbandonare Parigi, mi dilettavo in bilanci, liste, resoconti delle tante primavere passate in terra ormai non più straniera, cullata da un confortevole anonimato, dal lusso dell’invisibilità. E oggi, mentre il mondo intero mi rassicura di “essere tornata a casa”, io in questa landa che non riconosco, mi sembra di non avere più lo spazio per pensare, riflettere, articolare un pensiero complesso e ragionato. E non solo per la scarsa capacità di concentrazione. Le mani fanno ormai fatica ad arrivare alla tastiera. Ogni seduta o posizione resta difficilmente praticabile per più di un quarto d’ora.

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Un giorno

Un giorno troverò una stanza

Virginia ci scrisse un libro intero

la affitto, la compro per davvero,

per farne biblioteca o sala danza.

 

Ci metto tutti i libri e i miei foglietti

la scrivania che non devo sistemare

sempre ingombra anche all’ora di mangiare

senza riporre tutto nei cassetti.

 

Un giorno ci metto pure il letto

a tre piazze e un solo comodino

lo voglio con un solo cassetto

ripieno di ogni tipo di spuntino

 

e se di notte ho fame, sete, dormo poco

accendo una luce grande come il sole

e non questo lumino fioco

fatto apposta per non disturbare.

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Il sogno dell’invisibilità

Italo Calvino diceva di risiedere a Parigi come se fosse la sua casa di campagna, avendo conservato i principali interessi di lavoro tutti in Italia. I lunghi viali, l’umanità della metropolitana, i quartieri impregnati di se stessi, erano come campane di vetro, nelle quali si sentiva protetto, vivendo perennemente nel sogno dell’invisibilità, un miraggio che aveva realizzato con il suo cavaliere inesistente, voce e spirito tenuti su da una lucida armatura vuota.

Mi capita spesso di avvertire il bisogno di rileggere Calvino, ma soprattutto di riascoltarlo in un vecchio reportage televisivo, in cui si descriveva come un uomo invisibile, circondato da una metropoli indifferente, e per questo amica, “eremita a Parigi”, per ricordare il titolo di uno dei suoi libri. Mi succede soprattutto adesso, in questi mesi di transizione, in cui una nuova vita mi è esplosa tra le mani e non riesco ancora a maneggiarla bene.

Forse perché anche io vivevo a Parigi protetta dal mondo esterno, in una geografia che ormai possedevo nel pugno della mano, grazie alla metropolitana, straordinario labirinto sotto terra, con le cartine della città inutilizzate nei cassetti, in una lingua che mi faceva da strumento e da corazza, con una burocrazia che non riusciva più a mettermi i bastoni tra le ruote. Una latitudine che vivevo come se fosse la mia dimensione domestica, aggirandomi tra parchi, ludoteche e asili, tra teatri e musei, finendo la giornata a raccontare fiabe dentro una tenda da indiano.

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L’inferno non esiste

A 95 anni, mia nonna dimenticava quasi tutto ormai. Quando andavamo a trovarla, ci chiedeva ogni cinque minuti se e cosa avessimo mangiato, se non volessimo un caffè d’orzo, per quanto tempo saremmo rimaste a casa. Il tempo era diventato una tela astratta di volti e di voci, ma quella che era stata un’infanzia povera e semplice la ricordava benissimo. E anche di quella zingara che, da piccola, le aveva letto la mano, nei vicoli del Riale. “Bello, ricco e possidente”, aveva detto, annunciandole un matrimonio fortunato con un generoso e fiero ragazzo del suo paese. E così fu. La profezia si avverò quando mia nonna Antonia, ultima di cinque figli, nata in una povera famiglia contadina, incontrò mio nonno Carmelo, imprenditore agricolo, proprietario di estesi poderi, di un frantoio, di una cantina e anche di un commercio fruttuoso di patate dirette in Germania, e si sposarono.

Era il 1946, lui era tornato dalla guerra. Lei, che aveva lasciato la scuola per occuparsi dei fratelli e lavorare in campagna, scopriva le gioie e i dolori della vita coniugale. Una vita a due che fece di mia nonna una mamma a tempo pieno, con undici gravidanze, di cui sette portate a termine, due aborti e due figli scomparsi da piccoli, e di mio nonno un uomo di campagna, che passava la giornata tra i campi, fucile in mano, cavalli al seguito e i suoi ettari di terra. “La roba”, avrebbe detto qualcuno, che, come nelle migliori novelle siciliane, non tardò a causare dissapori. Una vita fatta di risvegli tiepidi, quando ancora il cielo è buio, di sette paia di scarponcini da lucidare prima di andare a scuola, sette panierini da preparare e poi il pranzo e la cena per nove, ogni giorno, senza soluzione di continuità. E poi la malattia del nonno, che la portò in treno, in carrozza, negli ospedali di città, per la prima volta fuori dai confini di Matino. La malattia, quella che ti illude che è finita, per poi ricominciare, riprenderti, fino a portarti via con sé.

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L’avvento

“Il luogo ideale per me è quello in cui è più naturale vivere da straniero”. Lo scriveva Italo Calvino, come una professione di fede, una vocazione all’alterità che lo condusse, oltre a perdersi nei meandri della letteratura e nei tanti e verdeggianti sentieri dei boschi narrativi, anche tra le strade di Parigi, città che lo accolse nel suo spleen e che elesse a seconda patria.

A pochi giorni dalla mia partenza dalla Francia, che coincide fortuitamente con la fine dell’anno, mi risparmio i bilanci, le liste, le cose fatte e i desideri ancora da realizzare. Metto in un cassetto i biglietti della metropolitana, l’abbonamento ai mezzi, la cartina della città, ormai inutilizzata da anni. Lascio da parte la voglia di camminare, disperdendomi in inevitabili compiti burocratici, il lavorio quotidiano, gli armadi da svuotare, le ultime lettere da inviare. Occupo la mente, costruisco piste di treni e torri altissime, racconto storie su mondi inventati, sforno torte alla cannella e soffio sulle bolle di sapone.

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Lo scontro quotidiano

Ormai una decina d’anni fa, scrissi il mio primo post su un blog. “Il vento cattivo” non era ancora nato, ma al suo posto c’era “Lo scontro quotidiano“, uno spazio tutto dedicato ai fumetti o, come si chiamano adesso, alle graphic novel, nato durante i primi mesi a Parigi, dove le librerie dedicate ai comics sono un universo a parte e molti fumetti si trovano nel reparto letteratura.

Il titolo è la traduzione di una storia su quattro tomi di Manu Larcenet, ormai illustre fumettista francese, che nel suo “scontro” racconta un tormento personale, quello di Marco, ex reporter di guerra assediato dall’angoscia e dagli attacchi di panico, ma anche il rimosso e il travaglio di un paese in cui sta rifacendo capolino l’oscurantismo di Le Pen e non tanto antichi principi nazionalisti. La versione originale, “Le combat ordinaire”, forse rende ancora di più il senso di quello che mi sembra di vivere in questi giorni. Una lotta che più che quotidiana è ordinaria, normalizzata, necessaria.

Fa freddo. E non solo perché, dopo un’inaspettata lunghissima estate, Parigi è stata spazzata via da raffiche di freddo glaciale. Non solo perché in Italia i paesini del Salento cadono a pezzi sotto i nubifragi e le alluvioni. Fa freddo, dentro. Nelle ossa. Nella testa. Anche qui nel mio appartamento in città, dove il puntuale ed efficace riscaldamento automatico è già in moto dai primi di ottobre.

fuocoartificio

Tra i miei buoni propositi d’autunno, c’era quello di ritrovare una certa empatia che pensavo aver perso. I come e i perché li racconterò in un’altra storia, ma i risultati non si sono fatti aspettare. Sento su di me anche la solitudine dei sassi. Non so se è un bene ma a volte mi sembra di percepire la rotazione della terra. Mi sento sulle spalle tutta l’ingiustizia del mondo. Quando mi affaccio metaforicamente dalla mia finestra, guardo le informazioni, assisto all’ennesimo episodio di violenza, mi sento coinvolta, ferita. Soffro regolarmente di insonnia, non capisco più in che direzione va questo pianeta. E io con lui.

Qualche tempo fa lessi un articolo di Marina Petrillo, sul suo bel blog Alaska. Il titolo è Il Grande Rancore. Proverò a riassumerne qualche concetto, ma vale la pena prendere cinque minuti per leggerlo e sentirsi meno soli nel mondo. Qui uno stralcio:

Un giorno mi sono svegliata e il rancoroso era ovunque. È al bar, è sul tram, e non c’è inibizione sociale o principio di educazione civica che lo trattenga. Gli piace l’ordine ma non si ferma sulle strisce pedonali, è il commentatore seriale pieno d’odio e frustrazione, l’aspirante vigilante di quartiere. Prova un senso di ingiustizia ma non dà mai la colpa ai veri potenti – che invece invidia e cerca di imitare.

Il rancoroso – come la signora con le perle al collo e gli ori alle dita che sul tram ho sentito pronunciare il fatidico “vengono qui a rubarci il lavoro” – è raramente un vero spodestato, ma più spesso un deluso; ha perso del tutto contezza dei propri piccoli privilegi ed è convinto di essere assediato da qualcun altro – il senzatetto, il “negro”, il forestiero, per non parlare dei “rompipalle che li difendono”.

Il desiderio d’ordine del rancoroso è uno specchio del disordine che percepisce dentro di sé. Il rancoroso confonde i diritti con la capacità di consumo, percepisce chiaramente che c’è qualcosa che non va, che gli hanno venduto una fregatura (il televisore gigante, il Suv, il figlio all’università, la villetta con le telecamere, il rottweiler, la fabbrichetta, le tasse, il centro commerciale, la mentalità vincente, il lifting, e in genere il comprare come protezione da ogni cosa), ma non sapendo con chi prendersela – e annaspando in cerca di un mondo che in realtà non è mai esistito – nel dubbio se la prende con te.

Petrillo parla del fenomeno dell’erosione della cultura, descrivendone in poche righe i tratti comuni, tracciandone l’evoluzione (o involuzione) sociale e cronologica, che ha portato alla perdita di quello strumento che ci permetteva di collegare i fatti, comprenderne le cause, chiederci il perché delle cose. La cultura, che “tiene insieme memoria e presente” e che ci consente di esprimerci pienamente e nel rispetto di ogni forma vivente. Basta aprire un giornale, mettere un piede su Facebook, leggere malauguratamente qualche scriteriato commento, per rendersi conto di come tutto ciò sia diventato inevitabilmente minoritario.

 

fate

Non solo. Oltre ai conati di rabbia dell’umanità intera, ci sono le tragedie, quelle dell’umano e quelle della natura, a ricordarci, qualora non ce lo fossimo “segnato” da qualche parte, che non siamo imperituri. Che dall’altra parte del mondo, la vita non è un bene di prima necessità.

Mentre cerchiamo di andare avanti con le nostre giornate, ci interpella di continuo la povertà di qualcun altro, la disperazione che spinge ad attraversare il mare anche a prezzo della vita, la vastità dei mondi più poveri del nostro, l’effetto delle scelte dei nostri governi sulla vita di persone in altri paesi, l’abisso dell’ingiustizia sociale, le emergenze climatiche, le iniquità del mercato, l’ansia della competizione, i bambini degli altri, i guai degli altri, gli attentati che colpiscono gli altri.

Per me, l’ultima volta è stata sabato sera, guardando un documentario sulla salute del nostro pianeta, sulla discarica a cielo aperto che è diventato il Bangladesh, sull’inizio della sesta estinzione di massa nell’indifferenza generale. Non ho chiuso occhio per tutta la notte. E di fronte a quello che Petrillo chiama “Il Grande Rancore”, che sia quello dell’umanità o della natura, ho scoperto di non sapere esattamente come reagire. Ho tentato la fuga, con goffe e brevissime evasioni dai social. Ho ceduto anche io alla tentazione dell’attivismo da tastiera, pensando di cambiare il mondo rispondendo a un commento. Spesso, mi sono messa sotto le coperte e ho pianto. Lei ha descritto tutto questo così e io non potrei scriverlo meglio:

ho scoperto che ho un limite. Non posso gestire, elaborare, processare più di una certa quantità di informazioni al giorno – soprattutto se contengono sofferenza, morte, sangue, ingiustizia, sopruso – senza perdere la lucidità, la calma, e in fin dei conti, la capacità di comprenderle e di inserirle in un sistema di collegamenti, senza la quale le informazioni non servono a niente, né a me né agli altri.

Allora, ho eretto anche io le mie protezioni del cuore, quelli che chiamo piccoli atti di resistenza quotidiana, il mio “combat ordinaire”, che, per quanto mi riguarda, avviene soprattutto IRL, ovvero off-line, a schermi spenti. Li ho buttati giù, in una sorta di piano di battaglia, mentre seguivo una lezione poco avvincente sulle tecniche di narrazione del marketing (chi mi conosce sa che sono allergica alle pubblicità, ho tre AdBlock sul computer e nessuna televisione blaterante in casa).

albero

E allora, eccole qui, le mie modeste tattiche di contrattacco, minute, semplici, attuabili anche con poche risorse, con l’ambizioso obiettivo di “restare umani”:

  • abolire il multitasking: per una poderosa dissertazione sul tema rimando al bell’articolo pubblicato su  Soft Revolution, io mi limito a non consultare il telefono quando cammino (salvo emergenza), togliere gli auricolari e smettere di fare altro quando mi chiama un’amica, restando semplicemente ad ascoltare; concentrarmi su quello che dico e faccio, cercare di vivere nel presente
  • parlare con gli sconosciuti: non sono molto dotata per il cosiddetto “small talk”, l’arte della conversazione spicciola, per discettare del tempo in ascensore, ma non ho paura se qualcuno si avvicina a me per strada. Mi fermo e lo ascolto: se posso lo aiuto, se non posso rispondo educatamente e vado avanti. “Mi dispiace, non ho soldi con me” o ancora “sono di fretta, per oggi non posso” sono sempre meglio che tirare avanti, senza neanche girarsi a guardare. L’indifferenza fa sempre male, anche a chi ci è abituato
  • rinunciare all’overdose di notizie: ho selezionato accuratamente newsletter e fonti neutre e affidabili, cerco di informarmi leggendo anche gli articoli, non solo i titoli ed evito di cliccare sulla cascata di post della mia bacheca su fb
  • i commenti sono il MALE: evito di leggerli, di commentare, di rispondere, di reagire con emoticon, li ignoro più che posso, perché aprono uno spaccato umano con cui non riesco a interagire
  • finanziare e sostenere la piccola editoria (sì, sono un po’ di parte ma tant’è): quando ero piccolina, al primo anno di università, pensavo che se non fossi andata a vivere a Parigi, sarei sicuramente andata a Portland. Non so il perché ma ero innamorata dell’idea di questa città sull’oceano nell’Oregon, dall’altra parte del mondo. Ero anche sostenitrice, con le mie modeste finanze, di una rivista locale: stampa radicale e femminista, The Bitch Magazine, detto il titolo, non c’è bisogno di aggiungere altro. Sono tornata tra i suoi lettori, tra i suoi sostenitori, perché in tempi oscuri come questi, c’è bisogno di ascoltare le donne un po’ di più e dare loro voce. Un motivo in più? Articoli interessanti, grafica user-friendly, etica di ferro: di recente hanno anche detto di no a una offerta di sponsor dalla Coca Cola.
  • non seguire più i miei amici: ovvero, ho preso in prestito il trucchetto di una preziosa conoscenza e anche io ho smesso di seguire la maggior parte dei miei contatti su Facebook e… che dire? si vive meglio senza le foto delle vacanze, i post arrabbiati contro il meteo, i video improbabili, le gif, i servizi del matrimonio, gli sproloqui pseudo-politici e i reportage su infelici exploit culinari.
  • avere speranza: un’amica mi ha detto un giorno “a volte l’unico modo per eliminare qualcuno è guardarlo all’opera”. Oggi mi sono svegliata con un fascistoide impazzito eletto in Brasile, che in confronto Trump sembra un gentleman. In Italia, la società va a rotoli, in Francia, la faccia pulita di Macron non è sufficiente per far dimenticare le scelte ultra-liberiste, i tagli alle associazioni d’integrazione sociale, la completa mancanza di provvedimenti sull’ambiente. Forse siamo solo in un periodo nero della storia, viviamo un’alternanza che rientra nell’ordine naturale delle cose, e forse ha il merito di mostrarci concretamente quello che, passati questi lunghissimi e durissimi quattro anni, speriamo non accada più.

Coltivare umanità, lentezza, silenzio, ascoltare prima di rispondere, informarsi prima di parlare. Cercare di fare, e di fare bene. In un libro che ho letto di recente, si diceva che “il bene è contagioso” e, creandone ogni giorno, “magari il mondo si aggiusta un pochettino”. E se fosse davvero così semplice?

Soundtrack: Pink Moon, Nick Drake

Foto: Ellie Davies

Diventare grandi

A Chiara, Mino e Lucia, 

i bambini della spiaggia di Baia Verde

Andare al mare senza farsi il bagno. Cucinare “di più” e congelare le porzioni. Tenere sempre i fazzoletti nella borsa. Avere voglia di legumi. Diventare una di quelle mamme che dicono “se non la smetti ce ne andiamo a casa”. Perdere la fiducia nell’amore. Andare a letto presto la sera. Non so quale azione, esigenza, vizio, mi abbia fatto capire che forse sono diventata grande. M’aspettavo di guardarmi un giorno allo specchio e scoprire che non sono più quella di una volta. O forse sarebbe stata una lucida constatazione, che m’avrebbe impregnato giorno dopo giorno, di una consapevolezza nuova.

Dopo incalcolabili traslochi, tre asili cambiati, lavori che vanno e vengono, ho capito di essere diventata grande quando non ho potuto più sottrarmi all’obbligo della reperibilità. All’obbligo del telefono sempre acceso, tenuto accanto. Un obbligo che è diventata anche una pessima abitudine, o viceversa. Potrebbe chiamare la scuola, o il primo lavoro, o il secondo lavoro, o gli inquilini di casa, o il proprietario dell’altra casa, e poi l’idraulico, l’amministratrice del condominio. E poi i messaggi di quelli a cui hai dimenticato di rispondere, di quelli a cui non hai mandato un cuore o uno smile, di quelli che ti chiedono perché non hai chiesto come stavano. E poi i commenti da moderare, i post da approvare, gli aggiornamenti sugli articoli da inserire in tempo reale. E, in ultimo, il vizio di “controllare” il telefono.

mail

Qualche anno fa me ne andavo per le strade di Milano appesantita solo da uno zainetto sulle spalle. A volte lasciavo di proposito il telefono a casa, per sentirmi più libera e leggera. Anzi, avevo anche accantonato nell’armadio tutte le borse. Avevo solo un cappotto rosso, e nelle tasche una banconota da dieci euro e le chiavi di casa, che cambiavano ogni tre mesi. Ecco, questo è un lusso della gioventù e io penso di averlo perso.

Ho cominciato a sentirmi a mio agio e tranquilla solo nelle prime ore del mattino o nottetempo, quando posso leggere senza essere interrotta, quando sono sicura che il cellulare non squillerà per un messaggio, una richiesta, un’ennesima perdita di tempo. Ho avuto un attimo di vertigine quando ho preso la scheda nuova, un numero sconosciuto al mondo intero, ma sono bastati pochi secondi per capire che le notifiche mi avrebbero trovato in ogni dove. E che io mi sarei lasciata trovare.

E allora ho cominciato ad apprezzare le traversate in macchina, quelle dove a guardarmi c’erano solo i fiori perplessi, attaccati al ciglio di una rotatoria, le gazze ladre appollaiate sui rami abbrustoliti, e la musica alta, altissima, per coprire ogni rumore di fondo e asciugare le lacrime, come quando avevo 18 anni.

volo

Ma soprattutto, il tempo passato al parco o in spiaggia, solo con i bambini, piccole parentesi di pace riservate agli umani non più alti di 1 metro e 50, che mi hanno gentilmente ammesso nei loro fiabeschi circoli di giochi. Ecco i momenti più belli di quest’estate sono stati quelli dove ho guardato il cielo distesa su uno scivolo, quelli passati a svuotare il mare con un secchiello o a fare una buca, quelli trascorsi insieme a Mino e a Chiara sulla spiaggia di Baia Verde, a costruire per tre quarti d’ora la montagna di sabbia più grande del mondo, solo perché la loro sorellina Lucia potesse distruggerla con un calcio in un secondo. I pomeriggi nei parchi desolati della Lecce agostana, con Émile, ad annusare i fiori e accarezzare i cavallucci di metallo ipnotizzati dal caldo. Con il mondo lontano, rinchiuso dentro ad un telefono, a riempirsi di sabbia in una borsa, sotto il sole.

Ho cercato di regalare ai bambini l’unica cosa di cui hanno bisogno, il tempo e l’attenzione, e loro in cambio mi hanno insegnato tanto: che si chiama scivolo, ma oltre che a scivolare, sullo scivolo ci si può arrampicare, giocare a nascondino e anche coricarsi per guardare le stelle; che dire una bugia a un bambino è un peccato mortale; che è buona educazione dire arrivederci alle dita dei piedi prima di infilare i calzini; che “dopo”, “poi”, “tra poco”, “domani” sono parole vere e che “se una cosa la facciamo domani”, domani quella cosa si deve fare. E poi che il tempo è prezioso, ma si può anche passare un’ora a guardare un filo d’erba, o a costruire un castello di sabbia da distruggere in un secondo con un bel calcio. Che se qualcuno ti dice di non gridare, gridando, allora non merita di essere creduto. Che provare a fare le cose da soli, in autonomia, è un diritto, a tutte le età. E soprattutto che se ci si fa tutta la strada legati a un seggiolino per andare al parco, e poi al parco non si può correre, non si può sudare, non ci si può sporcare, non si possono mettere i piedi nelle pozzanghere d’acqua e le mani nella terra, la vita ha talmente poco senso che abbiamo tutto il diritto di pestare i piedi, di urlare e di piangere. E che restare con loro è il modo migliore per non diventare mai grandi.

Acquarelli © Alessandro Sanna

Soundtrack: Una storia del mare, Dimartino feat. Francesco Bianconi

Ci vuole un fiore

Due anni. Duecentocinquantamila bottoncini a pressione. Circa quattrocento notti bianche che non torneranno più. Una ventina di calzini spaiati, le ginocchia sbucciate e le dita rigate dai pastelli. Ti prendo per la mano e corri via. Vuoi fare da solo, scoprire, farti male, sbagliare, sbattere la testa e piangere. E alla fine, continuare a riprovare. E io resto dietro a guardare, senza interrompere. Sbagliare, finire contro un muro e ritornarci è quello che faccio sempre anche io.

Le cose che tu mi hai insegnato, invece, non le conto più. Far scivolare il tempo tra le mani, seduti a terra a guardare una formica. Inventare un alfabeto altro, parole nuove. Sentire la felicità, stesi a terra a guardare il soffitto, mangiando un biscotto. Mi hai insegnato che esistono abissi di paura e che, se guardi bene, in fondo, c’è una risata. Che non ci si conosce mai per intero. E che esiste un tempo parallelo, che non è il tempo degli uomini, ma quello dell’amore ché, se mi stringi la mano, basta un minuto a far passare il mal di pancia di giorni interi, il nodo in gola di tutta una notte.

vedere insieme
una forma
deposta sul fondo

la forma del niente
o quella di un antico insetto
il primo che vide la terra

forse la nostra voce
viene dalle sue ali
il vuoto dal suo cuore spento

mentre tu mi prendi la mano
e mi porti nel punto più buio di tematerassi

 

 

 

 

 

 

Due anni di meraviglia, di stupore, di frustrazioni acerbe e dubbi che tornano a fare visita di notte. Tu, invece, ti addormenti sereno sulla mia spalla, sicuro che se la vita non ha sogni, io ce li ho e te li do, tutti. Tu, così piccolo che mi insegni ad avere fiducia, a seguire l’istinto, a continuare a vivere a modo mio, a credere in quello che sono, ad amare quello che faccio e io che mi ritrovo a inseguire i sogni, a sbattere la testa ancora più forte, a correre dietro a un battito di cuore, a vivere il più possibile, perché tu un giorno sia fiero di me.

Émile, anima antica, che tutto comprende e tutto perdona. L’unico che rimette ogni debito e non conosce il peccato. Il solo che indovina quando ho detto una bugia. Che mi accarezza i capelli quando piango e non mi dice mai di smetterla. Emile, che ancora non parli, che hai un mondo in potenza che sta per esplodere, sulla punta delle tue labbra, e sei l’unico a saper chiedere scusa. Tu che hai poteri magici e neanche lo sai. Che fai volare i gabbiani attaccati alle pagine del libro. Che spaventi la tristezza con un bacio e schiacci la malinconia con un ditino. Che hai sulle spalle la saggezza sconosciuta dell’universo e corri leggero. Insegui le formiche e le saluti prima di andare via. Per te, che per fare tutto ci vuole un fiore.

 

L’amore che ci diamo
ci avvicina alle montagne
agli animali
agli sconosciuti che di notte
ci stringono la mano.

Pensare che Dio ti abbia detto qualcosa
che non ha mai detto a nessuno.
Pensare che tu mi cerchi
per non farmi credere più a niente
che non sia sconfinato.

Buon compleanno, piccola grande vita.

Soundtrack: Piazza Grande, Lucio Dalla 

Poesie di Franco Arminio.

Immagini di Julie Morstad.

Paris, rue Lepic

È la tortuosa scalata per arrivare a Montmartre, impietoso pendio che scala la collina, dal Moulin Rouge al Sacré-Cœur. Lunga arteria di quella che una volta era la comune di Montmartre, la rue Lepic è una delle strade più percorse in tutto il quartiere, consumata dai turisti che vengono a cercare un briciolo di magia del film di Amélie, dai camion delle consegne agli innumerevoli ristoranti, caffè e commerci dei dintorni, da chi ci abita ed è costretto a risalire a piedi, perché trasporti e mezzi pubblici, fatta eccezione per il piccolo bus che attraversa Montmartre, non vanno più in là della pianura.

Per i coraggiosi che sfidano il rumore, la salita, i chiassosi negozietti di souvenir e i capannelli di turisti incantati dietro la vetrina del negozio del Can-Can, la fatica di risalire la strada viene ripagata da piacevoli scoperte, se solo ci si ferma ad ascoltare quello che hanno da dire i muri, le vecchie abitazioni, le porte socchiuse. Lungo la rue Lepic, hanno vissuto Vincent e Théo Van Gogh, verso la fine dell’Ottocento, precisamente al civico 54, e si dice che qui, dalla sua finestra su Montmartre, Van Gogh abbia dipinto la serie di quadri sui tetti di Parigi. Poco più in alto, Louis-Ferdinand Céline, secondo la leggenda, occupava il secondo piano dell’immobile al numero 98. “Dalla rue Lepic si comincia a incontrare gente che viene a cercare la gaiezza sopra la città“, scriveva, “si mettono a guardare in basso la notte che fa un gran vuoto pesante (…) Noi eravamo arrivati alla fine del mondo, era sempre più chiaro. Non si poteva andare più lontano, perché dopo, oltre il confine, non c’erano che i morti“.

Quando Montmartre era ancora la periferia di Parigi, la rue Lepic contava almeno otto mulini, mentre adesso, con le pale immobili che dominano la rue Tholozé, si distingue solo il Moulin de la Galette, antico ristorante dove Renoir ha immortalato con il pennello il celebre ballo danzante. E se un tempo a popolare la strada c’erano gli habitué dei cabaret, come La vache enragée Chez Sardou, oggi il caffè preso di mira dai turisti è quello dove s’aggirava Amélie Poulain, al civico 15, mentre di fronte il bar Lux offre un’alternativa popolare, con una scenografia in legno istoriato e vetro, preferita dagli autoctoni.

gen-paul

La rue Lepic dipinta da Gen-Paul, pittore parigino di fine Ottocento.

I ristoranti chic, le terrazze sofisticate, i negozi bio, stanno lentamente prendendo il posto delle vecchie botteghe che un tempo animavano la lunga strada, fino alla collina della Basilica, strada popolare per eccellenza, dove si vendeva à la criée, come si dice in francese, urlando ai potenziali acquirenti le offerte del giorno, come al mercato. Nella parte più bassa, che scende fino al Moulin Rouge, resiste ancora l’animo commerciale della rue Lepic, con la grande pescheria che fa angolo, il negozio di formaggi, la più antica cioccolateria di Parigi, À la mère de famille, chez Marthe, che vende i prodotti dell’Alvernia e del centro della Francia e, al civico 22, da cinquant’anni il bazar di spezie, pepe, erbe, té e caffè da tutto il mondo, dove lavoro anche io, da un paio di mesi.

Dopo circa un anno di vita domestica, lontana da ogni prospettiva professionale, un sabato di fine aprile ho finalmente messo piede in negozio, finendo catapultata in un mondo altro, io che in cucina usavo solo rosmarino, timo e, quando volevo un tocco esotico, un po’ di menta selvatica. E invece, in poco più di due mesi, ho imparato a fare il pollo alla creola, il couscous, la tajine, il taboulet libanese, il pollo tandoori, la carne marinata allo yuzu, dessert vietnamiti, punch e rum. Ma soprattutto so riconoscere le erbe e le spezie all’olfatto, al gusto, alla vista, solo sentendone il profumo so cosa consigliare ai clienti, invento ricette, miscugli, esperimenti. Ho imparato ad apprezzare le differenze tra i tanti té verdi e neri, affumicati e non, profumati e naturali. Conosco nomi e particolarità di almeno cinquanta tipi di pepe e, uno per uno, stanno tutti arrivando nella mia cucina e nei miei piatti.

Durham-Indian-Grocery-Spices

Le Comptoir Colonial esiste da circa mezzo secolo. Secondo i racconti di Josiane, la mia collega, in servizio dal 1973, prima il negozio era una graineterie, un negozio di semi, un vero e proprio bazar di prodotti al dettaglio dove si vendeva di tutto: pasta, ogni tipo di farina, sacchi di legumi, riso e semolino, formaggi, succo d’arancia appena spremuto, confetture artigianali ma soprattutto introvabili prodotti africani, come la carne di scimmia in conserva. Oggi, dagli scaffali del negozio, leggermente più imborghesito ma ancora inguaribilmente selvatico, si affacciano un centinaio di varietà di té, dal Giappone, dalla Cina e dall’India, sale dell’Himalaya, da Cipro, dalle Hawaii e dai bacini francesi e baschi, pasta italiana, olio d’oliva profumato al tartufo, al lampone, al peperoncino, una decina di tipi di curry, una ventina di mostarde, marmellate savoiarde artigianali, fiori di violetta in salamoia, pesche e pere sciroppate, rum e punch da tutto il mondo, tarama fatto in casa, humus, tzaziki, centinaia di olive al dettaglio, cipolle fritte, aglio in polvere, cardamomo, bianco, nero e verde, miele di foresta, d’acacia, al rosmarino, nigella, sumac, niora, zaathar, habanero, ciliegie al cointreau, zucchero di canna, nero, effervescente, pasta di pistacchio, aceto di pomodoro, di Champagne, farina per la tempura, salsa alle ostriche, pastella per involtini primavera, foie gras d’oca e d’anatra, escargot di Borgogna, angostura, amaretto, ouzo, menta piperita e al limone, calendula, capelli di diavolo, fiori di hibiscus, dukka. E, fiore all’occhiello, cinquanta varietà di pepe, dalla Tasmania al Madagascar, dal Nepal alla Cambogia, lungo, a coda, rosso, nero, muschiato.

Avvicinarsi alla cultura del fare, a quella conoscenza concreta di chi ha imparato le cose testandole con i propri sensi, mani, papille gustative, l’esperienza vera e onesta di chi conosce qualcosa per averla un giorno tenuta tra le mani, annusata, mangiata. Io che ho sempre studiato, letto, scritto, ragionato, elucubrato, oggi so fare, cucinare, mescolare insieme, pestare, cuocere. Questo è quello che mi piace di più del mio lavoro. E poi la possibilità di lasciare tutto alle spalle, i libri, i miei studi, i corsi all’università, i vasetti di verdura da preparare, i pannolini che stanno per finire, la lavatrice, i biglietti per l’Italia, le lettere della Caf, i sogni interrotti ogni tre ore, i primi dentini, la febbre a 40, la babysitter, il libro che mi trascino sul comodino da tre settimane, le parole non dette e quelle che non avrei dovuto dire, tutto resta a casa e io faccio il giro del mondo in un pomeriggio.

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E se la mia, di esistenza, resta ad aspettarmi a casa, quelle dei clienti aleggiano nell’aria, come il profumo delle spezie e del caffè appena macinato, che impregna il negozio. Questa è la tipica bottega di quartiere, dove ci si ferma anche, e a volte soprattutto, per aggiornarsi sulla vita del vicinato, per scambiare quattro chiacchiere e raccontare un po’ di sé. C’è una signora che ogni settimana corre a comprare tre bottiglie di sciroppo alla mora per il marito, che ne pretende due bicchieri al giorno in estate; una casalinga che si lamenta dei figli che si lamentano di lei e dei suoi piatti sempre uguali e ogni volta viene a trovarci con un blocchetto per gli appunti dove segnarsi le ricette; c’è una anziana del quartiere che ogni volta riparte con una bottiglia di punch e tre confezioni di ciliegie al Cointreau, tutte per lei; c’è un signore rimasto vedovo da poco, vestito elegante, con le spille all’occhiello della giacca, che mi ha raccontato d’aver conosciuto Churchill; il proprietario di una boutique di francobolli che ci riserva il peggio del suo senso dell’umorismo; un omone grande e grosso che prima di comprare un sacchettino di basilico ha chiamato la mamma per chiederle il permesso. E poi gli appassionati, quelli che conoscono ogni tipo di sale, quelli che vengono ogni mese ad acquistare un chilo di pepe, quelli che arrivano con dieci barattoli vuoti e i sacchetti già pronti da casa, per risparmiare sugli imballaggi. Tutti si fermano a raccontare gioie e sventure dell’esistenza quotidiana, i problemi dei vicini, cosa hanno visto e sentito dalla finestra, i litigi sul lavoro, la scelta del liceo per i figli adolescenti, il marito invecchiato che inizia a non ricordare le cose, la mamma troppo vecchia che controlla tutti gli scontrini.

E io sono lì, dietro al bancone, ad intrufolarmi in punta di piedi, in ognuna di queste minuscole vite, che per un poco diventano anche la mia, giusto il tempo di servire un sacchetto di té.

Soundtrack: Vashti Bunyan, Train Song

Punto di non ritorno

Ci sono viaggi di ritorno che non mi hanno mai riportata indietro. Posti dai quali non sono più tornata. Viaggi che non ho raccontato a nessuno, quelli che mi hanno fatto sentire grande per la prima volta, preparare una valigia al volo e partire, senza dover chiamare nessuno all’atterraggio. Voli che mi hanno catapultato per qualche giorno nelle vite altrui. Partenze che ho confidato solo a pochi, con una promessa: “se ritorno, dammi uno schiaffo“.

Poi ci sono anche i viaggi di ritorno ordinari, standard, quelli che non ho mai descritto perché sono solo una banale attesa tra due destinazioni, che servono solo a trasportarti da un luogo all’altro della terra. Sono di solito i più lunghi. Come il mio primo viaggio di ritorno dagli Stati Uniti, una traversata durata mezza giornata. Da New York a Roma, da Roma a Brindisi, con i diari di Susan Sontag in mano e l’adrenalina di tre mesi in America ancora tutta ferma in un nodo in gola.

Quello cominciato un anno fa è sicuramente il più importante dei miei viaggi, quello dal quale non sono più tornata e sicuramente non tornerò più. Per mesi, sono rimasta nel mio quartiere, nel punto più alto di Montmartre. Ho smesso perfino di prendere la metropolitana per un po’. E senza muovermi da casa, ho conosciuto parti di me stessa che non avrei mai sospettato d’avere. Abissi di gioia, talmente grande da far paura a guardarci dentro. Cascate di impotenza, cime altissime di rabbia, tempeste di stanchezza. Il dolore fisico più grande mai sopportato prima. I nervi che saltano. Il cuore che batte per cose nuove. Sfumature inedite che ho dato alle parole amore, vita, solitudine, tempo, libertà.

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La vista dalle finestre dell’ospedale, un anno fa.

Quando Émile è nato, il 31 maggio dello scorso anno, a Parigi pioveva. Era un maggio insolito, molto diverso da questo mese asfissiante che ci sta trascinando già stanchi e arsi all’inizio dell’estate, da questa primavera volata via. Sulle finestre dell’ospedale Lariboisière, batteva forte il vento e cadevano righe di pioggia. Sul mio comodino, gli antidolorifici quotidiani, gli antispasmodici, un bicchiere d’acqua e una pila di libri e fumetti presi in prestito alla biblioteca dell’ospedale, che non avrei mai letto.

Davanti a me, ore interminabili di attesa, la pancia stretta in un laccio e cronometrata, l’anestesia che non funziona, qualche minuto nella terra di nessuno e poi un esserino raggomitolato tra le braccia, con gli occhi semichiusi, dove già mi sembrava di intravedere tratti familiari, una testolina minuscola che pensavo di conoscere da sempre.

Dopo le prime lacrime, ne sono venute altre, e poi non c’è stato più tempo per nulla. Dodici mesi di notti bianche, una valanga di preoccupazioni e inquietudini, migliaia di puntini rossi (rosolia e varicella in un mese solo), capelli con dentro bava, pipì, crema di verdure, banana mangiucchiata, pomata per il culetto, CACCA, sabbia e pezzi di pannolino decomposto, ogni testa più o meno pensante che si sente in diritto di insegnarti a prenderti cura di tuo figlio. Decine di prime volte: la prima pappa, la prima caduta, il primo passettino, il primo volo in aereo, la prima notte completa, la prima babysitter, il primo dentino, la prima volta seduto, la prima volta in piedi, la prima notte completa, il primo pomeriggio senza la mamma, la prima febbre alta, il primo bacino, la prima parola, che non è mai mamma.

Quest’anno sono spariti tanti vecchi fantasmi, ma ne sono forse comparsi dei nuovi. Quando ho scoperto di essere incinta, un’amica mi disse: “le nonne dicevano che quando fai i figli ti passa il mal di testa, nel senso che poi non ti viene più, nel senso, forse, che poi non pensi più alle stupidaggini, che finalmente hai fatto qualcosa di serio, di vero, di importante e, dunque, non ha più tempo per “i  mal di testa”… Ti sembrerà strano, ma adesso tutto sarà più semplice, le cose stanno così e basta“. E forse aveva ragione. I problemi non sono spariti, ma ho imparato a vederli, a rinchiuderli in una parola, a metterli a fuoco, sono diventati ostacoli concreti, che posso evitare, saltare o a volte prendere a calci, quando non ne posso più.

Se è vero che in amore siamo tutti principianti, con un esserino di un anno bisogna ricominciare dalle basi. Mi rimetto in discussione, conto fino a dieci quando tutti i piani e i progetti vanno a monte senza una vera ragione, mi chiedo il perché delle cose, dove sbaglio, perché sbaglio, faccio infiniti passi indietro nella speranza di farne anche uno solo in avanti, e non smetto mai di cercare. E di perdermi ogni giorno in un paio di occhietti neri.

E anche se l’autosvezzamento, il metodo Montessori, l’apprendimento del sonno, per ora sono un buco nell’acqua, spero solo di riuscire a insegnargli le certezze del dubbio, per citare la mia Goliarda, e quanto faccia bene alla salute, una volta ogni tanto, regalarsi un punto di non ritorno, tirare una linea e ricominciare da capo.

Buon compleanno, Émile, piccola grande vita

la tua mamma