I colori dell’arcobaleno

Quando ero al liceo, ai tempi in cui si facevano ancora le gite, andammo in Germania con la mia classe di compagni. Era l’ultimo anno, io ero già concentrata al futuro, ricordo le notti passate nell’hotel, in cui chiesi alle compagne di avere l’unico letto distante dal gruppo, vicino alla finestra, una finestra che si affacciava sulla distesa di palazzi e grattacieli di Monaco.

Mi sentivo già spedita ad alta velocità nell’avvenire, pronta per confrontarmi con le città, con il mondo esterno, con quella infinita galassia dell’ignoto che ero impaziente di prendere a morsi, di toccare con le mani, di vedere, di farmi sporcare e attraversare. Ero già lontanissima dai banchi di scuola, dalla tesina da scrivere, dalle storie d’amore con i compagni, dai voti, dalla dimensione rassicurante del paese, volevo andare “oltre la siepe”, perdermi nel mondo e trovare la mia strada.

Una persona se ne accorse e, proprio durante quel viaggio in Germania, mi offrì un regalo. Il mio professore di inglese, con cui condividevo un amore smisurato per la lingua straniera e per tutto quello che consentiva l’accesso a mondi altri, mi regalò una matita colorata con una frase di Shakespeare “Add another hue to the rainbow”. Me la consegnò di nascosto, con il tatto e la sensibilità che lo caratterizzavano, per non fare preferenze e non creare dissapori con gli altri compagni.

Quella sfumatura che il mio professore mi suggeriva di aggiungere al mio arcobaleno, l’ho cercata dappertutto, dietro le porte dei palazzi di Parigi e bussando a casa di mia nonna a Matino, di fronte al fiume Hudson e con i piedi nell’acqua di Mancaversa, tra le conchiglie di Long Beach, nelle strade infinite della California e quelle bruciate dal sole di Lecce, nelle moltitudini alle quali ho voluto mescolarmi e nella solitudine nera di alcune notti senza misericordia.

Cinque anni fa, ho capito che quel colore, che non esiste nel mondo reale, almeno per me, parla un linguaggio altro, quello della carne, del corpo che si trasforma e della mente che lo segue, modificandosi. Quella sfumatura è il dono più grande che abbia mai avuto e l’ho ricevuto da un esserino indifeso venuto al mondo in una sera di forte vento e pioggia a Parigi. I poteri da supereroe di vedere il mondo con un altro paio di occhi, di cogliere quello che non ha visto nessuno, di trovare la meraviglia dietro un fiore o tra le zampe di un gatto. Di immaginare mondi sconosciuti e avere il privilegio di rispondere ogni giorno a una domanda “Mamma, oggi sei contenta?”.

Vorrei dirti, piccolo Émile, che sono contenta da quel giorno di maggio, che io che sono un essere autunnale e crepuscolare amo la primavera, i suoi colori e la sua energia da quando mi ha portato te, attendo con ansia i fiori che sbocciano e il caldo sulla pelle da quando mi ricordano te. Amo ogni giorno perché dentro ci sei anche tu.

Da quest’anno cominci a utilizzare parole che hai imparato altrove, racconti storie che non hai sentito da me ma hai inventato da solo, cominci a conoscere sentimenti ed emozioni che non ti ha insegnato nessuno. Io ti seguo come una discepola, rincorrendo quel colore dell’arcobaleno, che non ha mai visto nessuno, solo io e te.

Buon compleanno, piccolo grande Émile.

Immagine di copertina © Alicia Badalan

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