Il figlio della mezzanotte

“Data presunta del parto: 31 dicembre.” “Proprio il 31 dicembre?” “Sì, al massimo il 1° gennaio, in ogni caso iniziate l’anno col botto”. La battuta infelice del medico non azzeccò le previsioni. Perché i botti del 31 passarono e anche quelli del primo giorno del 2020 e tu non sei arrivato. Ti sei annunciato all’ora del tè del 2 gennaio, hai aspettato un pomeriggio qualsiasi, quasi per non disturbare, arrivando al mondo in punta di piedi ma con determinazione e in pochissimo tempo. Alle 20 del 2 gennaio, ci hai trasformato in una famiglia di quattro persone, cambiandoci la vita, ancora una volta, e regalandoci una dolcezza che non tornerà più.

È stato, questo, l’anno della chiusura del cerchio. L’anno che ha riportato tutto a casa, compresa me. L’anno in cui ho visto allontanarsi amicizie che tali non erano e tagliare una volta per tutte rami secchi. L’anno in cui semi addormentati da tempo immemore hanno dato finalmente frutto e in cui per la prima volta forse mi è sembrato di raccogliere e non solo di spargere e seminare. In questi mesi, velocissimi e pieni, nonostante il tempo vuoto e sospeso dell’epidemia e dell’isolamento, abbiamo fatto insieme tante cose. Abbiamo scritto un libro. Abbiamo superato due concorsi. Abbiamo iniziato un nuovo lavoro. Tutto insieme, perché non c’erano alternative. Perché un giorno, guardando dietro, tu non debba dire: “la mamma non l’ha fatto per me”. Io ti ho consacrato tutto il mio tempo e il mio sonno perduto. Tu mi hai resa impermeabile alla stanchezza e al dolore.

Grazie a te e con te, ho detto quei no che non ero mai riuscita a pronunciare. Ho dato al mio tempo il valore e l’importanza che merita. Ho deciso da sola quali fossero le mie priorità. E capito quali sono i miei limiti. Con il bambino che arriva per secondo, non è possibile mentire. So già che sarò una mamma imperfetta, che farò grandi sbagli, che ci saranno i momenti del dubbio e del pentimento, eppure mai come quest’anno mi sono sentita sicura dei miei passi e della direzione del mio cammino. Come se, nella nebbia dei tempi che viviamo, fosse apparso chiaro un segnale: “è per di qua, vai sicura”.

Non è possibile spiegare quello che ci hai insegnato, tu così piccolo. La meraviglia della scoperta che la parola “fratello” si indovina già nella pancia, un significato che i bambini conoscono bene, senza che nessuno gliel’abbia insegnato. La bellezza di un amore che non si credeva potesse essere più grande. Un cuore già pieno di timori, entusiasmi, gioia, maternità, che non si divide per due, ma raddoppia, lievita quasi fino a scoppiare. Crescere semplicemente osservando e imitando. Le mani che dondolano quando senti la musica. Gli occhi tranquilli, quando vedi il mare, come se lo conoscessi da sempre. Una pandemia che sembra quasi scomparire, perché per me il 2020 è e sarà sempre l’anno del tuo arrivo.

Sono diventata mamma prima dei trent’anni, con un bambino cresciuto quasi da sola, in un paese che non era il mio, con dubbi e incertezze spesso confidate a sconosciuti. Con il tuo arrivo, la maternità è stata un’esperienza altra, che continua e si evolve da sola, come fosse l’abitudine più naturale al mondo e, grazie a te, sono diventata la persona che ho sempre immaginato e voluto essere, con il passo fermo, la testa sgombra e lo sguardo sicuramente rivolto in avanti. Io ti ho messo al mondo e tu mi hai data alla luce.

Buon primo compleanno, piccolo grande André.

Illustrazione: Davide Bonazzi

Soundtrack: In my mind, Amanda Palmer

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