Solo un chicco di caffè

Dormono le case
Dorme la città
Solo un orologio suona e fa tic tac;
Anche la formica si riposa ormai,
Ma tu sei la mamma e non dormi mai

C’è una ninna nanna che, con un ritmo lento e una melodia dolcissima, racconta di una mamma che non dorme mai, per la quale le scodelle del re sono quasi sempre vuote e la sola cosa rimasta è un chicco di caffè. La cantava una bimba allo Zecchino d’Oro e, nella mia fantasia, me la sono immaginata scritta davvero da una mamma esausta, che la mattina si alza, dopo una notte, l’ennesima, passata in bianco, e nel barattolo trova solo un chicco sparuto di caffè.

Ninne nanne, filastrocche, racconti, sono il patrimonio orale delle storie, dove spesso le donne nascondevano le loro angosce, le paure, le esasperazioni, mettendole in musica, per addolcirle, digerirle più facilmente, buttandole fuori e magari cercare di dimenticarle. Le donne che filano con il fuso, che puliscono e riordinano la casa per sette nani, lavoratori in miniera, quelle che perdono la voce pur di conservare un principe. Quelle che i bambini li mandano soli nel bosco, nella speranza che tornino più grandi o magari non tornino più.

Nei miei quasi due anni di notti in bianco, nei brevi quarti d’ora che passo sul letto, ho riscritto mentalmente tutte queste favole, immaginando che ci fosse una donna, magari una madre dietro. Una donna che, in questo caso, sognava di essere la formica che finalmente si riposa o almeno l’orologio che si limita a fare tic tac.

Ninna nanna mamma
Insalata non ce n’è;
Sette le scodelle sulla tavola del re.
Ninna nanna mamma
Ce n’è una anche per te
Dentro cosa c’è
Solo un chicco di caffè

Di recente, passando vergognosamente tanto tempo sui social nelle ore lunghissime delle notti in bianco, sono venuta a conoscenza di un circolo di donne, mamme, che raccontano di stanchezza, nervosismo, di senso di colpa, utilizzando una parola che fa paura: rabbia. Rabbia per le ostetriche “signora, ma deve sentire il dolore”, per le puericultrici che “ma lo sta già abbandonando al nido, signora?” (storia vera successa a Parigi), per il compagno, che “però dà una mano in casa”, per le nonne che “ma sempre li lasci soli questi bimbi?”. Un senso di colpa e di ingiustizia che, dopo un po’, si finisce a non sapere più dove metterlo, e quasi sempre affiora dalla pelle, dal corpo, che tutto accoglie.

Una rabbia che lievita, quando oltre a essere sole, ci si sente abbandonate: lievita davanti ai bambini e alle famiglie, che sono gli ultimi, dimenticati, in un paese che tuttavia mette la famiglia “al primo posto”. Cresce davanti alle amministrazioni che non se ne fregano se in paese manca un parco, un marciapiede o un’area verde non immersa nei rifiuti. Cresce davanti ad ambienti di lavoro solidali con il mondo intero, ma non con una mamma. Davanti ai tribunali, sordi davanti alle esigenze di una madre.

In questi pochi anni di scuola, di mamme, completamente disperate e sole ne ho incontrate tantissime. Le ho intraviste dietro lo schermo, durante gli incontri scuola-famiglia, nei corridoi degli istituti, nei racconti dei miei alunni. “La mamma non viene perché sta fuori tutto il giorno”, “quando piove a scuola non vengo perché la mamma non ha la macchina”, “la mamma lavora dalle 8 alle 5 e poi di nuovo dalle 6 a mezzanotte”, donne solissime, lasciate indietro da tutta la comunità, senza mezzi o strumenti, se non la vergogna di non poter dare di più.

Donne le cui sorti nessun volo di colomba o panchina rossa inaugurata con taglio del sindaco ha mai cambiato. Donne, che dell’attivismo femminista contemporaneo, quello che si batte per le desinenze, i pronomi, gli asterischi e i bagni gender-free, non ne conosce nemmeno l’esistenza e, se lo incontrasse, nemmeno lo riconoscerebbe, tanto è lontano dalla sua vita. Donne che il sonno se lo sono dimenticato.

Ninna nanna mamma tienimi con te
Nel tuo letto grande solo per un po’
Una ninna nanna io ti canterò
E se ti addormenti, mi addormenterò

Donne che hanno sulle spalle una stanchezza ancestrale, tutta la rabbia del mondo che cercano di affogare in una tisana, donne che spesso non hanno nessuna amica, ché tutte o quasi si sono dileguate nel giorno più bello della loro vita: la nascita di un figlio.

Alla fine, durante un incontro, una di queste mamme ha alzato la mano e ha detto una cosa, che mi ha fatto piangere, un pianto che era rimasto lì in agguato da un giorno di cui non ho più memoria. “Noi alla fine l’abbiamo cambiata quella canzone, quella del chicco di caffè. Alla fine, insieme ai miei figli, abbiamo deciso di dire: ‘ma tu sei la mamma, e dormi un po’ anche tu'”.

Soundtrack: Ninna nanna del chicco di caffè, Zecchino d’Oro

Illustration: Julie Morstad

2 pensieri su “Solo un chicco di caffè

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