La ripetizione

Quest’estate, ho trascorso molti pomeriggi a svuotare un secchiello pieno d’acqua su uno scoglio. Io lo riempivo, lo passavo ad André, 20 mesi, lui ne riversava il contenuto sulla roccia, ci facevamo una bella risata e ricominciavamo. Ogni mattina, ripetiamo gli stessi giochi. Émile, cinque anni quasi e mezzo, ama guardare il suo cartone preferito a ripetizione, la sera leggiamo lo stesso libro per mesi.

È noto ormai che la routine faccia bene ai bambini. Che la ripetizione di gesti, giochi, frasi, esperienze, ritmi, rassicuri e conforti, ed è la base sicura dalla quale prendere il volo per affrontare quella straordinaria avventura che si chiama crescita, le prime volte, la scoperta del mondo.

C’è un’altra fascia d’età, che ama ripetere ed è confortata dai gesti sempre uguali e dai ritmi che non riservano mai sorprese, ed è quella degli anziani. Durante i primi mesi di pandemia, in seguito alle tragiche notizie di quanto avveniva nelle case di riposo, ho letto numerosi articoli sulle case di cura e le loro abitudini. In particolare, un’inchiesta del The Economist, tradotta da Internazionale, che raccontava del Green House Project, dove vige una sorta di abolizionismo delle case di riposo.

E sono tanti anche gli esempi virtuosi, e di successo, di spazi condivisi da anziani e bambini in tenerissima infanzia, due fasce d’età che amano e si sentono rassicurati nel ripetere le stesse cose e sembrano non annoiarsi mai i primi a raccontare e i secondi ad ascoltare la stessa storia per settimane. Due estremi, che sono fonte di ricchezza, benessere e crescita gli uni per gli altri. Storie bellissime e affascinanti.

Uno studio dell’Università del Sussex, su un campione di bambini dai 3 ai 6 anni, ha dimostrato come ripetere le stesse storie aiuta a sviluppare un linguaggio e una capacità di espressione maggiore rispetto ai coetanei che si trovano ad ascoltare sempre storie differenti. È una riflessione, questa, venuta fuori, e confermata, dall’osservazione nelle aree gioco, nei parchi, di bambini felicissimi di ripetere il loro gioco e di genitori invece preda della noia. Di famiglie impaurite al pensiero che il piccolo di casa si annoi e allora procedono con la somministrazione di schermi, intere stagioni di videogiochi (perché ormai anche i cartoni animati “stufano”), video di YouTube sempre più veloci, sempre più rumorosi.

Un pomeriggio, trascorso in uno dei parchi più belli nei miei dintorni, il giardino sul mare di Torre Suda, ho assistito all’aperitivo di una famiglia, mamma, papà e piccolina, i grandi con lo Spritz, la piccolina con l’i-Phone. Dopo un’ora di sorseggiare pallido e assorto, fatta la foto di rito al tramonto, “beh, andiamo al parco”. La piccolina ha lasciato lo schermo e si è fatta due scivolate, alla terza “dai, hai giocato meh, andiamo a casa”, ha sospirato il papà, visibilmente annoiato nel vedere la figlia ripetere per “l’ennesima volta” la salita e la discesa sullo scivolo, ed è stata portata via urlante. È difficile sintetizzare meglio una tale incompatibilità tra desiderio dei più piccoli e ascolto dei più grandi.

Oltre all’intolleranza che ho sviluppato nel vedere bambini con il collo piegato davanti a un telefonino in contesti che non sono né di attese né di forzata sosta, ma al mare, al parco giochi, all’aperto, credo che farebbe bene a tutti imparare la bellezza della ripetizione, del sentirsi confortato dal rifare i gesti rassicuranti senza essere spaventati dalla noia o dalla quotidianità.

C’è una frase di Maria Perosino, sulle abitudini che, scrive, “fanno risparmiare tempo e energia. Non abbiatene paura, c’è già la vostra vita che non è abitudinaria”. Ecco perché i bambini le amano così tanto, le abitudini, in quella tempesta che è l’infanzia, in quello straordinario viaggio nelle prime volte che sono i primi anni di vita. La noia e le abitudini mi sono apparse, in questi sei anni insieme ai miei bambini, come il regalo più importante che potessi fare loro, nelle nostre vite poco abitudinarie, dai cambi di scuola alle virate esistenziali. Nei nostri alti e bassi, durante i traslochi, i cambi di lingua e di indirizzo, ci sono le abitudini, le frasi più amate ripetute nelle stesse occasioni, i libri fedeli che ci aspettano sul comodino la sera, l’abitudine di spaventarci dietro la porta e di stringerci negli abbracci formato famiglia. Ripetizioni che ci hanno fatto sempre sentire a casa, ovunque avessimo posato le valigie.

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