I libri di Natale

Il mio primo vero libro mi fu regalato a Natale dai miei genitori, un anno in cui decisero che era arrivato il momento di passare a letture più edificanti della collana Piccoli Brividi. Con la falsa promessa che avrei trovato una raccolta di storie di paura, mi indicarono un armadio dove effettivamente mi aspettava un pacchetto dalla forma simile a un libro. Era “Piccole donne”. Alla mia smorfia e al mio naso arricciato, seguirono serate di lettura profonda. La prima volta, di pagine e pagine senza nemmeno un’illustrazione, scritte in caratteri piccoli su quella carta ingiallita tipica delle edizioni economiche da 2000 lire della Newton Compton. Di quel libro ricordo tutto, dai limoncini di Amy al camino dove Jo diede alle fiamme il suo romanzo, al paio di guanti bruciati appena prima del galà cui erano invitate le due sorelle March più grandi. Non solo. Ricordo la voglia, a libro terminato, di trovare un’altra storia così potente da farmi dimenticare tutto il mio mondo, i piccoli screzi delle scuole medie, la vita ordinaria di una pre-adolescente qualsiasi. Ricordo la bellezza di aver scoperto che una via di fuga esisteva, ed era un semplice oggetto, alla mia portata. Era nata una lettrice.

Da quel momento in poi ricordo le vacanze, quelle estive e quelle di Natale, come momenti di solitudine privilegiata in compagnia di voci speciali. La collana del Battello a Vapore mi traghettò lentamente dalle letture per ragazzi ai grandi classici. Era un’estate caldissima quando mi persi nella New York di Salinger e, complice la lista dei libri delle vacanze, m’innamorai del barone Cosimo Piovasco di Rondò, guardandomi allo specchio e promettendo di fare di tutto pur di conservare almeno un po’ di quella sua fierezza, quella sua incrollabile coerenza, anche in età adulta. Stesa nella pineta di Rivabella, dodici mesi dopo, mi affacciavo al pericolo, seguendo i ragazzi dello zoo di Berlino e i diari di uno scrittore sulla Route 66 di Kerouac, cimentandomi con le prime prove di scrittura creativa annacquata da qualche Bacardi Breezer al pompelmo, imitando il verso libero di Ginsberg e il cut-up di Burroughs.

In terza liceo, piombai nella terra di mezzo insieme a Tolkien, dotandomi di un vocabolario di lingua elfica, e passai tra hobbit e cavalieri oscuri quei lunghi pomeriggi di dicembre, in quelle stanze chiassose di parenti e già un po’ sbiadite e tristi, quando Natale si avvia ormai alla fine. A poca distanza dalla maggiore età, erano tempi ancora di porte chiuse a chiave e musica a tutto volume nella cameretta, ricordo il mio inverno con Umberto Eco e “Il nome della rosa” e l’incontro con la follia di Patrick McGrath, di cui non ricordo neanche un briciolo di trama ma in compenso ho ancora negli occhi le descrizioni della schiena dei protagonisti, le vertebre, la pelle ossuta, le ambientazioni da “Cime Tempestose” e quell’afflato gotico che continuai a ricercare per un po’ di tempo nelle letture future.

Durante il Natale oscuro di qualche anno fa, una poesia di Montale mi tirò letteralmente fuori dal baratro. Pensavo che il mio viaggio fosse finito, “nelle cure meschine che dividono l’anima che non sa più dare un grido”, in giorni e minuti “eguali e fissi come i giri di ruota della pompa”. E invece quei versi, spiaggiati su una squallida metaforica costa italiana, mi obbligarono a rimettere insieme un’esistenza in frantumi, a rimboccarmi le maniche e a sovvertire il disegno, passare il varco, ritrovarmi. Si sedimentarono pian piano nelle mani, nelle braccia, modellando una forza di volontà e un coraggio di cui non mi credevo capace.

Insieme al piacere della lettura, primo e mai tradito, sono nati poi altri diletti accessori. Il piacere di passare il tempo in libreria o in biblioteca, di acquistare i libri, di collezionarli, di accumularli sul comodino. Il piacere di scegliere il prossimo libro quando ancora non si è finito quello precedente. Selezionare il libro per la notte, quello per la spiaggia e quello per i mezzi pubblici. Parlare dei libri, confrontarli, studiarli e, di recente ahimè, anche fotografarli con accanto una tazza di tè e darli in pasto al web. Tutti vezzi che non hanno mai inaridito il piacere primo e sublime della lettura, quella non interrotta da nulla, non disturbata dal rumore di fondo delle notifiche e del mondo virtuale.

Infine, oggi, in questa dimensione sospesa, fatta di attese, giorni tutti uguali, vissuti in posizione orizzontale per prescrizione medica, di un Natale soffuso, attutito, in sordina, ancora una volta i libri tornano a tendermi la mano, portandomi via. E una storia, che mi sono ritrovata tra le mani per caso nella biblioteca di Lecce, mi tiene compagnia nelle notti senza sonno, nei giorni senza riposo e in questo snervante conto alla rovescia. Seguendo Scout e Jem nell’Alabama del Sud di Harper Lee, in quello che, come “Piccole Donne” tanto tempo fa, diventa il libro del mio Natale presente, ancora di salvezza per affrontare il mondo là fuori e quello, forse ancora più insidioso, delle quattro mura domestiche.

“Fino al giorno in cui mi minacciarono di non lasciarmi più leggere, non seppi di amare la lettura: si ama, forse, il proprio respiro?” – Harper Lee

Piccolo bonus di fine anno, la lista di tutti i libri citati in queste poche righe, i miei personali consigli di lettura:

  • Piccole Donne, Louisa May Alcott
  • Willy acchiappafantasmi e gli extraterrestri, Roger Collinson (collana Battello a Vapore)
  • Il giovane Holden, J. D. Salinger
  • Il barone rampante, Italo Calvino
  • Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, Christiane F.
  • Diario di uno scrittore affamato, Jack Kerouac
  • Il signore degli anelli, J. R. R. Tolkien
  • Il nome della rosa, Umberto Eco
  • Follia, Patrick McGrath
  • “Casa sul mare” , poesia contenuta in Ossi di seppia, Eugenio Montale
  • Il buio oltre la siepe, Harper Lee

Soundtrack: Mockingbird, Tom Waits

 

Luna piena

Andrea non s’era perso. Anzi, sapeva fin troppo bene dove andare. Sin dall’inizio. Quando si presentò inaspettato, inatteso, sul pianeta Terra. Erano tutti gli altri, intorno a lui, a essersi smarriti, in coordinate geografiche incerte, in uno spazio-tempo indefinito e poco rassicurante. Perché non bastava il sole, né il mare, a fare bella la vita se tutto l’orizzonte è da rifare. Non era Andrea a essersi perso. Ma la mamma, finita in mezzo al mondo a spiegare un pancione. E il papà, catapultato in un altro universo, che parlava un’altra lingua.

Mani sconosciute che lo accarezzano, ospedali chiusi per le feste patronali, conoscenti che non bevono il caffè perché altrimenti il bimbo nasce con la voglia, vecchiette che al supermercato nascondono la frutta nelle sporte, “ché sennò gli vengono le macchie”. E poi, quella precarietà, quella guerra tra poveri che, nelle lande periferiche, fa sì che gravidanza faccia sempre rima con disagio, paura, timore, mancanza di soldi, fastidio. Anche negli ambienti più amici. Quel sentimento di doversi quasi scusare di essere là e di avere avuto un’idea improbabile.

Dal suo arrivo, tutto continuava inalterato in uno strano limbo. Il lavoro, la scuola, l’asilo, la spesa. “Io ero già un maschietto ma mi chiamavano con nomi da femminuccia. Papà prendeva le misure per il lettino e la vaschetta. Intanto, un altro bimbo saltava sulle ginocchia della mamma, la stringeva forte forte, forse per paura di doverla dividere con qualcun altro.

Poi un giorno, un vecchio signore con la motoretta andò a sbattere contro la macchina della mamma e papà. Me lo ricordo bene, io. Avevo ancora tanto spazio nella pancia e ho fatto un grande salto in avanti. Poi ho sentito la mamma correre e l’odore del sangue sulle mani di papà. E poi la mamma piangere. Mettere una mano sulla pancia e chiedermi scusa. E fare il fioretto di riposarsi, di abbandonare tutto, di prendersi cura solo di me. Era l’otto maggio e quella era la prima bugia della mamma”. Ne seguirono tante altre.

La prima estate di Andrea fu calda, dura, aspra e umida come solo le terre del Sud sanno essere. L’acqua del mare troppo fredda, “la mamma aveva sempre la pelle d’oca e non ha fatto neanche un bagno, aveva tante bollicine rosse sulle gambe e sempre voglia di patatine salate”. Le giornate lunghissime, infinite e arse vive dal sole. Le notti sudate, lontanissime dal sonno ristoratore e dal riposo.

A casa di Andrea si cantavano già le ninne nanne, si guardavano già i cartoni animati e si leggevano le storie di riccioli d’oro e di brutti anatroccoli. C’erano macchinine che correvano sul pavimento, le spalle di papà già abituate a portare i bimbi, alti come una montagna. C’erano biscotti a forma di animali, piumoni colorati, trenini libri musicali. Pinguini parlanti e plastilina. Colori e fogli tutti bianchi.  Andrea non vedeva l’ora di arrivare. E la mamma glielo chiedeva ogni giorno, di aspettare, ancora qualche settimana. Ogni giorno, facendo i conti con le dita, davanti al calendario, ogni settimana una conquista. Ogni mese compiuto, un traguardo. Ancora c’erano tante cose da imparare, e scoprire, in quel sacco pieno d’acqua. Come dormire, come fare la pipì, come aprire gli occhi e indovinare quando fosse notte e quando giorno. Come raggomitolarsi e poi stiracchiarsi occupando tutto lo spazio possibile.

Andrea non s’era perso, anzi aveva trovato la strada giusta prima di tutti. Il secondo come la mamma. Dello stesso sesso del primo, come la mamma. Nato con il freddo, come la mamma.

Non ci credeva nessuno, né i medici, né i nonni, neanche papà, eppure siamo quasi al solstizio d’inverno, oggi è l’ultima luna piena e siamo ancora stretti, strettissimi, incollati, e questi nove mesi li abbiamo quasi finiti. Tutti non vedono l’ora di abbracciarlo, e ancora non lo sanno. Solo lui, lo sa già e ha già perdonato tutti. E sta per arrivare, per insegnare la bellezza della vita, del tempo che si ferma per un istante, dei baci che danno senso a un’intera esistenza, il silenzio e la lentezza.

Images: Thomas Jordan

Soundtrack: Anyone else but you, The Moldy Peaches

 

 

 

Parentesi tonda

“Chiuso per festività patronali”. Mentre tornavo a casa con un bicchiere pieno di pipì appena fatta nella borsa, davanti alla porta chiusa del laboratorio di analisi dell’ospedale di Lecce una giornata di fine agosto, in quel cartello appeso al muro e nella monetina data al parcheggiatore abusivo per i dieci minuti di sosta, che m’ero ripromessa di raccontare, ho issato finalmente la bandiera bianca.

Mi sono arresa alla casualità e all’imprevedibilità e alle difficoltà inedite di questa attesa. Alla voglia di silenzio, all’incapacità di mettere nero su bianco i pensieri, i personaggi, le tante vicissitudini di questa parentesi tonda, anzi tondissima, della mia vita. Alla necessità di realizzare che avrei dovuto fare posto per un amore grande, un tempo che non conosce più confini, mantenendomi all’altezza di essere una mamma di un bimbo di tre anni. Eppure, quanto ne avrei avuto bisogno. Di riempire le pagine di un diario, di fare liste, bilanci, elenchi di desideri e cose da ricordare. Di segnare i tre fatti del giorno, di annotare i piccoli traguardi, le conquiste infinitesimali, i minimi passi in avanti della consapevolezza di essere di nuovo in procinto di osservare una vita che nasce.

Lo scorso anno, mentre facevo le valigie per abbandonare Parigi, mi dilettavo in bilanci, liste, resoconti delle tante primavere passate in terra ormai non più straniera, cullata da un confortevole anonimato, dal lusso dell’invisibilità. E oggi, mentre il mondo intero mi rassicura di “essere tornata a casa”, io in questa landa che non riconosco, mi sembra di non avere più lo spazio per pensare, riflettere, articolare un pensiero complesso e ragionato. E non solo per la scarsa capacità di concentrazione. Le mani fanno ormai fatica ad arrivare alla tastiera. Ogni seduta o posizione resta difficilmente praticabile per più di un quarto d’ora.

In questa parentesi tonda, anzi tondissima, della mia vita, resto come alla finestra a guardare il mondo che scorre, con la voglia di buttarmici dentro, di correre più forte di ogni tipo di malinconia e sbalzo d’umore, assediata invece dalla necessità di riposare, di creare spazio, di fare selezioni fisiche e mentali, di lasciare il vecchio per fare posto al nuovo.

Resto ferma con gli occhi al soffitto a enumerare le cose da fare: il costume da angioletto da trovare per la recita di Natale, i libri sul comodino, le scadenze del lavoro, la macchina, le bollette, l’affitto, i regali ecologici, la lavatrice, il fasciatoio da pulire, il corredo da sistemare, imparare a usare il nuovo passeggino, prenotare il dispositivo anti-abbandono per i pezzi di me stessa che cadono, come segatura, come foglie secche, che perdo per strada, anzi chi la vede più la strada, in questa dimensione domestica in cui fatico anche a spostarmi dal divano al letto.

In questa convivenza costante, interna ed esterna, non esiste veglia che non sia torpore e non esiste sonno che non sia semplicemente un accasciarsi tra cuscini inutili con occhi chiusi.

In questa parentesi tonda, anzi tondissima, della mia vita, come scrive Paola Mastrocola, “ogni cosa che facevo era un pensiero che andava via e io non lo trovavo più, è pazzesco, tu senti a poco a poco la testa che diventa triste, si svuota lentamente, lascia il posto a una sostanza spessa, senza vita, una specie di segatura mentale”. Un liquido denso che impasta l’aria, l’aria dei pensieri, li rende indistinguibili, impossibili da tirare fuori dalla melma, da analizzare.

E allora, mi rimbocco le maniche, chiedo tempo, ritaglio a fatica angoli di silenzio e tranquillità, torno a esercitare e allenare quella sottile arte della pazienza, del tempo che assomiglia a un signore distratto, a un bambino che dorme, che aspetta solo di trovare una strada. In attesa che passi anche questa stazione, questa pioggia sottile, senza fare rumore.

Image © Gabriella Giandelli

Soundtrack: Fabrizio De André, Hotel Supramonte

Un giorno

Un giorno troverò una stanza

Virginia ci scrisse un libro intero

la affitto, la compro per davvero,

per farne biblioteca o sala danza.

 

Ci metto tutti i libri e i miei foglietti

la scrivania che non devo sistemare

sempre ingombra anche all’ora di mangiare

senza riporre tutto nei cassetti.

 

Un giorno ci metto pure il letto

a tre piazze e un solo comodino

lo voglio con un solo cassetto

ripieno di ogni tipo di spuntino

 

e se di notte ho fame, sete, dormo poco

accendo una luce grande come il sole

e non questo lumino fioco

fatto apposta per non disturbare.

 

Un giorno ritorno a cucinare

e sistemo la dispensa a modo mio

le spezie il pepe il burro il sale

faccio una torta e la mangio solo io

 

faccio la spesa solo monoporzione

metto la moka per una tazza di caffè

poi faccio yoga e meditazione

cerco di riconnettermi col sé.

 

Un giorno poi scriverò un poema

terzine a endecasillabi rimati

ogni capitolo lo dedico ad un tema

passi falsi e uomini sbagliati

 

le dame i cavalier l’arme gli amori

di storie vecchie e di vecchi rancori

di tutto quello che ho avuto tra le mani

di ciò che arriverà forse domani.

 

Un giorno diventerò famosa

scrittrice di un talento esagerato

per strada folle di lettori

fanno la fila per un libro autografato

 

finisce che smetto di lavorare

mi metto a vivere per la letteratura

mi pagano per scrivere stronzate

e finisco per odiare la scrittura.

 

Un giorno lascio anche la borsa a casa

niente telefono chiavi o fazzoletti

mani in tasca leggera per la strada

prendo il volo e finisco sopra i tetti

 

arrivo in alto libera e da sola

guardo le cose senza avere un’opinione

senza chiedere scusa o per favore

senza chiedere permesso al superiore.

 

Un giorno faccio una lunga passeggiata

e arrivo fino al bar della stazione

e se ho voglia di un poco di emozione

chiedo un biglietto però di sola andata

 

poi mi guardo nello specchio

e mi disegno un sorriso a bocca in su

butto tutto quello che va stretto

sparisco e non ritorno più.

 

Queste poche righe sono state scritte durante una notte insonne, in preda a pressioni fisiche, moltitudini che crescono e una cronica mancanza di solitudine, che resta un privilegio del corpo e dell’anima al quale m’ero fin troppo bene abituata.

 

Soundtrack: Dear Prudence, Siouxsie and the Banshees 

Image: Witchoria

 

Il sogno dell’invisibilità

Italo Calvino diceva di risiedere a Parigi come se fosse la sua casa di campagna, avendo conservato i principali interessi di lavoro tutti in Italia. I lunghi viali, l’umanità della metropolitana, i quartieri impregnati di se stessi, erano come campane di vetro, nelle quali si sentiva protetto, vivendo perennemente nel sogno dell’invisibilità, un miraggio che aveva realizzato con il suo cavaliere inesistente, voce e spirito tenuti su da una lucida armatura vuota.

Mi capita spesso di avvertire il bisogno di rileggere Calvino, ma soprattutto di riascoltarlo in un vecchio reportage televisivo, in cui si descriveva come un uomo invisibile, circondato da una metropoli indifferente, e per questo amica, “eremita a Parigi”, per ricordare il titolo di uno dei suoi libri. Mi succede soprattutto adesso, in questi mesi di transizione, in cui una nuova vita mi è esplosa tra le mani e non riesco ancora a maneggiarla bene.

Forse perché anche io vivevo a Parigi protetta dal mondo esterno, in una geografia che ormai possedevo nel pugno della mano, grazie alla metropolitana, straordinario labirinto sotto terra, con le cartine della città inutilizzate nei cassetti, in una lingua che mi faceva da strumento e da corazza, con una burocrazia che non riusciva più a mettermi i bastoni tra le ruote. Una latitudine che vivevo come se fosse la mia dimensione domestica, aggirandomi tra parchi, ludoteche e asili, tra teatri e musei, finendo la giornata a raccontare fiabe dentro una tenda da indiano.

“È delle città come dei sogni: tutto l’inimmaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra”    – Le città invisibili, Italo Calvino

Oggi, invece, ho l’impressione che il mondo mi abbia catapultato in strada, con responsabilità nuove, una vita tutta da costruire e da imparare. Oggi, che risiedo nella periferia del continente, stazione d’arrivo e capolinea dei treni, sono costretta a rimettermi al centro, a cambiare abitudini e rituali, a erigere da zero nuove corazze e nuovi ponti, ad abbandonare il mio personale sogno dell’invisibilità.

Sono finita da un giorno all’altro al centro di una vita senza più silenzi, senza più solitudine né isolamento, senza più quella distanza dal mondo, che mi consentiva di fare un punto su di me, sulla realtà esterna, sul mio domani e quello delle persone a me vicine. Sono tornata in provincia, eppure mi sembra di aver accelerato la velocità e di aver perso quella coltre di distacco che mi permetteva la libertà del pensiero. Quell’invisibilità dello spirito, che non era altri che leggerezza. Non a caso, Parigi fu per Calvino terra fertile di invenzioni narrative e, nel suo appartamento a sud della città, nella sua casa isolata nel cuore della metropoli, inventò i tratti delle sue città invisibili. Parigi, “la città dove il passato rimane a ridosso del presente”, “album del nostro inconscio”, scenario interiore, o meglio, interiorizzato, proprio perché vissuto non con gli occhi del sognatore, ma con quelli dell’uomo comune, che vi deve trovare un posto e far sopravvivere la sua vita domestica.

“La forza dell’eremita si misura non da quanto lontano è andato a stare, ma dalla poca distanza che gli basta per staccarsi dalla città, senza mai perderla di vista”.           – Il castello dei destini incrociati, Italo Calvino

È forse questo il punto d’arrivo di una nevrosi geografica durata anni, fatta di desideri pressanti d’altrove, di quell’esigenza, come diceva Calvino, di ritrovarsi isolati in un posto in grado di rendermi invisibile, insieme alla biblioteca ideale, che poi non esiste, essendo tutti i miei volumi sparsi ancora in varie residenze. Le scosse d’assestamento di un treno, che arriva forse a un primo capolinea e decide di restare a riposo per un po’.

L’esigenza di alterità e l’abitudine all’isolamento, difficili da ritrovare in una città che sembra sfarinarsi tra le dita, in cui pare strano non conoscere tutti e le storie di tutti, in una quotidianità in cui restare soli è impossibile. Una città in cui vivo lavorando da narratrice e da guida turistica e dove, paradossalmente, spesso ho l’impressione di perdermi.

E allora mi ritrovo ad avanzare, ancora una volta, costruendo ipotenuse su grigi cateti, a unire i puntini a modo mio, a trovare soluzioni, a inventarmi personali parentesi di invisibilità, senza smettere di cercare quella città a cui tende il mio viaggio, “discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla”.

Di seguito, il documentario “Italo Calvino: un uomo invisibile”, girato nel 1974 a Parigi, un mio personalissimo rifugio dai mali del mondo, quando mi piacerebbe immaginarmi seduta su quella poltrona rossa, tra i libri, di fronte alla grande vetrata del suo ufficio, a inventare città invisibili. 

 

Cover image: © Witchoria

 

L’inferno non esiste

A 95 anni, mia nonna dimenticava quasi tutto ormai. Quando andavamo a trovarla, ci chiedeva ogni cinque minuti se e cosa avessimo mangiato, se non volessimo un caffè d’orzo, per quanto tempo saremmo rimaste a casa. Il tempo era diventato una tela astratta di volti e di voci, ma quella che era stata un’infanzia povera e semplice la ricordava benissimo. E anche di quella zingara che, da piccola, le aveva letto la mano, nei vicoli del Riale. “Bello, ricco e possidente”, aveva detto, annunciandole un matrimonio fortunato con un generoso e fiero ragazzo del suo paese. E così fu. La profezia si avverò quando mia nonna Antonia, ultima di cinque figli, nata in una povera famiglia contadina, incontrò mio nonno Carmelo, imprenditore agricolo, proprietario di estesi poderi, di un frantoio, di una cantina e anche di un commercio fruttuoso di patate dirette in Germania, e si sposarono.

Era il 1946, lui era tornato dalla guerra. Lei, che aveva lasciato la scuola per occuparsi dei fratelli e lavorare in campagna, scopriva le gioie e i dolori della vita coniugale. Una vita a due che fece di mia nonna una mamma a tempo pieno, con undici gravidanze, di cui sette portate a termine, due aborti e due figli scomparsi da piccoli, e di mio nonno un uomo di campagna, che passava la giornata tra i campi, fucile in mano, cavalli al seguito e i suoi ettari di terra. “La roba”, avrebbe detto qualcuno, che, come nelle migliori novelle siciliane, non tardò a causare dissapori. Una vita fatta di risvegli tiepidi, quando ancora il cielo è buio, di sette paia di scarponcini da lucidare prima di andare a scuola, sette panierini da preparare e poi il pranzo e la cena per nove, ogni giorno, senza soluzione di continuità. E poi la malattia del nonno, che la portò in treno, in carrozza, negli ospedali di città, per la prima volta fuori dai confini di Matino. La malattia, quella che ti illude che è finita, per poi ricominciare, riprenderti, fino a portarti via con sé.

Mio nonno morì una settimana prima della mia nascita. Lui, l’ho conosciuto solo in fotografia, come quella che lo ritrae in divisa da militare, appesa con orgoglio nel salotto, o quella in campagna con il fucile sulla spalla, dai racconti di mia madre e dei miei zii, episodi che lo vedevano arrabbiato, severo, inflessibile, pronto a insegnare le buone maniere a colpi di cintura. Una volta l’ho intravisto nelle lacrime di mia nonna, durante la messa a suffragio della Madonna del Carmine nella cappella vicino alla nostra campagna, al Pontuso. Antonia Potenza era nata il 14 aprile del 1920. Contadina, spalle forti e spirito inaffondabile, per nascita e per vocazione. Finché il destino non la condusse nel podere di mio nonno. Che la scelse e la sposò. Andarono a vivere in via Roma, l’arteria principale di Matino.

Nell’immediato dopoguerra, erano tra i pochi a possedere elettricità, acqua corrente e, soprattutto, qualcosa da portare sempre in tavola. Abituata a cucinare con poco, a riciclare calzini, canottiere, abiti e mandare avanti una famiglia e una casa da sola, mia nonna conobbe l’aiuto, quello remunerato. C’era Settimio, che la aiutava a spaccare e portare la legna a casa, la comare Sara che la aiutava a recuperare i bambini a scuola e a stirare. Un ricevere improvviso, quasi ingiustificato, al quale rispose con la sola cosa che sapeva fare: dare. Quando era pronto il pane, sparpagliava i figli per portare le pagnottelle calde ai vicini. Da casa, ci si congedava sempre a mani piene, con una bottiglia di vino o di olio, con una bisaccia di ceci arrostiti, con un sacco di farina. C’era sempre pronto un paniere, un maglioncino, un chilo di carne, il pesce fresco, le cassette di verdura, le babbucce di lana fatte a mano, da dare “più avanti”. Come se avesse voluto tendere la mano ai suoi genitori, alla famiglia umile, per ringraziare la vita che le aveva fatto conoscere la ricchezza e le aveva salvaguardato l’anima. Mia nonna l’ho conosciuta vedova, in una grande casa ormai quasi vuota. La mattina, anche senza la sveglia, era in piedi alle sei, davanti alle braci ancora calde dalla notte. Pantofole, calze di nylon, vestito a fantasia e un grembiule. Qualche mollettina nei capelli, o la retina da mettere mentre impastava. Ci rimaneva male se rifiutavamo un biscotto, un caffè o una tazza di latte.

La gioia di vivere – Ph. Paola Nicoletti

Aveva portato su nove vite, compresa quella di mio nonno e la sua, e non era ancora stanca. Prendersi cura degli altri era diventato naturale, come il respiro. Nelle sue stanze, uno stuolo di nipoti e pronipoti, il profumo del sugo di carne, il camino sempre acceso fino a maggio inoltrato. Quell’odore di talco, di legna che si lascia consumare lentamente dal fuoco, di mobili antichi. C’erano i pomodori di penda appesi alle scale che portavano alla terrazza, c’era la pila con le bottiglie di salsa messe a dormire, i vasetti di conserva “mara”, i fichi con le mandorle, i legumi e le cassette di legna con i finocchi e le cicorie. C’era il balcone, con le tinozze riempite di terra, con la menta profumata, il rosmarino e il basilico. C’erano le scatole di biscotti Atene della Doria, e poi decine e decine di rotoli di carta spiegazzati, con le ricette, i proverbi, i modi di dire, annotati in quella scrittura sghemba e sgrammaticata che da piccola ero contenta di saper decifrare senza sforzo. Il salone, un affresco gigantesco di un’altra epoca, con gli amari in bella vista accanto al tavolo pronti per essere serviti, i divani damascati, le innumerevoli bomboniere di cristallo. Qui, dietro la tenda bianca, ci sedevamo a indovinare il colore della prossima macchina che sarebbe passata da sotto la terrazza. Qui, un pomeriggio, guardando oltre la finestra, sottovoce, mi confidò un segreto: “l’inferno non esiste”.

Poi la cameretta, con i tre lettini, tra cui il suo, piccolino e addossato al muro, con un santino e un bicchiere d’acqua sul comodino. E in fondo, la camera da letto matrimoniale, un tempio addormentato, il letto sul quale non ho mai osato nemmeno salire o appoggiarmi, la toeletta all’antica con la pettinessa e il catino dell’acqua, gli armadi di legno scuro e, come squarci temporali, i sorrisi dei nipoti incorniciati e appesi al muro. Qui ormai ci si entrava solo per pulire, per spolverare, raramente si accoglieva qualche ospite. Io non c’entravo mai da sola, perché pensavo che il nonno mi guardasse da qualche parte, e mi sorprendesse a curiosare, per spiare di nascosto questa nipotina che non aveva mai conosciuto. C’era lei, che dalla sua casa non si voleva mai separare. Durante i pranzi di Natale, consumata la prima fetta di panettone, cominciava già a guardare l’orologio, ad alzarsi in piedi, a individuare con gli occhi il cappotto. Poi, si avvicinava a noi piccolini, uno alla volta e ci metteva in mano diecimila lire. La stessa cifra per ogni nipote. E la stessa raccomandazione: “non dire niente a nessuno, che a te ho dato più di tutti”.

Solo una volta mi ricordo d’averla vista ammalata. Era allungata sul letto, in pieno giorno. Mi accorsi improvvisamente che aveva i capelli bianchi. Rideva, ci prendeva in giro, faceva finta di alzarsi per farci spaventare. Mi sono seduta sul comodino, accanto a lei. Mi ha preso la mano e mi ha chiesto se mi fossi trovata un fidanzato. “Di Matino, mi raccomando, al massimo di Lecce”, che a lei l’Altitalia aveva rubato tre figli. E non mi dovevo sposare, ma restare signorina. Che quando ti sposi, diventano tutti “e stirami la camicia” e “non mi piace sto piatto”. La prima donna moderna della mia vita. Seduta vicino la finestra della cucina, accanto alla borsa dei gomitoli, non riusciva più a scendere le scale, ma continuava a confezionare scarpette di lana per i nuovi nati del quartiere, a mettere la pignatta sul fuoco. A preparare i pupi di patate e inviarli per posta a mio zio, residente in suolo veneto. Mia nonna è morta tre anni fa. Mi piace pensare che sia lei a mettermi una mano sulla testa quando scelgo di rimboccarmi le maniche, quando trovo nel mettere in moto le mani la consolazione alle ingiustizie di un’esistenza qualsiasi. Quando sento il profumo di talco e di menta fresca. Quando mi ricordo che l’inferno non esiste.

Ciao nonna.

Questo racconto è stato selezionato nell’edizione 2019 del concorso di scrittura “Matino in Rosa: Storie di vita al femminile” organizzato dalla Commissione per le Pari Opportunità del Comune di Matino. 

 

L’avvento

“Il luogo ideale per me è quello in cui è più naturale vivere da straniero”. Lo scriveva Italo Calvino, come una professione di fede, una vocazione all’alterità che lo condusse, oltre a perdersi nei meandri della letteratura e nei tanti e verdeggianti sentieri dei boschi narrativi, anche tra le strade di Parigi, città che lo accolse nel suo spleen e che elesse a seconda patria.

A pochi giorni dalla mia partenza dalla Francia, che coincide fortuitamente con la fine dell’anno, mi risparmio i bilanci, le liste, le cose fatte e i desideri ancora da realizzare. Metto in un cassetto i biglietti della metropolitana, l’abbonamento ai mezzi, la cartina della città, ormai inutilizzata da anni. Lascio da parte la voglia di camminare, disperdendomi in inevitabili compiti burocratici, il lavorio quotidiano, gli armadi da svuotare, le ultime lettere da inviare. Occupo la mente, costruisco piste di treni e torri altissime, racconto storie su mondi inventati, sforno torte alla cannella e soffio sulle bolle di sapone.

Mi rinchiudo in casa, perché ho paura di volare via anche solo aprendo la finestra. Correre verso la linea 6 della metropolitana, quella che passa dalla Tour Eiffel, e che mi portava a casa otto anni fa. Una folata di vento e mi ritrovo affacciata al Pont Neuf, con improbabili compagnie. Una nuvola passeggera e ritorno sulle gradinate di Montmartre, gli occhi chiusi, la musica sparata nelle orecchie, con un raggio di sole sulla faccia. Gli infiniti sipari di velluto rosso, gli scherni di Chagall, il cielo che si colora di rosa all’imbrunire nelle sere d’estate, la cupola della Sorbona e i suoi anfiteatri stanchi, gli alberghi che coprono i tramonti, i ristoranti annoiati e le loro cucine, i segreti che ho scritto sui tavolini dei caffè di Belleville, un appartamento all’ultimo piano dietro la Bastiglia, la gentilezza degli sconosciuti, la Basilica che esplode quando giro l’angolo e torno a casa. Tutta una vita nello zainetto, in un viaggio durato anni, domicili abbandonati ogni mese, indirizzi sempre nuovi, il solito caffè ordinato a un bar sempre diverso.

Imparare a diventare grandi in una lingua che non è la mia, il primo contratto di lavoro, un atto di nascita da firmare, lettere d’amore scritte con il dizionario, in un francese che mi è rimasto incollato al palato e che filtra i pensieri e la fantasia. La stazione della gare du Nord, dove tutto è cominciato e dove oggi tutto finisce.

Qui “dove anche le rondini si fermano il meno possibile, qui dove tutto mi sembra indimenticabile”.

Chiudo tutto in una scatola, insieme ai libri, ai giocattoli e ai quaderni. Le lacrime, la solitudine, la voglia di farcela, la voglia di scappare, i detriti e le pietre preziose di una città che mi ha trapassato come una lancia e mi ha restituito alla vita, diversa. Lascio a Parigi i sogni e le illusioni, i miei ventidue anni, le fughe e l’incapacità di restare ferma e aspettare che il vento cambi. Porto con me nelle tasche la libertà di sentirmi straniera anche dove sono nata, l’abilità di provare meraviglia per i luoghi della vita, la forza di fermarmi e lasciar passare la tempesta. I miei trent’anni e la voglia finalmente di riporre le valigie nell’armadio e scrivere il mio nome sulla cassetta delle lettere.

Lascio Parigi con un arrivederci, dicendole una bugia.

Faccio in silenzio e in punta di piedi i preparativi per la prossima vita. Lascio andare quello che è stato, senza nostalgia e senza emozioni in esubero. Chiudo la valigia e sbatto la porta.

Migrazioni interne, o internazionali. Alla fine, poco cambia.

Soundtrack: 40 KM, Le Luci della Centrale Elettrica

Images: Laurent Chéhère

 

Lo scontro quotidiano

Ormai una decina d’anni fa, scrissi il mio primo post su un blog. “Il vento cattivo” non era ancora nato, ma al suo posto c’era “Lo scontro quotidiano“, uno spazio tutto dedicato ai fumetti o, come si chiamano adesso, alle graphic novel, nato durante i primi mesi a Parigi, dove le librerie dedicate ai comics sono un universo a parte e molti fumetti si trovano nel reparto letteratura.

Il titolo è la traduzione di una storia su quattro tomi di Manu Larcenet, ormai illustre fumettista francese, che nel suo “scontro” racconta un tormento personale, quello di Marco, ex reporter di guerra assediato dall’angoscia e dagli attacchi di panico, ma anche il rimosso e il travaglio di un paese in cui sta rifacendo capolino l’oscurantismo di Le Pen e non tanto antichi principi nazionalisti. La versione originale, “Le combat ordinaire”, forse rende ancora di più il senso di quello che mi sembra di vivere in questi giorni. Una lotta che più che quotidiana è ordinaria, normalizzata, necessaria.

Fa freddo. E non solo perché, dopo un’inaspettata lunghissima estate, Parigi è stata spazzata via da raffiche di freddo glaciale. Non solo perché in Italia i paesini del Salento cadono a pezzi sotto i nubifragi e le alluvioni. Fa freddo, dentro. Nelle ossa. Nella testa. Anche qui nel mio appartamento in città, dove il puntuale ed efficace riscaldamento automatico è già in moto dai primi di ottobre.

fuocoartificio

Tra i miei buoni propositi d’autunno, c’era quello di ritrovare una certa empatia che pensavo aver perso. I come e i perché li racconterò in un’altra storia, ma i risultati non si sono fatti aspettare. Sento su di me anche la solitudine dei sassi. Non so se è un bene ma a volte mi sembra di percepire la rotazione della terra. Mi sento sulle spalle tutta l’ingiustizia del mondo. Quando mi affaccio metaforicamente dalla mia finestra, guardo le informazioni, assisto all’ennesimo episodio di violenza, mi sento coinvolta, ferita. Soffro regolarmente di insonnia, non capisco più in che direzione va questo pianeta. E io con lui.

Qualche tempo fa lessi un articolo di Marina Petrillo, sul suo bel blog Alaska. Il titolo è Il Grande Rancore. Proverò a riassumerne qualche concetto, ma vale la pena prendere cinque minuti per leggerlo e sentirsi meno soli nel mondo. Qui uno stralcio:

Un giorno mi sono svegliata e il rancoroso era ovunque. È al bar, è sul tram, e non c’è inibizione sociale o principio di educazione civica che lo trattenga. Gli piace l’ordine ma non si ferma sulle strisce pedonali, è il commentatore seriale pieno d’odio e frustrazione, l’aspirante vigilante di quartiere. Prova un senso di ingiustizia ma non dà mai la colpa ai veri potenti – che invece invidia e cerca di imitare.

Il rancoroso – come la signora con le perle al collo e gli ori alle dita che sul tram ho sentito pronunciare il fatidico “vengono qui a rubarci il lavoro” – è raramente un vero spodestato, ma più spesso un deluso; ha perso del tutto contezza dei propri piccoli privilegi ed è convinto di essere assediato da qualcun altro – il senzatetto, il “negro”, il forestiero, per non parlare dei “rompipalle che li difendono”.

Il desiderio d’ordine del rancoroso è uno specchio del disordine che percepisce dentro di sé. Il rancoroso confonde i diritti con la capacità di consumo, percepisce chiaramente che c’è qualcosa che non va, che gli hanno venduto una fregatura (il televisore gigante, il Suv, il figlio all’università, la villetta con le telecamere, il rottweiler, la fabbrichetta, le tasse, il centro commerciale, la mentalità vincente, il lifting, e in genere il comprare come protezione da ogni cosa), ma non sapendo con chi prendersela – e annaspando in cerca di un mondo che in realtà non è mai esistito – nel dubbio se la prende con te.

Petrillo parla del fenomeno dell’erosione della cultura, descrivendone in poche righe i tratti comuni, tracciandone l’evoluzione (o involuzione) sociale e cronologica, che ha portato alla perdita di quello strumento che ci permetteva di collegare i fatti, comprenderne le cause, chiederci il perché delle cose. La cultura, che “tiene insieme memoria e presente” e che ci consente di esprimerci pienamente e nel rispetto di ogni forma vivente. Basta aprire un giornale, mettere un piede su Facebook, leggere malauguratamente qualche scriteriato commento, per rendersi conto di come tutto ciò sia diventato inevitabilmente minoritario.

 

fate

Non solo. Oltre ai conati di rabbia dell’umanità intera, ci sono le tragedie, quelle dell’umano e quelle della natura, a ricordarci, qualora non ce lo fossimo “segnato” da qualche parte, che non siamo imperituri. Che dall’altra parte del mondo, la vita non è un bene di prima necessità.

Mentre cerchiamo di andare avanti con le nostre giornate, ci interpella di continuo la povertà di qualcun altro, la disperazione che spinge ad attraversare il mare anche a prezzo della vita, la vastità dei mondi più poveri del nostro, l’effetto delle scelte dei nostri governi sulla vita di persone in altri paesi, l’abisso dell’ingiustizia sociale, le emergenze climatiche, le iniquità del mercato, l’ansia della competizione, i bambini degli altri, i guai degli altri, gli attentati che colpiscono gli altri.

Per me, l’ultima volta è stata sabato sera, guardando un documentario sulla salute del nostro pianeta, sulla discarica a cielo aperto che è diventato il Bangladesh, sull’inizio della sesta estinzione di massa nell’indifferenza generale. Non ho chiuso occhio per tutta la notte. E di fronte a quello che Petrillo chiama “Il Grande Rancore”, che sia quello dell’umanità o della natura, ho scoperto di non sapere esattamente come reagire. Ho tentato la fuga, con goffe e brevissime evasioni dai social. Ho ceduto anche io alla tentazione dell’attivismo da tastiera, pensando di cambiare il mondo rispondendo a un commento. Spesso, mi sono messa sotto le coperte e ho pianto. Lei ha descritto tutto questo così e io non potrei scriverlo meglio:

ho scoperto che ho un limite. Non posso gestire, elaborare, processare più di una certa quantità di informazioni al giorno – soprattutto se contengono sofferenza, morte, sangue, ingiustizia, sopruso – senza perdere la lucidità, la calma, e in fin dei conti, la capacità di comprenderle e di inserirle in un sistema di collegamenti, senza la quale le informazioni non servono a niente, né a me né agli altri.

Allora, ho eretto anche io le mie protezioni del cuore, quelli che chiamo piccoli atti di resistenza quotidiana, il mio “combat ordinaire”, che, per quanto mi riguarda, avviene soprattutto IRL, ovvero off-line, a schermi spenti. Li ho buttati giù, in una sorta di piano di battaglia, mentre seguivo una lezione poco avvincente sulle tecniche di narrazione del marketing (chi mi conosce sa che sono allergica alle pubblicità, ho tre AdBlock sul computer e nessuna televisione blaterante in casa).

albero

E allora, eccole qui, le mie modeste tattiche di contrattacco, minute, semplici, attuabili anche con poche risorse, con l’ambizioso obiettivo di “restare umani”:

  • abolire il multitasking: per una poderosa dissertazione sul tema rimando al bell’articolo pubblicato su  Soft Revolution, io mi limito a non consultare il telefono quando cammino (salvo emergenza), togliere gli auricolari e smettere di fare altro quando mi chiama un’amica, restando semplicemente ad ascoltare; concentrarmi su quello che dico e faccio, cercare di vivere nel presente
  • parlare con gli sconosciuti: non sono molto dotata per il cosiddetto “small talk”, l’arte della conversazione spicciola, per discettare del tempo in ascensore, ma non ho paura se qualcuno si avvicina a me per strada. Mi fermo e lo ascolto: se posso lo aiuto, se non posso rispondo educatamente e vado avanti. “Mi dispiace, non ho soldi con me” o ancora “sono di fretta, per oggi non posso” sono sempre meglio che tirare avanti, senza neanche girarsi a guardare. L’indifferenza fa sempre male, anche a chi ci è abituato
  • rinunciare all’overdose di notizie: ho selezionato accuratamente newsletter e fonti neutre e affidabili, cerco di informarmi leggendo anche gli articoli, non solo i titoli ed evito di cliccare sulla cascata di post della mia bacheca su fb
  • i commenti sono il MALE: evito di leggerli, di commentare, di rispondere, di reagire con emoticon, li ignoro più che posso, perché aprono uno spaccato umano con cui non riesco a interagire
  • finanziare e sostenere la piccola editoria (sì, sono un po’ di parte ma tant’è): quando ero piccolina, al primo anno di università, pensavo che se non fossi andata a vivere a Parigi, sarei sicuramente andata a Portland. Non so il perché ma ero innamorata dell’idea di questa città sull’oceano nell’Oregon, dall’altra parte del mondo. Ero anche sostenitrice, con le mie modeste finanze, di una rivista locale: stampa radicale e femminista, The Bitch Magazine, detto il titolo, non c’è bisogno di aggiungere altro. Sono tornata tra i suoi lettori, tra i suoi sostenitori, perché in tempi oscuri come questi, c’è bisogno di ascoltare le donne un po’ di più e dare loro voce. Un motivo in più? Articoli interessanti, grafica user-friendly, etica di ferro: di recente hanno anche detto di no a una offerta di sponsor dalla Coca Cola.
  • non seguire più i miei amici: ovvero, ho preso in prestito il trucchetto di una preziosa conoscenza e anche io ho smesso di seguire la maggior parte dei miei contatti su Facebook e… che dire? si vive meglio senza le foto delle vacanze, i post arrabbiati contro il meteo, i video improbabili, le gif, i servizi del matrimonio, gli sproloqui pseudo-politici e i reportage su infelici exploit culinari.
  • avere speranza: un’amica mi ha detto un giorno “a volte l’unico modo per eliminare qualcuno è guardarlo all’opera”. Oggi mi sono svegliata con un fascistoide impazzito eletto in Brasile, che in confronto Trump sembra un gentleman. In Italia, la società va a rotoli, in Francia, la faccia pulita di Macron non è sufficiente per far dimenticare le scelte ultra-liberiste, i tagli alle associazioni d’integrazione sociale, la completa mancanza di provvedimenti sull’ambiente. Forse siamo solo in un periodo nero della storia, viviamo un’alternanza che rientra nell’ordine naturale delle cose, e forse ha il merito di mostrarci concretamente quello che, passati questi lunghissimi e durissimi quattro anni, speriamo non accada più.

Coltivare umanità, lentezza, silenzio, ascoltare prima di rispondere, informarsi prima di parlare. Cercare di fare, e di fare bene. In un libro che ho letto di recente, si diceva che “il bene è contagioso” e, creandone ogni giorno, “magari il mondo si aggiusta un pochettino”. E se fosse davvero così semplice?

Soundtrack: Pink Moon, Nick Drake

Foto: Ellie Davies

Diventare grandi

A Chiara, Mino e Lucia, 

i bambini della spiaggia di Baia Verde

Andare al mare senza farsi il bagno. Cucinare “di più” e congelare le porzioni. Tenere sempre i fazzoletti nella borsa. Avere voglia di legumi. Diventare una di quelle mamme che dicono “se non la smetti ce ne andiamo a casa”. Perdere la fiducia nell’amore. Andare a letto presto la sera. Non so quale azione, esigenza, vizio, mi abbia fatto capire che forse sono diventata grande. M’aspettavo di guardarmi un giorno allo specchio e scoprire che non sono più quella di una volta. O forse sarebbe stata una lucida constatazione, che m’avrebbe impregnato giorno dopo giorno, di una consapevolezza nuova.

Dopo incalcolabili traslochi, tre asili cambiati, lavori che vanno e vengono, ho capito di essere diventata grande quando non ho potuto più sottrarmi all’obbligo della reperibilità. All’obbligo del telefono sempre acceso, tenuto accanto. Un obbligo che è diventata anche una pessima abitudine, o viceversa. Potrebbe chiamare la scuola, o il primo lavoro, o il secondo lavoro, o gli inquilini di casa, o il proprietario dell’altra casa, e poi l’idraulico, l’amministratrice del condominio. E poi i messaggi di quelli a cui hai dimenticato di rispondere, di quelli a cui non hai mandato un cuore o uno smile, di quelli che ti chiedono perché non hai chiesto come stavano. E poi i commenti da moderare, i post da approvare, gli aggiornamenti sugli articoli da inserire in tempo reale. E, in ultimo, il vizio di “controllare” il telefono.

mail

Qualche anno fa me ne andavo per le strade di Milano appesantita solo da uno zainetto sulle spalle. A volte lasciavo di proposito il telefono a casa, per sentirmi più libera e leggera. Anzi, avevo anche accantonato nell’armadio tutte le borse. Avevo solo un cappotto rosso, e nelle tasche una banconota da dieci euro e le chiavi di casa, che cambiavano ogni tre mesi. Ecco, questo è un lusso della gioventù e io penso di averlo perso.

Ho cominciato a sentirmi a mio agio e tranquilla solo nelle prime ore del mattino o nottetempo, quando posso leggere senza essere interrotta, quando sono sicura che il cellulare non squillerà per un messaggio, una richiesta, un’ennesima perdita di tempo. Ho avuto un attimo di vertigine quando ho preso la scheda nuova, un numero sconosciuto al mondo intero, ma sono bastati pochi secondi per capire che le notifiche mi avrebbero trovato in ogni dove. E che io mi sarei lasciata trovare.

E allora ho cominciato ad apprezzare le traversate in macchina, quelle dove a guardarmi c’erano solo i fiori perplessi, attaccati al ciglio di una rotatoria, le gazze ladre appollaiate sui rami abbrustoliti, e la musica alta, altissima, per coprire ogni rumore di fondo e asciugare le lacrime, come quando avevo 18 anni.

volo

Ma soprattutto, il tempo passato al parco o in spiaggia, solo con i bambini, piccole parentesi di pace riservate agli umani non più alti di 1 metro e 50, che mi hanno gentilmente ammesso nei loro fiabeschi circoli di giochi. Ecco i momenti più belli di quest’estate sono stati quelli dove ho guardato il cielo distesa su uno scivolo, quelli passati a svuotare il mare con un secchiello o a fare una buca, quelli trascorsi insieme a Mino e a Chiara sulla spiaggia di Baia Verde, a costruire per tre quarti d’ora la montagna di sabbia più grande del mondo, solo perché la loro sorellina Lucia potesse distruggerla con un calcio in un secondo. I pomeriggi nei parchi desolati della Lecce agostana, con Émile, ad annusare i fiori e accarezzare i cavallucci di metallo ipnotizzati dal caldo. Con il mondo lontano, rinchiuso dentro ad un telefono, a riempirsi di sabbia in una borsa, sotto il sole.

Ho cercato di regalare ai bambini l’unica cosa di cui hanno bisogno, il tempo e l’attenzione, e loro in cambio mi hanno insegnato tanto: che si chiama scivolo, ma oltre che a scivolare, sullo scivolo ci si può arrampicare, giocare a nascondino e anche coricarsi per guardare le stelle; che dire una bugia a un bambino è un peccato mortale; che è buona educazione dire arrivederci alle dita dei piedi prima di infilare i calzini; che “dopo”, “poi”, “tra poco”, “domani” sono parole vere e che “se una cosa la facciamo domani”, domani quella cosa si deve fare. E poi che il tempo è prezioso, ma si può anche passare un’ora a guardare un filo d’erba, o a costruire un castello di sabbia da distruggere in un secondo con un bel calcio. Che se qualcuno ti dice di non gridare, gridando, allora non merita di essere creduto. Che provare a fare le cose da soli, in autonomia, è un diritto, a tutte le età. E soprattutto che se ci si fa tutta la strada legati a un seggiolino per andare al parco, e poi al parco non si può correre, non si può sudare, non ci si può sporcare, non si possono mettere i piedi nelle pozzanghere d’acqua e le mani nella terra, la vita ha talmente poco senso che abbiamo tutto il diritto di pestare i piedi, di urlare e di piangere. E che restare con loro è il modo migliore per non diventare mai grandi.

Acquarelli © Alessandro Sanna

Soundtrack: Una storia del mare, Dimartino feat. Francesco Bianconi

Ci vuole un fiore

Due anni. Duecentocinquantamila bottoncini a pressione. Circa quattrocento notti bianche che non torneranno più. Una ventina di calzini spaiati, le ginocchia sbucciate e le dita rigate dai pastelli. Ti prendo per la mano e corri via. Vuoi fare da solo, scoprire, farti male, sbagliare, sbattere la testa e piangere. E alla fine, continuare a riprovare. E io resto dietro a guardare, senza interrompere. Sbagliare, finire contro un muro e ritornarci è quello che faccio sempre anche io.

Le cose che tu mi hai insegnato, invece, non le conto più. Far scivolare il tempo tra le mani, seduti a terra a guardare una formica. Inventare un alfabeto altro, parole nuove. Sentire la felicità, stesi a terra a guardare il soffitto, mangiando un biscotto. Mi hai insegnato che esistono abissi di paura e che, se guardi bene, in fondo, c’è una risata. Che non ci si conosce mai per intero. E che esiste un tempo parallelo, che non è il tempo degli uomini, ma quello dell’amore ché, se mi stringi la mano, basta un minuto a far passare il mal di pancia di giorni interi, il nodo in gola di tutta una notte.

vedere insieme
una forma
deposta sul fondo

la forma del niente
o quella di un antico insetto
il primo che vide la terra

forse la nostra voce
viene dalle sue ali
il vuoto dal suo cuore spento

mentre tu mi prendi la mano
e mi porti nel punto più buio di tematerassi

 

 

 

 

 

 

Due anni di meraviglia, di stupore, di frustrazioni acerbe e dubbi che tornano a fare visita di notte. Tu, invece, ti addormenti sereno sulla mia spalla, sicuro che se la vita non ha sogni, io ce li ho e te li do, tutti. Tu, così piccolo che mi insegni ad avere fiducia, a seguire l’istinto, a continuare a vivere a modo mio, a credere in quello che sono, ad amare quello che faccio e io che mi ritrovo a inseguire i sogni, a sbattere la testa ancora più forte, a correre dietro a un battito di cuore, a vivere il più possibile, perché tu un giorno sia fiero di me.

Émile, anima antica, che tutto comprende e tutto perdona. L’unico che rimette ogni debito e non conosce il peccato. Il solo che indovina quando ho detto una bugia. Che mi accarezza i capelli quando piango e non mi dice mai di smetterla. Emile, che ancora non parli, che hai un mondo in potenza che sta per esplodere, sulla punta delle tue labbra, e sei l’unico a saper chiedere scusa. Tu che hai poteri magici e neanche lo sai. Che fai volare i gabbiani attaccati alle pagine del libro. Che spaventi la tristezza con un bacio e schiacci la malinconia con un ditino. Che hai sulle spalle la saggezza sconosciuta dell’universo e corri leggero. Insegui le formiche e le saluti prima di andare via. Per te, che per fare tutto ci vuole un fiore.

 

L’amore che ci diamo
ci avvicina alle montagne
agli animali
agli sconosciuti che di notte
ci stringono la mano.

Pensare che Dio ti abbia detto qualcosa
che non ha mai detto a nessuno.
Pensare che tu mi cerchi
per non farmi credere più a niente
che non sia sconfinato.

Buon compleanno, piccola grande vita.

Soundtrack: Piazza Grande, Lucio Dalla 

Poesie di Franco Arminio.

Immagini di Julie Morstad.