California Diaries

Poco più di dieci anni fa, nell’autunno del 2015, ho trascorso un mese in California, a Los Angeles. Sarei dovuta restarci tre mesi ma la vita ha deciso diversamente. Ho ritrovato qualche pagina di diario scritta in quelle settimane, c’è dentro qualche aneddoto divertente, da una lettura di tarocchi alle incredibili strade americane, e anche un coyote.

3 ottobre

Scendo dall’aereo, per me sono le undici di sera. Qui è pieno giorno. La mia prima palma la scorgo dal finestrino della navetta che dall’aeroporto mi porta a casa. Una navetta che divido con due altri viaggiatori, diretti a Pasadena. L’autista è messicano, faccia scura, baffi, occhi dolcissimi, vestito di blu. Mette in moto e afferra una mela con la mano destra. Gli dà un morso. Deve averla iniziata stamattina. Ho l’impressione che viva nella navetta. Accanto al suo sedile, ci sono un cestino con dentro buste vuote di Fritos, ricevute, scontrini, una cartella, rosari in osso, una statuetta religiosa, volantini pubblicitari di Senora Carolina, veggente imbattibile per amore, fortuna e denaro, due cagnolini di peluche, che implorano perché scendendo dalla navetta non ci si dimentichi della mancia al padrone.

Arrivo a casa, aggiungo tre dollari alla tariffa ordinaria e saluto. L’appartamento è su Foothill Boulevard, tra le strade principali di Monrovia. La prima stanza è una gigantesca sala riunioni, con tanto di bandiera americana. Lascio a terra le valigie. C’è odore di chiuso. Non ci sono le lenzuola. Il supermercato più vicino è a venti minuti a piedi. Zaino in spalla, mi c’incammino. Le strade sono gigantesche e deserte, fatta eccezione per le macchine che le percorrono senza sosta. Io non faccio altro che guardare dentro le case. Sono tutte delle villette basse, con un portico e il giardino, infestate dalle decorazioni per Halloween, ragnatele, teschi, fantasmi. 

Non so perché una tristezza senza senso comincia ad assediarmi. Era da tempo che non mi ritrovavo completamente da sola, così lontano da casa, qualsiasi cosa, spazio, persona, questa rappresenti. Non ci ero più tanto abituata. Disperata mi affaccio alla porta di Alitalia pizzeria. Qui Ray, il proprietario, e il suo amico Frankie, mi accolgono come un’amica. Frank mi offre una bottiglia d’acqua e mi dà un passaggio fino al supermercato. Entra con me, mi spiega come individuare le riduzioni, mi procura una tessera e mi dà il suo numero di telefono, precisando più volte che vive da solo, in una casa con tre camere da letto, non ha moglie e sarebbe felicissimo di potersi rendere utile durante il mio soggiorno in America. Thank you, Frankie!

In serata, mi aggiro come una ladra nell’appartamento, cerco di distribuire le mie cose in ogni angolo per creare un’atmosfera familiare. Per fortuna ho nove ore di fuso orario sulle spalle e mi addormento sfinita alle dieci. 

4 ottobre

Mi piacerebbe un reportage sulle differenti forme di spiritualità in California, o almeno nella microscopica comunità dove vivo. Entro nella chiesa metodista, un edificio gigantesco color rosa confetto, che si allunga su una traversa di Myrtle Avenue. All’interno, volantini con il numero verde da chiamare in caso di solitudine e paura, pubblicità legate alle attività della parrocchia e, nella sala grande, uno sparuto gruppo di bambini, quasi tutti di colore, cantano e ballano, sulle note di una canzone della quale colgo solo una frase, ripetuta almeno dieci volte in pochi minuti, “I will trust you”. Pochi isolati, dopo, nella prima chiesa battista della città, un banco attende all’entrata, con l’orario della messa, il nome del passo della Bibbia che sarà letto durante la cerimonia e un sapone disinfettante per le mani. 

Lungo Olive street, di fronte all’antica stazione di rifornimento della Route 66, una chiesa dedicata alla Vergine. Due donne, visibilmente latine, mi accolgono con un Buenos Dias e un Bienvenida. Si aspetta l’inizio della messa. Lungo la strada per Pavillions, un appartamento dove leggono i tarocchi. Dalla finestra si scorgono solo due statue gigantesche della Vergine. Voglio andarci. Ancora una volta, strade deserte. Di tanto in tanto scorgo un segnale, che indica la presenza di una sorta di ronde del vicinato, pronte a segnalare alla polizia locale ogni comportamento sospetto. In qualità di unica passante, che inoltre continua a curiosare dentro ogni portico, mi aspetto di essere segnalata quanto prima. 

Stato d’animo altalenante. Nostalgia. Continua sensazione di voler essere altrove in ogni posto in cui mi ritrovi ad approdare. A causa della pioggia, mi rifugio nel museo della città di Monrovia. È una piccola miniera del tesoro. Scopro che il celebre Uncle Sam della Prima Guerra Mondiale risiedeva proprio a Monrovia, che gli orsi bruni sono tra le icone della città, che da qui passava la Route 66 e la mia guida, Mark, mi informa anche sugli incontri con i nativi americani ancora presenti in città. Riflessione sull’idea di “tassa emozionale”. 

Lemon street, Olive street, Lime street. Le case sono una diversa dall’altra. Assi di legno, un portico accessibile da un paio di gradini, alcune hanno i cactus in giardino. Gli acchiappasogni appesi alle finestre, i fiori, le sedie a dondolo, i cuscini, il barbecue, le girandole nei vasi, le lanterne. Un paradiso. “Il rifugio per i meno competitivi”, scriveva Bret Easton Ellis, “the minor leagues”. 

5 ottobre

Finalmente ho una bici! Per tutta la giornata non vedo l’ora di finire al lavoro per andare a esplorare il paese. Finisco al Memorial Park, il cimitero di Monrovia. È un giardino meraviglioso, le tombe sono quasi tutte piatte a terra e si ha l’impressione di passeggiare nel verde, è talmente grande che posso entrarci in bici. Scacciapensieri appesi agli alberi. A un certo punto, scorgo un coyote. È un sogno. Il 31 ottobre faranno una festa per il dias de los muertos. Spero di potervi venire.

6 ottobre

Secondo giorno di lavoro. Colloquio deludente con il principale. Devo riprendermi con una passeggiata di almeno due ore. Pioggia. Caffè americano. Prenoto una lezione di yoga. Voglia di tornare a casa. Dove? Lavoro fino a tardi e flirt vari.

Decido di uscire con uno di loro. Ho bisogno di distrarmi. Si chiama Danny. Ha un volto carino, l’unico a non essere stato un maiale sin dal primo approccio. Ci scambiamo indirizzo e numero di telefono e alle 7 di sera passa a prendermi in macchina. Un leggero timore di potermi mettere nei pasticci mi attraversa qualche secondo prima di aprire lo sportello. Quando lo richiudo dietro di me, penso che ormai è fatta. Spero che non mi ritroveranno a pezzi in un bagagliaio.

7 ottobre

Ieri sono tornata a casa tutta intera. Danny è originario della Virginia, ha capito subito che non avevo nessuna idea della topografia del paese e, amabilmente, ha deciso lui di portarmi ad Highland Park, antico quartiere messicano e spagnolo. Ha fatto una deviazione per percorrere una strada panoramica, una di quelle in altezza che ti fanno scorgere l’oceano. Noto l’assenza di palazzi e grattacieli. Mi spiega che Los Angeles, e tutta la sua enorme periferia, si sviluppano in larghezza, raggiungendo un’estensione straordinaria. Arriviamo in una sorta di “via dei pub”. C’era una canzone dei Cure, buon segno, mi sono detta. Prendiamo una birra artigianale, che lui sembra apprezzare moltissimo, io bevo senza particolari entusiasmi. Sarà la stanchezza, gli strascichi del fuso orario, la musica e il clamore in generale ma non riesco ad afferrare tutto quello che dice. È molto affascinato dal mio essere italiana, effettivamente io per lui vengo proprio dall’altra parte del mondo e devo rappresentare un esotismo non indifferente.

Tra tutto quello che mi racconta, una cosa l’ho capita benissimo: che Los Angeles puzza di sogni infranti e di illusioni perdute. Mi sembra un pensiero di un’estrema poesia e mi colpisce moltissimo. Dopo circa un’oretta mi chiede se voglio continuare la serata. Rispondo che sono un po’ stanca e ho voglia di tornare a casa. “No problem”, dice, risaliamo in macchina e mi riaccompagna a casa, continuando la chiacchierata. Arrivati alla porta, addirittura mi apre lo sportello e mi dà un leggerissimo bacio sulla guancia. Non penso di essere abituata a tanta galanteria.

8 ottobre

L’avevo individuata durante i primi giorni. Oggi decido di andarci. L’insegna “fortune teller” e “psychic reader” lampeggia fuori dalla sua casa, impossibile non notarla, almeno per me che vado sempre a piedi. Ho messo da parte venti . Attraverso il vialetto di ghiaia di una tipica villetta americana e suono il campanello della cartomante di Monrovia. Apre un uomo di una trentina d’anni, visibilmente d’origini latine. “Lei non c’è”, dice capendo subito di che tipo di visita si tratta, “ma puoi aspettarla qui”. Scorgo, dando un’occhiata rapida, una cucina equipaggiata con elettrodomestici di cui non conosco la funzione, un salotto occupato solo da un enorme divano e uno schermo gigante. Nel corridoio, macchinine di ogni tipo e dimensione e un bimbo bello e in salute, che gattona tra i giochi.

Mi accomodo davanti al banchetto della veggente. Dopo un paio di minuti mi alzo perché devo fare una foto alla statua a grandezza naturale di Gesù posta dietro la sedia. Ha il cuore che sanguina e, tra le dita della mano sinistra, una banconota da cinquanta dollari arrotolata. Nessuna sfera di cristallo sulla scrivania, ma solo agende e penne.

Lei torna effettivamente dopo una decina di minuti. È una ragazza, avrà qualche anno in più di me. Ha le buste della spesa, accenna a un saluto e scompare nel corridoio. Arriva dopo qualche minuto, in tuta e con le pantofole ai piedi. Prima di chiedermi il nome, la data di nascita e il perché della mia presenza, mi spiega le condizioni tariffarie. Capisco subito che venti dollari non basteranno. Con venticinque dollari ho diritto a una seduta di trenta minuti, che posso eventualmente prolungare fino a un massimo di due ore.

“Cominciamo con mezz’ora”, le dico. Cominciamo, quindi. Data di nascita, la mia, e quella della persona di cui voglio sapere le intenzioni, il futuro, il presente. Poi il nome e il cognome, di tutti e due. Lei stende le carte. Parla di intrecci, sofferenze, dolore, grande sentimento, mi assicura che “lui pensa a me”. Poi qualche domanda. Mi offre un caffè, va in cucina ad accendere il bollitore. Torna e fa una seconda stesa di carte. “Ora siete lontani”, dichiara, “ma sicuramente vi riavvicinerete”. Arriva il marito con la mia tazza. In un modo o nell’altro, io ancora non ho finito l’enorme tazza di caffè americano, ma i trenta minuti sono già passati. “Darling”, dice, “il tempo è finito, vogliamo continuare?”. Le dico che non ho contanti con me, ma lei ha almeno altre due alternative per il pagamento. Rifiuto con gentilezza, saldo il dovuto e vado, lasciando ancora un dito di caffè.

Qualche giorno dopo scoprirò che ho fatto bene. Trenta minuti di colloquio, date di nascita, letture psichiche e neanche ha capito che ero incinta.

Confessioni di una hostess

UNA STORIA VERA

Ho iniziato a fare la hostess a Parigi, in un periodo di profonda stasi occupazionale, quando il mio futuro aveva il colore giallo del grembiule del ristorante ebraico dove servivo pizze kasher alle porte della città. Dopo i primi eventi, anzi “missioni”, mi sono ritrovata incredula a chiedermi perché non avessi cominciato prima. In pochi mesi, sono passata da un’agenzia all’altra con una facilità che avrebbe potuto, da sola, sollevare il tasso di mobilità giovanile in Europa. Le hostess più navigate mi presentavano ai loro datori di lavoro, lodando il mio savoir faire. Ho scoperto di saper infilare i badge negli astucci di plastica con uno stile invidiabile. Riempio i moduli alla velocità giusta, non troppo lenta per non far annoiare il cliente, non troppo veloce per non fargli credere di essere liquidato. Ho un sorriso che accoglie, ma non invade. Un modo di fare competente, ma non arrogante. Una lunga carriera si è aperta davanti a me. In poco meno di due mesi, ho infilato quattro convegni, da quello dei surgelati a quello dei nuovi materiali per l’idraulica. Non solo, lavorando dieci giorni ho pagato due mesi d’affitto a Parigi, ma soprattutto ho guadagnato i favori delle persone che contano. “Metto io una buona parola per te”, mi aveva detto una delle hostess, convincendomi ad accettare l’unica raccomandazione della mia vita per un’importante agenzia. 

“Colloquio informale”, avevano scritto sulla mail di convocazione. Colgo l’occasione e mi precipito nel cuore della Parigi borghese, XV arrondissement. Arrivo, vestita di tutto punto, jeans informali, camicetta informale e un tacco discreto, per far capire che sui tacchi, anche se informali, ci so stare. Mi ritrovo in un cenacolo illuminato al neon con una serie di pretendenti in tailleur. Insomma, io e i miei jeans potremmo anche andarcene a casa, visti gli sguardi commiserevoli degli altri. Ma decido di restare. Nel mio curriculum, avevo messo in evidenza la mia esperienza da giornalista culturale, pensando fosse l’asso nella manica per un posto in tutti i musei e le istituzioni della città di Parigi. Aspettavo solo una conferma. “Qui c’è un problema”, mi dice la ragazza delle risorse umane, che avrà avuto più o meno cinque anni in meno di me. “Quale?”, rispondo con garbo. “Lei scrive di essere una giornalista culturale”, contrattacca. “Beh, sì, diciamo che è l’argomento di cui scrivo più spesso”, replico. “Vede, non posso permettermi di assumerla”. Lo sapevo: erano i jeans. “Sa, immagini se io la facessi lavorare in un museo o per una mostra, della quale poi lei scriverà magari nei giornali nazionali”, mi spiega, “c’è un evidente conflitto di interessi, non trova? E poi lei ha già un lavoro, perché vuole fare la hostess?”. Silenzio. Avrei voluto rassicurarla e dirle che le mie recensioni letterarie pagate 20 euro lordi dopo 90 giorni, punta massima delle mie entrate da giornalista, non avrebbero causato alcun conflitto di interessi se avessi avuto la possibilità di distribuire cuffie e audioguide al Musée d’Orsay. E che il mio reportage sulla gentrificazione nei quartieri di Parigi, frutto di ricerche durate due mesi, non retribuito, si sarebbe perfettamente conciliato con l’idea di registrare i biglietti ridotti per scolaresche e over 65. Ma non ce l’ho fatta. Ho mantenuto le sembianze da giornalista culturale di successo e ho abbandonato il colloquio. Ero al centro di una situazione paradossale: il mio lavoro non retribuito da giornalista mi aveva fatto perdere la possibilità di averne uno vero da hostess. 

Appena arrivata a Milano, in ricordo dei successi parigini, in previsione del Salone del Mobile e con il primo affitto da pagare, ho spedito il mio curriculum, con tanto di foto “richiesti un primo piano, un mezzobusto e una a figura intera, specificando bene misure, taglia e numero di scarpe”, a quasi tutte le agenzie della città. Invio l’ultima mail e mi stendo sul divano. Apro un libro ma non riesco a leggere. Il telefono squilla dopo trenta minuti. Poi di nuovo. E un’altra volta ancora. Dopo mesi passati a inviare candidature all’inaccessibile cupola dell’editoria e del giornalismo italiano, nella speranza che qualcuno volesse farmi scrivere anche solo la sua lista della spesa, essere richiamata dopo poco meno di tre ore per almeno cinque lavori come ragazza immagine e promoter mi ha fatto vacillare non poco sulle mie scelte professionali. 

Per la mia prima “missione” da hostess a Milano, sono stata assunta come guardarobiera in una serata di gala per la presentazione di una nuova collezione di orologi di un noto brand italiano. Mi aspettavo, ingenuamente, che ai negletti orologi fosse dedicata almeno una breve introduzione, ma non avevo fatto i conti con l’open bar accessibile dalle 18 e la giovane fauna umana della Milano da Bere che, per l’occasione, si fregiava anche della presenza di Barbara D’Urso. Con la stessa ingenuità, noi hostess tutte abbiamo pensato che almeno avremmo beneficiato di una cena d’eccezione, non appena scorto il nome di Carlo Cracco, chef della serata. 

“Le hostess andranno in pausa per mezz’ora, a turni di due, a cominciare dalle 20”. Queste erano state le consegne. “Per la cena di là, fuori, sotto il gazebo bianco”, ci dicono i due guardiani, due giovincelli di 20 anni, assunti dalla stessa agenzia. Usciamo, guardiamo a sinistra, nulla, guardiamo a destra, nulla, o per lo meno, nulla che assomigli a un risotto con cannella e gamberetti o a un cestello di formaggio con ripieno di verdure di stagione, come scritto da menù. Guardiamo di nuovo a destra. Troviamo la nostra cena. Quella che, da lontano, ci sembrava una colonna di sostegno dell’impalcatura dell’edificio, si rivela una pila di una trentina di pizze d’asporto, che ci aspettavano lì da circa mezz’ora, al freddo. Elaboriamo in fretta un metodo per raggiungere la pizza, “io mantengo una decina di cartoni e tu ne sfili due, ok?” e poi decidiamo di concederci una pausa lunga almeno 40 minuti e all’interno, nascondendoci nei camerini al piano di sopra. Di minuti ce ne bastano 15: ci avventiamo affamate sul primo trancio, il resto è completamente immangiabile. 

Quando, tra le mie amicizie, viene fuori la parola ‘hostess’, le reazioni sono varie. C’è chi è dovuto passare per lo stesso tipo di gavetta e finisce per darmi quasi una pacca sulla spalla e dritte per il mal di piedi da tacco 12. C’è chi mi chiede, sinceramente, cosa faccio e cosa voglia dire. Le reazioni più problematiche sono quelle dei miei amici giornalisti, quelli con cui stupidamente ho sempre sentito il dovere di giustificarmi, di dirlo e poi di aggiungere subito dopo “però solo ogni tanto, quando ho bisogno di soldi, non sempre” oppure di specificare quanti zeri avesse il mio stipendio e che “sarei una stupida a non accettare”. Guardandomi metaforicamente dall’alto di una scrivania, in una redazione, loro sono quelli che, in un modo o nell’altro, mi hanno fatto sempre sentire peggio. 

“La prossima settimana vado a seguire un convegno su Kafka e la problematica della metamorfosi nel teatro contemporaneo, ti potrebbe interessare farne un pezzo, vieni con me?”, di solito, iniziava così. “No, durante quella settimana sono impegnata al Salone del Mobile”, parole che scivolavano così, quasi sottovoce, nella speranza che il dialogo potesse fermarsi lì. “Bene, io non sono riuscita ad avere gli accrediti quest’anno, per chi scriverai?”, era la replica più diffusa. “No, lavoro come hostess”. Qui seguiva di solito una manciata di secondi di silenzio. “Va bene, dai”, sbottavano poi, come se mi accordassero il permesso di farlo, “fa sempre comodo arrotondare un po’”, continuavano, ignari, o forse no, che non si trattava propriamente di arrotondare, ma di raggiungere, anzi, di dare vita, a un salario minimo per vivere autonomamente e dignitosamente a Milano. Dopo un po’, per evitare malintesi, ero io a dirlo all’inizio, “lavoro al Salone del Mobile come hostess”, così tutto d’un fiato. Qualcuno cambiava discorso, pochi mi sorridevano, altri, in privato, mi chiedevano a quali agenzie mi fossi rivolta. Però, i migliori sono sempre stati quelli che non sapevano dire altro che “in fondo, un po’ ti invidio, tu sei libera, puoi fare quello che vuoi, io ho un contratto a tempo indeterminato, sono legato al mio ufficio”. 

E poi la settimana del Salone del Mobile arrivò. Io avevo già comprato le calze nere coprenti e lucidato le scarpe con il tacco, comprate due anni fa a Parigi, e indossate solo in occasioni simili. Prima, ci toccò il famigerato “briefing con il cliente”. Appuntamento domenica pomeriggio, intorno alle 14, all’uscita della metropolitana Rho Fiera, alle porte di Milano, per un incontro informativo della durata di quasi tre ore. Ovviamente non retribuite. I clienti ci spiegano chi sono, cosa fanno e soprattutto cosa dovremo fare noi. E poi ci dividono in gruppi alle varie postazioni, tre alla reception, due al guardaroba, un paio nello stand a “sorvegliare i mobili”. Data l’arbitrarietà della ripartizione dei ruoli, deduco che la scelta di una hostess o di un’altra sia avvenuta in base al colore dei capelli. Io sono nei ranghi delle brune, addetta alla sorveglianza dei mobili, almeno per i primi due giorni. La reception è solitamente monopolio delle bionde, mi riferiscono quelle più esperte.

Dopo due ore passate in un non luogo ancora in costruzione, tra addetti ai lavori, altri nugoli di hostess in lontananza e schiere di creativi, il capo dell’agenzia, una donna sui cinquant’anni, vestita di leggings, scarpe da ginnastica fosforescenti e maglietta larga da ragazzina spigliata, ci raduna tutte, ci urla per l’ennesima volta l’obbligo di arrivare in anticipo e di truccarci bene e ci saluta con un “Ora le hostess fuori dai maroni, ci vediamo martedì!”. Io torno a casa per la prima volta con il passante ferroviario. Avevo voglia di sperimentare un mezzo di trasporto diverso. Forse almeno quel pomeriggio non mi sarebbe sembrato vano, avrei visto i cantieri di Expo all’orizzonte. Forse perché improvvisamente avevo voglia di piangere e, sul passante, da Rho a Garibaldi, la domenica pomeriggio alle 17, non c’è quasi nessuno. 

Il Salone arriva. Il mio compito è fare la guardia a una camera da letto di design. Per sei giorni, devo fissare nell’ordine: un letto matrimoniale, uno specchio, una scrivania in cuoio, una sedia ergonomica, una poltroncina e un paio di complementi d’arredo intagliati in legno in edizione limitata. Non solo. Devo accorrere e sprimacciare i cuscini qualora qualcuno li avesse spiegazzati, rassettare le coperte, rimettere le sedie e le poltrone nella disposizione originale. E sorridere, of course. Il giorno dopo ricevo una promozione. Ora appartiene alla mia area anche il soggiorno, quindi, insieme alle mansioni del giorno prima, devo anche: allineare i vasi sul tavolo di marmo, continuamente spostati da tutti i visitatori, rimettere le sedie sotto il tavolo, assicurarmi che il tavolino girevole sia sempre orientato nella stessa direzione, tirare colpi decisi alle poltrone di pelle per far sparire le pieghe ogni volta che ci si siede qualcuno. Tutto questo in tacchi e vestitino nero. 

Domenica m’imbarco sulla metro rossa, direzione Rho Fiera, con un nodo in gola. Oggi è l’ultimo giorno di apertura al pubblico del salone, minacciano un’invasione di profani. Il cambio di pubblico non tarda a farsi riconoscere, soprattutto quando alle orecchie arrivano domande tipo “ma Le Corbusier è già passato o ancora deve venire?”, oppure “ma voi che fate? ah, mobili pure voi? ma che hanno di speciale i vostri?”. Tuttavia, constato con non poca sorpresa che il pubblico di non addetti ai lavori è molto più gradevole dei tanti “creativi” dei giorni precedenti. Qualcuno si ferma anche a scambiare due chiacchiere, una signora mi chiede addirittura se ho bisogno di andare in bagno e si offre di sostituirmi per una decina di minuti. Ovviamente, in cambio, aumenta spropositatamente il numero di selfie a cui sono costretta ad assistere o a contribuire: selfie con il bracciolo di una poltrona, selfie con un tavolo in marmo, selfie con il nome del brand come sfondo, selfie con il cuscino di un divano, selfie adagiati sulla chaise-longue di Le Corbusier (un grande classico). In ultimo, ahimè, selfie con la hostess. 

Tutte le immagini sono di Witchoria

Colonna sonora: tutto l’album Portamento dei The Drums

I cavallucci marini

Ci sono negozi a Parigi ai quali sono particolarmente affezionata. C’è il negozio di giocattoli e cartoleria nel Marais, dove ho servito gli accessori più inutili e assurdi a una clientela strampalata. Poi c’è il bazar di spezie dove sono stata un anno e mezzo, tra erbe e cumuli di pepe, liquori dalle Antille e fiori commestibili. Poi il cineclub del 18° arrondissement, con un vero e proprio salotto interno, dove scegliere i film, i negozi di ceramica giapponese, quello di accessori messicani, il laboratorio di profumi.

Ce n’è uno, però, in particolare, che l’estate ha riportato a galla. È un negozio di specie ittiche, nei dintorni di Gambetta. Precisamente, nella lunghissima rue des Pyrénées. Si chiama “Paramount Aquarium” e dal 1972, come si legge sull’insegna, sono specialisti di acquariofilia. Lo si può individuare da lontano, perché ha la porta sempre aperta e il riverbero di una luce azzurrata che investe il marciapiede vicino. 

La cosa bella del negozio, tra le tante, è che, una volta dentro, raramente s’incrocia qualcuno. Con una merce in vendita difficile da rubare, ci si può aggirare per i corridoi per decine e decine di minuti prima di vedere un commesso. Oltre alla bellezza incredibile di alcune specie di pesci, ai colori iridescenti di pinne caudali e scaglie, c’è un’intera sezione dedicata ai cavallucci marini. 

Tutta una stanza ospitava cavallucci marini, divisi in vasche per colori. Di tutte le dimensioni e sfumature, più che nuotare sembravano volare nell’acqua, galleggiando tra alghe, sassolini e bollicine, in tutte le direzioni. Chi in verticale, chi da destra a sinistra, chi in diagonale, altri addirittura sottosopra. Lo sguardo vitreo, indifferente al mondo, ai bambini che tamburellano con le dita sul vetro, ai passanti di quei corridoi allampanati. 

Andandoci tante volte, alla fine ho imparato qualcosa sugli ippocampi. Che possono dormire in due modalità, una modalità integrale e una attiva, con il cervello addormentato e i sensi in allerta, un po’ come i rondoni, e anche alcune specie di megattere, quando volano per giorni e giorni lasciando dormire un emisfero cerebrale alla volta. Che la pinna caudale non gli serve per nuotare ma come sostegno e come arto prensile e quando nuotano la tengono arrotolata sotto il ventre. E poi che sono animali estremamente tenaci e pazienti, ma anche dolcissimi con il loro compagno di vita, che è solo uno per tutta la breve durata della loro esistenza, massimo sette anni.

Ho passato qualche ora in quel negozio, davanti a quei vetri. Nei giorni di pioggia interiore, quelli di temporale invisibile, di nuvole opprimenti. Quelli in cui anche parlare con qualcuno, anche per chi come me, suo malgrado, tende a ripetere e a crogiolarsi nelle ferite, davvero non serve a nulla.
Penso di essere diventata grande qualche volta in quel negozio, senza nessuno accanto, solo con gli occhi trasparenti dei cavallucci marini. 

Oggi, mi piacerebbe passare una mezz’ora sotto quella luce azzurrata, senza nessuno intorno, con il caldo umido dei negozi di acquari, in compagnia dei cavallucci marini. Restare a guardarli fino a sentirne quasi l’impercettibile movimento. Fissarli fino a imprimerli nella memoria. E poi a casa, chiudere gli occhi, e sognare finalmente nient’altro che un cavalluccio marino.

Soundtrack: Björk, Come to me

L’incanto

Un varco temporale, un’apertura astrale

un tuono taciturno, un’aurora boreale

questo e altro potrei fare, se un giorno ti guardassi

risollevassi il mento, dritto dritto agli occhi

Lampi, vento, fulmini, perfino un maremoto

e poi fermare il tempo, finire nell’ignoto

in quello spazio liquido, sospeso ed idilliaco

dove scorre solo il battito cardiaco

E in quella mia parentesi di vita immaginaria

farmi leggerissima, innocua come aria

e finalmente un attimo poterti avvicinare,

sentire il tuo profumo, lasciarmi attraversare

Da vicino, vicinissimo finire ad osservare

la forma delle rughe, il colore dei tuoi occhi,

la curva delle labbra, poterti poi sfiorare

la pelle con un dito, poterti regalare

Un bacio silenzioso che esplode l’universo

brucia l’orizzonte, ti fa sentire perso,

asciuga ogni respiro, congela il mondo intero

ci lascia in due da soli al centro del mistero

E quando per magia, con un battito di mani

ritorna e corre il tempo, quello degli umani

sapere che noi due, come per incanto,

noi soli ricordiamo invece tutto quanto.

Il tempo della semina

Chiudere il cerchio, radunare il raccolto, unire i puntini e vedere, finalmente, un disegno, qualcosa di chiaro, visibile, sensato. Sentire di potersi fermare, anche solo per poco, di non dovere più spingersi oltre, di potersi sedere e guardare il paesaggio che scorre. Perché si era già fatto tanto, forse troppo. E tutto subito. Quando invece, forse, si poteva fare meno, ma meglio. Più lentamente, ma tutti insieme.

Ma era già tardi, perché si era andati veloci come un treno, 5000 km al secondo, si era bruciata la strada senza vedere nulla dal finestrino, senza fermarsi più nemmeno a chiedersi il perché. Perdere di vista, giorno dopo giorno, il cammino, i compagni di viaggio, persino la destinazione.

C’è uno strano modo di imparare le lezioni. Quello di ottenere quello che si desidera e poi vederlo crollare, quello di raggiungere un traguardo che, immediatamente, perde importanza, quello di sentire l’amaro in bocca perché in mano ci si ritrova esattamente quello che si era chiesto. Quello di pensarsi al sicuro, con la propria piccola verità, intoccabili, con la propria piccola ragione. E poi all’improvviso aprire gli occhi.

Scivolare giù, in una paurosa nebbia di memorie, tornare a guardare e vedere che niente è come sembra, e che vie d’uscita non saranno offerte, ma solo conquistate a fatica, e mai una volta per tutte. Avvertire che dentro qualcosa si è rotto e che adesso non c’è spazio né tempo per altro che non sia sopravvivere, riparare, ricucire, rimettere tutti i pezzi al loro posto e sperare che tengano. Ma anche toccare il fondo più basso, farsi attraversare dal buio, mettersi alla prova per vedere quello di cui si è capaci, correre fortissimo per non sentire più niente, capire che i limiti creduti non esistono e che a passare dall’altro lato, quello dove mai avremmo pensato di essere, ci vuole solo un soffio.

E oggi, a pochi passi da Natale, restare in piedi fino a notte fonda, a guardare il soffitto, a voltarsi indietro e vedersi coperta di polvere, sola, a imparare la più dura delle lezioni: essere grata per dover tornare a seminare, per avere l’opportunità di farsi ancora seme, rompersi in profondità e lasciare andare, poter sbocciare ancora e ancora.

Soundtrack: The Smiths, This night has opened my eyes

Tornare

Ci sono libri, e storie, che stanno là, in uno scaffale della libreria, in un angolo del soggiorno. Sai di cosa parlano, ti sembra quasi di averle già lette, perché sono opere conosciute, il momento di prenderle in mano viene sempre rimandato. Poi, arriva anche il loro turno e, per una strana forma di serendipità o di corrispondenza con le ere della tua vita, quasi sempre il momento è quello giusto.

Così, a un mese dalla nostra partenza, tra valigie da fare, documenti e preparativi, quell’algoritmo analogico che è la letteratura, che da un libro conduce a un altro, senza soluzione di continuità, mi ha messo tra le mani “Revolutionary Road” di Richard Yates, acquistato d’istinto in quel luogo mitico che è la libreria I volatori a Nardò e terminato proprio ieri.

“Capolavoro ineguagliato”, come viene definito dalla critica, da cui Sam Mendes ha tratto un film apprezzato e di successo con Kate Winslet e Leonardo Di Caprio. La storia, in poche righe, è questa: siamo nel 1955 e i Wheeler, una giovane coppia con figli, sentendosi intrappolata nel quotidiano di una periferia nel Connecticut, a qualche miglio di treno da New York, prende la decisione di ritornare a sentire l’ebbrezza della vita trasferendosi a Parigi. L’esistenza, il logorante e incessante chiedere della quotidianità, li riacciuffa e, piccolo spoiler, non va a finire bene.

“Non possiamo continuare a fingere che è la vita che volevamo…avevamo dei progetti, tu avevi dei progetti… guarda noi due, siamo cascati nella stessa ridicola illusione… l’idea che devi ritirarti dalla vita, sistemarti nel momento in cui hai dei figli…era una bugia”, dice April Wheeler, “Per anni ho pensato che noi condividessimo un segreto: che noi due saremmo stati meravigliosi nel mondo”.

In questa girandola di personaggi tesi a mantenere uno status quo invidiabile, solo John Givings, matematico e figlio dell’agente immobiliare, un cinquantenne che ha subito 37 elettro-shock e vive internato nella clinica di Greenacres, intuisce e sente risuonare nelle corde del cuore il desiderio di cambiamento dei Wheeler: “Il vuoto disperato… Ora l’ha detto, molte persone sono coscienti del vuoto ma ci vuole un gran fegato per vedere la disperazione”.

Quanto questo libro abbia avuto un’eco in questo mese di preparativi è facile capire. I compromessi della vita a due, l’idea di avere sempre e solo rinunciato a qualcosa da qualche anno a questa parte, la sensazione che Parigi, in un certo qual modo, avrebbe rimesso tutto a posto. E, d’altro canto, il conforto delle piccole abitudini, delle distanze che si riducono, del sentirsi al riparo da un’incontrollabile idea di mondo che se ne va per conto suo, mentre ci lascia qui.

Si può avere le farfalle nella pancia prima di incontrare una città? Si possono avere i brividi al pensiero di prendere un treno metropolitano? Avere le mani che tremano facendo un check-in?

L’ultima volta che ho messo piede in Francia è stato nel mondo di prima. Appena prima dello scoppio della pandemia, negli ultimi mesi del 2019. Un mese di giugno caldissimo, una gravidanza appena sbocciata, il pensiero che sarebbe stato solo un arrivederci, che ci saremmo visti regolarmente, come ci si dice tra vecchi amici che stanno solo cambiando quartiere. “Ci sentiamo”, “poi ci aggiorniamo”, “alla prossima”.

La prossima volta non c’è stata. La nascita di due bambini, un mondo stravolto da un virus, cambi di lavoro, case e prospettive, e un’insolita paura, di quelle che non provavamo da tanto tempo, a prendere un biglietto aereo. “Adesso non è il momento”, “con loro come facciamo?”, “e se succede qualcosa?”. Nel frattempo, la ricerca spasmodica di una casa, letterale e metaforica, di un luogo dove sentirsi protetti e al sicuro. Il tentativo, ogni giorno da ricominciare, di rimettere tutto in piedi, in equilibrio, di avanzare, fosse anche di un passo solo. Una sosta doverosa per dirsi che di strada ne era stata fatta tanta, che ci si poteva sedere e respirare un po’, e ricordarsi che “fermarsi è correre ancora di più”.

E poi, un giorno, in una primavera piovosa come quella di quest’anno, ci siamo decisi a prendere un volo, a regalarci quello che per noi significa davvero un ritorno a casa.

Qualche giorno fa una persona mi ha detto: “Vedrai che i luoghi ti saluteranno come dei vecchi amici”. Ho pensato che rimettere piedi a Parigi sarebbe stato come sentirsi dire un “come va?” da una vecchia conoscenza. Una di quelle domande che vogliono dire tante cose. Che vogliono dire, se hai voglia, mi puoi raccontare tutto, o niente. Come sono andati questi anni? Hai trovato quello che cercavi? Quanto hai perso alle scommesse? Quanti progetti infranti? E quanti e quali incendi hanno preso fuoco dalle ceneri? Quante medaglie? Quanti silenzi?

Poi i francesi, quando dicono “ça va?”, raramente vogliono sapere davvero come stai. È una delle prime cose che s’impara mettendo piede in Francia: a rispondere con un altrettanto “ça va, et toi?” e a chiudere i convenevoli, senza approfondire.

A domani, Paris. Qui non vediamo l’ora.

Foto di copertina: “View from Notre-Dame”
Paris, 1955.
Ernst Haas

Incendiare il buio

È stato, questo, un anno di nascite. Di chiusure del cerchio. Di epifanie e ritrovamenti. Di voglia di restare in compagnia di quanto si ha e di quanto si ha avuto, di fermarsi a mettere un punto. L’uscita di “Incendiare il buio” per le edizioni indipendenti Collettiva è per me la fine importante di un capitolo. Quella che mi sembra un’era, fatta di letture, di scavo, di studio, di ricerca, di confronto con voci femminili, con testi di donne, teorie femministe, storia italiana, europea e mondiale. Quando ho iniziato a scrivere ero a Parigi, mamma inesperta di un primo bimbo. A mettere la parola fine, sicuramente, è stata un’altra persona. Oggi, queste pagine, che hanno vissuto metamorfosi e trasformazioni, proprio come me, sono pronte per andare per la propria strada e io a imboccarne una nuova.

Qui un estratto.

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La torre dell’Alto a Portoselvaggio

È strano come un piccolo paese con un pezzetto di mare

e quattro casette bianche addormentate al Sole

bastino a placare un animo inquieto e a dissolverne le pene.

È per questo che qui mi precipito da anni, ormai,

quando mi pare di non reggere più alle continue prove della vita,

alle disillusioni, alla tristezza.

Qui sono al sicuro, mi ripeto, fuori dal mondo,

protetta quasi come ai tempi in cui erano gli altri

a decidere per me, a difendermi dalle contrarietà.

Renata Fonte

Impregnate della salsedine dello Ionio, le tre arcate della Torre dell’Alto spiccano all’orizzonte, ammiccano ai bagnanti di Santa Caterina e sorvegliano la splendida foresta del Parco Naturale Portoselvaggio e Palude del Capitano, di proprietà del Comune di Nardò, di cui la torre si fa fiera custode. Ai tempi dei cavalieri e delle invasioni dall’Oriente, la Torre dell’Alto, nota anche con il nome di Torre del Salto della Capra, comunicava a nord con Torre Uluzzo e a sud con la Torre di Santa Caterina.

Costruita per ordine del viceré spagnolo Don Pietro da Toledo, nella seconda metà del Cinquecento, la torre fu eretta dal mastro neretino Angelo Spalletta e utilizzata a scopo difensivo fino alla metà del Seicento. Deposta l’artiglieria, la bella torre si mutò in lazzaretto e, a partire dall’Ottocento, completamente abbandonata.

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Claudia Ruggeri e il folle volo

Un cappello rosso e un lungo vestito nero. Claudia Ruggeri ha 18 anni quando incanta il pubblico della Festa dell’Unità a Lecce, recitando i suoi versi da sposa barocca. Era il 1985, nel Salento iniziava a crescere e diffondersi un inedito fermento culturale. Nascevano riviste come “L’Incantiere”, il Laboratorio di Poesia diretto del professore Arrigo Colombo dell’Università del Salento, il festival letterario Salentopoesia. La giovanissima Claudia, nata il 30 agosto 1967 a Napoli, trasferitasi a Lecce pochi anni dopo insieme alla sua famiglia, cresciuta a libri e viaggi, aveva finalmente trovato il terreno fertile dove far germogliare la sua voce poetica.

Sono anni di creatività, voglia di fare, esprimere. Durante gli incontri del Laboratorio di Poesia, Claudia conosce tutti i poeti salentini più importanti, da Antonio Verri, che s’innamorerà del suo talento da bambina-prodigio, a Dario Bellezza, che le resterà sempre vicino, entra in contatto con i più noti intellettuali italiani, come il poeta Franco Fortini, a cui farà vedere i suoi versi, ricevendo in cambio una sorta di paternale e un incoraggiamento a fare piazza pulita dei suoi modelli e delle bigiotterie barocche che ingioiellavano le sue poesie e a dare ascolto alla sua sola voce.

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