Moon Palace

Nella mia immaginaria e ambiziosa lista delle cose da fare in tempi migliori, c’è il teatro. Dall’altra parte della scena. Tornare sul palco. Realizzare il desiderio di dare vita alle parole, ai personaggi, a quei testi che tanto mi tengono compagnia durante il lavorio della quotidiana esistenza. Essere una commedia, piangere in una tragedia, vivere dentro una storia.

In questi giorni di attesa e incertezza, una mattina, al terzo piano di un edificio in una città più silenziosa e impaurita del solito, io e un esserino di pochi mesi, mentre tutti dormono, ci imbattiamo in un monologo. Quello dello zio Victor al nipote Marco Stanley Fogg, protagonista di “Moon Palace“, romanzo di Paul Auster uscito nel 1989, una di quelle storie di famiglia in cui tuffarsi senza volerne più uscire. L’abbiamo letto ad alta voce, due volte, quel discorso d’addio prima della partenza per la tournée insieme all’orchestrina dei Moon Men in tutti gli Stati Uniti, due pagine in cui lo zio si congeda e abbraccia, per l’ultima volta, il nipote.

Ecco, io questo monologo sogno di recitarlo in teatro, immersa nel buio, sotto l’occhio di bue della scena. Perché? Forse perché dentro c’è tutto: i libri, l’America, la musica, i viaggi, gli addii, le partenze, tutto quello che possa rendermi nostalgica delle vite che non ho vissuto, o vissuto solo in parte, e che giacciono da qualche parte del cuore, insoddisfatte, in attesa che qualcuno un giorno le tiri fuori.

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Anatomia dell’irrequietezza

In questi ultimi giorni, ho lavato le mani un centinaio di volte, le mie e quelle di altri due esserini sotto il metro d’altezza. Ho disinfettato la tastiera del computer e quella del telefono. Bevo spremute, proteggo la gola dal freddo e ho limitato le uscite. La vita, che per me scorreva già diluita e al rallentatore, ritmata dai tempi della maternità, ha subito un’ulteriore battuta d’arresto, confinandomi non solo nel mio appartamento, ma anche in una scatola nera di timori e angosce senza data di scadenza.

Personalmente, mi sono lasciata contagiare, anzitempo, dalla paura della malattia. Da circa tre settimane, vivo con l’angoscia del colpo di tosse, con il timore di sentire una fronte un po’ più calda del solito quando metto al letto i miei figli, che la malattia entri a casa dei miei cari o, in generale, che devasti una regione già fiaccata dalla mancanza di risorse. Vivo, anzi sopravvivo, con la paura che un incidente, una casualità, un bisogno improvviso mi costringa a cercare un medico, un posto in ospedale e che questi non siano disponibili. Sono caduta nel tranello della ricerca spasmodica di informazioni, trovando conforto solo nella carta stampata, quella che, posata sul comodino, non cambia, non aumenta, non si aggiorna. Pagine che trovano il tempo e la volontà di spiegare senza urlare, di raccontare effetti collaterali e retroscena senza rincorrere i clic e le visualizzazioni.

A mettere il naso fuori, gli altri non se la passano meglio. Lasciando da parte chi continua a fare finta di niente, a sottovalutare rischi e pericoli, per se stessi e per gli altri, vedo sfilare su internet decaloghi per resistere alla clausura coatta, regole e idee per vivere meglio a casa, suggerimenti e risorse per sfidare la noia e l’incertezza. Mai come ora, tutto questo tempo, diluito, rallentato, l’impossibilità di fare piani, la totale perdita di controllo sul futuro ci spiazza e delle nostre esistenze sottomesse al caso quasi non sappiamo che farcene.

Una riflessione s’impone su tutta questa irrequietezza che ci assale.

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Secondo natura

Secondo natura, ci vogliono circa quaranta giorni perché una mamma ritrovi il suo corpo dopo aver dato alla luce un bambino. Questo periodo, che prende il nome di puerperio, è una fase unica e delicata nella vita di ogni donna, in cui ciò che ha cambiato posizione per fare spazio a una nuova vita ritrova il suo posto, il dolore fisico diventa certo più lieve ma fastidioso come un rumore di fondo a cui non ci si abitua, si attende solo che sia finito. La solitudine diventa un miraggio e s’imparano, il più in fretta possibile, nuove strategie di sopravvivenza. Questo periodo, oltre ad avere un riscontro medico, ha origini che si perdono nella Notte dei tempi, precisamente quella di Natale.

Il 25 dicembre, secondo il Vangelo, in una stalla fredda, circondata dal deserto, Maria partorisce con dolore (ché neppure la mamma del Signore è stata risparmiata) e dà alla luce il piccolo Gesù. Dopo quaranta giorni, il 2  febbraio, il giorno della Candelora, non si festeggia solo la Presentazione di Gesù al tempio ma anche la Purificazione della Madonna, che torna alla vita dopo aver messo al mondo un figlio maschio. Una data che ha retaggi ancora più antichi, risalenti ai vecchi riti pagani dedicati a Giunone Sospita, la Salvatrice, protettrice dei parti e delle puerpere, omaggiata con una processione notturna di fiaccole.

Una consuetudine, quella dei quaranta giorni, che un tempo faceva sì che le mamme restassero a letto, una sorta di “quarantena benevola”, per invogliare al riposo e al recupero psico-fisico, per riabituarsi alla vita insieme al piccolo, mentre intorno c’era chi s’occupava di tutto il resto. Erano tempi in cui le case erano abitate da tre generazioni e,  per accogliere e crescere un nuovo bambino, ci voleva davvero tutto un villaggio. E non solo per fare il bucato o pensare alla spesa. Ma per respirare l’atmosfera di famiglia, per dare consigli, per rassicurare e tenere per mano i nuovi genitori, perché la mamma è sempre la mamma, ma l’abbraccio di un nonno, la carezza di una nonna, lo sguardo dolce di una zia, il consiglio di una vicina di casa conosciuta da anni, sono insostituibili.

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I libri di Natale

Il mio primo vero libro mi fu regalato a Natale dai miei genitori, un anno in cui decisero che era arrivato il momento di passare a letture più edificanti della collana Piccoli Brividi. Con la falsa promessa che avrei trovato una raccolta di storie di paura, mi indicarono un armadio dove effettivamente mi aspettava un pacchetto dalla forma simile a un libro. Era “Piccole donne”. Alla mia smorfia e al mio naso arricciato, seguirono serate di lettura profonda. La prima volta, di pagine e pagine senza nemmeno un’illustrazione, scritte in caratteri piccoli su quella carta ingiallita tipica delle edizioni economiche da 2000 lire della Newton Compton.

Di quel libro ricordo tutto, dai limoncini di Amy al camino dove Jo diede alle fiamme il suo romanzo, al paio di guanti bruciati appena prima del galà cui erano invitate le due sorelle March più grandi. Non solo. Ricordo la voglia, a libro terminato, di trovare un’altra storia così potente da farmi dimenticare tutto il mio mondo, i piccoli screzi delle scuole medie, la vita ordinaria di una pre-adolescente qualsiasi. Ricordo la bellezza di aver scoperto che una via di fuga esisteva, ed era un semplice oggetto, alla mia portata. Era nata una lettrice.

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Luna piena

Andrea non s’era perso. Anzi, sapeva fin troppo bene dove andare. Sin dall’inizio. Quando si presentò inaspettato, inatteso, sul pianeta Terra. Erano tutti gli altri, intorno a lui, a essersi smarriti, in coordinate geografiche incerte, in uno spazio-tempo indefinito e poco rassicurante. Perché non bastava il sole, né il mare, a fare bella la vita se tutto l’orizzonte è da rifare. Non era Andrea a essersi perso. Ma la mamma, finita in mezzo al mondo a spiegare un pancione. E il papà, catapultato in un altro universo, che parlava un’altra lingua.

Mani sconosciute che lo accarezzano, ospedali chiusi per le feste patronali, conoscenti che non bevono il caffè perché altrimenti il bimbo nasce con la voglia, vecchiette che al supermercato nascondono la frutta nelle sporte, “ché sennò gli vengono le macchie”. E poi, quella precarietà, quella guerra tra poveri che, nelle lande periferiche, fa sì che gravidanza faccia sempre rima con disagio, paura, timore, mancanza di soldi, fastidio. Anche negli ambienti più amici. Quel sentimento di doversi quasi scusare di essere là e di avere avuto un’idea improbabile.

Dal suo arrivo, tutto continuava inalterato in uno strano limbo. Il lavoro, la scuola, l’asilo, la spesa. “Io ero già un maschietto ma mi chiamavano con nomi da femminuccia. Papà prendeva le misure per il lettino e la vaschetta. Intanto, un altro bimbo saltava sulle ginocchia della mamma, la stringeva forte forte, forse per paura di doverla dividere con qualcun altro.

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Parentesi tonda

“Chiuso per festività patronali”. Mentre tornavo a casa con un bicchiere pieno di pipì appena fatta nella borsa, davanti alla porta chiusa del laboratorio di analisi dell’ospedale di Lecce una giornata di fine agosto, in quel cartello appeso al muro e nella monetina data al parcheggiatore abusivo per i dieci minuti di sosta, che m’ero ripromessa di raccontare, ho issato finalmente la bandiera bianca.

Mi sono arresa alla casualità e all’imprevedibilità e alle difficoltà inedite di questa attesa. Alla voglia di silenzio, all’incapacità di mettere nero su bianco i pensieri, i personaggi, le tante vicissitudini di questa parentesi tonda, anzi tondissima, della mia vita. Alla necessità di realizzare che avrei dovuto fare posto per un amore grande, un tempo che non conosce più confini, mantenendomi all’altezza di essere una mamma di un bimbo di tre anni. Eppure, quanto ne avrei avuto bisogno. Di riempire le pagine di un diario, di fare liste, bilanci, elenchi di desideri e cose da ricordare. Di segnare i tre fatti del giorno, di annotare i piccoli traguardi, le conquiste infinitesimali, i minimi passi in avanti della consapevolezza di essere di nuovo in procinto di osservare una vita che nasce.

Lo scorso anno, mentre facevo le valigie per abbandonare Parigi, mi dilettavo in bilanci, liste, resoconti delle tante primavere passate in terra ormai non più straniera, cullata da un confortevole anonimato, dal lusso dell’invisibilità. E oggi, mentre il mondo intero mi rassicura di “essere tornata a casa”, io in questa landa che non riconosco, mi sembra di non avere più lo spazio per pensare, riflettere, articolare un pensiero complesso e ragionato. E non solo per la scarsa capacità di concentrazione. Le mani fanno ormai fatica ad arrivare alla tastiera. Ogni seduta o posizione resta difficilmente praticabile per più di un quarto d’ora.

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Un giorno

Un giorno troverò una stanza

Virginia ci scrisse un libro intero

la affitto, la compro per davvero,

per farne biblioteca o sala danza.

 

Ci metto tutti i libri e i miei foglietti

la scrivania che non devo sistemare

sempre ingombra anche all’ora di mangiare

senza riporre tutto nei cassetti.

 

Un giorno ci metto pure il letto

a tre piazze e un solo comodino

lo voglio con un solo cassetto

ripieno di ogni tipo di spuntino

 

e se di notte ho fame, sete, dormo poco

accendo una luce grande come il sole

e non questo lumino fioco

fatto apposta per non disturbare.

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Il sogno dell’invisibilità

Italo Calvino diceva di risiedere a Parigi come se fosse la sua casa di campagna, avendo conservato i principali interessi di lavoro tutti in Italia. I lunghi viali, l’umanità della metropolitana, i quartieri impregnati di se stessi, erano come campane di vetro, nelle quali si sentiva protetto, vivendo perennemente nel sogno dell’invisibilità, un miraggio che aveva realizzato con il suo cavaliere inesistente, voce e spirito tenuti su da una lucida armatura vuota.

Mi capita spesso di avvertire il bisogno di rileggere Calvino, ma soprattutto di riascoltarlo in un vecchio reportage televisivo, in cui si descriveva come un uomo invisibile, circondato da una metropoli indifferente, e per questo amica, “eremita a Parigi”, per ricordare il titolo di uno dei suoi libri. Mi succede soprattutto adesso, in questi mesi di transizione, in cui una nuova vita mi è esplosa tra le mani e non riesco ancora a maneggiarla bene.

Forse perché anche io vivevo a Parigi protetta dal mondo esterno, in una geografia che ormai possedevo nel pugno della mano, grazie alla metropolitana, straordinario labirinto sotto terra, con le cartine della città inutilizzate nei cassetti, in una lingua che mi faceva da strumento e da corazza, con una burocrazia che non riusciva più a mettermi i bastoni tra le ruote. Una latitudine che vivevo come se fosse la mia dimensione domestica, aggirandomi tra parchi, ludoteche e asili, tra teatri e musei, finendo la giornata a raccontare fiabe dentro una tenda da indiano.

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L’inferno non esiste

A 95 anni, mia nonna dimenticava quasi tutto ormai. Quando andavamo a trovarla, ci chiedeva ogni cinque minuti se e cosa avessimo mangiato, se non volessimo un caffè d’orzo, per quanto tempo saremmo rimaste a casa. Il tempo era diventato una tela astratta di volti e di voci, ma quella che era stata un’infanzia povera e semplice la ricordava benissimo. E anche di quella zingara che, da piccola, le aveva letto la mano, nei vicoli del Riale. “Bello, ricco e possidente”, aveva detto, annunciandole un matrimonio fortunato con un generoso e fiero ragazzo del suo paese. E così fu. La profezia si avverò quando mia nonna Antonia, ultima di cinque figli, nata in una povera famiglia contadina, incontrò mio nonno Carmelo, imprenditore agricolo, proprietario di estesi poderi, di un frantoio, di una cantina e anche di un commercio fruttuoso di patate dirette in Germania, e si sposarono.

Era il 1946, lui era tornato dalla guerra. Lei, che aveva lasciato la scuola per occuparsi dei fratelli e lavorare in campagna, scopriva le gioie e i dolori della vita coniugale. Una vita a due che fece di mia nonna una mamma a tempo pieno, con undici gravidanze, di cui sette portate a termine, due aborti e due figli scomparsi da piccoli, e di mio nonno un uomo di campagna, che passava la giornata tra i campi, fucile in mano, cavalli al seguito e i suoi ettari di terra. “La roba”, avrebbe detto qualcuno, che, come nelle migliori novelle siciliane, non tardò a causare dissapori. Una vita fatta di risvegli tiepidi, quando ancora il cielo è buio, di sette paia di scarponcini da lucidare prima di andare a scuola, sette panierini da preparare e poi il pranzo e la cena per nove, ogni giorno, senza soluzione di continuità. E poi la malattia del nonno, che la portò in treno, in carrozza, negli ospedali di città, per la prima volta fuori dai confini di Matino. La malattia, quella che ti illude che è finita, per poi ricominciare, riprenderti, fino a portarti via con sé.

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L’avvento

“Il luogo ideale per me è quello in cui è più naturale vivere da straniero”. Lo scriveva Italo Calvino, come una professione di fede, una vocazione all’alterità che lo condusse, oltre a perdersi nei meandri della letteratura e nei tanti e verdeggianti sentieri dei boschi narrativi, anche tra le strade di Parigi, città che lo accolse nel suo spleen e che elesse a seconda patria.

A pochi giorni dalla mia partenza dalla Francia, che coincide fortuitamente con la fine dell’anno, mi risparmio i bilanci, le liste, le cose fatte e i desideri ancora da realizzare. Metto in un cassetto i biglietti della metropolitana, l’abbonamento ai mezzi, la cartina della città, ormai inutilizzata da anni. Lascio da parte la voglia di camminare, disperdendomi in inevitabili compiti burocratici, il lavorio quotidiano, gli armadi da svuotare, le ultime lettere da inviare. Occupo la mente, costruisco piste di treni e torri altissime, racconto storie su mondi inventati, sforno torte alla cannella e soffio sulle bolle di sapone.

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