Il vizio di parlare a me stessa

“Che cos’è la vita, se non ti fermi un attimo a ripensarla?”

Goliarda Sapienza

In queste giornate di tempo rubato al sonno, di tazze di tè verde per resistere qualche minuto in più nottetempo, di poche parentesi di solitudine, il pensiero della scrittura è diventato una delle tante cose da fare, come una lavatrice, la spesa, i vestiti da piegare sulla sedia, una necessità che rimando a giorni più silenziosi, a pomeriggi meno stridenti e nottate più lunghe. Prima di spegnere la luce, la sera, mi riprometto di pensarci domani, di ritagliare al volo una porzione di pomeriggio, che puntualmente finisce per essere impiegata altrimenti. Non solo. Il meccanismo a volte sembra essersi arrugginito. Le parole fanno fatica a mettersi in fila, arranco alla ricerca di una sfumatura, di un guizzo narrativo. La sindrome dell’impostore è dietro l’angolo: m’immagino scrittrice e poi chiudo il quaderno con un buco nell’acqua.

Nei suoi consigli agli scrittori, Rebecca Solnit insiste sull’importanza del tempo da consacrare interamente alla scrittura, ma soprattutto sulla necessità di cominciare. Di scrivere, di non aspettare il momento giusto. Leggo Rebecca Solnit ormai da anni. La sua scrittura limpida, sicura, autentica, mi ha sempre preso per mano e condotto fuori dal labirinto in cui m’ero cacciata, anche quando il suo era un invito a perdersi, un’altra volta, infinite volte. “La strada è fatta solo di parole” e non tutte saranno degne di essere pubblicate, ma il fallimento, la scrittura goffa, che stenta a camminare da sola, è una tappa obbligata. Ogni storia, anche la più articolata, comincia sempre e solo con un paragrafo che barcolla, con lo schizzo di una frase, con la riflessione intorno a un aggettivo, con una parola che si allunga davanti a un’altra, e poi un’altra ancora.

Ho ricominciato timidamente a scrivere. A guardarmi le spalle mentre butto giù qualche appunto, come se non fosse il mio posto, come se dovessi fare altro, di più sensato. Anche se qui riesco a esserci sempre meno, anche se, come mi ricorda il grande fratello, le poche sparute centinaia di persone che seguono i miei dispacci “non hanno mie notizie da un bel po’”, ho ripreso la penna e la mia agenda rossa ha finalmente intere pagine scritte a mano. Scrivo lontano dal clamore delle pubblicazioni, dall’ansia di esserci, nel silenzio di pochi istanti di calma nella giornata. Cerco di fissare un’idea quando arriva inaspettata e, se non ho con me nessun pezzo di carta, mi ci aggrappo con tutte le forze per non farla scappare. Scrivo poche righe ma sempre più spesso, l’intuizione di una storia, il baluginare di un personaggio, un gesto, l’inclinazione di una battuta, il ritmo di un dialogo. Le cose che vedo, che sento, le piccole minuzie quotidiane dell’esistenza ché, diceva Goliarda Sapienza, “che cos’è la vita, se non ti fermi un attimo a ripensarla?”.

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Dai miei lunedì mattina a Odéon, fugaci e intense immersioni nel mondo esterno, torno a casa con una girandola di facce. Ho la vertigine da narrazione. Sono seduta nella metropolitana e la scrittura continua a lavorare da sola, segue una per una le persone che mi passano davanti, fino alla soglia di casa, le immagina riordinare i sacchetti della spesa, parlare al telefono, piangere, fare l’amore. Come precisa Solnit, scrivere non è battere i tasti di un computer. Si scrive anche leggendo. Osservando, mettendo insieme i puntini, allenando quella che Annie Ernaux, autrice scoperta negli ultimi mesi e che ha stravolto la mia concezione di scrittura autobiografica, chiama “l’abitudine di trasformare il mondo in parole”, di convertire la realtà in frasi, dialoghi, personaggi.

E così sono lì i miei personaggi in cerca d’autore. nell’agenda, nel quaderno degli appunti, in un foglio bianco del computer. Abbozzo un dialogo, metto in scena un pomeriggio d’estate, richiamo in superficie ricordi d’infanzia. Una signora che s’affretta e mi passa davanti, la mamma di una compagna di classe quando avevo cinque anni, una ragazza, vestita come me, della mia stessa età, che fa l’elemosina nella metropolitana una mattina d’inverno a Parigi. Sono tutti lì, a chiedere di essere raccontati e io a chiedere a loro di raccontarmi storie. Forse non usciranno mai dal cassetto, lì dove li ho rinchiusi a spiare la vita, ma intanto riempiono le mie giornate, assediano pacificamente i miei pensieri. Scrivere, l’unica cosa che ha popolato e incantato la mia vita, diceva Marguerite Duras, “Io ho scritto. E la scrittura non mi ha mai abbandonata”.

Illustrazione © Gabriella Giandelli

Soundtrack: The Piano Sonata No 16 in C Major, Mozart

La promessa dell’alba

So anche che esistono amori reciproci, ma io non vado in cerca del lusso.

Qualcuno da amare è un genere di prima necessità.

Ho conosciuto Romain Gary in un appartamento parigino del 20simo arrondissement, circa sei anni fa, un incontro inatteso tra gli scaffali di una libreria. Una storia sgualcita, ambientata a Belleville, letta in pochi giorni nel tratto di superficie della linea 6 della metropolitana, da Nation a Glacière. Un colpo di fulmine letterario, che mi ha trascinata nelle biblioteche, alla ricerca di altre parole, altri racconti, su questo scrittore che non avevo mai sentito nominare. E che poi avrei scelto come protagonista di una tesi di laurea. Ma questa è un’altra storia.

Romain Gary, pseudonimo di Roman Kacew, scrittore di origine lituana classe 1914, arriva in Francia ancora bambino, sbarca a Nizza, insieme alla madre, una semplice modista, e qui le promette di realizzare il suo sogno: diventare qualcuno, sbarazzarsi dell’accento dell’Est, dei ricordi dei pogrom polacchi, delle persecuzioni antisemite, della famiglia dispersa in quel limbo che era l’Europa orientale alla vigilia della seconda guerra mondiale. Si costruisce un’esistenza, a sua immagine, traccia un cammino. Si arruola tra le file dei resistenti e accede di diritto alla carriera diplomatica: Gary è stato militare e console, e uno dei più importanti autori di lingua francese. Ma anche regista, amante di innumerevoli compagne d’una notte, drammaturgo. Un estro impossibile da contenere in una sola personalità. Shatan Bogat, Fosco Sinibaldi, sono solo alcuni degli pseudonimi utilizzati da Gary, che ha riservato al suo alter ego Émile Ajar, una delle sue creazioni più riuscite, i suoi romanzi migliori.

Se l’austero Gary scriveva di elefanti, caccia all’avorio, inquinamento, protezione della natura, educazione europea, il travagliato e romantico Émile raccontava di bimbi perduti, mamme adoranti, ombrelli a cui ci si affeziona, cagnolini trovati per caso e un caro amico pitone, l’unico al quale ci si possa rivolgere quando la grigia e fredda Parigi è avara di abbracci. Due scrittori, una sola persona. Una magistrale pantomima letteraria, che ha gabbato anche i grandi critici dell’intellighenzia francese che, inconsapevoli di trovarsi di fronte allo stesso camaleontico autore, gli attribuirono due volte il prestigioso Premio Goncourt.

Ho imparato col tempo che l’abisso non ha fondo e che ognuno di noi può battere dei record di profondità senza esaurire mai le possibilità di quella interessante istituzione.

Firmandosi Émile Ajar, Romain Gary scrive anche La Promessa dell’Alba, una lettera d’amore alla madre che l’aveva condotto in Francia, che aveva sognato per lui un futuro radioso, tra i grandi della letteratura. Questo libro è come la pagella che non si vede l’ora di portare a casa alla fine dell’anno, il racconto di una vita di successi, che finalmente Gary offre alla madre, in ricompensa delle notti bianche trascorse a sognare un’esistenza degna per suo figlio, confezionando cappelli per le ricche dame della Francia del Sud.

Tanto vale dire subito, per chiarire questo racconto, che oggi sono console generale di Francia, membro della Liberazione, ufficiale della Legion d’Onore, e che se non sono diventato né Ibsen né D’Annunzio non è che non abbia tentato.

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Una sorta di autobiografia, che Gary scrive in California, davanti alla spiaggia di Big Sur, ormai adulto, orgoglioso di poter scrivere alla madre di aver vinto il dio della stupidità, il dio delle verità assolute, il dio della meschinità, quelli che lei gli aveva descritto come i nemici più infami. Racconta una vita intera, dalla bimba per cui inghiottì un pezzo di scarpa al matrimonio con Jean Seberg, alle lunghe notti di guerra. E d’improvviso, Gary spiega il perché di quel titolo, il senso di quella promessa, sciogliendosi in una dichiarazione d’amore e di rimpianto per un sentimento che non ritroverà mai più.

Non è bene essere tanto amati, così giovani, così presto. Ci vengono delle cattive abitudini. Si crede che ci sia dovuto. Si crede che un amore simile esista anche altrove e che si possa ritrovare. Ci si fa affidamento. Si guarda, si spera, si aspetta. Con l’amore materno la vita ci fa all’alba una promessa che non manterrà mai. In seguito si è costretti a mangiare gli avanzi fino alla fine. […] Abbiamo fatto, alla prima luce dell’alba, uno studio approfondito dell’amore e ci siamo documentati troppo bene. Dovunque andremo, porteremo con noi il veleno dei confronti; e passiamo il tempo aspettando ciò che abbiamo già avuto.

Oggi, con la giornata contratta in sfuggenti minuti liberi e diluita in lunghi pomeriggi di giochi (tanti) e sonno (poco), la promessa di Romain Gary ha per me un altro significato. Con l’arrivo di Émile, cinque mesi fa, la vita ha mantenuto la sua promessa, sono tornata anche io sui banchi di scuola e ogni giorno osservo da vicino il privilegio dei bambini, quello di fare tutto per la prima volta, di non conoscere la noia e il disincanto. Ogni giorno mi dedico a questo “studio approfondito dell’amore”, come non l’avevo mai conosciuto, tra tentativi e intuizioni, sbagli e incertezze, improvvisando strategie, in un salto nel buio quotidiano, una strana specie di alba perenne dove avanzo a tentoni, senza carte geografiche o indicazioni.

Amare è un’avventura senza mappa né bussola dove solo la prudenza porta fuori strada.

Illustrazione: © Matt Rockefeller

Citazioni: Romain Gary (o Émile Ajar)

Storie di una ferrovia

Era un confine ogni albero che il treno varcava
spogliando i rami del loro fogliame di corvi,
e quel delirio d’ali nere nell’aria
arsi frammenti erano d’una lettera
che tenteremmo invano di ricomporre.

Legno, bulloni e metallo. Sedili di pelle scura e tendine consunte che svolazzano fuori dal finestrino. Fuori, terra rossa, grano arso, muretti a secco, l’immancabile discarica personale dei soliti ignoti e poi, all’improvviso, ogni tanto, fa capolino anche il mare. I vecchi binari delle Ferrovie Sud Est sibilano nelle campagne più aride e rocciose, spuntano improvvisi, tra una duna di sabbia e un mandorlo, ricoperti di olive schiacciate o di fichi troppo maturi, nascosti dietro i profili delle vele nel porto di Gallipoli, camuffati dalle spighe lungo le tratte ormai abbandonate.

Prendere il treno nel Salento è una predisposizione dell’anima. Sceglierlo di proposito, poi, negandosi alle mostruose corriere e alle automobili personali, è quasi una filosofia di vita. Perché sul treno è più facile leggere, e c’è più spazio per le gambe, anche se d’estate, nei vecchi vagoni delle Ferrovie Sud Est, le cosce restano incollate sui sedili di pelle e il gancio per fermare la tendina della finestra spesso è rotto e il vento te la fa svolazzare sulla testa. Nel treno di ritorno da Lecce, ad agosto, ci si addormenta per il caldo, per illudersi di sfuggire alla liquefazione. E il posto te lo devi contendere con i venditori ambulanti e i loro sacchi di merce a poco prezzo e gli innumerevoli alunni di liceo e scuole medie, con cartella annessa e squadrette sporgenti fuori dallo zaino.

Sì, ma il treno. Il treno da Matino a Lecce è una passeggiata nella campagna, un quadro che scivola fuori dal finestrino. Arrivati alla stazione di Aradeo, a circa metà strada, gli alberi sono talmente rigogliosi da avere l’impressione che bussino alla finestra e ti sfiorino le guance. E poi ci sono le stazioni, tutte uguali eppure una diversa dall’altra. C’è quella minuscola di Zollino, persa nella Grecìa Salentina e, inspiegabilmente, snodo principale di numerose tratte. Quella di Nardò centrale che, in barba al nome, è un mondo sparito di palme e d’ulivi e di spighe di grano. Quella di Novoli, dove, secondo una logica sconosciuta, arriva il treno diretto a Lecce, si cambia vagone e si torna indietro.

Ci sono case cantoniere che diventano presidio del libro, che cominciano ad accogliere viaggiatori, dove il controllore e il guardiano sono sempre gli stessi da anni e, quando torni a casa, stravolta, cresciuta, con i capelli di un altro colore, ti riconoscono sempre. Vittima di una reputazione che le fa torto, la ferrovia salentina è dimenticata dai più, mentre è talmente capillare da poter essere usata anche come fosse una metropolitana. Conosco almeno una decina di persone che prendono il treno per andare in palestra, andare a cena da un’amica e tornare, fare la spesa.

Con un treno sgangherato, si andava a Lecce al liceo, quando si marinava la scuola. Un taccuino, una penna e il libro di Chatwin sulla Patagonia, e qualche spicciolo per i biglietti, quello che avevo in tasca quando sono andata in treno a Galatina, perché il professore Luigi Mangia, non vedente, mi spiegasse, con una rara intensità, lo spettacolo degli affreschi della Basilica di Santa Caterina d’Alessandria, per uno dei miei primi articoli. Sono tornata a casa, leggendo le fughe di Alice Munro, in treno, un pomeriggio d’estate, il giorno dei funerali di mia nonna. Mille lunedì mattina ho preso il treno per Lecce, ai tempi dell’università. Insieme ad una persona speciale, ho attraversato quasi tutta la penisola in treno e una volta, approfittando della desolazione dei vagoni, abbiamo chiuso il finestrino e ignorato lo spettacolo del paesaggio.

In treno
(Biglietto a N. e a V.)

Quanto manca d’azzurro a questo cielo
starò forse vivendolo con voi
mentre diagonalmente il finestrino
riga la pioggia, formandovi labili
topografie in cui il primo pensiero
è quello di trovare un luogo per collocarvi
coi vostri mille volti.
Dell’angoscia la servizievole tela
così si sperde mentre percorre vie
labirintiche e vengo in cerca di voi
in cangianti città di gocce d’acqua. 

Da decenni, nel Salento, la littorina avanza a 50 km all’ora, “piena di ruggine lenta, come qualcuno pensa a un treno”, canta Paolo Conte. Si ferma in tutte le stazioni, una carrozza si stacca, si cambia vagone all’ultimo momento, i controllori sbuffano, imprecano in dialetto e quasi nessuno sa dirti in che direzione si va e a che ora si parte. E io, arrabbiata, sudata fino alle dita dei piedi o infreddolita per l’aria condizionata che in carrozza segue ritmi circadiani incomprensibili, salgo a bordo per un viaggio immaginario, piccole ordinarie emancipazioni, minuscoli momenti di libertà, con l’unica ottima compagnia della solitudine del paesaggio, lo zaino in spalla e il fischio del capotreno.

Ecco perché mi sembra di esserci stata anche io su quei due convogli esplosi in piena campagna. Mille volte. E di aver avuto, ogni volta, la fortuna di arrivare a destinazione. E oggi ho una voglia insensata di tornare a casa e prendere un treno qualsiasi, di sentire quel vecchio rumore di ferraglie e guardare fuori dal finestrino. E Parigi, con i suoi treni ad alta velocità, gli autobus precisi e affidabili, le mostre di fotografia concettuale nella metropolitana, oggi la sopporto a malapena.

Le poesie sono di Vittorio Bodini.

Soundtrack: Il treno va, Paolo Conte

 

 

L’analfabeta

Quando nel 2010 sono atterrata in Francia, la mia prima coinquilina è stata una ragazza di Marsiglia, studentessa in Infermeria. La sua cadenza del Sud, il ritmo più lento, le vocali più aperte, mi hanno illuso di poter afferrare con facilità, sin dal primo giorno, ogni conversazione nella lingua d’oltralpe, idioma che ho studiato con passione per quasi tredici anni. L’incontro con i parigini, invece, è stato sconfortante. Tra il verlan e l’argot, e la velocità tipica della parlata della capitale, sono tornata a casa più volte con la coda fra le gambe e il sogno infranto di una mancata integrazione linguistica.

Per arrivare a intervenire e conversare in ogni registro, con ogni tipo di interlocutore, ci sono voluti anni. Anni di “Pouvez-vous répéter, s’il vous plait ?”, di letture con la matita tra le mani per sottolineare i vocaboli sconosciuti, di film con i sottotitoli e, come scriveva Emil Cioran, “lettere d’amore scritte con il dizionario” in un’avventurosa educazione sentimentale che, per me, iniziava da un libro di grammatica. Ho corteggiato la lingua francese con testardaggine e abnegazione, senza essere sempre ricambiata. “Un desiderio non è altro che un bisogno folle. […] Ci sarà sempre qualcosa di squilibrato, di non corrisposto. Mi sono innamorata, ma ciò che amo resta indifferente. La lingua non avrà mai bisogno di me”, è quanto scrive Jhumpa Lahiri, scrittrice di origini indiane, cresciuta in America, innamorata dell’italiano, in esilio linguistico a Roma per essere circondata dal suo idioma straniero preferito.

L’ebbrezza di sentirsi analfabeti e di poter riscrivere la realtà, in altre parole. È come svegliarsi la prima mattina in una nuova città, mettere i piedi in un aeroporto sconosciuto, fare qualcosa per la prima volta, ritrovarsi in una situazione di disagio, certo, di scomodità, di voluta precarietà, ma anche di eccitazione, stupore, meraviglia. “Mi piace lo sforzo. Preferisco le limitazioni. So che mi serve, in qualche modo, la mia ignoranza. Nonostante le limitazioni, mi rendo conto di quanto l’orizzonte sia sconfinato”, scrive ancora Lahiri, “quando scopro un modo diverso per esprimermi provo una specie di estasi. Le parole sconosciute rappresentano un abisso vertiginoso, fecondo. Un abisso che contiene tutto ciò che mi sfugge, tutto il possibile”.

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Oggi, il francese è diventata la lingua principale della mia quotidianità: i miei pensieri sono in francese, sogno in francese, quando discuto a tu per tu con lo specchio il più delle volte lo faccio in francese, per chiamare e giocare con gli animali di casa uso il francese, la persona che amo parla francese nonché la maggior parte dei miei autori preferiti. È come un’altra parte della mia personalità, la possibilità di un’altra versione di me stessa, che ho voluto salvaguardare anche quando Parigi, e con lei tutti i francesi, erano, pensavo, un capitolo chiuso. E non solo. Quando parlo con la mia famiglia, il francese è sempre dietro l’angolo, s’infila nelle frasi, inventa vocaboli nuovi, cambia gli accenti, stravolgendo il mio italiano e dando vita a una sorta di linguaggio ibrido, fatto di calchi, prestiti, adattamenti spesso improbabili.

Se, come diceva Rudolf Steiner, “ogni lingua dice il mondo a modo suo”, chi ne possiede più di una gode sicuramente di un mondo più intenso, un orizzonte più ampio. Oggi che un esserino di nome Émile è entrato nella mia vita, mi piacerebbe potergli insegnare la mia lingua, vorrei che domani avesse un mondo più grande, e almeno due aggettivi per descrivere ogni cosa, due nomi da poter dare a ogni emozione, esperienza, ricordo. Crescere un bambino bilingue, nella mia testa lo immaginavo già da tempo. Quello che non sapevo è che sarebbe stato così difficile. Tornare all’italiano ogni giorno, per raccontare le cose più semplici, dire ad alta voce il nome degli oggetti, contare fino a dieci, mi riesce più arduo di quanto pensassi. La voce risuona artificiale, quasi non la riconosco. Le parole scivolano, sono inadeguate, approssimative. Percepisco la stessa precarietà del muovermi nel buio in un continente sconosciuto. Non credevo ci si potesse sentire analfabeti nella propria madrelingua.

Agota Kristof, scrittrice ungherese, naturalizzata svizzera, racconta la precarietà di essere stranieri e incapaci di esprimersi nella breve autobiografia L’analfabeta, undici scarni e intensi episodi dove la lingua francese uccide lentamente la sua madrelingua, incuneandosi nella memoria, nelle abitudini, sul foglio bianco, stravolgendo le parole, l’udito, la percezione della realtà. Una lingua da imparare per necessità, per sopravvivere all’esilio e alla solitudine, per poter scrivere e salvarsi da un abisso inevitabile. Tuttavia, una lingua acquisita, che non si parlerà mai correttamente e non si scriverà mai senza errori: “Questa lingua , il francese, non l’ho scelta io. Mi è stata imposta dal caso, delle circostanze. So che non riuscirò mai a scrivere come scrivono gli scrittori francesi di nascita. Ma scriverò come meglio potrò. È una sfida. La sfida di un’analfabeta” , così scrive Agota. Una sfida che riuscirà a vincere: oggi Agota Kristof è considerata una delle più grandi esponenti della letteratura francofona, ma negli ultimi anni della sua vita non riusciva più a utilizzare l’ungherese, che aveva relegato a lingua della memoria.

Oggi torno indietro nel tempo a quando l’italiano era l’unica lingua che potessi immaginare, a quando gli oggetti, le emozioni, i colori avevano tutti un solo nome. Ho preparato un elenco di libri, di cartoni animati, di canzoni, di poesie, per tornare a studiare la mia lingua, per riportarla in vita e poi riuscire a insegnarla. La sfida dell’analfabeta. O meglio, ancora una volta una lettera d’amore che ha bisogno di un dizionario. E che non vedo l’ora di scrivere.

Soundtrack: Sharon Van Etten, You know me well

Ho stilato una piccola sitografia a uso dei neofiti del bilinguismo per bambini. Consigli, dritte e suggerimenti di altri siti o libri sono i benvenuti!

Il lusso dello spazio

Ha una sua solitudine lo spazio,
solitudine il mare
e solitudine la morte,
eppure tutte queste son folla
in confronto a quel punto più profondo,
segretezza polare,
che è un’ anima al cospetto di se stessa:
infinità finita.

Emily Dickinson

E se il vero lusso fosse lo spazio? Era un foglio, una pubblicità, con una maratona, una strada affollata e un corridore solitario, lontano da tutti gli altri. Una pagina di giornale, un po’ spiegazzata che, come segno di ribellione adolescenziale, è stata appesa nella mia vecchia cameretta per un bel po’ di mesi, con la scritta in bella mostra: E se il vero lusso fosse lo spazio? Erano tempi in cui allargare gli orizzonti significava prendere la bicicletta e andare ad abbracciare gli ulivi nelle campagne salentine, immaginarsi parte di una grande città universitaria, o addirittura all’estero, scoprire, da sola, un nuovo libro, un autore di cui non si parlava a scuola.

Erano giorni strani, fatti di storie e grandi progetti, fatti essenzialmente di solitudine, una condizione naturale in cui leggere Virginia Woolf chiusa in una stanza, sebbene senza reddito alcuno, sembrava già essere un passo per fare della scrittura il mezzo che m’avrebbe permesso di vivere in autonomia. Un primo passo per avere uno spazio tutto per sé, in un angolo non meglio precisato del pianeta. Perché, come scrive Elena Fiorini su No Borders Magazine, “in Terza Liceo, ci finisci lo stesso a fissare le tue vertigini fuori dalla finestra, invidiando tutte quelle macchine che sfrecciano in autostrada dirette chissà dove. Ci finisci lo stesso a desiderare di partire per venirti un po’ incontro. Ci finisci lo stesso a sperare di ritrovarti, se non di trovarti alla fine del mondo. O poco più in là”.

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Trovarsi in un buco, in fondo al buco, in una solitudine quasi totale e scoprire che soltanto la scrittura ci salverà. Essere senza alcun argomento di libro, senza alcuna idea di libro significa trovarsi, ritrovarsi, davanti a un libro. Un’immensità vuota, un libro eventuale. Davanti a niente. Davanti a una scrittura viva e spoglia, in un certo senso terribile, terribile da sormontare. Credo che la persona che scrive non abbia nessuna idea di libro, ha le mani vuote, la testa vuota e conosce dell’avventura del libro soltanto la scrittura asciutta e nuda, senza futuro, senza eco, remota, con le sue regole auree elementari: ortografia, senso.

Marguerite Duras, Scrivere

Negli anni a venire, la solitudine è diventata uno stato di famiglia, un qualcosa che difficilmente ci si può scrollare di dosso, come una di quelle abitudini che si disprezzano in pubblico ma di cui andiamo segretamente fieri. E, paradossalmente, adesso che per inconfutabili ragioni fisiche sono sempre in compagnia, per parafrasare Emily Dickinson, senza la mia solitudine, mi sento ancora più sola. Come se avessi perso un pezzo per strada, se avessi preso una deviazione senza accorgermene, come se da quell’ammasso di puntini grigi che ero diventata lo scorso anno, costretta a ricominciare da zero, sia venuto fuori uno scarabocchio non meglio definito, straniero a se stesso, bisognoso di cure.

Lo scorso anno, con pochi averi in tasca, uno zaino sempre pronto, l’imbarazzo continuo di dover ripetere a ogni nuova conoscenza il mio stato di disoccupata, la difficoltà nello spiegare a tutti che stavo facendo un esperimento, che volevo ritrovarmi da sola, in una nuova città per rimettere insieme i pezzi, unire i puntini, ricomporre un’esistenza andata in frantumi. Non mi sono mai sentita così sola. Eppure, non mi sono mai sentita così viva, come le sere in cui tornavo a casa in bicicletta, dopo il laboratorio di teatro, sotto la pioggia, lungo i viali di Padova. Piazza Mercanti, a Milano, deserta, a mezzanotte, e io che tornavo dal Piccolo Teatro. I caffè al Bar Magenta, prima di andarmene per Parco Sempione. Guidare da sola lungo la litoranea, da Gallipoli in giù e ritorno. Non era facile, ma sentivo in qualche modo di star tracciando una strada, solo mia.

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La solitudine, diceva De Andrè, non tutti se la possono permettere. Anime Salve, il suo ultimo album registrato in studio, uscito nel 1996, secondo un’etimologia più desueta, significa spiriti solitari. Rimanere da soli con se stessi, anche per il breve tempo di un pomeriggio, è una porta d’accesso al mondo esterno. La solitudine permette di “accordarsi meglio con il circostante”, che non è fatto solo di altri individui, ma “di una foglia che spunta nel campo di notte”, delle onde del mare, di un nostro respiro. La solitudine, in fin dei conti, permette di pensare meglio ai nostri problemi e, se siamo fortunati, anche di trovare migliori soluzioni. E io già l’avevo capito, in terza liceo.

Sia lodato il cielo per la solitudine. Lasciatemi solo. Lasciate che getti via questo velo dell’essere, questa nube che muta al minimo soffio, notte e giorno, tutta la notte e tutto il giorno. Mentre stavo qui seduto, sono cambiato. Ho visto il cielo mutare. Ho visto le nubi coprire le stelle, poi liberarle, poi coprirle di nuovo. Ora non vedo più quei mutamenti. Ora nessuno mi vede e io non muto.

Virginia Woolf, Le onde

Images © Shout

Soundtrack: Bandabardò e Davide Enia, Nino e Carmela

Olivia Snaije, freelance in bicicletta

Olivia Snaije è nata in Egitto, da madre statunitense e padre cinese, naturalizzato americano. Giornalista, editor e traduttrice, si occupa principalmente di Medio Oriente, multiculturalismo, letteratura e cucina. Dopo aver lavorato a Milano, Londra, Parigi, New York, è tornata nella capitale francese, “da dove”, dichiara, “non mi muoverò più”. 

Olivia in biciclettaIncontro Olivia un lunedì pomeriggio d’agosto, al caffè Le Select, nel cuore del 14simo arrondissement di Parigi. “Venendo qui, mi è venuta un’idea per una graphic novel“, esordisce in perfetto italiano, prima di accomodarsi in terrazza. E iniziare a raccontarmi della sua vita in Francia. “Mi definirei piuttosto una nomade globale, nonché una falsa americana”, ride, “ho ereditato uno stile di vita internazionale da un’infanzia itinerante e questo vuol dire che anche i miei amici sono nomadi come me”, conclude, “sembra quasi che ci si riconosca”. Trasferitasi a Parigi per motivi personali, Olivia oggi lavora da freelance nella capitale. “Ho scelto di circondarmi di persone con le quali posso parlare tre lingue, scivolare dal francese all’inglese all’italiano senza aver paura di essere percepita come una snob o con un’ammirazione fuori luogo quando dico che ho delle origini cinesi e americane e vivo a Parigi”.

Ho l’impressione di vivere più realtà allo stesso tempo”, continua, “sarà perché i miei amici sono sparsi per il mondo o perché cerco di restare aggiornata su quello che succede in varie città e perché ho vissuto in più continenti ma non mi sembra di vivere a Parigi”. Intrecciare legami e coltivarli nel tempo, spostarsi nell’arco di un clic da Beirut a New York, da Tangeri a Roma, transitare in una città, averne la residenza, ma restare viaggiatrice nello stile di vita e nel pensiero. “Qui a Parigi i miei amici sono quasi tutti viaggiatori, come me, affondano le radici in più parti del mondo”, continua, “ho una sola amica che è una francese puro-sangue, io la chiamo la mia amica esotica”.

Vanity Fair, o fact-cheking nello scantinato

Il giornalismo francese non assomiglia a quello inglese, secondo Olivia, dal lavoro sulle notizie alla scritture, decisamente meno asciutta e chiara. “Ho un background anglosassone che ha reso i miei articoli oggettivi, imparziali”, spiega, “sono ossessionata dal fact-checking”. Una deformazione professionale: “ricordo quando lavoravo a New York, da Vanity Fair, come fact-checker, in un ufficio buio al piano di sotto, mentre i giornalisti più conosciuti lavoravano nella redazione principale, luminosa, con uffici da star”.

Vivendo nella capitale francese, è impossibile ignorare Le Monde, ma “mi sembra di non ricavarci molto dalle lettura“, scherza Olivia. “Leggo The Guardian, Publishing Perspective (il giornale per cui collabora, ndr) e, tra le riviste on-line francesi, mi piace molto Rue89“. Pur lavorando principalmente per media tradizionali, Olivia si interessa non poco al magmatico mondo dei blog: “Ad esempio, seguo il blogChocolate & Zucchini, di Clotilde Dusoulier, una francese installatasi negli Stati Uniti, che ha fatto di se stessa un vero e proprio marchio, e, virando su argomenti completamente differenti, seguo il blog ArabLit, sulla letteratura araba“.

L’idea del libro di cucina è nata dal mio lavoro di giornalista culturale”, racconta Olivia, “parlando con gli artisti, gli scrittori, i musicisti, di origini differenti ma tutti di base qui a Parigi ho riscontrato che si assomigliano tutti in un punto: la nostalgia per il cibo della propria madrepatria”. Sembra quasi che le menti creative di tutto il mondo una volta giunte in riva alla Senna abbiano una sola preoccupazione: ritrovare gli ingredienti, i sapori che hanno lasciato a casa. Da qui l’idea di raccontare le disavventure per trovare radici, spezie, aromi, ma soprattutto i consigli, quelli di una viaggiatrice ormai parte della città, sui mercatini, le macellerie, le panetterie.

Di hall fumose a Beirut

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Coco, il pappagallo nella lobby del Commodore Hotel, di solito accoglieva gli ospiti cantando la Marsigliese. Rapito durante l’attacco di una milizia, non fu più ritrovato.

Quello che manca a Parigi è sicuramente un punto di ritrovo per la stampa estera”, continua Olivia, “non esiste un’associazione della stampa estera come quella di Londra o un posto come il celebre Commodore Hotel a Beirut”, mi spiega, raccontandomi di atmosfere forse perdute, club fumosi, chiacchierate infinite tra reporter, confronti sulla terrazza di un hotel dove per 16 anni i giornalisti hanno raccontato una delle guerre civili più cruente del Medio Oriente.

Il mio punto d’osservazione è la mia bicicletta”, afferma Olivia, “muoversi in sella alle due ruote mi permette di restare aggiornata sulla vita in città, se un nuovo bar apre, se una galleria chiude, se qualcosa è cambiato”, la bicicletta come radar, per respirare la brezza e le novità. “Abito nella rive gauche, ma continuo a preferire la rive droite, mi piace molto il quartiere vicino Gare du Nord, penso si stia sviluppando molto”, racconta, “mi piace visitare il 104 e andare a bere qualcosa al 61, l’unico posto di Parigi dove i giornalisti siedono allegramente insieme, in riva al canal de l’Ourcq”.

L’arte, la cultura, per me sono un modo di parlare in maniera più leggera di situazioni socio-politiche delicate”, e, in fondo, “essere giornalisti culturali significa anche avere una buona scusa per incontrare persone incredibili”, per imbattersi in progetti, luoghi, orizzonti, che senza il pretesto di un’intervista non sarebbero mai entrati in collisione con le nostre vite. Molti di questi incontri sono finiti nel suo vecchio blog, One Metropolis, un post dopo l’altro, ambientati tutti in una città differente, per esplorare i problemi della fauna metropolitana. “Sono convinta che un cittadino di Beirut e uno di New York abbiano più cose in comune di due connazionali che abitano nella campagna di una stessa nazione”.

Olivia ha di recente tradotto la graphic novel “Bye Bye Babylon di Lamia Ziadé, dal francese all’inglese e editato la pubblicazione del libro fotografico “Keep your eye on the wall“, sul simbolo del muro nel contesto palestinese. In cantiere, annuncia altri entusiasmanti progetti, nuove corse in bicicletta e, chissà, forse una graphic novel scritta da lei.

Fonti citate

The Guardian

Publishing Perspectives

Rue89

Chocolate & Zucchini

arablit

Spot preferiti

Le 104

Le 61 bar

Sostiene Pereira

A settembre, di ritorno dalla Grecia, sono partita per la Francia, per ritrovare quello che mi sembrava perso per sempre, per ritornare sulla strada di casa e verificare che ci fosse ancora il mio nome sulla cassetta delle lettere. Lo zaino sulle spalle, una valigia, un cuore gonfio di attese. E in tasca due biglietti per il Portogallo, un viaggio da cui non siamo forse più tornati.

Il Portogallo è stato una parentesi irreale tra una partenza e l’altra, venti giorni di viaggi, treni regionali, azulejos, sardine, oceano, luna blu, fado, fiumi, porto. Tornata a casa, non ho nemmeno fatto in tempo a svuotare le valigie, a soffiare via la sabbia dai libri, a segnare sulla guida cosa avevo scoperto. Di capire cosa avessi perso e cosa avessi finalmente guadagnato. Un nuovo decollo, una nuova vita improvvisa si faceva già largo senza chiedere il permesso.

oceano

La musica di Coimbra, la malinconia di Porto e il sole di Lisbona, sono tornati a farmi visita nottetempo, in questi giorni d’insonnia, richiamati forse dai libri di Tabucchi sul mio comodino. Il rumore delle onde è venuto a svegliarmi, come le notti trascorse in riva all’oceano, in rua do Oceano Atlântico, nella regione di Salgado, Portogallo centrale, nella Casa Azul di Fernanda, 80 primavere impregnate di salsedine.

Pereira traduceva romanzi francesi dell’Ottocento, curava la pagina culturale del Lisboa, giornale indipendente, parlava al ritratto di sua moglie e pensava a Monteiro Rossi e alle sorti dell’Europa e all’imminente avanzata del fascismo, davanti a lui un piatto di omelette alle erbe aromatiche e una limonata senza zucchero. E io intanto, ai piedi della Basilica di Montmartre, torno a salutare gli studenti di Coimbra, ammantati da una cappa nera, a inseguire il vento che spettina il fiume Douro a Porto, la brezza che increspa il Tago, ad aspettare il sole sulla sabbia fatta di minuscole conchiglie a Nazaré.

Come racconta Tabucchi nelle ultime pagine del libro, i personaggi che aleggiavano nell’etere da troppo tempo prendono forma davanti agli occhi di notte, ologrammi di autobiografie altrui, “un baule pieno di gente”, che si apre magicamente al tramonto e popola le mie giornate, infischiandosene dei primi scampoli di primavera a Parigi.

“La smetta di frequentare il passato, cerchi di frequentare il futuro”, consiglia il dottor Cardoso a Pereira, eppure, a volte ci si lascia semplicemente naufragare in una stupida nostalgia, “di cosa non saprebbe dirlo, sostiene Pereira”, di qualcosa di vago. Di un semplice altrove. Di una vita passata e di una vita futura.

Image © Adams Carvalho

Soundtrack: Rodrigo Amarante, Tardei

Racconto del Portogallo anche nell’articolo La mia Coimbra scritto per Q Code Magazine e letto a voce alta per l’emissione radiofonica argentina Vieni via con me

Fuga in Bretagna

Imparo in questi mesi come il viaggio sia soprattutto un ritorno, come scriveva Magris, “che insegna ad abitare più liberamente e poeticamente la propria casa”. Tornare in Francia, ricominciare da zero, riscoprire un posto già conosciuto, accorgersi di quello che ci era sfuggito. Per me, Parigi è diventata di nuovo una caccia al tesoro. Lo diceva anche Saramago, che non si arriva mai, che non c’è viaggio che finisca: “Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si era visto in estate, veder di giorno quel che si era visto di notte, con il sole dove prima pioveva”. Tuttavia, abbandono Parigi sempre più volentieri e comincio a scoprire una terra che avrei dovuto esplorare già da tempo: tutto il resto della Francia.

Da Parigi, ad esempio, bastano meno di tre ore per raggiungere Saint-Malo, punta bretone affacciata sulla Manica, città corsara abbracciata da possenti bastioni, dal litorale sfiorato dall’Atlantico ed esposto alle maree. Proprio come quello di Gallipoli, il centro storico di Saint-Malo è racchiuso in un’isola collegata alla città e, come ogni cittadina di mare che si rispetti, d’inverno è come un campo al riposo, un borgo in sordina, dal fascino austero e malinconico.

lucy

Lucy, il cocker di casa sulla Grande Plage di Saint-Malo

Nonostante le rivendicazioni dei maluini, il bretone non è stato mai parlato in questo angolo selvaggio della Bretagna, dove invece si usava discorrere in gallo, antico dialetto neolatino, ma oggi entrambi gli idiomi sono insegnati nelle università locali e tenuti in altissima considerazione, così come tutte le altre tradizioni culturali della regione, dalla cucina, con l’onnipresente galette con la farina di grano saraceno (attenzione, a non confonderla con la crêpe, che è dolce e dall’impasto più chiaro), alla storia e la musica celtica fino agli eventi più recenti, come Quai des Bulles, celebre festival di fumetti in riva all’oceano, e la Route du Rhum, regata che ogni quattro anni vede salpare dal porto di Saint-Malo navigatori diretti verso le Antille in solitaria.

Prima di diventare una destinazione turistica, punto d’approdo di velisti e appassionati di cure termali, Saint-Malo, terra natale tra gli altri dello scrittore romantico Chateaubriand, era un forte in mano ai corsari, che lavoravano al servizio del re in lotta contro l’Inghilterra. Tra di loro, Robert Surcouf, la cui sagoma fronteggia ancora l’oceano dai bastioni, indicando il paese nemico. Pescatori di merluzzo e fedeli al sovrano, i corsari di Saint-Malo hanno fatto della città un importante polo commerciale, padrone dei traffici marittimi nei Mari del Sud e in quelli delle Indie Orientali, una prosperità che finisce nel 1713 con il Trattato di Utrecht e il ritorno della pace in Europa.

A febbraio Saint-Malo ha il piglio di un marinaio che si riposa in silenzio, davanti al tavolo di un’osteria, placida e calma come la bassa marea, ma imprevedibile come l’umore oceanico. Attraversare la spiaggia, eccezionalmente pulita, raccogliere conchiglie, cercare di contare gli scogli e le isolette che appaiono e scompaiono tra le onde all’orizzonte, immaginare le storie racchiuse nel maestoso Fort National che si scorge nei pressi del centro storico è un antidoto a ogni mal di mare emotivo, e se anche Baudelaire riusciva a distendersi alla vista del Mediterraneo, non c’è spirito che non riesca a rasserenarsi al rumore delle onde di Saint-Malo.

Dalle rive di Saint-Malo, inoltre, è possibile partire alla volta della scoperta della Bretagna, verso la magica foresta di Brocéliande o ancora Lorient, oppure affacciarsi in Normandia e visitare il Mont Saint-Michel. “Raggiungere il Mont Saint-Michel è un attimo”, ci assicurano all’ufficio Turismo. E anche con un cane, fatta eccezione per gli inflessibili autisti degli autobus di Saint-Malo, tutto il percorso è fattibilissimo anche con uno scanzonato cocker al seguito, dal treno alla navetta che porta fino ai piedi del monte. Inoltre, dato che il nostro fine-settimana coincide con i giorni lavorativi del resto del mondo, spesso usufruiamo di: meno code, più spazio nel treno, meno attesa, ristoranti liberi senza bisogno di prenotare, ma anche itinerari più difficili. In settimana, infatti, per arrivare al Mont Saint-Michel occorre cambiare tre mezzi diversi, con una sosta a Dol-de-Bretagne. Se siete fortunati, la coincidenza diretta al monte arriverà non più di mezz’ora dopo. Giusto il tempo di prendere un caffè al bar albergo della stazione, l’Hôtel de la Gare, uno sgangherato bar dello sport, con gli habitué in pensione, intenti a scommettere sui cavalli con un bicchiere di calva già dalle 11 del mattino.

Una volta arrivati, potete scegliere di proseguire a piedi lungo la passerella di legno che conduce ai piedi del monte oppure aspettare la navetta (anche questa dog-friendly) e giungere a destinazione in poco meno di cinque minuti, bypassando tutto l’apparato turistico che circonda l’abbazia, ristoranti giapponesi, brasserie un po’ scarne, trattorie di dubbio gusto, una scenografia che poco si adatta alla maestosità dello scenario.

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San Michele dall’alto della torre abbaziale sorveglia il flusso incessante di visitatori, lì dove un tempo era la ferrovia a condurre monaci e viaggiatori all’ingresso della cittadina. Annoverati nella lista dei beni patrimonio dell’Unesco, la spiaggia, il comune e l’abbazia sono tra i siti più visitati in tutta la Francia. Da qui l’efficace macchina turistica che circonda l’abbazia, tra negozietti di souvenir, ristorantini e fast food aperti 24 ore su 24 e pensioni con vista sull’oceano, frequentate anche d’inverno. Pare che ben poco sia lasciato ai soli 41 abitanti del villaggio, che ormai sembra essere costruito a misura di viaggiatore. Tuttavia, il proliferare di menu e promozioni non intacca il fascino del Mont Saint-Michel, terra di pellegrini e avamposto selvatico della natura, che incanta da secoli viandanti, letterati, monaci e artisti.

All’ingresso della cittadella, prendetevi un po’ di tempo per guardarvi intorno, per lasciarvi incantare dalle maree, dalle sabbie mobili, dai giochi dei gabbiani a filo d’acqua. Seguite la traiettoria del vento fino ai bastioni. Qui non serve affannarsi a rispettare un itinerario, il villaggio è talmente piccolo che si corre il rischio di rifare più volte le stesse viuzze. Divertitevi a salire, a scendere, a circumnavigare l’abbazia (avrete tempo per visitarla, alcuni ambienti non sono accessibili e la visita completa dura meno di un’ora) e a scoprire la vera storia della mère Poulard, catena alimentare che ha ormai il monopolio nell’intera cittadina, fondata dalla signora Poulard in persona, geniale imprenditrice, al secolo Anne Boutiaut, quando giunse nel 1872 ai piedi del monte. Le spoglie della signora Poulard riposano nel piccolo cimitero in cima al monte, pochi metri quadri di antichissime sepolture, un gioiello gotico con vista sui moti perenni delle maree.

Consacrato a San Michel nel 708, insieme al Santuario nel Gargano, quello del Mont Saint-Michel è tra i più antichi luoghi di culto in Europa, secondo la leggenda fatto erigere dal vescovo Aubert per ordine dell’Arcangelo. Dal romanico al gotico flamboyant, l’abbazia mescola gli stili architettonici, le altezze, i volumi, in un magistrale gioco di geometrie, vuoti e pieni, linee rette e curve. Poter ancora aggirarsi tra i corridoi vuoti, tra gli antichi refettori è sublime, tanto quanto affacciarsi alle terrazze che si allargano sui quattro angoli dell’abbazia, a strapiombo sulle sabbie, e immaginare un tempo altro, fatto di lenti pellegrinaggi, silenzi leopardiani, altre epoche dove ci si permetteva il lusso di escludersi dal mondo e ignorare cosa ci fosse al di là dell’orizzonte.

Il ritorno a casa, per una strana legge spazio-temporale, è sempre più breve. E Parigi ci mette poco a riguadagnare terreno, con le sue metropolitane affollate, gli orizzonti tagliati dagli ultimi piani in ardesia, l’andatura imbronciata di chi ha sempre qualcosa di meglio da fare.

Un paio di indirizzi testati:

  • a Saint-Malo, Le Chalut: nel centro storico, Intra-Muros, decoro semplice, pareti azzurre e un acquario dove vengono recuperati in tempo reale i crostacei serviti nel piatto, ottimo ristorante di pesce.
  • al Mont Saint-Michel, La Confiance: dal nome della nave del corsare Robert Surcouf, alle porte della cittadella, questa brasserie vi regalerà un’ottima accoglienza e galette buonissime, nonché un posto al caldo se avete la fortuna di accaparrarvi il tavolo vicino al camino.

Note a margine: sullo sfondo, dietro di noi, una ragazza ha percorso lo stesso itinerario. Dal vecchio Bar Hôtel a Dol-de-Bretagne, fino al Mont Saint-Michel e ritorno, per finire con un bicchiere nello stesso sgangherato caffè, alla stessa ora, davanti alle solite incessanti corse di cavalli. Zaino in spalla, taccuino, libro e borsa leggera. E io, dall’altro lato, con un po’ di nostalgia per le mie zingarate in solitaria.

Soundtrack: Tame Impala, Endors-Toi

Immagini: la sottoscritta

Sulla strada

Qualche mese fa, di ritorno a Parigi, ho finalmente svuotato lo zaino che mi sono trascinata dietro per tutto l’ultimo anno. Sono partita dalla Francia lo scorso gennaio, diretta in Veneto. A marzo mi sono trasferita al settimo piano di un palazzo a Milano Sud, ma tornando ogni lunedì sera in quel di Piazza Napoli a Padova per il mio corso di teatro. A fine giugno sono sbarcata nel Basso Salento e sono ripartita a settembre, destinazione Grecia, poi Portogallo, Francia e infine una breve e onirica parentesi americana.

Ho passato un anno a incontrare nuovi amici, chi in classe, tornando dietro i banchi di scuola, il sabato e la domenica, chi in teatro, altri talmente fugaci che probabilmente non rivedrò mai più. Una lunga serie di arrivederci e partenze, mesi interi trascorsi nel reame ben familiare della temporaneità e del precariato esistenziale. A ripensarci, non vedevo l’ora di svuotare lo zaino, di usarlo solo per fare la spesa, almeno per un po’, di smettere di cercare casa, di poter fare progetti con respiro più ampio di un singolo trimestre. Allo stesso tempo, non mi sono mai sentita così bene e così libera. Per un po’, mi sono rifiutata di portarmi dietro qualsiasi tipo di fardello, lasciavo a casa anche la borsa, rimettendomi alla capacità delle tasche del mio cappotto.

GLORIA STEINEM

Per questo, quando a ottobre sono tornata a casa a Montmartre, ho svuotato lo zaino, ho riposto i libri, ho sistemato i vestiti nell’armadio, una volta per tutte, è come se qualcosa si fosse spezzato. A Pasadena, alla libreria Distant Lands, paradiso dei viaggiatori, avevo acquistato On Vagabonding, un vademecum per inguaribili nomadi, per sopravvivere alle urgenze pratiche e alla nostalgia, per portarsi dietro lo stretto necessario e prepararsi alle prossime partenze. L’ho conservato sullo scaffale più alto, rassegnandomi a qualche anno di sedentarietà, a mettere da parte le zingarate, la terra che manca sotto i piedi, quella strana sensazione di familiarità e di casa che si prova a sedersi da soli al tavolino di un bar. Ho cominciato a guardare con diffidenza ai libri di viaggio, come se d’ora in poi potessero solo farmi sentire inadeguata.

Così è stato anche quando ho preso in mano My Life on the Road, le memorie autobiografiche di Gloria Steinem, libro che per tutto il mese di gennaio, almeno a Parigi, è stato introvabile, grazie all’intervento di Emma Watson e del suo club letterario Our Shared Shelf. Attivista, giornalista e autrice, classe 1934, di recente alla ribalta per un intervento improbabile sulle presunte motivazioni delle supporter di Bernie Sanders, Gloria Steinem ha passato almeno cinquant’anni della sua vita attraversando gli Stati Uniti, sostenendo la causa dei diritti delle donne e organizzando conferenze, convegni, campagne, incontri studenteschi e soprattutto quelli che lei chiama “talking circles“, occasioni di dialogo in cui, come nelle assemble dei Nativi Americani o delle donne indiane, ci si siede in cerchio e si comincia a parlare, “tra le forme più efficienti di democrazia esistenti al mondo”.

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My Life on the Road racconta l’inizio dei suoi viaggi da quando, in camper insieme al padre, a pochi anni, senza aver mai messo piede in una scuola, lo accompagnava a smerciare antichità agli antiquari del MidWest. Racconta di come un medico le ha cambiato la vita, accettando di praticarle un aborto a 22 anni e permettendole di partire per l’India e iniziare un nuovo capitolo della sua esistenza. Di come lentamente, dall’essere una scrittrice nella sua torre d’avorio, si sia trasformata in una attivista in grado di parlare davanti a platee di migliaia di persone. Di come viaggiare l’abbia tenuta in vita e continui a farlo, insegnandole giorno dopo giorno a parlare con gli sconosciuti, ad ascoltarli, a far incontrare le persone, a organizzarle e aiutarle a far sentire la propria voce.

Ho sempre sostenuto, insieme a Maeve Brennan, che sentirsi a casa fosse uno stato d’animo. Che ci si può ritrovare anche in un posto in cui si mette piede per la prima volta, al tavolo di un caffè quando si arriva in anticipo in stazione, tra le braccia di qualcuno, in un’altra nazione, in riva all’oceano in Bretagna o in Portogallo. Gloria Steinem ci mostra come anche il viaggio possa diventare uno stato mentale, che in qualsiasi momento si può cominciare a vivere “in un on-the-road state of mind, senza andare alla ricerca di quello che ci è più familiare, ma restando aperti e ricettivi a quello che arriva. L’avventura può cominciare nel momento esatto in cui si chiude la porta di casa”. Come l’improvvisazione di un musicista jazz, come un surfista alla ricerca dell’onda, come un gabbiano che vola sulla corrente del vento. “Una dipendenza al viaggio, alla strada, può esistere dappertutto”, scrive Steinem. La rivoluzione inizia ascoltando gli altri, costringendosi a vivere nel presente, nell’immediato, come quando si è in viaggio e ogni coordinata spazio-temporale sembra ridursi al qui e ora.

Seguire Gloria nei suoi racconti è stato un succedersi di epifanie, di improvvise rivelazioni, di quei momenti in cui lasci il libro sulle ginocchia e resti dieci secondi con gli occhi incollati al muro. Insieme alle storie di Steinem, ci sono poi anche quelle di Florynce Kennedy, attivista afro-americana, della straordinaria Wilma Mankiller, prima donna eletta capo della regione Cherokee negli Stati Uniti, e poi i viaggi di suo padre, il suo improbabile senso degli affari, e la depressione di sua madre, pioniera del giornalismo d’inchiesta, che ha abbandonato il lavoro e il mondo esterno per seguire i sogni di suo marito, l’infanzia delle sue figlie e gli alti e bassi del suo umore. E ancora le coraggiose battaglie degli Indiani d’America nelle riserve, nelle scuole che ne vogliono cancellare la lingua, le tradizioni, la cultura.

Ogni storia individuale diventa di interesse generale. Nelle pagine di Gloria si succedono nazionalità, accenti, mestieri, facce, tutte con la propria esistenza. Come ribadivano le femministe nostrane negli anni Settanta, il personale è politico, e il più delle volte va raccontato in prima persona. E l’effetto collaterale di questo libro è stato anche quello di ricordarmi quale scrittura preferisco, quella dove ci sono io, a parlare, a registrare, illustrare la realtà secondo il mio punto di vista. E che forse a questa scrittura dovrei dedicarmici un po’ di più.

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Ma la parte più bella è il ritorno di Gloria. La costruzione di una casa, dove finalmente sparpaglia i suoi appunti per terra, conserva i libri in una biblioteca, uno spazio dove invitare gli amici, un indirizzo a cui raggiungerla facilmente, ma soprattutto la scoperta che essere domiciliata in un posto non le avrebbe impedito di viaggiare. Realizzare finalmente che non è necessario scegliere una vita polarizzata, o dentro o fuori, che, nonostante si sia nati di sesso femminile, non si è sempre costretti a un’alternativa, ma si possono avere entrambe le esistenze, il calore di un luogo al cui tornare e l’ebbrezza del viaggio, anzi “l’atto più rivoluzionario per una donna sarebbe tornare dai suoi viaggi e trovare tutto il conforto della sua famiglia“, restando libera di ripartire.

“Molto prima che nascessero queste divisioni tra la casa e la strada, tra il posto di una donna e il mondo dell’uomo, gli esseri umani seguivano i raccolti, le stagioni, viaggiando con le proprie famiglie, i nostri compagni, i nostri animali, le nostre tende. Costruivamo tende e ci spostavamo da un posto all’altro. Questo modo di viaggiare e di vivere è ancora scritto nella memoria delle nostre cellule”. Si può fare una tenda e poi smontarla e ripartire, e decidere in corso d’opera quanto tempo starci, un mese, un anno, tutta la vita. “Mio padre non avrebbe dovuto passare la vita da solo, vendendo porta a porta antichità, solo per la gioia di essere in viaggio. Mia madre non avrebbe dovuto abbandonare la sua strada per restare a casa. Nessuno dovrebbe farlo. Nemmeno io. Nemmeno tu”.

Con questo articolo, inizia una serie di appuntamenti mensili, considerazioni, spunti e riflessioni sui libri suggeriti dal club letterario di Emma Watson, al quale consiglio vivamente di aderire. Alla prossima, con Il colore viola di Alice Walker. 

Soundtrack: 4 Non Blondes, Spaceman 

 

 

Bruciare la casa

“Per anni ho immaginato lo spettacolo che finisce con l’incendio”. Tale fantasmagoria pirotecnica appartiene a Eugenio Barba, classe 1936, regista e teorico teatrale, originario di Gallipoli, nel Salento, emigrato poi in Norvegia, in Polonia sulle tracce di Jerzy Grotowski, oggi di base a Holstebro, un piccolo villaggio danese dove ha fondato il suo Odin Teatret, compagnia multiculturale, i cui 25 attori e performer, rifiutati dalla scuola di teatro statale, provengono da continenti e paesi diversi. Teorico del teatro come baratto di culture, antropologo del teatro, fondatore dell’International School of Theatre Anthropology, ma anche marinaio, pittore, viaggiatore, studioso, Eugenio Barba è ritenuto, insieme a Peter Brook, tra i pochi maestri occidentali viventi. Io l’ho conosciuto per caso, tra le pagine di un almanacco salentino, nella prima redazione dove ho lavorato, e poi me lo sono ritrovato davanti due estati fa, a Lecce, nel foyer di un teatro, senza trovare il coraggio di parlargli.

Il teatro, come isola galleggiante, isola di libertà, immune al concetto di casa, patria, radice, l’attore come zona franca dell’essere umano, allergico alla propria epoca, atemporale, forgiato dal training quotidiano e dal proprio disagio nei confronti della realtà, sono solo alcuni dei concetti che hanno guidato il lavoro e la ricerca di Barba per più di cinquant’anni, all’origine di spettacoli unici, come Min Fars Hus La vita cronica, ed esplorazioni culturali in tutto il mondo, nelle lande estreme e nelle grandi capitali, tra le tribù disperse dell’America Latina e i villaggi sperduti del Salento.

L’esperienza del teatro inizia per risolvere una problematica esistenziale: “restare se stesso, cioè diverso, in terra straniera“, in Norvegia, dov’era solo un emigrante meridionale. Una quadratura del cerchio che trova la sua via di fuga nel decidere, a poco più di vent’anni, di diventare regista, originale a prescindere, differente per natura, vocazione e deformazione professionale. Modificare la propria esistenza e modellarla. Bruciare la casa, annullare i programmi, impedire la previsione per assicurasi la più magica e fantasiosa delle visioni, l’estro, l’inventiva. “Superare la prevedibilità e l’ovvietà del corso degli eventi, sorprendere lo spettatore ma soprattutto noi stessi”, una linea di condotta individuale che diventa poi la missione principale dell’Odin Teatret.

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Lasciarsi incuriosire da quello che sta oltre la sponda conosciuta, in terra straniera, e soprattutto dai mezzi necessari per raggiungerlo. Come diceva Eugenio Barba, “quello che m’interessa è al di là del fiume, per questo mi occupo di canoe”. Perseguire la ricerca, anche quando questo significa ricerca e desiderio di solitudine, come Barba scrive in uno dei suoi testi cardine, Teatro: solitudine, mestiere, rivolta: “La rivolta è un continuare a sognare attivamente e razionalmente, evitando che il sogno diventi monumento o rimpianto“.

Contrario per natura all’idea di monumento, fisso e stabile, d’oro e di bronzo, a indirizzi registrati e attestazioni di residenza, il teatro di Barba è un lavoro che “non resta, però annoda relazioni. Serve a viaggiare, ciascuno nel proprio individuo interno e assieme agli altri. Le sue radici sono le relazioni, sia prima che dopo lo spettacolo, fra coloro che fanno teatro e con coloro che vi assistono: relazioni fra il passato e il presente, fra la persona e il personaggio, fra l’intenzione e l’atto, fra la storia e la biografia, fra il visibile e l’invisibile, fra i vivi e i trapassati”. Una patria in miniatura, che si nutre di tecniche povere, a mani nude, pratiche vissute in solitaria o in comune.

“Non potendo né predire né predicare, rifletto ancora una volta sull’unica realtà in cui mi riconosco: la casa che abito”, ovvero il teatro, “una periferia? una libertà? un esilio che diventa alla lunga deprimente? Il teatro diventa una casa nomade, ma non solo. La casa è un’idea incerta, dai confini vaghi, che per Barba ha i suoni e gli odori di un teatro nomade, il fruscio dei costumi di scena, i mascheroni apotropaici, il bagaglio sempre pronto. Ci si può sentire a casa in una valigia? Forse no. Ma in una scena, un atto, un mucchio di parole, ripetute a memoria, forse sì. Un rifugio che consente a chi vi si ripara di essere libero dalla retorica del ritorno, dalla nostalgia della partenza, dalla necessità delle radici. Non avere una casa, anzi darle fuoco, per conservare la lucidità di visione, l’autodisciplina, l’autonomia dell’intelletto e dell’immaginazione: “Abbiamo fatto un viaggio nella nostra casa. I veri viaggiatori conoscono bene questa esperienza: il mondo sconosciuto lo si scopre quando si ritorna”.

Restare esseri umani, ritrovarsi sulle assi di legno del teatro, indipendenti dalle coordinate spazio-temporali, corpi la cui potenza diventa atto, attraverso l’esercizio quotidiano, lo sviluppo delle tante sfumature vocali, la precisa e ferrea autodisciplina del training dell’Odin Teatret, veicolo privilegiato per raggiungere una libertà suprema: “una tecnica la cui sostanza risiede nella precisione chirurgica dei dettagli e in un superego professionale che esige un impegno assoluto per raggiungere la vetta del proprio Annapurna aldilà della propria pigrizia e dell’impulso di essere soddisfatti dei primi risultati”. Come insegnano le tecniche giapponesi del Teatro Nô, le discipline orientali, l’attore diventa maschera, vettore d’energia, libero dalle quattro mura domestiche, in qualsiasi parte del mondo si trovi, battersi contro il determinismo, evadere dalla propria biografia.

Per ricordarsi di bruciare la casa, sempre, anche solo nella testa, chiudersi alle spalle la porta e immaginarsi nelle vite altrui, di essere altro da sé, anche quando la valigia resta vuota nell’armadio, lo zaino dimenticato accanto alla scrivania, il viaggio un’ipotesi lontana.

“Penso a certe antiche case povere dei paesi del Sud, minacciate dall’umidità, prive di comfort, piene d’ombra, con finestrelle che sembrano temere il caldo e la luce e chiudono fuori i luminosi paesaggi del mare e degli ulivi. Case dove si vive stretti e in cui spesso la reciproca insofferenza di chi le abita dà alla vita quotidiana l’angoscia della reclusione. Ma in ognuna di esse una piccola scala annerita dal tempo conduce al tetto piatto, dove si può sostare: un terrazzo privo di ringhiere, che obbliga a stare sul chi vive, perché basta un passo sbagliato per precipitare. Una casa con un tetto piatto su cui incombe il cielo. E dove ciascuno può dialogare con se stesso perdendosi con lo sguardo oltre l’orizzonte. Simile a questa casa è per me, in una sola parola, il teatro”.

Image © Matthew Woodson

Soundtrack: The Chemical Brothers, Snow

Su YouTube, è possibile ascoltare la voce di Eugenio Barba, nelle numerose interviste on-line, una voce accesa, illuminata, che conserva ancora qualche traccia del suo accento salentino. Inoltre, è possibile assistere alle performance dell’Odin Teatret e guardare da vicino le tecniche di training della compagnia.