Allegria di naufragi

Il giorno di Natale, dalla finestra sulla rue Norvins, le strade di Montmartre sembravano tornate a brulicare di turisti, degli acuti dei musicanti, delle offerte per un ritratto dal caricaturista di turno. Odore di crêpe, vino caldo, il riflesso delle luci blu tra gli alberi della Place du Tertre, un rumoroso gomitolo di strade nel quale non avevo voglia di tuffarmi. Ho riaperto vecchi libri, ritrovato appunti dimenticati, sono tornata a leggere la storia di un poeta che aveva voglia di dimenticarsi di sé, proprio il giorno di Natale, sentirsi sull’orlo di un allegro naufragio e, per un attimo, lasciarsi volutamente scivolare.

Il fiume Nilo lo ha visto “nascere e crescere e ardere d’inconsapevolezza”, in una bollente Alessandria d’Egitto di fine Ottocento dove, da genitori originari di Lucca, venne al mondo Giuseppe Ungaretti. Qui, ancor prima di scoprirsi ermetico e poeta, cominciò ad amare la lingua francese, che imparò nella scuola svizzera Jacot, e ad apprezzarne la poesia, che leggeva sulle pagine della celebre rivista Mércure de France, innamorandosi di Baudelaire, Rimbaud e Mallarmé.

Era il 1912 quando il profilo italiano gli passa davanti agli occhi, dietro il finestrino di un treno diretto a Parigi, dove Ungaretti decide di continuare gli studi, frequentando il Collège de France, le lezioni di Bergson ma soprattutto accomodandosi ai tavolini dei più illustri circoli letterari della capitale, dove conosce Soffici, Palazzeschi, Papini, Marinetti, il suo amico Apollinaire.  Alloggia in una camera d’albergo, al civico 5 di rue des Carmes, “appassito vicolo in discesa”, nel cuore del Quartiere Latino, dove condivide la stessa quotidianità, il medesimo sradicamento con Moammed Sceab, che morirà suicida, incapace di ritrovarsi nel fermento di Parigi.

trincea

La timidezza di Palazzeschi e lo charme di Apollinaire, grande estimatore di sigari toscani, lo conquistano più di tutti e si mescola in poche settimane alla folta schiera di habitué del Café de Flores, della Closerie des Lilas, una volta templi della cultura francese, oggi presi d’assalto dai turisti che ne hanno letto la storia sulle guide. Nel 1914, Ungaretti si arruola volontario per la Grande Guerra. Parte così per un viaggio dal quale non tornerà più, dove conoscerà la beffa del sentirsi vivo circondato dalla morte e dove concepirà il suo più famoso ossimoro, gli allegri naufragi.

Molte delle liriche raccolte ne Il Porto sepolto e in L’allegria sono state scritte in trincea, su pezzi di carta di fortuna, sugli involucri delle pallottole, riposti in fretta nel tascapane, nella giubba o nel berretto. Anche il tempo era scarso, in trincea, il linguaggio si doveva allora “rinnovare, rendere essenziale”, illuminarsi d’immenso e il senso stesso di quello stare lì, “come d’autunno sugli alberi le foglie”, si rinchiude nelle poche parole di un verso.

In trincea, Ungaretti modella la sua poesia, estremizza il verso libero, scopre l’analogia come via privilegiata all’intuizione poetica, all’illuminazione letteraria. Le sue figure retoriche sono ricercate epifanie linguistiche, alla base del suo personalissimo ermetismo, una poesia che si vuole erede dei segreti di Mallarmé e delle antiche primavere di Leopardi, rifiuta la facilità, la comprensione immediata, preferisce le vie traverse, le allusioni imprevedibili.

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Ungaretti amava le difficoltà. “Se la poesia è decifrabile nel modo più elementare, non è più poesia”. La poesia deve contenere un non detto, anche se “si è sempre scontenti” e la parola, strumento impotente, riesce solo ad avvicinarsi, per lente approssimazioni, al mistero dell’uomo. Senza caricarla di artifici, di orpelli barocchi, la poesia è tale quando contiene “un segreto inesauribile”, quello di essere “semplicemente una parola molto amorevole rivolta alla persona che la ascolta per indurla a sentirsi più umana”.

Un’umanità che resta tuttavia immagine utopica, quando la stessa poesia diventa “esplorazione di un personale continente d’inferno”, ritornare sui propri passi senza trovarli più, cronaca di uno sradicamento e di un esilio interiore. “A ogni nuovo clima che incontro mi trovo languente”, scrive Ungaretti nella poesia Girovago “e me ne stacco sempre straniero”. A ogni partenza, un naufragio, più o meno allegro. A ogni addio, riprende il viaggio, il “superstite lupo di mare”.

Nelle dichiarazioni pubbliche più recenti, all’età di ottant’anni, amava annunciarsi come “l’antico Ungaretti” e leggere le sue ultime poesie, sebbene se ne rammaricasse un po’, perché queste facevano parte di un “ciclo segreto” che non avrebbe voluto rivelare ai microfoni della televisione. Molte delle sue interviste si trovano on-line, e la sera di Natale, alla fine, sul divano ho lasciato andare le parole di Ungaretti e mi sono addormentata anche io, naufragata in una voce familiare, “come una cosa posata in un angolo e dimenticata”, al sicuro, al caldo buono, “con le quattro capriole di fumo del focolare”.

Giuseppe Ungaretti scrittore

Giuseppe Ungaretti scrittore

Soundtrack: Ashes to Ashes, David Bowie

Le città invisibili

Le descrizioni di città visitate da Marco Polo avevano questa dote: che ci si poteva girare in mezzo col pensiero, perdercisi, fermarsi a prendere il fresco, o scappare via di corsa.

Succede spesso di andare lontano per smaltire un carico troppo ingombrante di nostalgia, come il Marco Polo di Italo Calvino. Di riuscire a realizzare quanto buio c’è tutto intorno solo aguzzando la vista sulle fioche luci lontane. Partire quasi per abitudine, per inerzia, per inseguire un desiderio che non ha forma, se non quella astratta e vaga del cambiamento, della svolta, il colore mai visto di una pagina bianca, ma non vuota.

Puntare il dito sul mappamondo e scegliere una nuova destinazione, solo per avere la possibilità di scappare via di corsa, di cambiare identità, immaginare una nuova vita, di godere del privilegio di sentirsi straniero e del caldo abbraccio del ritorno a casa.

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Viaggiando ci s’accorge che le differenze si perdono: ogni città va somigliando a tutte le città, i luoghi si scambiano forma ordine distanze, un pulviscolo informe invade i continenti.

Può succedere anche di impregnarsi di quell’abitudine di paragonare le città, di ritrovarle, una nell’altra, di riconoscerne schemi, meccanismi, patologie. Di parlare di una mentre ci si ricorda di un’altra. E a volte, all’estremo di quest’insana mania, si finisce per vivere altrove, pur continuando a ritrovarsi in un vecchio appartamento di qualche tempo fa. “Tutto è mio, niente mi appartiene, nessuna proprietà per la memoria, mio finché guardo”, scriveva Wislawa Szymborska, “Parigi dal Louvre fino all’unghia si vela d’una cateratta. Del boulevard Saint-Martin restano scalini e vanno in dissolvenza.”

Una dissolvenza che continua, fino ad avvolgere tutto l’orizzonte, fino a creare una città invisibile, dove ci si muove, ci si sposta, si cammina, in una dimensione spazio-temporale altra, sconosciuta. Risalendo la rue Saint-Eleuthère, che dalle scale della Basilica del Sacro-Cuore porta alla Place du Tertre, se ci si ricorda di guardare a sinistra, lontana, nascosta tra la bruma del mattino, si scorge la Tour Eiffel. Seguendo la rue Caulaincourt, tra un caffè e una boulangerie, si aprono affacci improvvisi sulla città di Parigi, sulle mansarde, sulle mani alzate dei comignoli, sulla distesa di tetti grigi, sulle cupole dorate in lontananza. Cosa è reale e cosa non lo è?

Non riconosco nulla, eppure niente è estraneo, ricordo a memoria i nomi delle strade, i colori delle insegne dei negozi, le canzoni dei musicisti sulla rue Norvins. Come una città invisibile, Parigi ha un altro nome e un’altra forma, deriva la sua figura dal deserto a cui si oppone, dalla risposta che ha dato, finalmente, alle mie domande, al cambiamento, giunto all’improvviso, una mattina americana come tante.

È delle città come dei sogni: tutto l’immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure.

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Parigi non ha indirizzi, non ha strade, non ha fermate della metropolitana. Oggi si compone di desideri e di paure, di entusiasmi ingiustificati, di timore, di meraviglia insignificante, di facce che rivedo per la prima volta. Mi sveglio la mattina senza l’impulso di andare via, di rincorrere quella dissolvenza, senza la voglia di sparire il più presto possibile. Sono esattamente dove dovrei essere, forse.

Come un cambio nell’armadio dei ricordi, ripongo tutto quello che è stato per fare spazio al nuovo, che è arrivato senza chiedere il permesso, senza preavviso. Metto da parte quello che ho accumulato durante anni di viaggi, di domicili incerti, di lettere che continuavano ad arrivare nella buca sbagliata. Mi guardo indietro senza capire bene dove tutto sia cominciato, “per questi porti non saprei tracciare la rotta sulla carta, né fissare la data dell’approdo”, ma riesco ad intravedere una direzione. Un disegno che inizia a formarsi, unendo i puntini, finalmente.

Alle volte mi basta uno scorcio che s’apre nel bel mezzo d’un paesaggio incongruo un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s’incontrano nel viavai, per pensare che da lì metterò assieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d’istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie. Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero.

Images © Thomas Campi

Soundtrack: Cat Power, No Sense

Quotes: Italo Calvino, Le città invisibili

Giorni di magra

“Muovendomi con il traffico, mi domandavo quanto altri come me prendevano la strada semplicemente per sfuggire alla città. Giorno e notte, la città formicolava di traffico ed era impossibile credere che tutte quelle persone avessero una ragione purchessia per guidare”.

Chi scrive è John Fante, nel libro Sogni di Bunker Hill, l’ultimo romanzo del ciclo su Arturo Bandini, dettato dallo scrittore alla moglie, poco prima di morire. Fante, autore d’origini italiane, intriso d’America, ha scritto dal quartiere di Bunker Hill quasi tutti i suoi libri, sotto la funicolare di Angel’s Flight, tra le case vittoriane dello storico distretto di Downtown LA, scenografia prediletta dalle pellicole noir degli anni Cinquanta. Un giovane Arturo Bandini, nel romanzo Chiedi alla polvere, resta ad osservare la città dall’hotel St. Paul, percorrendo Bunker Hill, da solo, “vagavo per quelle strade e m’impregnavo di loro e della loro gente, come fossi fatto di carta assorbente”, insieme alle sue fantasie, pronte per essere messe sulla pagina, per diventare materia del suo primo romanzo: “Bandini, assurdamente impavido, che non teme nulla se non l’ignoto in un mondo di stupefacente mistero. Sono risorti i morti? I libri dicono di no, la notte grida di si.”

Ho letto per la prima volta Chiedi alla polvere a poco meno di 18 anni. Non avevo mai viaggiato da sola, non avevo mai messo piede, almeno per un soggiorno prolungato, in quelle camere anonime, che diventano il proprio decoro quotidiano per un paio di mesi. Non avevo mai chiesto ad una città di regalarmi qualcosa di sé, di darmi una possibilità, una seconda chance, di offrirmi una svolta, un cambiamento, una novità. Lo lessi in poco tempo e lo richiusi senza troppa difficoltà, senza tanto smarrimento. Non ci avevo poi capito così tanto delle ambizioni di Arturo Bandini, dei suoi sogni di Bunker Hill, delle sue velleità da scrittore, della sua esigenza di liberarsi dell’ossessione per una città rinchiudendola in una pagina.

“Los Angeles, dammi qualcosa di te! Los Angeles, vienimi incontro come ti vengo incontro io, i miei piedi sulle tue strade, tu, bella città che ho amato tanto, triste fiore nella sabbia.”

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Ho ripreso Chiedi alla polvere a pochi giorni dalla mia partenza per gli Stati Uniti, direzione Los Angeles. L’ho riletto in due giorni, di fronte all’oceano Atlantico in Portogallo. Ho ritrovato Bandini, quello che mi aveva sorpreso, stupito, lasciata perplessa. Il Bandini dalle facili disperazioni e dagli altrettanto rapidi entusiasmi, quello ansioso di vita, quando questa sembra sempre nascondersi altrove, “fame di vita in una terra di polvere, fame di cose da fare e da vedere”.

“Ho un consiglio molto semplice da dare a tutti i giovani scrittori. Non tiratevi mai indietro di fronte a una nuova esperienza. Vivete la vita fino in fondo, prendetela di petto, non lasciatevi sfuggire nulla.”

Leggenda vuole che la storia d’amore con la cameriera Camilla Lopez abbia un riflesso nella sua biografia, che la cameriera del Columbia Buffet sia davvero esistita e si sia persa nel deserto del Mojave. Battute secche, scrittura piana, prima persona singolare. La convinzione che anche i minuti più umilianti, la sconfitta, la vertigine del fallimento possa trasformarsi in materiale da raccontare: “Sono qui per una ragione ben precisa; questi momenti – il lato brutto della vita – si trasformeranno in altrettante pagine”. E poi, d’improvviso, splendide pagine liriche, che lasciano il fiato sospeso.

«Che fare, allora? Alzerò la faccia al cielo, balbettando e farfugliando con voce impaurita? Mi scoprirò il petto e lo percuoterò come un tamburo per attirare l’attenzione del mio Cristo? O non è forse più ragionevole che io mi ricopra e continui il cammino? Ci saranno momenti di confusione e momenti di desiderio, e altri in cui la mia solitudine verrà alleviata solo dalle lacrime che, come uccellini bagnati, verranno ad ammorbidire le mie labbra aride. Ma ci sarà consolazione e ci sarà bellezza, come l’amore di qualche fanciulla morta. Ci saranno risate soffocate e la quieta attesa della notte e una tenue paura dell’abbraccio avvolgente e derisorio della morte. E la notte verrà, e con essa i dolci oli delle mie marine, versati su di me da chi ho abbandonato per inseguire i sogni della mia gioventù. E io sarò perdonato, per questo e per altro, per Vera Rivken e per l’incessante battere d’ali di Voltaire, affascinante uccello, e perché mi sono fermato a osservarlo e a sentirne il canto. Tutto mi sarà perdonato, quando farò ritorno alla mia terra sul mare».

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Cattolico di famiglia, timoroso di Dio, Arturo Bandini si sente in colpa per i suoi sogni di gioventù, le aspirazioni, l’ossessione della scrittura. Si ritrova costretto a dire bugie alla sua famiglia, per poterla illudere che tutto vada bene, “a quelli che sono rimasti a casa potrete sempre mentire, tanto non amano la verità, non vogliono conoscerla, preferiscono credere che, prima o poi, anch’essi vi raggiungeranno in paradiso.”

Quando s’imbatte nella misteriosa Vera Rivken e va a letto con lei, si sente responsabile dei peccati del mondo, impuro, indegno perfino dei cinque dollari che sua madre gli spedisce una volta al mese, per finanziare la sua esistenza di scrittore squattrinato a Los Angeles, “i giorni grami, cieli azzurri senza mai una nuvola, un mare di azzurro giorno dopo giorno, e il sole che lo solca. I giorni dell’abbondanza…abbondanza di preoccupazioni, abbondanza di arance”, i giorni di magra, ma carichi di determinazione.

In riva all’oceano, sui granelli di sabbia, i gabbiani e il vapore freddo delle onde, immaginando già il Pacifico di fronte a me, anche io ho pensato che di ritorno alla mia terra sul mare, tutto mi sarà alla fine perdonato. Le sviste, gli errori di calcolo e di prospettiva, le dimenticanze e la noncuranza, le decisioni impulsive, la fretta, le follie ripetute, reiterate, i sogni che andavano scoraggiati, il tempo perso, le giornate passate ad aspettare, le utopie, le lezioni che non ho imparato, i biglietti aerei che non avrei mai dovuto comprare, i cambi d’indirizzo, l’eccessiva fiducia e la durezza. Ho immaginato che in tutta questa solitudine e smarrimento, ci sarà una lacrima di bellezza e di vita. E forse mi saranno rimessi tutti i peccati, come al giovane Arturo Bandini, e un giorno forse avrò la forza di chiedere perdono per gli sbagli, l’incoscienza e la stupidità. Un giorno.

Oggi faccio le valigie.

Images © Emiliano Ponzi

Soundtrack: il fado di Amália Rodrigues

Il rovescio e il diritto

Sbarcato a Praga, senza alcun appoggio, senza l’indirizzo di un hotel in tasca, un conoscente che lo aspetti a casa, pochi soldi nel portafoglio, sperduto nella fredda stazione mitteleuropea, Albert Camus si sente gonfio d’uno strano sentimento di libertà, perché le sue due valigie non pesano ormai più di tanto, il braccio è leggero, il passo veloce. Poco importa della solitudine, della paura di ritrovarsi in un paese sconosciuto, dove anche la lingua, il biglietto del tram, il gusto dei piatti tipici, si ignora, poco importa dell’apatia che sopraggiunge talvolta in quei viaggi solitari, in fondo “ogni paese dove non mi sono annoiato non mi ha mai insegnato niente”.

Camus scrive del suo arrivo a Praga, ma anche delle sue notti algerine, di sua madre silenziosa, della scoperta del sole italiano, dei cafè chantant spagnoli, nel suo primo libro L’envers et l’endroit, letteralmente Il rovescio e il diritto, una raccolta di cinque saggi autobiografici, scritti tra il 1935 e il 1936 e pubblicati nel 1937 ad Algeri, in pochissimi esemplari. Composti a soli 22 anni, rimasti introvabili a lungo, Camus ne ha consentito una nuova edizione solo dopo vent’anni, accompagnandoli con una prefazione, una vera e propria dichiarazione di poetica e di linea di pensiero.

“Nonostante viva adesso senza la preoccupazione del domani, quindi da privilegiato, non sono capace di possedere. Di tutto quello che ho, e che mi è stato offerto senza che io l’abbia cercato, non posso tenere nulla. Non per generosità, ma in virtù d’un’altra specie di parsimonia: sono avaro di quella libertà che sparisce non appena comincia l’eccesso delle proprietà. Il maggiore dei lussi non ha mai cessato di coincidere per me con una certa nudità. […] Non ho mai saputo abbandonarmi a quella che chiamano ‘vita d’interni’ (che spesso si rivela essere l’esatto opposto della vita interiore); la felicità cosiddetta borghese mi annoia e mi spaventa”.

Jusqu’où ira cette nuit où je ne m’appartiens plus ?

L’esperienza, la proprietà, la ricchezza, sono sopravvalutate, scrive Camus. Pochi sanno che, almeno una volta nella vita, bisogna aver perso tutto, restare da soli, andarsene. E offrirsi, ogni tanto, una prospettiva nuova, consentirsi un domani diverso, imprevedibile. La possibilità di perdersi, di fermarsi ad ascoltare il rumore della notte su un marciapiede arabo di Algeri, farsi sconvolgere dalla semplicità della cattiveria, insozzarsi per sempre della crudeltà e dello squallore delle periferie occidentali, la libertà di lasciarsi intimorire, spaventare dall’ignoto, da nuove destinazioni, chiedere alla propria madre “A cosa pensi?”, “A niente”, e sapere che è vero.

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A poco più di vent’anni, Camus intravede già nei caffè e nei giornali un elemento importante del viaggio. Qualche tempo fa, avevo letto in un articolo che l’odore del caffè e quello della carta stampata sono in grado di far sentire a casa chiunque. Fa parte dei trucchi del viaggiatore, quelli che si adoperano per mitigare la solitudine, per rinfrancarsi lo spirito. Ce n’è uno, classico, secondo Camus, quello di fare quattro passi in un museo, a tempo perso, continuare le proprie flânerie tra tele e sculture, per trasformare l’angoscia in malinconia. Trucco collaudato dallo scrittore francese, e tra i preferiti di chi ha vissuto a Parigi, aggiungo io. E poi c’è quello di infilarsi in un bar, di sedersi al bancone e svuotare i pensieri in una tazza di caffè, rifugiarsi in “un luogo”, scrive Camus, “in cui si può tentare di avvicinarsi agli altri, che ci permette di mimare in un gesto familiare l’uomo che eravamo a casa, e che, a distanza, ci sembra uno straniero”.

“Perché il pregio del viaggiare consiste nella paura. Spezza in noi una specie di apparato scenico interno. Non è più possibile barare – mascherarsi dietro ore di ufficio e di cantiere (quelle ore contro cui protestiamo tanto e che ci difendono con tanta sicurezza dalla sofferenza di esser soli). Per questo avrei sempre voglia di scrivere romanzi i cui personaggi dicano: ‘Che sarebbe di me senza le ore di ufficio?’ o anche: ‘Mia moglie è morta, ma per fortuna ho un gran fascio di atti da redigere per domani’. Il viaggio ci toglie questo rifugio. Lontano dai parenti, dalla lingua, strappati a tutti i nostri sostegni, privi delle nostre maschere (non si conoscono le tariffe dei tram ed è tutto così), siamo completamente alla superficie di noi stessi. Ma sentendoci male all’anima, restituiamo ad ogni essere, ad ogni oggetto, il suo valore di miracolo. Una donna che balla senza pensare, una bottiglia sul tavolo intravista dietro una tendina: ogni immagine diventa simbolo.”

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 Tornando a Praga, nelle fredde strade della capitale, Camus ricorda i suoi caldi viaggi in Italia, “terra fatta a immagine e somiglianza della mia anima”, le vigne profumate, le lunghezze dei cipressi, i nodi degli ulivi, l’odore forte dell’albero di fichi, le piazze ricolme d’ombra sotto un sole indifferente, il flauto acuto e tenero delle cicale, il silenzio che nasce dal rincorrersi lento delle giornate. Mettere a fuoco il linguaggio di un orizzonte nuovo, sentire finalmente che si accorda con il nostro, e non perché trovi una risposta alle nostre domande, ma perché queste domande le rende inutili.

Camus rivendica il diritto all’indifferenza, sprezza la ricerca della felicità a tutti i costi e a questa preferisce l’essere cosciente, la presenza a se stessi, il vivere il buono e il cattivo tempo, sperimentare tutto, il rovescio e il diritto di ogni momento, sfuggire il sonno, “avevo voglia d’amare come si ha voglia di piangere”, come qualcosa di forte e naturale, a cui bisogna solo lasciarsi andare. La sua indifferenza, assicura, è molto simile alla compassione, a un’empatia panica con il creato, con la bellezza dei paesaggi, del moto delle onde, del vento tra le spighe di granturco, con l’atteggiamento freddo della natura, che raramente s’accompagna ai moti dell’animo umano e che, proprio per questo, sembra comprenderli tutti.

“Adesso non desidero più di essere felice ma solo d’essere cosciente. Tra questo diritto e questo rovescio del mondo, non voglio più scegliere”.

Soundtrack: Scott Matthews, Myself Again

Images © Emiliano Ponzi

Storie di Procida

“Quelli come te, che hanno due sangui diversi nelle vene, non trovano mai riposo né contentezza; e mentre sono là, vorrebbero trovarsi qua, e appena tornati qua, subito hanno voglia di scappar via. Tu te ne andrai da un luogo all’altro, come se fuggissi di prigione, o corressi in cerca di qualcuno; ma in realtà inseguirai soltanto le sorti diverse che si mischiano nel tuo sangue, perché il tuo sangue è come un animale doppio, è come un cavallo grifone, come una sirena”.

Arturo ha 14 anni e vive sull’isola di Procida. Il sangue misto, incapace di arrestarsi in alcun luogo, è suo padre, Wilhelm, origini tedesche, trapiantato nell’isola napoletana, luogo di infinite partenze e permanenze irrequiete. Procida è una ghirlanda di case colorate. Guardandola da lontano, dal traghetto che porta a Ischia, le barche attraccate al porto, come la Torpediniera delle Antille di Arturo, la banchina con poche sparute persone dall’aria un po’ perduta, appare come un pezzo di terra che non sembra capace di appartenere all’oggi ma è confinata nell’eterno, nel sempre.

L’isola di Arturo è un romanzo di Elsa Morante, ambientato interamente nella dimensione fantastica e atemporale dell’isola. Una storia che racconta la scoperta dell’inquietudine della vita circondata dal mare, della tragicità dell’amore “quello vero, che non ha nessuno scopo e nessuna ragione”, dell’inevitabilità del dolore e della disperazione.

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Unica figura degna d’attenzione, tra tutti i procidani insignificanti, è il padre, Wilhelm, il condottiero valente, l’eroe macedone, un dio, anzi di più, un enigma, dall’espressione altera e indifferente. “Talvolta, un baleno delle segretezze gelose, alle quali i suoi pensieri parevano sempre intenti, passava sul suo viso: per esempio, dei sorrisi rapidi, selvatici e quasi lusingati; o delle lievi smorfie subdole, ingiuriose; o un malumore inaspettato, senza apparente motivo. Per me, che non potevo attribuire, a lui, nessun capriccio umano, il suo broncio era maestoso come l’oscurarsi del giorno, indizio certo di eventi misteriosi, e importanti come la Storia Universale”.

La compagnia di suo padre, intermittente, inaspettata, è un privilegio superbo, al quale Arturo dedica tutta la sua persona, con l’accanimento d’un lavoro meraviglioso, come su per l’albero d’un veliero, come una corsa a perdifiato, dove si segue qualcosa o qualcuno a precipizio, ci si butta giù senza guardare cosa c’è sotto, quando non si ha più contezza dell’oggi e si dimentica il resto del mondo. Per prendersi tutto, prima che anche quell’euforia tramonti e si finisce per ritrovarsi nel letto più grande della casa, ancora vestiti, come un capitano stanco, come Wilhelm, che osservava fuori dalla sua finestra e, dopo tante disavventure, si scopriva ogni volta sorpreso di ritrovarsi sempre solo e soltanto a casa sua, nella stessa stanza di tutti i giorni e meditava idee di fuga. “Luna nuova”, diceva, “con l’aria di dire invece – Sempre la stessa luna. La solita luna di Procida!”.

“E potrai anche trovare qualche compagnia di tuo gusto, fra tanta gente che s’incontra al mondo; però, molto spesso, te ne starai solo. Un sangue misto di rado si trova contento in compagnia: c’è sempre qualcosa che gli fa ombra, ma in realtà è lui che si fa ombra da se stesso, come il ladro e il tesoro, che si fanno ombra uno con l’altro”. 

Avevo dimenticato l’effetto della scrittura di Elsa Morante. Quando vivevo a Lecce, trovai La Storia in una libreria dell’usato e la terminai in pochi giorni. Qualche anno dopo, m’imbattei in Menzogna e Sortilegio, in una casa in affitto, un libro che mi ha letteralmente stregato, al punto da farmi immaginare l’odore di sapone e tessuti conservati negli armadi delle vecchie stanze da letto di Elisa, la protagonista. Ho comprato L’isola di Arturo su consiglio di Salvatore, il padrone di casa dell’antica libreria Ricci di Ischia, una capanna di legno, una piccola oasi di pace tra le vetrine concitate, i tacchi alti delle signore, gli spritz a 7 euro dell’isola. Sono bastate pochissime pagine per ritrovare i periodi assorti, la scrittura sensoriale, un incantesimo d’inchiostro e sogni, che in queste pagine ha il profumo di salsedine del Tirreno.

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Sono tornata a casa da qualche giorno, ripiombata in quella sensazione di straniamento, come alla fine di ogni libro, quando si rimane un po’ con le pagine in mano, a tornare indietro, a ritrovare dei passaggi, a cercare di non perdere la magia della scrittura e dell’invenzione fantastica, di restare ancora qualche minuto in quella condizione di sospensione d’incredulità, indispensabile per leggere un romanzo, o per vivere un’illusione. Nella speranza di conservare qualcosa in più della nostalgia, ma la speranza, a volte “indebolisce le coscienze, come un vizio” e non si distingue più la realtà dalla fantasia, finendo per perdere la lucidità e immaginarsi d’essere un pesce qualunque, di ritorno a Procida.

“Io non chiederei di essere un gabbiano, né un delfino; mi accontenterei di essere uno scorfano, ch’è il pesce più brutto del mare, pur di ritrovarmi laggiù, a scherzare in quell’acqua”.

Images © Shout

Soundtrack: Pino Daniele, Je’ so pazzo

Quotes: Elsa Morante, L’isola di Arturo

Solo per fumatori

“Passeggiamo come automi per città prive di senso. Passiamo da un sesso all’altro per giungere sempre alla stessa dimora. Diciamo più o meno le stesse cose, con leggere varianti. Mangiamo vegetali o animali, ma non più di quelli disponibili, nessuno ci servirà mai l’Uccello del Paradiso o la Rosa dei Venti”.

Chi scrive è Julio Ramon Ribeyro, scrittore peruviano “timido e geniale”, nato a Lima nel 1929 e qui morto nel 1994, autore di Scritti apolidi, un libro trovato girovagando tra le bancarelle di BookPride, la prima fiera dell’editoria indipendente a Milano, qualche tempo fa. A pubblicare e promuovere l’opera di Ribeyro, tra gli autori sudamericani meno conosciuti, è la casa editrice La Nuova Frontiera, impegnata nella diffusione della letteratura ispano-americana e lusofona, che già qualche anno fa aveva conquistato un posto d’onore nel mio olimpo letterario, con Corpo a Corpo di Gabriela Wiener.  

Adocchiando l’aggettivo apolide, ho pensato subito di aver trovato un altro testo da aggiungere alla mia biblioteca di scrittori senza patria. In realtà, Ribeyro chiarisce il titolo sin dalle prime pagine: “non si tratta, come qualcuno ha pensato, degli scritti di un ‘apolide’ o di qualcuno che, pur non essendolo, si sente tale. Si tratta in primo luogo di testi che non hanno trovato posto nei miei libri già pubblicati e che vagavano tra le mie carte, senza una destinazione né una funzione precisi. In secondo luogo, si tratta di testi che non rientrano a pieno titolo in nessun genere”.

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Pensavo di addentrarmi in una lettura squisitamente sudamericana e, invece, scopro che Ribeyro passò più di vent’anni a Parigi dove lavorò come scrittore, traduttore, giornalista e consigliere presso l’Unesco. Si ritirò a Lima solo durante gli ultimi anni della sua vita, per concedersi un ultimo tratto di strada in solitudine, in riva al mare. Non apolide quindi, ma di certo errante: “Per dieci anni ho vissuto emancipato dal senso della proprietà privata, della professione, della famiglia, del domicilio e ho viaggiato per il mondo con una valigia piena di libri, una macchina da scrivere e un giradischi portatile. Ma ero vulnerabile e ho ceduto a sortilegi antichi come la donna, la casa, il lavoro, i beni. Così ho messo radici, ho scelto un luogo, l’ho occupato e ho cominciato a popolarlo di oggetti e presenze. Prima qualcuno da amare, in seguito qualcosa che questa persona amasse, poi l’attrezzatura del caso: un letto, una sedia, un quadro, un bambino. Ma era solo l’inizio, perché ognuno di noi è stato raccoglitore, si è trasformato in collezionista e ha finito per diventare soltanto un anello nell’interminabile catena dei consumatori”.

Come dire, pensavo di aver cambiato rotta e aver intrapreso un filone letterario diverso, invece sul comodino mi ritrovo un girovago migrante, che rifugge fisse dimore e proprietà materiali e si lascia adottare da Parigi. Un professore universitario, che ha seguito la mia tesi sugli scrittori apolidi di due anni fa, di recente mi ha scritto: “non riuscirà mai a liberarsi delle sue letture ontologico-depressiste”. Aveva ragione. Ribeyro mi ha travolto nella sua scrittura, nichilista, autodistruttiva, inseparabile dalla sua sigaretta e mi ha portato alla scoperta del buio, quello più subdolo e inaspettato, “come succede a chi, avendo sempre dormito dal tramonto all’alba, si sveglia una volta a metà del sonno e scopre che esiste anche la notte”.

Quello che Ribeyro chiamava il suo lato da animale notturno era l’insopprimibile istinto a camminare, sfuggire a tutto quello che l’aveva intrappolato dentro casa, intrufolarsi nei panni di un altro e vivere un’altra esistenza, anche solo per il tempo di una passeggiata: “Mettersi il cappotto e iniziare a camminare. Piccole luci, cieli opachi o stellati, gente che esce lavata, pettinata, in cerca di piacere. Soste nei bar, senza fretta, a bere un buon liquore sorso a sorso, guardare, pensare, avvertire il compiersi della trasfigurazione… Di colpo siamo già altri: una delle nostre cento personalità morte o rifiutate ci possiede”.

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“Ho vissuto mischiato ai pezzi sparsi, senza sapere dove collocarli. Così, per me vivere sarà stato come cimentarsi in un gioco di cui mi sono sfuggite le regole e dunque non aver trovato la soluzione dell’enigma”. Ribeyro appartiene solo cronologicamente all’esplosiva ondata di scritture latinoamericane degli anni Cinquanta, dove si trovano Vargas Llosa, Marquez, Cortazar. Da sempre a suo agio in una dimensione individuale più che collettiva, Ribeyro resta defilato, “uomo smarrito per la solitudine”, che da solo si rimprovera la sua tendenza alla dispersione, al confondersi per mille strade, fedele alla forma del frammento e del racconto, perché forse “per un sudamericano era più facile fare la rivoluzione che scrivere un romanzo”. Specialista dell’arrivare senza avvisare, passa anni interi seduto nei caffè di Parigi o a camminare lungo i suoi boulevard, riservato sì, ma completamente immerso nella fauna urbana, pronto a coglierne ogni sfumatura e a riprodurla nei suoi racconti, molti ambientati proprio nella capitale francese.

“Quando qualcuno scopre che ho vissuto a Parigi per quasi vent’anni, mi dice sempre che quella città deve piacermi molto. E io non so mai cosa rispondere. In realtà non so se Parigi mi piace, come non so se mi piace Lima. La sola cosa che so è che tanto Parigi quanto Lima per me vanno al di là del gusto. Non posso giudicarle per i monumenti, il clima, le persone, l’atmosfera, cosa che posso fare per le città in cui sono stato solo di passaggio, […]. Sia Parigi che Lima per me non sono oggetto di contemplazione, ma conquiste della mia esperienza. Sono dentro di me, come i polmoni e il pancreas, per i quali non so formulare nessuna valutazione estetica. Posso dire solo che mi appartengono”. Come dirlo meglio di lui?

Chissà se Ribeyro era a conoscenza che a qualche arrondissement dal suo, un altro celebre apolide metafisico negli stessi anni lasciava la sua inquietudine vagare per le strade di Parigi: Emil Cioran, di origini romene, parigino d’adozione. Schivi e defilati, Ribeyro dal suo appartamento sulla place Falguière, Cioran dalla sua soffitta di rue de l’Odéon, corteggiavano il suicidio senza mai lasciarsene dominare, consapevoli dell’esistenza di tale scorciatoia ma soprattutto della possibilità di non prenderla.

“L’atto creativo è basato sull’autodistruzione. Tutti gli altri valori – salute, famiglia, futuro eccetera – restano subordinati all’atto di creare e perdono ogni validità. L’improrogabile, il primordiale, è il rigo, la frase, il paragrafo che uno scrive”, diceva Ribeyro, “ammiro pertanto gli artisti che creano in accordo con la propria vita e non contro, i longevi, autentici e allegri, che si nutrono della stessa creazione e non ne fanno, come me, ciò che si sottrae a quanto ci era dato di vivere”.

Per finire, Solo per fumatori è una raccolta di racconti, dove Ribeyro narra della sua passione per il fumo. Balzac per un pacchetto di Lucky Strike, le liriche dei surrealisti per un paio di Players e il suo adorato Flaubert per una manciata di Gauloises, per Ribeyro non c’era scrittura degna senza una sigaretta accesa e usava barattare i suoi libri per averne qualcuna, ma soprattutto per quel piacere che gli ricordava quello dello scrivere: estremo benessere durante e poi solo perpetua insoddisfazione.

Chiudo il libro e lo immagino sul balcone del suo appartamento parigino a fumare, mentre osserva il cielo, denso, da tagliare a spicchi come un mandarino, o sbatte la porta in faccia al giorno, rifiutandosi categoricamente di riceverlo: “Abitudine di tirare i mozziconi dal balcone, in piena Place Falguière, quando sono appoggiato alla ringhiera e sotto, sul marciapiede, non c’è nessuno. Perciò mi infastidisce vedere qualcuno fermo lì quando sto per compiere questo gesto. Cosa diavolo ci fa quel tizio nel mio posacenere?, mi domando”.

Soundtrack: Calexico, “Edge of the Sun”

Questo post è vittima di un’esondazione da citazioni. Avrei voluto trascrivere tutti i diari di Ribeyro e tutti i miei frammenti preferiti di Cioran, ma per questo invito i più interessati a rivolgersi alle librerie e a comprare i testi. Ne vale la pena. Per quanto riguarda le poche linee di cui sopra, spero d’aver lasciato intendere quanto abbia amato questo libro e che Ribeyro apprezzi, ovunque si trovi, e non sbuffi dalla sua sigaretta, anche se considerava le tante citazioni un segno d’inciviltà. Io da parte mia ho avuto il timore che da un momento all’altro alle mie spalle spuntasse Troisi per chiedermi: “Ma che fai? Parli con le parole degli altri?”

Le due linee

C’era una volta una linea, curva, costretta allo sguardo basso per natura, incattivita e amareggiata per la statura e il portamento cui era stata destinata. Di fronte, bersaglio preferito di sberleffi e motti di spirito, un’altra linea, retta, integra, da capo a piedi, spiccata verso l’alto, sorda, dato l’altezza, a ironie meschine e umane bassezze. Le due si ritrovavano spesso, una dirimpetto all’altra e, quella retta, senza perdersi d’animo, ricordava sempre all’amica curva che, nonostante i tempi bui, le magre consolazioni, gli squallori contemporanei, non c’era da cambiare orientamento, da piegarsi e abbassare lo sguardo. Lo scontro quotidiano si combatte restando dritti e lei era lì, viva, dritta, integra, occhi rivolti verso l’alto e petto in fuori e, sempre e comunque, la strada più breve tra due punti.

Questa è la storia di una poesia, che s’intitola Le to linie, vale a dire Le due linee in dialetto salentino. L’autore è Rocco Cataldi, maestro elementare, poeta dialettale e cantore salentino, originario di Parabita. Era lo zio di mio padre e, nei miei ricordi, una delle prime persone che mi abbia incoraggiato a leggere, ad alta voce e da sola, e forse anche un po’ a scrivere. Abitava a poche centinaia di metri da casa mia, mi regalava libri di favole e racconti, e hanno continuato a fare lo stesso anche i suoi figli negli anni. Lo incontravo spesso in paese, ma l’immagine che ho nella testa, quando penso a lui, è un signore anziano, sulla veranda di casa, nel pomeriggio, forse a godersi gli ultimi raggi di sole del giorno.

Io, che faccio collegamenti improbabili e voli pindarici tutti miei, ripenso a questa poesia dall’ultima volta che sono tornata a casa, durante il periodo di Natale. Una vita intera è cambiata da allora ma, l’altra sera, di ritorno qui, sono corsa a prendere il libro, una raccolta di poesie dialettali, che conservo nella mia stanza, a rileggere quei versi, a guardare l’immagine delle due linee. Sono urgenze personali, alle quali non saprei dare un senso.

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Devo confessare che per le linee rette non ho mai avuto una predilezione, anzi le ho sempre guardate con sospetto. “Attraversavo le vie rettilinee in lunghe oblique da un angolo all’altro e così avanzavo tracciando invisibili ipotenuse tra grigi cateti”, è Italo Calvino a scriverlo, in un libro meraviglioso, che s’intitola Eremita a Parigi.

Calvino, che si guardava bene dal pretendere di realizzare quello che andava predicando, rifiutava non solo le linee rette, itinerari troppo semplici per chi soffriva, come lui, di nevrosi geografica, ma anche ogni piano strategico, ogni tattica di sopravvivenza: “non parto da considerazioni di metodologia poetica: mi butto per strade rischiose, sperando di cavarmela sempre per forza di natura”. Animata dalle migliori intenzioni, io mi sono buttata a capofitto nelle strade più improbabili e, tornando indietro, rifarei tutto allo stesso modo. Se potessi ricominciare domani, mi ci butterei con lo stesso entusiasmo, la stessa incoscienza. Questo perché, come scrive sempre Calvino, “ci si abitua ad avere ostinazione nelle proprie abitudini, a trovarsi isolati per motivi giusti, a sopportare il disagio che ne deriva, a trovare la linea giusta per mantenere posizioni che non sono condivise dai più“.

Ad abitudini di questo tipo, ci si affeziona. In mancanza di domicili fissi, in abitudini del genere, ci si può anche sentire a casa, soprattutto per chi, di città in città, resta sempre a mezz’aria, fatica a stabilire relazioni durature con i luoghi e si porta dietro una serie di incompiuti geografici ed emotivi. “Rifiuto la parte di chi rincorre gli avvenimenti. Preferisco quella di chi continua un suo discorso, nell’attesa che torni attuale, come tutte le cose che hanno fondamento“, perché ho sbagliato tante volte ma l’intenzione era quella di restare integra, di andare per la mia strada, di restare sorda alle voci degli altri. Ma soprattutto perché esiste una coerenza di fondo e un disegno probabilmente verrà fuori quando un giorno mi deciderò a unire i puntini.

“Non credo a niente che sia facile, rapido, spontaneo, improvvisato, approssimativo. Credo alla forza di ciò che è lento, calmo, ostinato, senza fanatismi né entusiasmi”. Da quando la lessi negli appunti parigini di Calvino, questa dichiarazione di intenti è diventata il mio manifesto, il mio paracadute quando perdo la terra sotto i piedi, quando penso che forse sarebbe stato meglio seguire una linea retta, senza perdersi tra innumerevoli andate e ritorni, quando sono stanca, la sera, o come adesso basta poco ad abbattere ogni difesa, a contrastare tutto l’impegno del mio scontro quotidiano.

Non so cosa speravo di trovare nella poesia delle due linee. Non so cosa immaginavo di trovare in quei versi. Forse un punto di riferimento, forse un incoraggiamento ad andare avanti, sempre e comunque, lungo una linea, che di certo non è retta, ma almeno è la mia. Forse qualcuno che, pur non sapendo nulla, mi incoraggiasse ad aspettare che la mia, di direzione, torni attuale, come tutte le cose che hanno fondamento, a restare costante nelle mie abitudini, a non cambiare orientamento perché anche questa erranza geografica ed emotiva sia, sempre e comunque, la strada più breve tra i miei due punti.

Soundtrack: 24-25, Kings of Convenience

Image © Mario Cala, maestro elementare di Parabita

In altre parole

Jhumpa Lahiri è una scrittrice di origini indiane, cresciuta in America, innamorata dell’italiano. Se non bastasse questo straordinario mix di lingue e culture a travolgermi, a completare il quadro c’è il suo esilio volontario, come lo definisce lei. Anzi, un esilio linguistico, dagli Stati Uniti a Roma, inseguendo una folle infatuazione per un idioma straniero.

Lahiri si trasferisce in Italia lo scorso anno, e non per diventare una scrittrice italiana, ma per allontanarsi dalla sponda conosciuta, essere costretta a fare un passo indietro e privarsi di ogni attrezzo linguistico a sua disposizione, rinunciare alla sua materia prima, il linguaggio, mollare gli ormeggi dell’inglese e ritrovarsi nel mare aperto di una lingua altra, ma profondamente desiderata, senza alcun appiglio. Una direzione, che appare ostinata e contraria, alla quale però non riesce a sottrarsi. Partire, perché “non basta galleggiare senza la possibilità di annegare, di colare a picco.”

Da quando Jhumpa è a Roma, Internazionale le ha chiesto di raccontare la sua avventura con la lingua italiana in una rubrica, settimana dopo settimana, la storia di un vero e proprio corteggiamento linguistico, inguaribilmente a senso unico. “Un desiderio non è altro che un bisogno folle. […] Ci sarà sempre qualcosa di squilibrato, di non corrisposto. Mi sono innamorata, ma ciò che amo resta indifferente. La lingua non avrà mai bisogno di me”. La casa editrice Guanda ha deciso poi di raccogliere le rubriche settimanali e farne uno splendido libro, In altre parole, il primo vero libro che Jhumpa Lahiri scrive in italiano.

Mi sono imbattuta nella copertina del libro mentre vagavo alla ricerca di un fumetto, l’ho guardato, l’ho riconosciuto e l’ho preso, sapendo che sarebbe diventato uno di quelli che avrei voluto tenere sempre sul comodino, anche una volta finito di leggere, per sfogliarlo, ripetere delle frasi, convincermi della giustezza di qualche idea. In altre parole è uno di quei libri che si possono leggere in un pomeriggio, ma io ho cercato di diluirlo, pagina dopo pagina, per lasciarmi raccontare ancora una volta l’avventura di chi parte semplicemente “per cambiare strada”, per ritrovarsi in una situazione di disagio, certo, di scomodità, di voluta precarietà, ma anche di eccitazione, stupore, meraviglia.

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Ho già scritto altre volte di Jhumpa Lahiri e del bisogno di attraversare il lago e raggiungere la sponda sconosciuta ma, dopo aver letto il suo libro, ho capito che le sue riflessioni si spingono più lontano. Il bisogno di partire necessariamente da un passo indietro, di prendere la rincorsa di continuo, condizione indispensabile per restare in uno stato di ricettività, lasciarsi stupire da quello che stiamo creando, da un’idea. “Rinuncio alla perizia per sfidarmi. Baratto la certezza con l’incertezza”, scrive Lahiri. Il suo è un esilio appositamente studiato per calarsi in uno stato perpetuo di crescita e di possibilità, per diventare altro da sé, come succede ogni volta che si cambia città o si inizia a parlare una lingua altra, sfuggente, mai compresa fino in fondo. Perché “gli impedimenti mi stimolano”.

“Mi piace lo sforzo. Preferisco le limitazioni. So che mi serve, in qualche modo, la mia ignoranza. Nonostante le limitazioni, mi rendo conto di quanto l’orizzonte sia sconfinato”. Jhumpa Lahiri paragona il suo rincorrere l’italiano a una fatica di Sisifo, eterna e, allo stesso tempo, appassionante. Sisifo, infatti, era il più furbo tra i mortali e osò sfidare le divinità dell’Olimpo. Queste gli inflissero una punizione esemplare e lo condannarono a spingere un sasso fino alla cima di una montagna e a vederlo rotolare dall’altra parte, così per l’eternità. Ma Sisifo, come ricorda Albert Camus, non era un dio, solo un semplice umano, al quale può bastare, per sentirsi il cuore pieno di gioia, anche il solo fatto di spingere un sasso e vederlo arrivare sino in cima, seppure per un solo attimo:

“Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice”

Inutile dire di quante volte io abbia visto nello specchio il riflesso di un Sisifo felice. Sempre alla ricerca di qualcosa di più, forse anche consapevole di un fallimento, ma insensatamente emozionata. Ho sempre sostenuto di volermi appositamente catapultare in situazioni di precarietà. Di volermi mettere alla prova, per scoprire versioni altre, stati d’animo che forse non sarei mai riuscita a provare in condizioni di normalità. Quando cominciai ad afferrare pienamente il senso logico di un intero discorso in francese e saperne fare uno a mia volta, la sensazione che ho provato non era molto lontana da questa: “Quando scopro un modo diverso per esprimermi provo una specie di estasi. Le parole sconosciute rappresentano un abisso vertiginoso, fecondo. Un abisso che contiene tutto ciò che mi sfugge, tutto il possibile”.

Ho sempre difeso i vantaggi della mia precarietà e del mio essere in bilico, nonostante i piccoli ostacoli quotidiani, la lenta risalita per diventare una “locale” in una città come Parigi. Imparare dove si fermano gli autobus e dove portano, indovinare le parole giuste da dire agli uffici per farsi dare ascolto, distinguere l’argot e il verlan, uscire viva dal labirinto burocratico e con un sussidio statale in mano, decifrare il linguaggio sentimentale di chi mi stava accanto. Tutto andava imparato da zero. E io non vedevo l’ora di mettermi a studiare.

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In un racconto, “Lo scambio”, Jhumpa Lahiri traduce in finzione narrativa il suo desiderio di “generare un’altra versione di se stessa, […] rimuovere la sua presenza dalla terra, come se fosse un filo sull’orlo di un bel vestito”. Di voler scappare da casa per abitare quasi per strada e ricominciare da una voce imperfetta, scarna. “Come mai mi soddisfa la penuria?”, si chiede. “Forse perché dal punto di vista creativo non c’è nulla di tanto pericoloso quanto la sicurezza”.

Se dovessi mettere a fuoco una mancanza, forse è proprio quell’incertezza, l’equilibrio precario, l’alterità, quello scarto linguistico, la sensazione di scrivere ai margini, di vivere in una periferia figurata, rispetto al centro di quello che avrebbe dovuto essere la mia vita. Tendere verso il centro e sapere già in partenza di non raggiungerlo mai. “Davanti a tutto ciò che mi sembra irraggiungibile, mi meraviglio”, di conseguenza, scrivo, “per dimenticare le mie imperfezioni, per nascondermi sullo sfondo della vita”, l’unica zona a cui sento di appartenere, una retrovia costante, dalla quale io possa muovermi in incognito, in assoluta libertà. “Tutta la mia scrittura scaturisce da un luogo nel quale mi sento invisibile, inaccessibile”, un po’ come il sogno dell’invisibilità, che Italo Calvino diceva di aver realizzato per le vie di Parigi.

Ora sono tornata alla mia lingua italiana, alla mia sponda conosciuta. Quando mi capita, sempre più raramente, di parlare francese, le parole suonano naufraghe, nomadi, smarrite. “Quando si vive senza la propria lingua ci si sente senza peso e, allo stesso tempo, sovraccarichi. Si respira un altro tipo d’aria, a una diversa altitudine”. Io sono tornata alla mia altitudine, ma continuo ad avere l’impressione di vivere in uno spazio che non è il mio. “Chi non appartiene a nessun posto specifico non può tornare, in realtà, da nessuna parte”, scrive Lahiri, e a me piacerebbe un giorno sentire di non appartenere più a nessun luogo e a nessuna esistenza, raggiungere un’indipendenza emotiva, ma soprattutto geografica. Di restare in divenire, di trasformazione in trasformazione.

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Tra i verbi preferiti di Lahiri in italiano c’è ‘sondare’: “implica distacco, incertezza; implica uno stato di immersione. Significa ricerca, metodica e accanita, di qualcosa che resta sempre fuori portata. Un verbo azzeccato che spiega alla perfezione questo mio progetto”. E per ora, spiega alla perfezione anche le mie giornate.

“Dove mi porta, questo nuovo tragitto? Dove finisce la fuga, e quando? Dopo essere fuggita, cosa farò?”. Io non ho ancora nessuna risposta a queste domande. E, a dirla tutta, non so nemmeno se siano le domande giuste. So solo che rivoglio indietro quella possibilità di annegare, di colare a picco. Che le sponde conosciute non mi piacciono.

Images © Heather Gatley

Soundtrack: Sleeping Lessons, The Shins

A volte si fissa un punto

Un po’ di tempo fa avevo scritto che questa improvvisa libertà e stravolgimento di prospettive mi avrebbe dato alla testa. Ecco, se un paio di giorni fa avete visto due scarpe rosse agitarsi nell’aria davanti a un’osteria affollata di Padova, ero io, che avevo perso miseramente i sensi, e non per la qualità dei vini dell’oste. Lo scrivo per esorcizzare un po’ l’accaduto, dato che è la prima volta che mi succede. Sto bene. Un amico mi ha prontamente afferrato per le spalle e adagiato sul marciapiede, salvando me stessa, quel che restava della mia dignità e anche il fermaglio di osso vietnamita che avevo tra i capelli. Penso sia la conseguenza di un po’ di confusione e soprattutto dell’ubriacatura da libri di questo periodo, in particolare dell’ultimo, ancora storie vicine alle mie, ancora Maria Perosino.

I suoi libri sono entrati discreti, in punta di piedi, nella categoria di libri a cui voglio bene, di cui mi piace sincerarmi dove siano, che siano in buono stato e non siano stati smarriti. Forse perché a leggerli mi ci sento sempre come se stessi parlando a un’amica con qualche anno in più di me, che ha già vissuto o almeno sentito raccontare uno dei miei piccoli drammi, davanti a una tazza di tè. “Le scelte che non hai fatto” racconta di storie parallele, di vite non vissute, appena sfiorate, che camminano qualche passo indietro e ci seguono senza far rumore. Secondo Perosino, ogni decisione non è mai frutto di un consenso unanime, ma di un risicatissimo 51%, che alla fine s’è fatto coraggio e ha fissato un punto. Il restante 49% rimane lì, a tormentarsi, a spingere per la direzione ostinata e contraria.

Maria invita le sue storie a cena, prepara loro da mangiare, le mette a proprio agio e in cambio chiede di farsi raccontare com’è andata. Se ci sono rimpianti, tormenti notturni, indecisioni, bugie, se, alla fine della partita, il bilancio è positivo o se almeno si è riusciti a pareggiare i conti. Chiede loro se il segreto non per la felicità ma almeno per la sopravvivenza sia fermarsi prima che i sogni s’infrangano o semplicemente svegliarsi una mattina e riporre nei cassetti dell’armadio aspirazioni, aspettative, desideri, come i vestiti estivi al cambio di stagione autunnale. “C’è un punto, nella vita, in cui s’infrangono i sogni? O di colpo si avverano?”

falling up

Falling up

“Eccole lì, le mie vite in vetrina. Per un attimo, tutto è facile, mi basterebbe sceglierne una, impacchettarla e portarmela via. È una bella sensazione, per una che non ha mai imparato l’arte del rammendo”. Maria ha scelto di scegliere ma, di notte, ogni tanto, le viene all’orecchio l’irritante sospetto che lei una scelta vera e propria non l’ha mai fatta. Ma poi quand’era il momento di scegliere?: “Quando mai c’è stato un giorno in cui qualcuno (me stessa inclusa) mi ha chiesto se volevo diventare ricca o no? o se preferivo tenere un fidanzato per sempre o cambiarlo di tanto in tanto? se volevo un lavoro fisso o in comodato d’uso? E c’è mai stato un giorno in cui qualcuno ha aperto un atlante per chiedermi dove volevo vivere?” Come darle torto.

In questi giorni c’è una frase che mi rigira per la testa: “A volte si fissa un punto”. Si tratta del titolo di una raccolta di pensieri e poesie di Michelangelo Antonioni, ma, come diceva lui stesso, anche l’esemplificazione del suo lavoro: “senza fissare un punto, non si ha un film, non si ha sguardo, non c’è cinema”. Non ho mai letto questo libro, ma mi sono imbattuta nella copertina quand’ero in Francia circa tre anni fa, e quella frase poi me la sono scritta e appesa nella mia vecchia cameretta italiana su un post-it, come un promemoria che, ahimé, non è servito a molto. Me lo ricordo benissimo perché, senza leggere nulla, interpretai la frase in maniera completamente diversa. A volte si fissa un punto, e si perde tutto quello che c’è intorno, non si riesce ad andare più avanti. Come se l’orizzonte intorno sparisse, nessuna via d’uscita, nessuna possibile deviazione, solo un punto unico, come un’ipnosi. Non me ne sono mai accorta, ma per anni ho cambiato città, lavori, case, amicizie, ma ho sperato che nulla cambiasse davvero nella mia vita.

Succede poi a volte di fare scelte che rimangono sempre lì, a distanza di anni, come un punto fermo su una mappa. Come un trasloco internazionale. Che ne puoi tracciare il percorso su una cartina geografica. Ne puoi collegare insieme i punti e alla fine tirare fuori un disegno. “Se non mi lascio prendere dalla frenesia, un disegno lo vedo. Cioè, non di tipo rinascimentale, con la prospettiva, il centro, il punto di fuga e il punto di vista. Più un affresco medievale, quelli in cui tutte le scene stavano l’una accanto all’altra, un po’ come un fumetto, ma senza che l’artista si preoccupasse eccessivamente dei rapporti di causa-effetto. L’importante era squadernare tutto lì, in bella mostra, ognuno poteva ricomporsi la storia a suo piacimento, dentro la sua testa. Quello di cui invece si preoccupava era di rendere tutto il più espressivo possibile, penso ci tenesse che nessuno si annoiasse, mentre guardava quello che aveva dipinto. Ecco, io non mi sono annoiata”.

seapression

Seapression

A volte si fissa un punto. Anche solo per mettere un traguardo, per avere un punto di partenza e non solo una cronologia indefinita di eventi. Dirsi almeno una volta “quello no, non più”. Io un punto non l’ho mai voluto fissare, ho sempre cercato di prendere una strada che mi consentisse, eventualmente, di poter tornare sui miei passi. Di correggere il tiro, di recuperare una chiave, di riaprire una porta. L’idea di ineluttabilità non mi fa dormire la notte. E a volte mi fa perdere i sensi sui ciottoli del centro storico di Padova.

Fissare un punto. Disdire l’abbonamento a una certa idea di vita. Mi ci devo un po’ abituare. Forse, prendere una tastiera, mi farebbe felice adesso. E poi fissare un altro punto, scegliere una città, affittare una casa solo per me, iniziare a lavorare. Un altro punto, voglio un paio di animali per casa e recuperare i miei libri sparsi per l’Italia. E poi unire i puntini e scoprire che disegno viene fuori. Tornare al cinema, riavvolgere la pellicola e scrivere un altro film.

Soundtrack: Keep the change, Molly Nilsson

Images: © Witchoria

Ad occhi chiusi

Questa è la storia di un libro trovato per caso sulla bancarella di una casa editrice al Salone del Libro di Parigi lo scorso anno. O forse la storia di un articolo tenuto in cantiere per tanto, troppo tempo ma non abbastanza da essermi sfuggito. Oppure è la storia di una risoluzione che stenta ad affermarsi ma c’è, chiara, nitida, mi scivola davanti agli occhi e io non riesco ad afferrarla, almeno per ora. Parole venute fuori qualche mese fa, dal desiderio impellente di volatilizzarmi per ricompormi altrove, lontano, parole di cui avrei voluto sbarazzarmi subito, ma che, per qualche motivo, sono ancora attuali, probabilmente lo saranno sempre. Di certo, è la storia di un anno che si chiude qui, con una porta in faccia alla manovalanza gratuita e, forse, anche a chi mi perseguita con la ricetta magica per migliorare la mia vita.

 

Si intitola Les yeux fermés, les yeux ouverts, letteralmente “Gli occhi chiusi, gli occhi aperti”, tra i gioielli della casa editrice indipendente Chemin de Fer, piccola iniziativa editoriale nata nel 2005 in Borgogna, con il proposito di ristabilire un ponte tra immagine e parola. Questa è una storia scritta su, o forse è meglio dire con, Francesca Woodman. A firmarla è Virginie Gautier, autrice francese, classe 1969, che insegna arti plastiche, fotografa, dipinge, scolpisce. E scrive. Le foto sono tutte della Woodman e compaiono quasi a intermittenza, si accendono e si spengono, lungo le poche pagine.

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Tutti penseranno di avermi inventata”, scrive Francesca, o forse è Virginie a parlare. La prima e la terza persona si avvicendano senza preavviso, le stanze, le autostrade scorrono come dietro il finestrino di un treno, l’orizzonte a volte profuma di bosco, altre volte semplicemente di oggetti vissuti, di quell’odore acuto, immediatamente riconoscibile, che hanno le case quando non sono le proprie.

“Prendere distanza, un piede dopo l’altro. Avere, come solo orizzonte, questa ripetizione”. Farsi fluido, illudere i confini del corpo. Virginie, o Francesca, scivola da una stanza all’altra, tra l’ombra e la luce, persa nel chiaroscuro di giornate liquide. “Gli interni, alla fine, si assomigliano tutti”. Le parole sono centellinate, “a volte si esauriscono”, inevitabilmente, “coltivo meglio un muro di silenzio che un giardino intorno a me. All’inizio, sicuramente, ci saranno stati dei ricordi, una durata. Adesso, so che niente si può conservare. Ci si risveglia un mattino e ci si rende conto che, da un giorno all’altro, tutto è sparito. Niente è più riconoscibile”. E non è più necessario essere gli stessi.

Woodman-autoportrait-au-miroir

La fuga è un motivo costante, come un memento che s’intrufola nel quotidiano. Il movimento, la partenza, l’atto di camminare, di andare, di disintegrarsi e riassemblarsi altrove. “A forza di aggiungere paesaggi nuovi, ci si dimentica di altri, li si trasforma, si dona loro un’impronta diversa”. Passare da un altrove all’altro, senza più farci caso, perdere l’abitudine alla permanenza, alla vita stessa, essere incapaci di restare e di partire. “Mi applico perché in ogni gesto ci sia attenzione. Come per avvicinarmi a quello che è impossibile ottenere. Perché è diventato troppo difficile restare, trovare in sé la persona adeguata”.

I passi sono quelli di un esilio volontario, di un addio alle città. Il decoro diventa indifferente, l’orizzonte sempre uguale, dormire da soli o in compagnia non provoca sconvolgimenti di sorta. L’incapacità di conservare una condizione di immobilità. Prendere la forma della fuga, della dissolvenza, correre il rischio di sparire, o di vivere, senza chiedere poi così tanto all’esistenza.

“Prendere quello che c’è, senza pensarci troppo […], convincere il corpo a ripartire. Ritrovare quella parte sicura e impaziente, nascosta in fondo a se stessi”.

 

Soundtrack: The Dresden Dolls, Bad Habit

Images © Francesca Woodman