In altre parole

Jhumpa Lahiri è una scrittrice di origini indiane, cresciuta in America, innamorata dell’italiano. Se non bastasse questo straordinario mix di lingue e culture a travolgermi, a completare il quadro c’è il suo esilio volontario, come lo definisce lei. Anzi, un esilio linguistico, dagli Stati Uniti a Roma, inseguendo una folle infatuazione per un idioma straniero.

Lahiri si trasferisce in Italia lo scorso anno, e non per diventare una scrittrice italiana, ma per allontanarsi dalla sponda conosciuta, essere costretta a fare un passo indietro e privarsi di ogni attrezzo linguistico a sua disposizione, rinunciare alla sua materia prima, il linguaggio, mollare gli ormeggi dell’inglese e ritrovarsi nel mare aperto di una lingua altra, ma profondamente desiderata, senza alcun appiglio. Una direzione, che appare ostinata e contraria, alla quale però non riesce a sottrarsi. Partire, perché “non basta galleggiare senza la possibilità di annegare, di colare a picco.”

Da quando Jhumpa è a Roma, Internazionale le ha chiesto di raccontare la sua avventura con la lingua italiana in una rubrica, settimana dopo settimana, la storia di un vero e proprio corteggiamento linguistico, inguaribilmente a senso unico. “Un desiderio non è altro che un bisogno folle. […] Ci sarà sempre qualcosa di squilibrato, di non corrisposto. Mi sono innamorata, ma ciò che amo resta indifferente. La lingua non avrà mai bisogno di me”. La casa editrice Guanda ha deciso poi di raccogliere le rubriche settimanali e farne uno splendido libro, In altre parole, il primo vero libro che Jhumpa Lahiri scrive in italiano.

Mi sono imbattuta nella copertina del libro mentre vagavo alla ricerca di un fumetto, l’ho guardato, l’ho riconosciuto e l’ho preso, sapendo che sarebbe diventato uno di quelli che avrei voluto tenere sempre sul comodino, anche una volta finito di leggere, per sfogliarlo, ripetere delle frasi, convincermi della giustezza di qualche idea. In altre parole è uno di quei libri che si possono leggere in un pomeriggio, ma io ho cercato di diluirlo, pagina dopo pagina, per lasciarmi raccontare ancora una volta l’avventura di chi parte semplicemente “per cambiare strada”, per ritrovarsi in una situazione di disagio, certo, di scomodità, di voluta precarietà, ma anche di eccitazione, stupore, meraviglia.

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Ho già scritto altre volte di Jhumpa Lahiri e del bisogno di attraversare il lago e raggiungere la sponda sconosciuta ma, dopo aver letto il suo libro, ho capito che le sue riflessioni si spingono più lontano. Il bisogno di partire necessariamente da un passo indietro, di prendere la rincorsa di continuo, condizione indispensabile per restare in uno stato di ricettività, lasciarsi stupire da quello che stiamo creando, da un’idea. “Rinuncio alla perizia per sfidarmi. Baratto la certezza con l’incertezza”, scrive Lahiri. Il suo è un esilio appositamente studiato per calarsi in uno stato perpetuo di crescita e di possibilità, per diventare altro da sé, come succede ogni volta che si cambia città o si inizia a parlare una lingua altra, sfuggente, mai compresa fino in fondo. Perché “gli impedimenti mi stimolano”.

“Mi piace lo sforzo. Preferisco le limitazioni. So che mi serve, in qualche modo, la mia ignoranza. Nonostante le limitazioni, mi rendo conto di quanto l’orizzonte sia sconfinato”. Jhumpa Lahiri paragona il suo rincorrere l’italiano a una fatica di Sisifo, eterna e, allo stesso tempo, appassionante. Sisifo, infatti, era il più furbo tra i mortali e osò sfidare le divinità dell’Olimpo. Queste gli inflissero una punizione esemplare e lo condannarono a spingere un sasso fino alla cima di una montagna e a vederlo rotolare dall’altra parte, così per l’eternità. Ma Sisifo, come ricorda Albert Camus, non era un dio, solo un semplice umano, al quale può bastare, per sentirsi il cuore pieno di gioia, anche il solo fatto di spingere un sasso e vederlo arrivare sino in cima, seppure per un solo attimo:

“Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice”

Inutile dire di quante volte io abbia visto nello specchio il riflesso di un Sisifo felice. Sempre alla ricerca di qualcosa di più, forse anche consapevole di un fallimento, ma insensatamente emozionata. Ho sempre sostenuto di volermi appositamente catapultare in situazioni di precarietà. Di volermi mettere alla prova, per scoprire versioni altre, stati d’animo che forse non sarei mai riuscita a provare in condizioni di normalità. Quando cominciai ad afferrare pienamente il senso logico di un intero discorso in francese e saperne fare uno a mia volta, la sensazione che ho provato non era molto lontana da questa: “Quando scopro un modo diverso per esprimermi provo una specie di estasi. Le parole sconosciute rappresentano un abisso vertiginoso, fecondo. Un abisso che contiene tutto ciò che mi sfugge, tutto il possibile”.

Ho sempre difeso i vantaggi della mia precarietà e del mio essere in bilico, nonostante i piccoli ostacoli quotidiani, la lenta risalita per diventare una “locale” in una città come Parigi. Imparare dove si fermano gli autobus e dove portano, indovinare le parole giuste da dire agli uffici per farsi dare ascolto, distinguere l’argot e il verlan, uscire viva dal labirinto burocratico e con un sussidio statale in mano, decifrare il linguaggio sentimentale di chi mi stava accanto. Tutto andava imparato da zero. E io non vedevo l’ora di mettermi a studiare.

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In un racconto, “Lo scambio”, Jhumpa Lahiri traduce in finzione narrativa il suo desiderio di “generare un’altra versione di se stessa, […] rimuovere la sua presenza dalla terra, come se fosse un filo sull’orlo di un bel vestito”. Di voler scappare da casa per abitare quasi per strada e ricominciare da una voce imperfetta, scarna. “Come mai mi soddisfa la penuria?”, si chiede. “Forse perché dal punto di vista creativo non c’è nulla di tanto pericoloso quanto la sicurezza”.

Se dovessi mettere a fuoco una mancanza, forse è proprio quell’incertezza, l’equilibrio precario, l’alterità, quello scarto linguistico, la sensazione di scrivere ai margini, di vivere in una periferia figurata, rispetto al centro di quello che avrebbe dovuto essere la mia vita. Tendere verso il centro e sapere già in partenza di non raggiungerlo mai. “Davanti a tutto ciò che mi sembra irraggiungibile, mi meraviglio”, di conseguenza, scrivo, “per dimenticare le mie imperfezioni, per nascondermi sullo sfondo della vita”, l’unica zona a cui sento di appartenere, una retrovia costante, dalla quale io possa muovermi in incognito, in assoluta libertà. “Tutta la mia scrittura scaturisce da un luogo nel quale mi sento invisibile, inaccessibile”, un po’ come il sogno dell’invisibilità, che Italo Calvino diceva di aver realizzato per le vie di Parigi.

Ora sono tornata alla mia lingua italiana, alla mia sponda conosciuta. Quando mi capita, sempre più raramente, di parlare francese, le parole suonano naufraghe, nomadi, smarrite. “Quando si vive senza la propria lingua ci si sente senza peso e, allo stesso tempo, sovraccarichi. Si respira un altro tipo d’aria, a una diversa altitudine”. Io sono tornata alla mia altitudine, ma continuo ad avere l’impressione di vivere in uno spazio che non è il mio. “Chi non appartiene a nessun posto specifico non può tornare, in realtà, da nessuna parte”, scrive Lahiri, e a me piacerebbe un giorno sentire di non appartenere più a nessun luogo e a nessuna esistenza, raggiungere un’indipendenza emotiva, ma soprattutto geografica. Di restare in divenire, di trasformazione in trasformazione.

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Tra i verbi preferiti di Lahiri in italiano c’è ‘sondare’: “implica distacco, incertezza; implica uno stato di immersione. Significa ricerca, metodica e accanita, di qualcosa che resta sempre fuori portata. Un verbo azzeccato che spiega alla perfezione questo mio progetto”. E per ora, spiega alla perfezione anche le mie giornate.

“Dove mi porta, questo nuovo tragitto? Dove finisce la fuga, e quando? Dopo essere fuggita, cosa farò?”. Io non ho ancora nessuna risposta a queste domande. E, a dirla tutta, non so nemmeno se siano le domande giuste. So solo che rivoglio indietro quella possibilità di annegare, di colare a picco. Che le sponde conosciute non mi piacciono.

Images © Heather Gatley

Soundtrack: Sleeping Lessons, The Shins

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6 pensieri su “In altre parole

  1. Ilaria Moretti ha detto:

    Ti capisco cara V.
    Soprattutto quando le sponde conosciute sembrano richiamarti a sé. Hai tentato di costruire -male- una tua indipendenza e qualcosa ti ritrascina verso il punto di partenza. E’ così che percepisco la mia situazione. Ma la tua no. Non è così. Chi ti legge lo sente il tuo divenire, e mai, nemmeno vedendoti seduta ad un caffé italiano, ti si scambierebbe per una locale. Troppi sono i mondi che ti porti dentro, e credimi, il rischio non c’è. Si può facilmente diventare provinciali e conosciuti anche in un paese straniero. La vera differenza sta nella marchiatura della testa, nel funzionamento dei pensieri. E’ lì che sta il viaggio e, mi dico, la via di fuga.
    Ho letto già un libro di Alice Munro. E ora sono al tuo “In fuga”. Premio nobel meritatissimo, una scoperta, una bellissima scoperta che mi sono goduta da pendolare in treno, Milano-Bergamo, nella mia settimana italiana. E ho brindato a suon di caffé e parole in tuo onore. Dicendoti grazie. Alla prossima. I.

  2. Valeria ha detto:

    Cara Ilaria,
    non trovo parole migliori per risponderti di quelle di Verga, citate dalla stessa Jhumpa Lahiri: “Pensare che avrebbe potuto bastarmi quest’angolo di terra, uno spicchio di cielo, un vaso di fiori, per godere tutte le felicità del mondo, se non avessi provato la libertà e se non mi sentissi in cuore la febbre roditrice di tutte le gioie che son fuori di queste mura!”.
    Scrittura romantica da Ottocento italiano, mi dirai, ma il senso è quello…ho voglia di risalire sul treno, di ripartire, tornare al punto di partenza e riprendere la mia vita da dove l’ho lasciata, sono sicura che è ancora lì ad aspettarmi.
    Per tornare ai libri, io ho scoperto Paolo Rumiz, e avrei tanto voluto scoprirlo prima, e ovviamente ti consiglio “In altre parole”, sono sicura che apprezzerai.
    Grazie come sempre per essere passata di qui e per le tue parole.
    Alla prossima.

    Valeria

    ps. chissà magari un giorno ci si incontrerà in un treno e ci riconosceremo dai libri che abbiamo in mano 🙂

  3. Sabrina Miso ha detto:

    “Quando si vive senza la propria lingua ci si sente senza peso e, allo stesso tempo, sovraccarichi. Si respira un altro tipo d’aria, a una diversa altitudine”

    Mi piace molto. Lo sento profondamente. Che vivere dove si parla una lingua che non è la tua ti confonde la mente. A volte mi succede di pensare una cosa in inglese, addirittura di trovare più facile scriverla in inglese che in italiano. Poi ci sono momenti in cui l’italiano mi manca tanto, mi manca il potermi esprimere al 100%, mi manca la bellezza di una lingua che posso modellare senza sforzo.

    • Valeria ha detto:

      Cara Sabrina,
      secondo Lahiri, sembra proprio che la sensazione di smarrimento in un altro linguaggio sia quasi in grado di creare dipendenza. Ho scritto questo post quando ero in Italia e mi mancava terribilmente la lingua francese, l’essere immersa in un altro universo linguistico, lo sforzo per capire, farmi capire, decifrare, spingermi verso l’altra sponda senza nessun appiglio, senza il salvagente della mia lingua madre. Ti consiglio questo libro, sono sicura che lo apprezzerai.

      Grazie per aver letto e per il tuo commento.
      Alla prossima.
      V

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