Moon Palace

Nella mia immaginaria e ambiziosa lista delle cose da fare in tempi migliori, c’è il teatro. Dall’altra parte della scena. Tornare sul palco. Realizzare il desiderio di dare vita alle parole, ai personaggi, a quei testi che tanto mi tengono compagnia durante il lavorio della quotidiana esistenza. Essere una commedia, piangere in una tragedia, vivere dentro una storia.

In questi giorni di attesa e incertezza, una mattina, al terzo piano di un edificio in una città più silenziosa e impaurita del solito, io e un esserino di pochi mesi, mentre tutti dormono, ci imbattiamo in un monologo. Quello dello zio Victor al nipote Marco Stanley Fogg, protagonista di “Moon Palace“, romanzo di Paul Auster uscito nel 1989, una di quelle storie di famiglia in cui tuffarsi senza volerne più uscire. L’abbiamo letto ad alta voce, due volte, quel discorso d’addio prima della partenza per la tournée insieme all’orchestrina dei Moon Men in tutti gli Stati Uniti, due pagine in cui lo zio si congeda e abbraccia, per l’ultima volta, il nipote.

Ecco, io questo monologo sogno di recitarlo in teatro, immersa nel buio, sotto l’occhio di bue della scena. Perché? Forse perché dentro c’è tutto: i libri, l’America, la musica, i viaggi, gli addii, le partenze, tutto quello che possa rendermi nostalgica delle vite che non ho vissuto, o vissuto solo in parte, e che giacciono da qualche parte del cuore, insoddisfatte, in attesa che qualcuno un giorno le tiri fuori.

E poi c’è la scrittura, quello di uno degli ultimi grandi classici della letteratura contemporanea, quella che la riconosci subito e sai che ti porterà in luoghi ignoti, fantastici, che ricorderai per sempre.

Lo annoto qui, completo di indicazioni di scena, con il desiderio di tirarlo fuori dal cassetto, prima o poi.

Buio

“Fare fagotto”, credo che si dica nei western. Anche se non avrai spesso mie notizie, Phileas, ricordati che sei sempre nei miei pensieri. Vorrei poterti dire che so quali saranno le mie dislocazioni, ma nuovi mondi ci chiamano improvvisamente a sé e dubito che avremo molte opportunità di scriverci qualche lettera.

Così detto, fece una pausa per accendersi una sigaretta, al che vidi come gli tremasse la mano che reggeva il fiammifero.

Nessuno sa quanto tutto ciò durerà, ma Howie è molto ottimista. Gli ingaggi sono già molti, e senza dubbio ne seguiranno altri. Procederemo verso il West, inoltrandoci in territori selvaggi. Dovrebbe essere interessante, credo, comunque vada a finire. Una sfilza di topaie di provincia nella terra dei cowboy e degli indiani. Ma già pregusto il pensiero di quegli spazi aperti, di suonare la mia musica sotto il cielo del deserto. Chissà che laggiù non mi si riveli una nuova verità?

E scoppiò a ridere, quasi volesse alleviare la seriosità di un simile pensiero.

“Quindi, visto che mi toccherà andare tanto lontano, devo viaggiare leggero. Si dovranno scartare diverse cose, darle via, gettarle. E siccome l’idea che scompaiano per sempre non mi piace, ho deciso di affidarle a te. Di chi atri posso fidarmi, in definitiva? Chi altri c’è per tramandare la tradizione? A cominciare dai libri. Sì, sì, tutti. Secondo me questo fatto non poteva capitare in un momento migliore. Oggi pomeriggio li ho contati: millequattrocentonovantadue volumi. Numero propizio, credo, dal momento che evoca il ricordo della scoperta dell’America da parte di Colombo, così come da Colombo prende nome il college dove stai per andare. Alcuni di essi sono grossi, altri piccoli, alcuni corposi, altri esili, ma sono tutti composti da parole. Parole che, a leggerle, forse ti saranno di aiuto per la tua istruzione. No, non voglio sentire niente. Neanche un bah. Una volta che avrai trovato una sistemazione a New York, te li faccio spedire. La seconda copia del Dante me la tengo, ma gli altri devi prenderli tutti tu.

Poi c’è la scacchiera di legno. Quella magnetica la tengo io, ma questa devi prenderla tu. Poi la scatola di sigari dentro cui conservo gli autografi dei giocatori di baseball. Abbiamo quasi tutti i Cubs degli ultimi vent’anni, alcune star e numerosi altri personaggi di minore luce del mondo professionistico. Matt Batts, Memo Luna, Rip Repulski, Putsy Caballero, Dick Trott. Nomi la cui oscurità già dovrebbe bastare a renderli immortali. Dopo di che vengono diversi altri aggeggi, ammennicoli e bric-à-brac. I portacenere-ricordo di New York e Alamo, i dischi di Haydn e Mozart che ho registrato con l’Orchestra di Cleveland, l’album con le foto di famiglia, la targa che ho vinto da ragazzo quando sono arrivato primo al concorso di musica aperto ai residenti di tutto lo Stato. Il tutto nel ’24, anche se ti può sembrare incredibile, un sacco di tempo fa, un’eternità.

E per finire voglio che tu prenda il completo di tweed che ho comperato nel Loop qualche inverno fa. Nei posti dove sto per andare non mi servirà, ed è fatto con lana scozzese di primissima qualità. L’ho messo solamente due volte, e se lo dessi all’Esercito della Salvezza non farebbe atro che andare a scaldare il sedere a qualche creatura inebetita di Skid Row. Molto meglio che te lo prenda tu. Ti conferirà una certa distinzione, e non c’è niente di male nell’esibirsi al meglio, no? Domani mattina andiamo subito dal sarto, per le modifiche.

E con questo abbiamo finito, credo. Libri, scacchiera, autografi, vestito e tutto il resto. Adesso che ho sistemato i miei possedimenti, sono contento. Non è il caso che mi guardi in quel modo. So che cosa sto facendo e sono contento di averlo fatto. Sei un bravo ragazzo, Phileas, e ti avrò sempre presente, dovunque io sia. Al momento partiamo per direzioni opposte, ma sono sicuro che prima o poi torneremo a incontrarci.

Alla fine tutto funziona, sai, tutto torna. I nove cerchi. I nove pianeti. I nove inning di una partita di baseball. Le nove vite di cui disponiamo. Pensaci. Le corrispondenze sono infinite. Ma adesso basta, abbiamo già blaterato abbastanza, per una sera sola. L’ora è tarda e il sonno ci chiama entrambi. Su, dammi la mano. Sì, bene, una bella presa, salda. Così. E adesso una bella stretta. Benone: una stretta di addio. Che ci duri per l’eternità.

Sipario

(Traduzione di Mario Biondi)

 

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