L’acqua al timo di casa

Bruce Chatwin era convinto che la casa fosse una perversione umana, che la vera dimora dell’uomo fosse la strada e che gli oggetti riempissero il cuore di paure e del timore di perdere tutto, costringendo gli uomini a passare la vita facendo la guardia ai propri possedimenti e ad accontentarsi di un’esistenza sedentaria e noiosa.

Purtroppo, però, di Chatwin ce n’è stato solo uno, la maggior parte dei comuni mortali sogna un appartamento in centro, soldi e posto fisso e, per fare i nomadi, come diceva Maria Perosino, spesso bisogna munirsi di una valida motivazione, “per chi ha bisogno di viaggiare e ha bisogno di una scusa per farlo, per non arrivare a chiedersi ‘che ci faccio io qui?’ che quando ci si fa queste domande e si è da soli e non si è Chatwin le risposte rischiano di essere un po’ imbarazzanti.”

In mancanza di valide motivazioni e per sfuggire a risposte imbarazzanti, circa due mesi fa ho messo fine al mio vagabondare e mi sono trasferita in quella che pensavo sarebbe stata una delle dimore più durature della mia vita. A pensarci, sembra ieri. Appena arrivata a casa, ho messo il mio nome sulla cassetta delle lettere e scritto a tutti con entusiasmo il mio nuovo indirizzo, dove potermi trovare da qui ad almeno altri tre anni.

Io, che ho da sempre sbandierato il vessillo del nomadismo, mi sono incredibilmente attaccata all’idea di casa e a tutto quello che questa si porta con sé: l’inevitabile restringersi di ogni orizzonte, le giornate quasi sempre uguali, il rassicurante comfort di sapere forse non quello che si farà tra un anno ma almeno il posto dove si starà dormendo. Tutta la dimensione domestica, con le sue piccole meschinità, i suoi infimi melodrammi, che odiavo e alla quale ho faticato ad abituarmi, mi è entrata nelle ossa e ancora adesso stenta ad andarsene. Mi guardo indietro, di certo non ero felice, sicuramente non ero io, ma avrei dato tutto per restare. Perché?

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Volevo delle abitudini, un ritmo sempre uguale, addormentarmi al sicuro. Sapere di avere un posto di cui fidarmi ciecamente, dove tornare e potermi rifugiare, perché il mondo non mi seguisse anche dopo la porta di casa. Come scriveva Perosino, le abitudini mi sembravano rassicuranti, un lusso che finalmente mi sarei potuta permettere “perché fanno risparmiare tempo e energia. Non abbiatene paura, c’è già la vostra vita che non è abitudinaria.”

Appena un mese e mezzo dopo, qualcuno mi ha ricordato che non era il momento di essere abitudinari e addormentarsi felici ai piedi della Basilica del Sacro Cuore. Un giorno, forse, racconterò anche del modo barbaro in cui sono stata riportata alla cruda realtà, ma questa è un’altra storia. Ho abbandonato una gabbia dorata, un inutile scontro quotidiano, una causa persa in partenza. Ho lasciato le chiavi sulla mia vecchia scrivania e ho chiuso la porta alle mie spalle. Il resto, ahimè, è noto. Eccomi qui: l’ultimo domicilio conosciuto è ormai lontano e il prossimo ancora non s’intravede.

Nel frattempo, vago tra una città e l’altra e mi fingo una del posto nelle residenze temporanee dove mi capita di sbarcare. Memorizzare le strade, imparare a trovare il senso dell’orientamento da sola, leggere il quotidiano locale, decifrare il dialetto del posto, scovare scorciatoie e piccole meraviglie nascoste: “è solo impadronendosi di un luogo che ci si può permettere di buttare tutto all’aria e ricominciare da capo. O almeno fare un sano reload dello stato d’animo”. Ne sono stata sempre convinta.

Ora, questa improvvisa libertà mi dà quasi le vertigini. Non riesco ancora a gestirla, non mi appartiene. Immagino destinazioni, ogni stazione, ogni nome di città mi appare come una possibilità di vita. Organizzo viaggi virtuali, mi proietto in centinaia di aeroporti e intanto sogno ancora di risalire la collina di Montmartre fino alla rue Norvins e abbandonarmi sul divano tra i gatti a fissare le travi a vista del soffitto, con il pianoforte di sottofondo.

La solitudine è tornata, senza diventare nostalgia struggente, né uno stato d’animo da cui fuggire o da ricercare. Più che altro uno stato di famiglia, di quelli che si ereditano dalla nascita e non si possono cambiare. Contro cui c’è ben poco da fare. Quasi ridicola, nel suo grottesco. Quasi comica, direi, se non ci fosse ancora un nodo allo stomaco a tenermi sveglia la notte. Ma non ho avuto molta scelta. Così, mi sono decisa a rimettere i miei 27 anni in uno zaino e a portarmelo sulle spalle e almeno a cercare di non pensarci più.

Bisogna solo capire da che parte fare il primo passo, da dove iniziare. Lasciare andare una volta per tutte gli ultimi mesi, anni, sbagli, indirizzi. Ripartire. Ieri sera, camminando per strada e raccontando le ultime disavventure, un amico mi ha detto: “sai, anche io avrei bisogno di un posto che fosse mio, di cui prendermi cura, ma non ci penso. Semplicemente ora non è il momento di dare l’acqua al timo di casa”.

Non avrei saputo dirlo meglio.

Soundtrack: In my life, The Beatles

Image: © Emiliano Ponzi

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7 pensieri su “L’acqua al timo di casa

  1. Ilaria Moretti ha detto:

    Cara Valeria,
    complimenti per la nuova grafica, le immagini e la scrittura. Il tuo blog è sempre più bello e ciò che mi piace è l’idea di evoluzione che ci sta dietro. Come a dire, il mondo si srotola, la vita continua e io cambio con lei, mi modifico, cresco, vado avanti. E’ un bel modo per iniziare l’anno, quello del procedere a passo svelto, alla ricerca di qualcosa. Poi si sa, i risultati spesso deludono, ma la preziosità del percorso quella non la leva nessuno. Che il vento di questi giorni spazzi via le tue nubi, che ci sia un po’ di sole sotto a cui distendersi per trovare pace. Ti abbraccio. I.

  2. Valeria ha detto:

    Cara Ilaria,
    ti ringrazio per essere tornata sulle mie pagine. Ormai qui sei di casa…
    Ho letto e riletto tante volte il tuo ultimo messaggio, le tue parole, i versi di Montale, sapere di sentirsi affini anche a tanti chilometri di distanza, tutto è stato una spinta a ripartire, per trovare quel varco dove appoggiare il capo e riposare in silenzio e farsi venire in mente una buona idea per voltare pagina…
    grazie ancora e alla prossima
    V

  3. Sabrina Miso ha detto:

    Mi piace moltissimo la grafica del blog e trovo affascinante il modo in cui racconti la tua vita traendo spunto e ulteriori riflessioni dagli autori della grande letteratura. Un sogno.

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