Il figlio della mezzanotte

“Data presunta del parto: 31 dicembre.” “Proprio il 31 dicembre?” “Sì, al massimo il 1° gennaio, in ogni caso iniziate l’anno col botto”. La battuta infelice del medico non azzeccò le previsioni. Perché i botti del 31 passarono e anche quelli del primo giorno del 2020 e tu non sei arrivato. Ti sei annunciato all’ora del tè del 2 gennaio, hai aspettato un pomeriggio qualsiasi, quasi per non disturbare, arrivando al mondo in punta di piedi ma con determinazione e in pochissimo tempo. Alle 20 del 2 gennaio, ci hai trasformato in una famiglia di quattro persone, cambiandoci la vita, ancora una volta, e regalandoci una dolcezza che non tornerà più.

È stato, questo, l’anno della chiusura del cerchio. L’anno che ha riportato tutto a casa, compresa me. L’anno in cui ho visto allontanarsi amicizie che tali non erano e tagliare una volta per tutte rami secchi. L’anno in cui semi addormentati da tempo immemore hanno dato finalmente frutto e in cui per la prima volta forse mi è sembrato di raccogliere e non solo di spargere e seminare. In questi mesi, velocissimi e pieni, nonostante il tempo vuoto e sospeso dell’epidemia e dell’isolamento, abbiamo fatto insieme tante cose. Abbiamo scritto un libro. Abbiamo superato due concorsi. Abbiamo iniziato un nuovo lavoro. Tutto insieme, perché non c’erano alternative. Perché un giorno, guardando dietro, tu non debba dire: “la mamma non l’ha fatto per me”. Io ti ho consacrato tutto il mio tempo e il mio sonno perduto. Tu mi hai resa impermeabile alla stanchezza e al dolore.

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Luna piena

Andrea non s’era perso. Anzi, sapeva fin troppo bene dove andare. Sin dall’inizio. Quando si presentò inaspettato, inatteso, sul pianeta Terra. Erano tutti gli altri, intorno a lui, a essersi smarriti, in coordinate geografiche incerte, in uno spazio-tempo indefinito e poco rassicurante. Perché non bastava il sole, né il mare, a fare bella la vita se tutto l’orizzonte è da rifare. Non era Andrea a essersi perso. Ma la mamma, finita in mezzo al mondo a spiegare un pancione. E il papà, catapultato in un altro universo, che parlava un’altra lingua.

Mani sconosciute che lo accarezzano, ospedali chiusi per le feste patronali, conoscenti che non bevono il caffè perché altrimenti il bimbo nasce con la voglia, vecchiette che al supermercato nascondono la frutta nelle sporte, “ché sennò gli vengono le macchie”. E poi, quella precarietà, quella guerra tra poveri che, nelle lande periferiche, fa sì che gravidanza faccia sempre rima con disagio, paura, timore, mancanza di soldi, fastidio. Anche negli ambienti più amici. Quel sentimento di doversi quasi scusare di essere là e di avere avuto un’idea improbabile.

Dal suo arrivo, tutto continuava inalterato in uno strano limbo. Il lavoro, la scuola, l’asilo, la spesa. “Io ero già un maschietto ma mi chiamavano con nomi da femminuccia. Papà prendeva le misure per il lettino e la vaschetta. Intanto, un altro bimbo saltava sulle ginocchia della mamma, la stringeva forte forte, forse per paura di doverla dividere con qualcun altro.

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