Luna piena

Andrea non s’era perso. Anzi, sapeva fin troppo bene dove andare. Sin dall’inizio. Quando si presentò inaspettato, inatteso, sul pianeta Terra. Erano tutti gli altri, intorno a lui, a essersi smarriti, in coordinate geografiche incerte, in uno spazio-tempo indefinito e poco rassicurante. Perché non bastava il sole, né il mare, a fare bella la vita se tutto l’orizzonte è da rifare. Non era Andrea a essersi perso. Ma la mamma, finita in mezzo al mondo a spiegare un pancione. E il papà, catapultato in un altro universo, che parlava un’altra lingua.

Mani sconosciute che lo accarezzano, ospedali chiusi per le feste patronali, conoscenti che non bevono il caffè perché altrimenti il bimbo nasce con la voglia, vecchiette che al supermercato nascondono la frutta nelle sporte, “ché sennò gli vengono le macchie”. E poi, quella precarietà, quella guerra tra poveri che, nelle lande periferiche, fa sì che gravidanza faccia sempre rima con disagio, paura, timore, mancanza di soldi, fastidio. Anche negli ambienti più amici. Quel sentimento di doversi quasi scusare di essere là e di avere avuto un’idea improbabile.

Dal suo arrivo, tutto continuava inalterato in uno strano limbo. Il lavoro, la scuola, l’asilo, la spesa. “Io ero già un maschietto ma mi chiamavano con nomi da femminuccia. Papà prendeva le misure per il lettino e la vaschetta. Intanto, un altro bimbo saltava sulle ginocchia della mamma, la stringeva forte forte, forse per paura di doverla dividere con qualcun altro.

Poi un giorno, un vecchio signore con la motoretta andò a sbattere contro la macchina della mamma e papà. Me lo ricordo bene, io. Avevo ancora tanto spazio nella pancia e ho fatto un grande salto in avanti. Poi ho sentito la mamma correre e l’odore del sangue sulle mani di papà. E poi la mamma piangere. Mettere una mano sulla pancia e chiedermi scusa. E fare il fioretto di riposarsi, di abbandonare tutto, di prendersi cura solo di me. Era l’otto maggio e quella era la prima bugia della mamma”. Ne seguirono tante altre.

La prima estate di Andrea fu calda, dura, aspra e umida come solo le terre del Sud sanno essere. L’acqua del mare troppo fredda, “la mamma aveva sempre la pelle d’oca e non ha fatto neanche un bagno, aveva tante bollicine rosse sulle gambe e sempre voglia di patatine salate”. Le giornate lunghissime, infinite e arse vive dal sole. Le notti sudate, lontanissime dal sonno ristoratore e dal riposo.

A casa di Andrea si cantavano già le ninne nanne, si guardavano già i cartoni animati e si leggevano le storie di riccioli d’oro e di brutti anatroccoli. C’erano macchinine che correvano sul pavimento, le spalle di papà già abituate a portare i bimbi, alti come una montagna. C’erano biscotti a forma di animali, piumoni colorati, trenini libri musicali. Pinguini parlanti e plastilina. Colori e fogli tutti bianchi.  Andrea non vedeva l’ora di arrivare. E la mamma glielo chiedeva ogni giorno, di aspettare, ancora qualche settimana. Ogni giorno, facendo i conti con le dita, davanti al calendario, ogni settimana una conquista. Ogni mese compiuto, un traguardo. Ancora c’erano tante cose da imparare, e scoprire, in quel sacco pieno d’acqua. Come dormire, come fare la pipì, come aprire gli occhi e indovinare quando fosse notte e quando giorno. Come raggomitolarsi e poi stiracchiarsi occupando tutto lo spazio possibile.

Andrea non s’era perso, anzi aveva trovato la strada giusta prima di tutti. Il secondo come la mamma. Dello stesso sesso del primo, come la mamma. Nato con il freddo, come la mamma.

Non ci credeva nessuno, né i medici, né i nonni, neanche papà, eppure siamo quasi al solstizio d’inverno, oggi è l’ultima luna piena e siamo ancora stretti, strettissimi, incollati, e questi nove mesi li abbiamo quasi finiti. Tutti non vedono l’ora di abbracciarlo, e ancora non lo sanno. Solo lui, lo sa già e ha già perdonato tutti. E sta per arrivare, per insegnare la bellezza della vita, del tempo che si ferma per un istante, dei baci che danno senso a un’intera esistenza, il silenzio e la lentezza.

Images: Thomas Jordan

Soundtrack: Anyone else but you, The Moldy Peaches

 

 

 

Parentesi tonda

“Chiuso per festività patronali”. Mentre tornavo a casa con un bicchiere pieno di pipì appena fatta nella borsa, davanti alla porta chiusa del laboratorio di analisi dell’ospedale di Lecce una giornata di fine agosto, in quel cartello appeso al muro e nella monetina data al parcheggiatore abusivo per i dieci minuti di sosta, che m’ero ripromessa di raccontare, ho issato finalmente la bandiera bianca.

Mi sono arresa alla casualità e all’imprevedibilità e alle difficoltà inedite di questa attesa. Alla voglia di silenzio, all’incapacità di mettere nero su bianco i pensieri, i personaggi, le tante vicissitudini di questa parentesi tonda, anzi tondissima, della mia vita. Alla necessità di realizzare che avrei dovuto fare posto per un amore grande, un tempo che non conosce più confini, mantenendomi all’altezza di essere una mamma di un bimbo di tre anni. Eppure, quanto ne avrei avuto bisogno. Di riempire le pagine di un diario, di fare liste, bilanci, elenchi di desideri e cose da ricordare. Di segnare i tre fatti del giorno, di annotare i piccoli traguardi, le conquiste infinitesimali, i minimi passi in avanti della consapevolezza di essere di nuovo in procinto di osservare una vita che nasce.

Lo scorso anno, mentre facevo le valigie per abbandonare Parigi, mi dilettavo in bilanci, liste, resoconti delle tante primavere passate in terra ormai non più straniera, cullata da un confortevole anonimato, dal lusso dell’invisibilità. E oggi, mentre il mondo intero mi rassicura di “essere tornata a casa”, io in questa landa che non riconosco, mi sembra di non avere più lo spazio per pensare, riflettere, articolare un pensiero complesso e ragionato. E non solo per la scarsa capacità di concentrazione. Le mani fanno ormai fatica ad arrivare alla tastiera. Ogni seduta o posizione resta difficilmente praticabile per più di un quarto d’ora.

In questa parentesi tonda, anzi tondissima, della mia vita, resto come alla finestra a guardare il mondo che scorre, con la voglia di buttarmici dentro, di correre più forte di ogni tipo di malinconia e sbalzo d’umore, assediata invece dalla necessità di riposare, di creare spazio, di fare selezioni fisiche e mentali, di lasciare il vecchio per fare posto al nuovo.

Resto ferma con gli occhi al soffitto a enumerare le cose da fare: il costume da angioletto da trovare per la recita di Natale, i libri sul comodino, le scadenze del lavoro, la macchina, le bollette, l’affitto, i regali ecologici, la lavatrice, il fasciatoio da pulire, il corredo da sistemare, imparare a usare il nuovo passeggino, prenotare il dispositivo anti-abbandono per i pezzi di me stessa che cadono, come segatura, come foglie secche, che perdo per strada, anzi chi la vede più la strada, in questa dimensione domestica in cui fatico anche a spostarmi dal divano al letto.

In questa convivenza costante, interna ed esterna, non esiste veglia che non sia torpore e non esiste sonno che non sia semplicemente un accasciarsi tra cuscini inutili con occhi chiusi.

In questa parentesi tonda, anzi tondissima, della mia vita, come scrive Paola Mastrocola, “ogni cosa che facevo era un pensiero che andava via e io non lo trovavo più, è pazzesco, tu senti a poco a poco la testa che diventa triste, si svuota lentamente, lascia il posto a una sostanza spessa, senza vita, una specie di segatura mentale”. Un liquido denso che impasta l’aria, l’aria dei pensieri, li rende indistinguibili, impossibili da tirare fuori dalla melma, da analizzare.

E allora, mi rimbocco le maniche, chiedo tempo, ritaglio a fatica angoli di silenzio e tranquillità, torno a esercitare e allenare quella sottile arte della pazienza, del tempo che assomiglia a un signore distratto, a un bambino che dorme, che aspetta solo di trovare una strada. In attesa che passi anche questa stazione, questa pioggia sottile, senza fare rumore.

Image © Gabriella Giandelli

Soundtrack: Fabrizio De André, Hotel Supramonte

L’inferno non esiste

A 95 anni, mia nonna dimenticava quasi tutto ormai. Quando andavamo a trovarla, ci chiedeva ogni cinque minuti se e cosa avessimo mangiato, se non volessimo un caffè d’orzo, per quanto tempo saremmo rimaste a casa. Il tempo era diventato una tela astratta di volti e di voci, ma quella che era stata un’infanzia povera e semplice la ricordava benissimo. E anche di quella zingara che, da piccola, le aveva letto la mano, nei vicoli del Riale. “Bello, ricco e possidente”, aveva detto, annunciandole un matrimonio fortunato con un generoso e fiero ragazzo del suo paese. E così fu. La profezia si avverò quando mia nonna Antonia, ultima di cinque figli, nata in una povera famiglia contadina, incontrò mio nonno Carmelo, imprenditore agricolo, proprietario di estesi poderi, di un frantoio, di una cantina e anche di un commercio fruttuoso di patate dirette in Germania, e si sposarono.

Era il 1946, lui era tornato dalla guerra. Lei, che aveva lasciato la scuola per occuparsi dei fratelli e lavorare in campagna, scopriva le gioie e i dolori della vita coniugale. Una vita a due che fece di mia nonna una mamma a tempo pieno, con undici gravidanze, di cui sette portate a termine, due aborti e due figli scomparsi da piccoli, e di mio nonno un uomo di campagna, che passava la giornata tra i campi, fucile in mano, cavalli al seguito e i suoi ettari di terra. “La roba”, avrebbe detto qualcuno, che, come nelle migliori novelle siciliane, non tardò a causare dissapori. Una vita fatta di risvegli tiepidi, quando ancora il cielo è buio, di sette paia di scarponcini da lucidare prima di andare a scuola, sette panierini da preparare e poi il pranzo e la cena per nove, ogni giorno, senza soluzione di continuità. E poi la malattia del nonno, che la portò in treno, in carrozza, negli ospedali di città, per la prima volta fuori dai confini di Matino. La malattia, quella che ti illude che è finita, per poi ricominciare, riprenderti, fino a portarti via con sé.

Mio nonno morì una settimana prima della mia nascita. Lui, l’ho conosciuto solo in fotografia, come quella che lo ritrae in divisa da militare, appesa con orgoglio nel salotto, o quella in campagna con il fucile sulla spalla, dai racconti di mia madre e dei miei zii, episodi che lo vedevano arrabbiato, severo, inflessibile, pronto a insegnare le buone maniere a colpi di cintura. Una volta l’ho intravisto nelle lacrime di mia nonna, durante la messa a suffragio della Madonna del Carmine nella cappella vicino alla nostra campagna, al Pontuso. Antonia Potenza era nata il 14 aprile del 1920. Contadina, spalle forti e spirito inaffondabile, per nascita e per vocazione. Finché il destino non la condusse nel podere di mio nonno. Che la scelse e la sposò. Andarono a vivere in via Roma, l’arteria principale di Matino.

Nell’immediato dopoguerra, erano tra i pochi a possedere elettricità, acqua corrente e, soprattutto, qualcosa da portare sempre in tavola. Abituata a cucinare con poco, a riciclare calzini, canottiere, abiti e mandare avanti una famiglia e una casa da sola, mia nonna conobbe l’aiuto, quello remunerato. C’era Settimio, che la aiutava a spaccare e portare la legna a casa, la comare Sara che la aiutava a recuperare i bambini a scuola e a stirare. Un ricevere improvviso, quasi ingiustificato, al quale rispose con la sola cosa che sapeva fare: dare. Quando era pronto il pane, sparpagliava i figli per portare le pagnottelle calde ai vicini. Da casa, ci si congedava sempre a mani piene, con una bottiglia di vino o di olio, con una bisaccia di ceci arrostiti, con un sacco di farina. C’era sempre pronto un paniere, un maglioncino, un chilo di carne, il pesce fresco, le cassette di verdura, le babbucce di lana fatte a mano, da dare “più avanti”. Come se avesse voluto tendere la mano ai suoi genitori, alla famiglia umile, per ringraziare la vita che le aveva fatto conoscere la ricchezza e le aveva salvaguardato l’anima. Mia nonna l’ho conosciuta vedova, in una grande casa ormai quasi vuota. La mattina, anche senza la sveglia, era in piedi alle sei, davanti alle braci ancora calde dalla notte. Pantofole, calze di nylon, vestito a fantasia e un grembiule. Qualche mollettina nei capelli, o la retina da mettere mentre impastava. Ci rimaneva male se rifiutavamo un biscotto, un caffè o una tazza di latte.

La gioia di vivere – Ph. Paola Nicoletti

Aveva portato su nove vite, compresa quella di mio nonno e la sua, e non era ancora stanca. Prendersi cura degli altri era diventato naturale, come il respiro. Nelle sue stanze, uno stuolo di nipoti e pronipoti, il profumo del sugo di carne, il camino sempre acceso fino a maggio inoltrato. Quell’odore di talco, di legna che si lascia consumare lentamente dal fuoco, di mobili antichi. C’erano i pomodori di penda appesi alle scale che portavano alla terrazza, c’era la pila con le bottiglie di salsa messe a dormire, i vasetti di conserva “mara”, i fichi con le mandorle, i legumi e le cassette di legna con i finocchi e le cicorie. C’era il balcone, con le tinozze riempite di terra, con la menta profumata, il rosmarino e il basilico. C’erano le scatole di biscotti Atene della Doria, e poi decine e decine di rotoli di carta spiegazzati, con le ricette, i proverbi, i modi di dire, annotati in quella scrittura sghemba e sgrammaticata che da piccola ero contenta di saper decifrare senza sforzo. Il salone, un affresco gigantesco di un’altra epoca, con gli amari in bella vista accanto al tavolo pronti per essere serviti, i divani damascati, le innumerevoli bomboniere di cristallo. Qui, dietro la tenda bianca, ci sedevamo a indovinare il colore della prossima macchina che sarebbe passata da sotto la terrazza. Qui, un pomeriggio, guardando oltre la finestra, sottovoce, mi confidò un segreto: “l’inferno non esiste”.

Poi la cameretta, con i tre lettini, tra cui il suo, piccolino e addossato al muro, con un santino e un bicchiere d’acqua sul comodino. E in fondo, la camera da letto matrimoniale, un tempio addormentato, il letto sul quale non ho mai osato nemmeno salire o appoggiarmi, la toeletta all’antica con la pettinessa e il catino dell’acqua, gli armadi di legno scuro e, come squarci temporali, i sorrisi dei nipoti incorniciati e appesi al muro. Qui ormai ci si entrava solo per pulire, per spolverare, raramente si accoglieva qualche ospite. Io non c’entravo mai da sola, perché pensavo che il nonno mi guardasse da qualche parte, e mi sorprendesse a curiosare, per spiare di nascosto questa nipotina che non aveva mai conosciuto. C’era lei, che dalla sua casa non si voleva mai separare. Durante i pranzi di Natale, consumata la prima fetta di panettone, cominciava già a guardare l’orologio, ad alzarsi in piedi, a individuare con gli occhi il cappotto. Poi, si avvicinava a noi piccolini, uno alla volta e ci metteva in mano diecimila lire. La stessa cifra per ogni nipote. E la stessa raccomandazione: “non dire niente a nessuno, che a te ho dato più di tutti”.

Solo una volta mi ricordo d’averla vista ammalata. Era allungata sul letto, in pieno giorno. Mi accorsi improvvisamente che aveva i capelli bianchi. Rideva, ci prendeva in giro, faceva finta di alzarsi per farci spaventare. Mi sono seduta sul comodino, accanto a lei. Mi ha preso la mano e mi ha chiesto se mi fossi trovata un fidanzato. “Di Matino, mi raccomando, al massimo di Lecce”, che a lei l’Altitalia aveva rubato tre figli. E non mi dovevo sposare, ma restare signorina. Che quando ti sposi, diventano tutti “e stirami la camicia” e “non mi piace sto piatto”. La prima donna moderna della mia vita. Seduta vicino la finestra della cucina, accanto alla borsa dei gomitoli, non riusciva più a scendere le scale, ma continuava a confezionare scarpette di lana per i nuovi nati del quartiere, a mettere la pignatta sul fuoco. A preparare i pupi di patate e inviarli per posta a mio zio, residente in suolo veneto. Mia nonna è morta tre anni fa. Mi piace pensare che sia lei a mettermi una mano sulla testa quando scelgo di rimboccarmi le maniche, quando trovo nel mettere in moto le mani la consolazione alle ingiustizie di un’esistenza qualsiasi. Quando sento il profumo di talco e di menta fresca. Quando mi ricordo che l’inferno non esiste.

Ciao nonna.

Questo racconto è stato selezionato nell’edizione 2019 del concorso di scrittura “Matino in Rosa: Storie di vita al femminile” organizzato dalla Commissione per le Pari Opportunità del Comune di Matino. 

 

Storie di una ferrovia

Era un confine ogni albero che il treno varcava
spogliando i rami del loro fogliame di corvi,
e quel delirio d’ali nere nell’aria
arsi frammenti erano d’una lettera
che tenteremmo invano di ricomporre.

Legno, bulloni e metallo. Sedili di pelle scura e tendine consunte che svolazzano fuori dal finestrino. Fuori, terra rossa, grano arso, muretti a secco, l’immancabile discarica personale dei soliti ignoti e poi, all’improvviso, ogni tanto, fa capolino anche il mare. I vecchi binari delle Ferrovie Sud Est sibilano nelle campagne più aride e rocciose, spuntano improvvisi, tra una duna di sabbia e un mandorlo, ricoperti di olive schiacciate o di fichi troppo maturi, nascosti dietro i profili delle vele nel porto di Gallipoli, camuffati dalle spighe lungo le tratte ormai abbandonate.

Prendere il treno nel Salento è una predisposizione dell’anima. Sceglierlo di proposito, poi, negandosi alle mostruose corriere e alle automobili personali, è quasi una filosofia di vita. Perché sul treno è più facile leggere, e c’è più spazio per le gambe, anche se d’estate, nei vecchi vagoni delle Ferrovie Sud Est, le cosce restano incollate sui sedili di pelle e il gancio per fermare la tendina della finestra spesso è rotto e il vento te la fa svolazzare sulla testa. Nel treno di ritorno da Lecce, ad agosto, ci si addormenta per il caldo, per illudersi di sfuggire alla liquefazione. E il posto te lo devi contendere con i venditori ambulanti e i loro sacchi di merce a poco prezzo e gli innumerevoli alunni di liceo e scuole medie, con cartella annessa e squadrette sporgenti fuori dallo zaino.

Sì, ma il treno. Il treno da Matino a Lecce è una passeggiata nella campagna, un quadro che scivola fuori dal finestrino. Arrivati alla stazione di Aradeo, a circa metà strada, gli alberi sono talmente rigogliosi da avere l’impressione che bussino alla finestra e ti sfiorino le guance. E poi ci sono le stazioni, tutte uguali eppure una diversa dall’altra. C’è quella minuscola di Zollino, persa nella Grecìa Salentina e, inspiegabilmente, snodo principale di numerose tratte. Quella di Nardò centrale che, in barba al nome, è un mondo sparito di palme e d’ulivi e di spighe di grano. Quella di Novoli, dove, secondo una logica sconosciuta, arriva il treno diretto a Lecce, si cambia vagone e si torna indietro.

Ci sono case cantoniere che diventano presidio del libro, che cominciano ad accogliere viaggiatori, dove il controllore e il guardiano sono sempre gli stessi da anni e, quando torni a casa, stravolta, cresciuta, con i capelli di un altro colore, ti riconoscono sempre. Vittima di una reputazione che le fa torto, la ferrovia salentina è dimenticata dai più, mentre è talmente capillare da poter essere usata anche come fosse una metropolitana. Conosco almeno una decina di persone che prendono il treno per andare in palestra, andare a cena da un’amica e tornare, fare la spesa.

Con un treno sgangherato, si andava a Lecce al liceo, quando si marinava la scuola. Un taccuino, una penna e il libro di Chatwin sulla Patagonia, e qualche spicciolo per i biglietti, quello che avevo in tasca quando sono andata in treno a Galatina, perché il professore Luigi Mangia, non vedente, mi spiegasse, con una rara intensità, lo spettacolo degli affreschi della Basilica di Santa Caterina d’Alessandria, per uno dei miei primi articoli. Sono tornata a casa, leggendo le fughe di Alice Munro, in treno, un pomeriggio d’estate, il giorno dei funerali di mia nonna. Mille lunedì mattina ho preso il treno per Lecce, ai tempi dell’università. Insieme ad una persona speciale, ho attraversato quasi tutta la penisola in treno e una volta, approfittando della desolazione dei vagoni, abbiamo chiuso il finestrino e ignorato lo spettacolo del paesaggio.

In treno
(Biglietto a N. e a V.)

Quanto manca d’azzurro a questo cielo
starò forse vivendolo con voi
mentre diagonalmente il finestrino
riga la pioggia, formandovi labili
topografie in cui il primo pensiero
è quello di trovare un luogo per collocarvi
coi vostri mille volti.
Dell’angoscia la servizievole tela
così si sperde mentre percorre vie
labirintiche e vengo in cerca di voi
in cangianti città di gocce d’acqua. 

Da decenni, nel Salento, la littorina avanza a 50 km all’ora, “piena di ruggine lenta, come qualcuno pensa a un treno”, canta Paolo Conte. Si ferma in tutte le stazioni, una carrozza si stacca, si cambia vagone all’ultimo momento, i controllori sbuffano, imprecano in dialetto e quasi nessuno sa dirti in che direzione si va e a che ora si parte. E io, arrabbiata, sudata fino alle dita dei piedi o infreddolita per l’aria condizionata che in carrozza segue ritmi circadiani incomprensibili, salgo a bordo per un viaggio immaginario, piccole ordinarie emancipazioni, minuscoli momenti di libertà, con l’unica ottima compagnia della solitudine del paesaggio, lo zaino in spalla e il fischio del capotreno.

Ecco perché mi sembra di esserci stata anche io su quei due convogli esplosi in piena campagna. Mille volte. E di aver avuto, ogni volta, la fortuna di arrivare a destinazione. E oggi ho una voglia insensata di tornare a casa e prendere un treno qualsiasi, di sentire quel vecchio rumore di ferraglie e guardare fuori dal finestrino. E Parigi, con i suoi treni ad alta velocità, gli autobus precisi e affidabili, le mostre di fotografia concettuale nella metropolitana, oggi la sopporto a malapena.

Le poesie sono di Vittorio Bodini.

Soundtrack: Il treno va, Paolo Conte

 

 

Una giornata al mare

Se la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni, quella per il paradiso è lastricata di spazzatura e prevendite per il Rio Bo. Almeno a Gallipoli, precisamente sul tratto del litorale che porta alla Baia Verde, un pezzo di costa che fino a qualche anno fa era sinonimo di fondali trasparenti e cristallini, e da un po’ di tempo a questa parte è diventato il regno della movida più kitch, quella del Mojito annacquato con i piedi a mollo nello Ionio, della musica house da somministrare a tardo-adolescenti intontiti già alle 3 del pomeriggio, delle vagonate di testosterone spalmate di olio e slip bianchi attillati. E delle montagne di rifiuti che affollano le spiagge, e non solo la mattina presto (per prevenire le obiezioni di quelli che “le foto della spazzatura le fanno quando ancora non sono passati gli operatori”).

spazzatura

Questa è la strada che dal villaggio porta al mare, se mare si può chiamare quella striscia di sabbia ogni anno più angusta che gli stabilimenti balneari concedono ai comuni mortali. Insieme alle bottiglie di birra, ci sono le prevendite per i vicini templi del divertimento, le riduzioni per il Rio Bo o per la Praja, le pubblicità dell’ultimo divo tv che ci fa l’onore di scendere nel Salento. Tonnellate di carta che finisce anche in mare. Locandine e manifesti per le discoteche, ma anche per i parcheggi e per le navette, tutto in mano ai soliti noti, che a ogni estate si ritagliano una porzione in più. 

schifo

Per non fare il verso agli articoli di Vice dove, al di là dell’atteggiamento scafato, c’è parecchia verità, mi limiterò a pochi dettagli: come i sacchi di spazzatura nelle campagne, le bottiglie di birra buttate dal finestrino della macchina nei boschi, l’indolenza e il fatalismo del “tanto ad agosto è sempre così, poi quando se ne vanno i turisti…”, l’affitto selvaggio di ogni buco libero nel centro di Gallipoli e Otranto, i prezzi alle stelle di un lettino, un succo di frutta che arriva a costare 8 euro, l’accoglienza proverbiale che invece è solo un tentativo disperato di spremere quanto più possibile “perché se non guadagniamo ora che è estate, quando facciamo soldi?”, la grande illusione del turismo e della destagionalizzazione.

sentiero

E questo non solo a Gallipoli. Anche a Portoselvaggio, area protetta e parco naturale, ci sono bicchieri di plastica in riva al mare, il sentiero che porta all’insenatura è ricoperto di mozziconi di sigaretta e non mancano mai i soliti cretini che scavano la roccia calcarea della scogliera e se la spalmano sulla faccia e sulle natiche perché “dice che fa bene” e, ahimè, nessuno aveva un accento del Nord. E, per restare sullo Ionio, poco più in là, la spiaggia libera non esiste quasi più e, dove non ci sono gli ombrelloni dello stabilimento balneare, regnano bottiglie e spazzatura.

Forse non ci meritiamo nulla. Non ci meritiamo la ricchezza del turismo, la curiosità dei viaggiatori, l’apertura di nuovi orizzonti. Stiamo bene così, ci sentiamo dritti di natura e, alla fine, se ci hanno regalato il mare, pensiamo di avere il diritto di farne quello che vogliamo. O forse sono solo io a prendermela sul personale quando scorgo l’ennesima sigaretta in acqua e il mio è solo lo sfogo di un’estate particolarmente nevrotica e di pochissime ore passate all’aria aperta, dove c’è anche un po’ di nostalgia per i lunghi cinque mesi di bella stagione di una volta, mai congestionati dal traffico, della Baia Verde che conoscevano in pochi, di Portoselvaggio, il tesoro nascosto alla fine di un viale di pini d’Aleppo. Alla fine, sono in tanti a non pensarla come me. E tra questi, alcuni hanno anche una certa autorevolezza. Il National Geographic e la Lonely Planet hanno accolto la Puglia nell’Olimpo delle destinazioni migliori al mondo e nei viaggi da consigliare per il 2014. Saranno sicuramente venuti a settembre, quando i turisti non ci sono più. 

 

 

 

 

 

Parigi in bicicletta

La Rue du Faubourg Saint-Antoine è una delle strade più antiche di Parigi. Deve il suo nome all’abbazia di Saint-Antoine des Champs, divenuta poi l’ospedale di Saint-Antoine, ed è una delle brulicanti arterie che si staccano dalla rotonda di place de la Nation e procedono dritto in discesa. Da grande asse del 20esimo arrondissement, elegante e popolare allo stesso tempo, si trasforma in frizzante strada dell’11esimo, con le boutique, le raffinate boulangerie e i caffè. Scendendo giù, e alzando lo sguardo, ci s’imbatte improvvisamente nell’angelo d’oro della Bastiglia, che compare al di là della grigia cortina dei tetti di Parigi. Fino ad arrivare ai suoi piedi, dopo quasi due chilometri di strada.

Come la città stessa, cela mille anime, ed è la strada dove ci sono l’Extra Old Cafè e la Liberté, i caffè dove mi sono seduta in compagnia di persone speciali, tra cui un amico incontrato per caso a uno di quei terribili e interminabili rendez-vous parigini, alla ricerca disperata di un appartamento, appuntamento che sarebbe dovuto durare un pomeriggio intero e si trasformò in un’avventurosa balade alla scoperta del decimo arrondissement.

Ma torniamo nel quartiere.

La Rue du Faubourg Saint-Antoine incrocia Avenue Ledru-Rollin, Rue des Boulets, Rue de Montreuil, è vicina a Rue de Charonne, a Boulevard Voltaire, si biforca, cambia carattere, colori e ampiezza.

Per tradizione, questo è il viale dove ebanisti e tappezzieri hanno aperto i propri atelier e l’arte del mobile è ancora di casa, ma è anche la strada dove perdersi in uno dei tanti misteriosi passages parisiens, gallerie urbane, collegamento tra una strada e l’altra, dove la città cela le sue meraviglie, nascoste in quelli che la lingua inglese chiama behinds, le quinte. Uno fra tutti, le passage de la Boule-Blanche, che ospita i celebri Cahiers du Cinéma. E poi la cour de Bel-Air, la Cour de l’Etoile d’Or et la Cour des Trois-Frères. E risalendo, verso Place de la Nation, si trova le passage de la Bonne Graine, che collega ad Avenue Ledru-Rollin, passaggio cantato da Edith Piaf, in una delle sue ballate, “J’m’en fous pas mal”.

Oggi, rampicanti si attorcigliano in molti di questi cortili, altri invece hanno assunto un aspetto decadente, in disuso, risvegliato solo dalle vecchie insegne delle attività di un tempo. Altri sono le residenze hype della nuova piccola borghesia intellettuale, in un crescendo di gentrification che ha stravolto l’anima di questo quartiere.

Un labirinto di tunnel, gallerie, corti e passaggi, alcuni vecchi di secoli, che hanno fatto di questo faubourg uno dei più rivoltosi, quando era tempo di ergere barricate e contrastare l’avanzata di un potere tiranno, nei moti che travolsero Parigi nel giugno del 1848. All’epoca, la città era ancora intrisa di echi d’Ancien Régime e costruita come un villaggio, un intreccio di viuzze e strettoie, prima che il Barone Haussmann spianasse quest’intricata meraviglia di ruelle dando vita ai grand boulevard.

vieilledame

Chi mi conosce almeno un po’ sa che ho vissuto a Parigi, forse l’anno più bello della mia vita. Il che mi ha reso incapace di vivere in maniera pienamente soddisfacente in qualsiasi altro posto che non sia ai piedi di una torre di ferro. Esagerata? Sì, forse, un po’. In ogni caso, ho precedenti illustri:

If you are lucky enough to have lived in Paris as a young man, then wherever you go for the rest of your life, it stays with you, for Paris is a moveable feast.

Ernest Hemingway, A moveable feast.

E non che sia stato un anno facile. Ma, come canta Yves Montand, “les ennuis” sono dappertutto, Parigi no. E anche il vento, quando arriva a specchiarsi nella Senna, non ha che una sola preoccupazione: andare a spassarsela nei bistrò più belli della città. Ma Montand era una di quelle anime perdutamente innamorate di Parigi, e non riusciva a spiegarsi perché fosse travolto dall’emozione, passeggiando lungo i quai de Seine.

Io ho vissuto uno splendido periodo rosa, proprio quando abitavo a Nation. Era aprile. E mi avevano appena regalato una bicicletta azzurra. Mi divertivo a girare intorno alle due colonne di place de la Nation e poi a pedalare giù per la rue du Faubourg Saint-Antoine. Erano giorni in cui camminavo sulle nuvole di Parigi, sprofondati improvvisamente in un periodo blu. Il cui strascico, dopo i tre mesi scintillanti passati a New York City, era ancora qui ad aspettarmi, una volta tornata.

“As it has never been”, avrebbe detto Susan Sontag.

Bon, tant pis. Se un giorno finirò di nuovo a Parigi, andrò a riprendere la mia vecchia bicicletta azzurra e, arrivata a Nation, girerò intorno alla piazza, lasciandomi alle spalle le due colonne e mi tufferò lungo la Rue du Faubourg Saint-Antoine. Sono sicura di riuscire ancora ad indovinare il momento esatto in cui, dai tetti grigi di Parigi, si stacca il profilo dell’angelo d’oro di Bastille. E forse smetterò di pretendere sempre qualcosa in più, perché mi sembrerà di avere di nuovo tra le mani tutto quello che ho sempre voluto, anche solo per il tempo di una discesa.

Intanto, mi diverto in bicicletta nelle giravolte del centro storico di Lecce. Qui dai tetti piatti dei palazzi, dai frontoni delle chiese e dai capricci del barocco, spunta all’improvviso Sant’Oronzo, con il suo corteo di angeli e santi, che se la ride dall’alto della sua colonna del brulichio affannoso della città. E forse anche di me.

Drawing © Vincent Gavarino

Soundtrack: Yves Montand, La ballade de Paris