Favole per soli adulti

C’era una volta, tanto tempo fa, una fiaba, ma ho dovuto ammazzarla. Senza esitazioni e ripensamenti. Un colpo netto, come uno squarcio nella pancia del lupo cattivo, come la strega chiusa nel forno a bruciare, morta, una volta per tutte, come un cartone animato sciolto nella salamoia. Questo articolo è quel che resta di un’immersione nelle favole per soli adulti, lette e vissute, è stato scritto un paio d’anni fa, sotto l’effetto allucinogeno di un libro di fiabe tradizionali, reinterpretate da scrittori contemporanei. Si tratta di uno di quei libri a cui io ho fisicamente voluto bene, al punto da portarmelo dietro nello zaino anche una volta finito, per poterne rileggere dei brani, l’ho tenuto a lungo sotto il cuscino e ho avuto cura di non affidarlo alle mani sbagliate. Era un periodo della mia vita in cui anche io pensavo di essere la protagonista di una fiaba per adulti, dove non ci sono colpi di fortuna, ma solo imprevisti, non ci sono magie, ma solo illusioni. Ero a Parigi, lavoravo in redazione, lasciavo una casa e ne prendevo un’altra e cercavo disperatamente un lieto fine per la mia fiaba personale. Ho voluto riprenderlo e conservarlo tra queste pagine, perché in quelle storie c’è una parte di me, quella che, anche nella più ordinaria delle routine, non vuole rinunciare a un po’ di polvere di fate e a un briciolo di illusione. Forse, come diceva Calvino, la fantasia è un posto dove ci piove dentro, o forse aveva ragione Gianni Rodari, la fiaba è semplicemente il luogo di tutte le ipotesi: possiamo scegliere quella che ci piace di più, anche se non è vera. 

Ispirandosi al lato oscuro delle fiabe dei fratelli Grimm e di Hans Christian Andersen, non sono pochi gli autori contemporanei che si sono cimentati con la reinterpretazione dei racconti d’inverno più classici, dove la fantasia sembra votarsi al più disincantato realismo, alla normalità più eccezionale e dove il luccichio della polvere di stelle lascia il posto al viale del tramonto e alla quotidianità, preferendo ai caratteri in bianco e nero creature dalle personalità screziate e ambigue.

André Breton era convinto che la miniera d’oro delle fiabe non fosse del tutto esaurita, che ci fosse ancora uno scampolo di racconto da scrivere per i più grandi. Le fiabe tristi, quelle più sporche, meno innocenti. Sembra fargli eco, almeno 50 anni dopo, Maurice Sendak, illustratore e scrittore, originario di una famiglia di ebrei polacchi rifugiatisi negli Stati Uniti durante la Seconda Guerra mondiale, morto qualche anno fa. “Mi rifiuto di alimentare questa cazzata dell’innocenza”, aveva dichiarato in un’intervista, ricalcando la stizza dei fratelli Grimm, illustri filologi e studiosi, erroneamente considerati solo scrittori di favole. Autore de Nel paese dei mostri selvaggi, Sendak era a suo agio con i grumi di paura, il dolore, i cuori spezzati, il sangue, che hanno fatto delle favole quasi un antidoto ai sentimenti umani più cupi o, come diceva Jack Zipes, studioso dell’antropologia del folklore, “meri strumenti per vincere il terrore dell’umanità con l’aiuto di una metafora”.

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Streghe post-strutturaliste

“Era in grado di addomesticare il terrore, attraverso la poesia e l’estensione del linguaggio“, così scriveva Kurt Vonnegut di Anne Sexton, poetessa e scrittrice inglese, nata nel 1928, che tuttavia non riuscì ad addomesticare le sue di paure, suicidandosi nel 1974 all’età di 45 anni. Con Transformations (1971), Anne Sexton si guadagnò la reputazione di “strega post-strutturalista”, reinterpretando 17 fiabe dei fratelli Grimm. Qui il “vivere felici e contenti” si muta nell’ennesimo dovere, una stasi impossibile da sopportare. La mamma di Raperonzolo è una vecchia donna dal cuore spezzato, la Bella Addormentata delude le aspettative del suo pubblico soffrendo di insonnia e la Cenerentola e il principe sono gli unici a meritarsi un lieto fine, finendo “felici e contenti” ma come due statue in un museo, senza darsi neanche più la pena di discutere, nemmeno per la cottura di un uovo. Ai matrimoni smaglianti, Sexton preferisce l’amore imperfetto, come nella storia ispirata alle dodici principesse che scappano dal castello per danzare tutta la notte, un’immagine che scivola in quella di una donna paralizzata che non vuole rinunciare ad andare nei caffè il sabato sera con suo marito e guardare gli abbracci degli amanti nella pista.

Una lucida consapevolezza che Sylvia Plath, poetessa americana, morta suicida nel 1963 a 30 anni, ha scelto deliberatamente di lasciare fuori dal suo unico libro per bambini The Bed Book, una collezione di poemetti bislacchi sul letto, da quello fatto per i gatti a quello per gli acrobati fino al giaciglio ideale, simile a un sottomarino o un jet con direzione Marte, provvisto di zanzariere per le stelle cadenti. Una spensieratezza che ricorda gli alter ego fiabeschi di Italo Calvino, che creò le figure del barone rampante Cosimo Piovasco di Rondò, salito sugli alberi senza scendervi mai più per un supremo atto di disobbedienza, del cavaliere inesistente e del visconte dimezzato, negli stessi anni in cui s’immergeva nel colorato oceano delle fiabe italiane.

Sabotatori di fiabe

“Mi piace ogni cosa che luccica”, diceva Angela Carter. Con La camera di sangue (1979), rinunciando alla definizione di “favole per adulti”, la scrittrice e giornalista inglese ha stravolto gerarchie e stereotipi, facendo di Cappuccetto Rosso una giovane donna per nulla intimorita di dormire tra le zampe del lupo nel letto della nonna. È a lei, vera e propria sabotatrice di fiabe, che Kate Bernheimer, statunitense, creatrice del magazine Fairy Tale Review, ha dedicato l’antologia di fiabe contemporanee My mother she killed me, my father he ate me, una collezione di 40 nuovi racconti riscritti da autori come Neil Gaiman, Joyce Carol Oates, Ludmilla Petrushevskaya e Michael Cunningham.

Vladimir Propp e le sue 31 sedicenti inalterabili funzioni della fiaba si arrendono davanti a queste favole intrise di disincanto e malinconia. Ci sono boschi sì ma anche squallide cucine di fast food, cortili polverosi e abbandonati, odore di vecchiaia, retrobottega poveri. La sirenetta di Andersen finisce prima impagliata nella Mermaid Parade di Mudpuddle Beach, dove ogni anno decine di folli sirene muoiono soffocate dall’aria, e poi ritorna umana in una delle fiabe più intense di tutto il libro, dove è la sfortunata metà di una coppia, che assiste alla crescente attrazione del suo uomo per una creatura ben meno eterea e molto più terrestre.

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“Soggetto 525, donna caucasica sulla ventina, arrivata nel reparto pronto soccorso intorno alle 23 presentando sintomi di un’acuta patologia psicotica”, così Cenerentola debutta nell’antologia mentre Biancaneve è la fantasia erotica di un manipolo di nani che condividono un loft e, tra lattine di birra, tortilla chips e PlayBoy, aspettando l’arrivo della donna che ridarà loro la dignità di uomini.

L’effetto scioccante della bellezza è la caratteristica di ogni favola”, ha scritto lo studioso di folklore Max Lüthi. Qui i personaggi non sembrano più in grado di sostenere questo shock. Svanito l’effetto dell’incantesimo, principi e principesse tornano individui normali, sfiancati dallo scontro quotidiano, protagonisti loro malgrado di favole postmoderne, dal finale ammaccato. La fiaba si arrende rassegnata alla realtà. E la realtà, anche quella più cupa ordinaria, sembra non voler rinunciare al suo briciolo di illusione.

Soundtrack: Searching for Heaven, The Drums

Images (cc) marvelous Elena Kalis on Flickr

Almost Blue

Quando ho incontrato Yves Klein per la prima volta, non sapevo fosse lui. Si presentò vestito elegante, lo sguardo perso all’orizzonte, nell’atto di saltare dalla finestra, in una fotografia d’epoca, annegata nel blu.

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Avevo trovato quest’immagine per caso e l’ho portata con me per un bel po’ di tempo, senza sapere chi fosse, solo affascinata da quel salto nel vuoto, senza pensieri, libero, totalmente inconsapevole, da quel ciclista che si dissolve poco lontano, all’oscuro di tutto, ipnotizzata dal blu assoluto che travolge la scena.

Quando ho iniziato a leggere A field guide to getting lost di Rebecca Solnit, ho riconosciuto l’autore di quel volo. Solnit mette a punto una vera e propria elegia della perdita: degli oggetti smarriti, perché è nella natura delle cose quella di perdersi; delle storie lasciate andar via; della buona strada, inevitabilmente persa di vista. Lo stesso libro, più che una guida, con il suo eccentrico filo logico che cuce insieme musica rock, pittura, cartine geografiche, ricordi personali, è un invito al confondersi e allo smarrimento. A perdersi deliberatamente, andare fuori strada, lasciare a casa la mappa della nostra vita e scegliere un altro percorso.

A ogni capitolo segue poi una sorta di intermezzo cromatico, “The Blue of Distance“, dove Solnit individua nel colore blu il riflesso della distanza e della perdita, spiegando come ciò che è più distante appaia all’occhio umano di colore blu, per via di un effetto ottico noto come prospettiva aerea. In uno di questi intervalli di colore, si racconta la storia di un artista originario di Nizza e della sua ossessione per il blu, per un profondo blu elettrico, che fosse come lo spirito, il cielo, l’acqua, l’immateriale e il remoto, un blu astratto che, per quanto tattile e vicino, potesse restare sempre come l’immagine stessa dell’incorporeità. Quell’artista era Yves Klein.

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Nato a Nizza nel 1928 e scomparso a soli 34 anni, Klein è uno di quegli artisti che Solnit annovera nella generazione di those who vanished, quelli che sono spariti. Animati dalle più alte ambizioni, come Antoine de Saint-Exupéry o Amelia Earhart, che scomparvero in volo, si sono dissolti nel loro stesso essere. Perdersi è stato il loro compimento, la realizzazione più alta e compiuta del proprio sentire, il rifiuto di volare a bassa quota, di mettersi alla portata del mondo. Sparire, senza scendere mai a compromessi meschini, a itinerari troppo semplici, a legami che li avrebbero inevitabilmente affossati, a scelte che li avrebbero trascinati verso il basso. Librarsi in volo e sparire, come una perfetta opera d’arte.

Nel capitolo dedicato a Klein, Solnit racconta la storia di quel celebre salto nel vuoto e della fotografia scattata nell’ottobre del 1960, nella strada dove abitava Klein a Parigi, rue Gentil-Bernard, nel sobborgo di Fontenay-aux-Roses. Si tratta, in realtà, di un fotomontaggio: quel salto fu solo una documentazione per la stampa, con tanto di rete di salvataggio invisibile e aiutanti, una mera copia. Il primo vero salto nel vuoto fu un’impresa solitaria, senza rete, senza stampa, senza macchine fotografiche. Un salto nel vuoto in solitudine, dove Klein finì per rompersi una caviglia. Ma era quel primo salto il più importante, una rivendicazione personale: prima che l’uomo posasse piede sulla luna, lui aveva dimostrato di poter occupare lo spazio, di volare, di raggiungere il suo satellite, di poter sparire, da solo con se stesso, senza dirlo a nessuno.

Solnit racconta anche del rapporto viscerale che Klein aveva intrecciato con il colore blu, partendo dal bagaglio semantico che da sempre la parola blue si porta dietro, sinonimo di tristezza e malinconia. Da qui, espressioni come blue moods, blue devils, la musica blues, la struggente tromba di Chet Baker che intona Almost Blue e l’invito a perdersi in un rassegnato blues davanti alla cassa di un autogrill, con Tom Waits.

Klein era innamorato del blu. Di più, ne era ossessionato, al punto da volerlo possedere. Nasce così l’International Klein Blue, IKB, un pigmento puro, un profondo blu elettrico che Klein creò in laboratorio e brevettò ma che non fu mai riprodotto nel mercato, una splendida sfumatura di blu oltremare, corrispondente cromatico dell’immaterialità, utilizzata poi nella serie di monocromi esposti da Klein, nei suoi splendidi angeli rivestiti di blu, nel mare di pigmento e nelle sue performance di body art, in cui immergeva le sue modelle nel blu e le faceva rotolare su tele bianche.

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Le opere di Klein sono esposte ancora per qualche giorno al Museo del Novecento, in piazza Duomo, nella mostra su Klein e Fontana e i loro anni a Parigi. I due si conobbero a Milano nel 1957, presso la galleria Apollinaire e Lucio Fontana, pittore di origini argentine naturalizzato italiano, creatore del movimento spazialista, noto ai più per i tagli nelle tele, fu tra i primi a intravedere la genialità nelle intuizioni di Klein e ad acquistare i suoi monocromi. Da un apprezzamento reciproco e una connessione profonda di animi, nacque una prolifica collaborazione e un’amicizia fortissima, soprattutto durante gli anni che i due trascorsero nella capitale francese, nonostante gli stili differenti e l’uso cangiante della materia e della tridimensionalità, perché “io cercavo uno spazio ulteriore, lui voleva l’infinito”, racconta Fontana.

Non potevo perdere l’occasione di incontrare Klein e allora venerdì scorso sono finita ad aggirarmi tra i monocromi e le veneri blu e una sfumatura perfetta di colore, assoluta, ammaliante, il blu per eccellenza, targato Klein. Per perdersi in un mare di pigmento blu, bisogna salire fino all’ultima sala del Museo, dove, in alto, a fare da soffitto, c’è un ghirigoro al neon di Fontana e in basso una distesa di International Klein Blue, pigmento puro, illuminato a giorno grazie alle vetrate del museo. Occorre un po’ di fantasia e molta concentrazione per alienarsi e riuscire a ignorare la gigantesca pubblicità con la faccia di David Beckham che ammicca dall’altra parte della piazza, un pugno nell’occhio che rompe l’armonia della sala, ma ne vale sicuramente la pena e poi Fontana avrebbe probabilmente trovato l’accostamento tra Klein e Beckham molto simbolico e in linea con l’arte concettuale di cui faceva professione di fede.

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Solnit ha scritto di Klein perché i due hanno la stessa sensibilità per il colore blu, equivalente visivo della mancanza, del desiderio, e un’idea molto simile dello smarrimento: un voluttuoso atto di resa, una confusione deliberata, una vertigine costante, in cui fermare il tempo. Perdersi è un desiderio appassionato, anzi di più, una necessità urgente che non tollera proroghe, quella di non essere più nessuno, dissolversi. Perdersi non come casualità ma come scelta, voluta, quasi sperata. Avere la vastità degli spazi come ancora di salvezza, il sapere che ci saranno altri indirizzi, altri orizzonti, in cui smarrire, un’altra volta, l’orientamento. Lasciarsi stupire da quello che verrà dopo, da quale esito avrà il salto. Avvolgersi nell’incertezza e farla propria. Smaterializzarsi.

To lose yourself: a voluptuous surrender, lost in your arms, lost to the world, utterly immersed in what is present so that its surroundings fade away. In Benjamin’s terms, to be lost is to be fully present, and to be fully present is to be capable of being in uncertainty and mystery.

Tutto questo per dire che sto sviluppando un’abilità invidiabile a trovare precedenti artistici e giustificazioni letterarie ai miei colpi di testa. Ritrovarmi faccia a faccia con i monogrammi blu è stato per me una specie di pellegrinaggio, soprattutto perché sono andata a porgere i miei saluti a Klein dopo aver compiuto un mio personalissimo salto nel vuoto. Un passo in direzione ostinata e contraria rispetto ai miei buoni propositi di qualche tempo fa. In fondo, Yves Klein diceva che “si dovrebbe essere capaci di contraddire se stessi” e io ne sono stata sempre convinta, è come se fossi andata a prendermi la sua benedizione. Andare nella direzione opposta e forse anche saltare spensieratamente fuori dalla finestra, anche quando non c’è nessuno a guardarci, o a prenderci, rompersi di proposito una caviglia, fare scelte insensate e tuffarsi nel vuoto.

Soundtrack: Missing, Calexico

In altre parole

Jhumpa Lahiri è una scrittrice di origini indiane, cresciuta in America, innamorata dell’italiano. Se non bastasse questo straordinario mix di lingue e culture a travolgermi, a completare il quadro c’è il suo esilio volontario, come lo definisce lei. Anzi, un esilio linguistico, dagli Stati Uniti a Roma, inseguendo una folle infatuazione per un idioma straniero.

Lahiri si trasferisce in Italia lo scorso anno, e non per diventare una scrittrice italiana, ma per allontanarsi dalla sponda conosciuta, essere costretta a fare un passo indietro e privarsi di ogni attrezzo linguistico a sua disposizione, rinunciare alla sua materia prima, il linguaggio, mollare gli ormeggi dell’inglese e ritrovarsi nel mare aperto di una lingua altra, ma profondamente desiderata, senza alcun appiglio. Una direzione, che appare ostinata e contraria, alla quale però non riesce a sottrarsi. Partire, perché “non basta galleggiare senza la possibilità di annegare, di colare a picco.”

Da quando Jhumpa è a Roma, Internazionale le ha chiesto di raccontare la sua avventura con la lingua italiana in una rubrica, settimana dopo settimana, la storia di un vero e proprio corteggiamento linguistico, inguaribilmente a senso unico. “Un desiderio non è altro che un bisogno folle. […] Ci sarà sempre qualcosa di squilibrato, di non corrisposto. Mi sono innamorata, ma ciò che amo resta indifferente. La lingua non avrà mai bisogno di me”. La casa editrice Guanda ha deciso poi di raccogliere le rubriche settimanali e farne uno splendido libro, In altre parole, il primo vero libro che Jhumpa Lahiri scrive in italiano.

Mi sono imbattuta nella copertina del libro mentre vagavo alla ricerca di un fumetto, l’ho guardato, l’ho riconosciuto e l’ho preso, sapendo che sarebbe diventato uno di quelli che avrei voluto tenere sempre sul comodino, anche una volta finito di leggere, per sfogliarlo, ripetere delle frasi, convincermi della giustezza di qualche idea. In altre parole è uno di quei libri che si possono leggere in un pomeriggio, ma io ho cercato di diluirlo, pagina dopo pagina, per lasciarmi raccontare ancora una volta l’avventura di chi parte semplicemente “per cambiare strada”, per ritrovarsi in una situazione di disagio, certo, di scomodità, di voluta precarietà, ma anche di eccitazione, stupore, meraviglia.

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Ho già scritto altre volte di Jhumpa Lahiri e del bisogno di attraversare il lago e raggiungere la sponda sconosciuta ma, dopo aver letto il suo libro, ho capito che le sue riflessioni si spingono più lontano. Il bisogno di partire necessariamente da un passo indietro, di prendere la rincorsa di continuo, condizione indispensabile per restare in uno stato di ricettività, lasciarsi stupire da quello che stiamo creando, da un’idea. “Rinuncio alla perizia per sfidarmi. Baratto la certezza con l’incertezza”, scrive Lahiri. Il suo è un esilio appositamente studiato per calarsi in uno stato perpetuo di crescita e di possibilità, per diventare altro da sé, come succede ogni volta che si cambia città o si inizia a parlare una lingua altra, sfuggente, mai compresa fino in fondo. Perché “gli impedimenti mi stimolano”.

“Mi piace lo sforzo. Preferisco le limitazioni. So che mi serve, in qualche modo, la mia ignoranza. Nonostante le limitazioni, mi rendo conto di quanto l’orizzonte sia sconfinato”. Jhumpa Lahiri paragona il suo rincorrere l’italiano a una fatica di Sisifo, eterna e, allo stesso tempo, appassionante. Sisifo, infatti, era il più furbo tra i mortali e osò sfidare le divinità dell’Olimpo. Queste gli inflissero una punizione esemplare e lo condannarono a spingere un sasso fino alla cima di una montagna e a vederlo rotolare dall’altra parte, così per l’eternità. Ma Sisifo, come ricorda Albert Camus, non era un dio, solo un semplice umano, al quale può bastare, per sentirsi il cuore pieno di gioia, anche il solo fatto di spingere un sasso e vederlo arrivare sino in cima, seppure per un solo attimo:

“Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice”

Inutile dire di quante volte io abbia visto nello specchio il riflesso di un Sisifo felice. Sempre alla ricerca di qualcosa di più, forse anche consapevole di un fallimento, ma insensatamente emozionata. Ho sempre sostenuto di volermi appositamente catapultare in situazioni di precarietà. Di volermi mettere alla prova, per scoprire versioni altre, stati d’animo che forse non sarei mai riuscita a provare in condizioni di normalità. Quando cominciai ad afferrare pienamente il senso logico di un intero discorso in francese e saperne fare uno a mia volta, la sensazione che ho provato non era molto lontana da questa: “Quando scopro un modo diverso per esprimermi provo una specie di estasi. Le parole sconosciute rappresentano un abisso vertiginoso, fecondo. Un abisso che contiene tutto ciò che mi sfugge, tutto il possibile”.

Ho sempre difeso i vantaggi della mia precarietà e del mio essere in bilico, nonostante i piccoli ostacoli quotidiani, la lenta risalita per diventare una “locale” in una città come Parigi. Imparare dove si fermano gli autobus e dove portano, indovinare le parole giuste da dire agli uffici per farsi dare ascolto, distinguere l’argot e il verlan, uscire viva dal labirinto burocratico e con un sussidio statale in mano, decifrare il linguaggio sentimentale di chi mi stava accanto. Tutto andava imparato da zero. E io non vedevo l’ora di mettermi a studiare.

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In un racconto, “Lo scambio”, Jhumpa Lahiri traduce in finzione narrativa il suo desiderio di “generare un’altra versione di se stessa, […] rimuovere la sua presenza dalla terra, come se fosse un filo sull’orlo di un bel vestito”. Di voler scappare da casa per abitare quasi per strada e ricominciare da una voce imperfetta, scarna. “Come mai mi soddisfa la penuria?”, si chiede. “Forse perché dal punto di vista creativo non c’è nulla di tanto pericoloso quanto la sicurezza”.

Se dovessi mettere a fuoco una mancanza, forse è proprio quell’incertezza, l’equilibrio precario, l’alterità, quello scarto linguistico, la sensazione di scrivere ai margini, di vivere in una periferia figurata, rispetto al centro di quello che avrebbe dovuto essere la mia vita. Tendere verso il centro e sapere già in partenza di non raggiungerlo mai. “Davanti a tutto ciò che mi sembra irraggiungibile, mi meraviglio”, di conseguenza, scrivo, “per dimenticare le mie imperfezioni, per nascondermi sullo sfondo della vita”, l’unica zona a cui sento di appartenere, una retrovia costante, dalla quale io possa muovermi in incognito, in assoluta libertà. “Tutta la mia scrittura scaturisce da un luogo nel quale mi sento invisibile, inaccessibile”, un po’ come il sogno dell’invisibilità, che Italo Calvino diceva di aver realizzato per le vie di Parigi.

Ora sono tornata alla mia lingua italiana, alla mia sponda conosciuta. Quando mi capita, sempre più raramente, di parlare francese, le parole suonano naufraghe, nomadi, smarrite. “Quando si vive senza la propria lingua ci si sente senza peso e, allo stesso tempo, sovraccarichi. Si respira un altro tipo d’aria, a una diversa altitudine”. Io sono tornata alla mia altitudine, ma continuo ad avere l’impressione di vivere in uno spazio che non è il mio. “Chi non appartiene a nessun posto specifico non può tornare, in realtà, da nessuna parte”, scrive Lahiri, e a me piacerebbe un giorno sentire di non appartenere più a nessun luogo e a nessuna esistenza, raggiungere un’indipendenza emotiva, ma soprattutto geografica. Di restare in divenire, di trasformazione in trasformazione.

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Tra i verbi preferiti di Lahiri in italiano c’è ‘sondare’: “implica distacco, incertezza; implica uno stato di immersione. Significa ricerca, metodica e accanita, di qualcosa che resta sempre fuori portata. Un verbo azzeccato che spiega alla perfezione questo mio progetto”. E per ora, spiega alla perfezione anche le mie giornate.

“Dove mi porta, questo nuovo tragitto? Dove finisce la fuga, e quando? Dopo essere fuggita, cosa farò?”. Io non ho ancora nessuna risposta a queste domande. E, a dirla tutta, non so nemmeno se siano le domande giuste. So solo che rivoglio indietro quella possibilità di annegare, di colare a picco. Che le sponde conosciute non mi piacciono.

Images © Heather Gatley

Soundtrack: Sleeping Lessons, The Shins

Coffee and cigarettes

Dedicated to all people thinking when I’m writing I’m talking about them.

I am. 

Lei: “Quindi non torni più a Parigi?”

V: “No, non credo, per ora no”.

Lei: “Dai…ma come si fa a lasciare Parigi, la città dell’amore?”

V: “…”

Lei: “Ma non ti manca Parigi?” (ndr, la stessa persona almeno un mese fa mi chiedeva se non mi mancasse l’Italia)

V: “Sì un po’, ma non voglio tornarci”

Lei: “No, secondo me menti a te stessa, vedrai che ci torni”

———————————————–

Lui: “E cosa facevi a Parigi?”

V: “Un po’ di tutto, studiavo, lavoravo”

Lui: “E adesso passi le tue giornate a mandare curriculum, brutto no?”

V: “No, faccio anche altro”

Lui: “E cosa?”

V: “Cose mie”

Lui: “Se vuoi ti aiuto io a trovare lavoro, aspetta dammi il tuo numero…”

V: “No, non ti preoccupare”

Lui: “Sì, dai conosco un sacco di gente, senti, intanto vieni a cena da me stasera così ne parliamo?”

V: “…”

———————————————–

Lei: “Io ho sempre voluto vivere a Parigi”

V: “Ah, davvero?”

Lei: “Sì, secondo me è la città ideale per vivere”

V: “Ma dai! Mi dev’essere sfuggito”

Lei: “Sì, davvero, io ci sono stata una settimana, mi ha cambiato la vita”

V: “Ok…”

———————————————–

Lui: “Va bene, ma ora quali sono i tuoi progetti?”

V: “Ancora non lo so, mi guardo intorno, sto cercando di farmi venire un’idea”

Lui: “Secondo me dovresti scegliere un posto da cui cominciare”

V: “Sì, in realtà non mi dispiacerebbe vedere un posto nuovo…”

Lui: “Ma che dici! Per quanto tempo pensi ancora di prendere e partire? Hai 27 anni!”

V: “Prego?”

Lui: “Non hai altre esigenze adesso? Una casa, un ragazzo, una famiglia?”

V: “Ho preso un gatto”

Lui: “Parlavo seriamente”

V: “Me ne ordini un altro? Seriamente.”

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I dialoghi di cui sopra sono realmente avvenuti all’ombra di una piazza, tra un caffè e un pacchetto di sigarette sempre più vuoto, davanti a un salvifico campari soda, negli ultimi trenta giorni di vita italiana. A questo tipo di conversazioni ero abituata, sin dal mio secondo anno di vita all’estero: “Com’è Parigi? Come sono i francesi? Davvero non si lavano? Ma non ti manca la pasta? Ma quante volte a settimana la vedi la Tour Eiffel?”. C’è una particolare categoria di persone per le quali rappresenti una specie di alieno, non sanno bene se invidiarti o compatirti e, nell’attesa di decidere, ti bombardano di domande improbabili. Ora, niente è cambiato, le domande semplicemente sono volte al passato. E fanno solo un po’ più male.

Per chi non l’avesse intuito dal mio sopracciglio alzato, parlare di Parigi al passato mi fa venire un nodo in gola. Non ho mai considerato la Francia come una parentesi allegra prima di dedicarmi alla vita reale, anche se molti intorno a me la pensavano così. Per anni sono stata, anche agli occhi della mia famiglia, quella che aveva deciso di divertirsi ancora un po’ prima di “pensare alle cose serie” e a diventare grande. “Se vuoi stare ancora in Francia, prima di sistemarti, non fa niente, dai…”, commiserazioni di tale spessore mi sono giunte all’orecchio non poche volte. Per me non è stato mai così, invece. Mi sono impegnata sin dall’inizio perché Parigi diventasse la mia casa, per potermela meritare. E penso anche di esserci riuscita, almeno per un po’ di tempo.

Parlarne all’imperfetto non mi piace. Due giorni fa, nel treno, ho avuto un attimo di buio. Quando chiudo gli occhi, mi tornano in mente giorni che sto cercando di riporre in un cassetto, le mie strade, le mie parole francesi preferite, la musica, il Cafè Martin vicino casa a place Gambetta, i sei piani di scale, la rue d’Avron. Tutte le volte che sono stata felice e forse non me sono accorta. Parigi mi è sempre mancata tantissimo, non è una novità, ma adesso c’è qualcosa in più, o in meno forse. Tutto mi manca più di quanto avrei mai potuto immaginare, ma se potessi tornarci domani, non lo farei. Non mi sono mai sentita così, ma è quasi un sollievo, il fatto di struggermi per la mia vecchia città e poi realizzare, all’improvviso, di non doverci tornare, di non essere costretta ad atterrare all’aeroporto di Beauvais, aspettare una tristissima navetta, trascinarsi fino alla metro e poi a casa. Sarà pure un’illusione ma mi sento libera come non mi succedeva da almeno un paio d’anni.

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Please, don’t confront me with my failures,

I’ve not forgotten them.

Nico

“L’idea strana e terrificante che le si andava chiarendo riguardo al suo mondo futuro, mentre cercava di immaginarlo, era che lei in quel mondo non sarebbe esistita. Vi si sarebbe soltanto mossa, avrebbe aperto la bocca e parlato, facendo ora questo ora quello. Ma non sarebbe stata davvero presente.” Quando sono tornata in Italia, ho pensato che la mia vita sarebbe stata questa, un continuo parallelo con il passato, dove non sarei mai stata presente a me stessa, mi sarei solo mossa, costretta dalle esigenze, avrei solo aperto la bocca, senza pensare tanto ad argomentare le mie idee, “facendo ora questo ora quello”, accumulando distrazioni e amenità, come un personaggio dei racconti di Alice Munro, persa nelle coordinate spazio-temporali degli ultimi quattro anni.

Per fortuna non è stato così. In poco più di un mese, ho conosciuto almeno 50 persone nuove, ho una nuova bici, abbiamo adottato un gatto trovatello che dorme con noi, ho ripreso a correre lungo l’argine del Bassanello a Padova, ho comprato una tastiera pur non avendone lo spazio, ho chiuso gli occhi sotto il sole nella laguna di Venezia, ho preso parte a una riunione di redazione, sono tornata a fare teatro, ho letto tantissimi libri, scrivo molto di più, ho tante storie da raccontare, sono andata a scuola da una parte e dall’altra del banco, ho incrociato esistenze di cui vorrei fare parte. Mi sembra di aver ricominciato a respirare e a volte ho quasi l’impressione di essere felice, pur non avendone nessun motivo.

Non che tutto questo sia stato un processo naturale. Come Marion, la trapezista de Il cielo sopra Berlino, mi capita di pensare che se non facessi uno sforzo ogni mattina, vi sarei caduta sulla testa già da un pezzo e, soprattutto, che ho ancora il diritto di avere paura ma di non parlarne con nessuno. Alla fine, resto della convinzione che mi devo una vita, nonostante tutto, come scriveva Christopher Hitchens, tengo asciutte le polveri per le battaglie che ho di fronte, nella speranza di poterle riconoscere. E, per rispondere una volta per tutte, non ho progetti, non ho alcun piano B, né esigenze riproduttive. Per adesso, mi basterebbe andare a dormire senza avere paura di spegnere la luce, addormentarmi entro i primi 30 secondi. Poi potrò anche pensare al resto.

Se vi siete riconosciuti nei miei dialoghi, sappiate che ogni riferimento non è casuale. Fatevi qualche domanda, invece di rivolgerle alla sottoscritta, oppure non fatele affatto, in fondo conversare non è obbligatorio e un mondo più silenzioso sarebbe sicuramente un mondo migliore. Vi voglio bene.

Soundtrack: Days, The Drums

Images © WASTED RITA

Hotel Home

Tutto è cominciato alla stazione di Ancona. Era il 2010, vivevo a Lecce e non avevo ancora messo piede oltre la frontiera nazionale, se non per pochissimi giorni. Per partire e cambiare aria, pensai bene di iscrivermi a un corso di traduzione letteraria a sette ore di treno da casa, in un piccolo paesino della riviera romagnola, Misano Adriatico, dove avrei trascorso tutti i miei fine settimana per almeno sei mesi. Partenza sabato mattina presto, rientro domenica sera tardi, in tutto almeno 7 ore di lezione e 14 di treno in due giorni e, come risultato, tanti nuovi amici, incontri surreali tra un vagone e l’altro e un inguaribile innamoramento per treni e stazioni.

Da Lecce, ci vogliono circa 5 ore di treno per arrivare ad Ancona e qui, ritardi permettendo, dopo dieci minuti, parte un regionale per Misano Adriatico. Ho perso la coincidenza per il regionale almeno 30 volte, da qui i miei pomeriggi e le mie lunghe mattinate spese alla stazione di Ancona, in attesa dei treni successivi, in compagnia di un libro. Erano gli ultimi mesi del mio corso di laurea. Sul tratto di ferrovia Lecce-Ancona, ho preparato uno degli esami più importanti e temuti della mia vita da studente, quello di Letteratura Italiana, con l’Adriatico che scorreva fuori dal finestrino o su un Intercity sgangherato, dove il capotreno mi concedeva un vagone libero e silenzioso per poter studiare. Ricordo quei fine settimana, i ristoranti romagnoli, le sagre di paese, le lezioni di traduzione, come fosse ieri. Di sabato sera, tornavo in albergo e chiedevo un caffè, per i primi tempi prendevo una camera singola per poter studiare e lavorare con il computer e la luce accesi fino a tardi. Mi sono sentita grande per la prima volta in quelle stanze d’hotel, credo.

Erano i mesi in cui preparavo anche la mia prima tesi di laurea. Avevo convinto la mia professoressa a leggere Jean-Patrick Manchette, scrittore noir francese degli anni Settanta, e decidemmo insieme di consacrare l’intera tesi al polar di Manchette, da “Posizione di tiro” a “Il piccolo blues della costa ovest”, e al freddo pungente che si respira tra le sue pagine, insieme all’odore del sangue e della polvere da sparo. Uno dei lavori che ho amato di più, soprattutto durante i mesi di preparazione. Ho visto decine di noir, ho imparato a memoria le battute di Alain Delon, Lino Ventura, Jean-Paul Belmondo. Di ritorno a casa, a coincidenza ormai persa, per sfuggire al freddo, mi rinchiudevo nelle cabine d’attesa della stazione di Ancona con i fumetti di Massimo Carlotto e gli adattamenti dei romanzi di Manchette in fumetto con le tavole di Tardi. Per un po’ di tempo ho avuto quasi l’impressione di vivere in un noir.

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Vivere tra i libri e i treni in partenza mi è sempre piaciuto. Quando sono arrivata a Parigi, tutto questo si è trasformato nell’ossessione di avere il libro giusto per ogni mezzo di trasporto, che fosse la metropolitana, il tram, l’autobus, e nell’amore smisurato per la Gare du Nord, ma questa è un’altra storia. A New York, nelle poche ore d’aria, organizzavo le mie esplorazioni in modo tale da percorrere quanta più metro di superficie possibile. E poi, nelle mie case successive, ho avuto, per pura coincidenza, sempre una stazione vicino o almeno un binario all’orizzonte. A Lecce, quest’estate, dal balcone del salotto, si scorgeva un ramo della stazione. In questi giorni a Padova, a poche centinaia di metri da casa, passa il treno e, se tutto tace, si sente il fischio della locomotiva dalla cucina.

Tutto questo per dire che ho smesso di cercare casa e ho iniziato a comprare biglietti dei treni. Da quando sono tornata dalla Francia, in poco meno di un mese, ho cercato un appartamento almeno in tre città diverse, per la fretta di ricreare attorno a me almeno un decimo di quella dimensione domestica che avevo perso. Ho la valigia sotto il letto, libri (sempre di più) e vestiti (sempre gli stessi) ordinati nello zaino, pronta a sbarcare in un altro monolocale. Avevo già in mente la disposizione dei mobili, l’ordine in cui avrei sistemato giornali e quaderni, perfino il nome del gatto. Alla fine, ho fatto un passo indietro. Dopo tutto, non sono sfuggita a una gabbia dorata per andare a rinchiudermi in un’altra dopo neanche un mese. Almeno non senza motivo. Aspetterò che ci sia una ragione, importante, per il prossimo trasloco, che sia un lavoro (spero), che sia un’altra avventura o un’altra esistenza da incrociare.

Nel frattempo, resto in posizione di tiro, occupo divani e letti altri e orbito intorno ai miei centri di interesse, mi sposto di continuo, al posto della metro ho una bici e vado e vengo dalla stazione. Per fortuna, non faccio fatica ad appassionarmi alle storie nuove, alle persone sconosciute, agli accenti diversi dai miei e alle case, anche quando non sono le mie. E poi mi piacciono i treni: “è solo guardando dal finestrino che mi è parso di capire cosa significa provare nostalgia per qualcosa che non si è vissuto. Perché per me ogni stazione è (anche) un’ipotesi, rimasta indimostrata eppure fisicamente immaginata, a suo modo vissuta”, lo scriveva Maria Perosino. Alla fine per leggere, o per immaginare altre vite, al posto di un divano, per ora un posto finestrino andrà benissimo.

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Soundtrack: Hotel Home, Molly Nilsson

Images: © Shout

Il primo giorno di scuola

“Vorresti che il tempo ti avvertisse. Degli ingranaggi che iniziano a cigolare, una lancetta che scorre più lenta. E invece il tempo si ferma così, senza un motivo, in modo brusco e non riprende mai più a ticchettare”. A scrivere è Ernest van der Kwast, nel suo libro Mama Tandoori, una sgangherata saga familiare, tra India, Canada, Olanda e Italia, letta in pochissimi giorni, su un divano padovano.

Oggi, lunedì 26 gennaio, nel cuore del quinto arrondissement di Parigi, sono ricominciate le lezioni, è ufficialmente iniziato il secondo semestre della Sorbona. Tutti saranno tornati sui banchi in legno degli splendidi anfiteatri dell’università, il basolato grigio della corte si sarà riempito di nuovi progetti, amici ritrovati, ansie per i risultati dei primi esami, le bacheche del corridoio di nuovo piene di annunci, locandine, manifesti. Ci sarei dovuta essere anche io su quei ciottoli grigi o incantata davanti agli affreschi dei soffitti. Ma, così è se mi piace, non c’ero e, chissà, forse non ci sarò più.

Eppure, anche io oggi sono andata a scuola. Non al mio adorato corso magistrale di letteratura comparata, ma nella piccola aula di musica dell’istituto comprensivo di Albignasego, comune alle porte di Padova, insieme a una decina scarsa di allievi e una delle migliori insegnanti che abbia mai visto all’opera. Alla mia destra, due ragazzi cinesi, alla mia sinistra, due moldave e di fronte una ragazza russa, una turca, una libica e due marocchine. E io, tra di loro, in qualità di osservatrice, a guardare uno sparuto gruppo di persone imparare la mia lingua. Ma questa è un’altra storia, di cui ancora conosco poco, ma altrettanto emozionante e, magari, tra qualche giorno la racconterò meglio, su altre pagine.

“Purtroppo non sempre riusciamo a essere quel che desideriamo. Molto più spesso siamo l’altro, l’ombra, l’invisibile, la speranza svanita. E se per una volta sfuggiamo al nostro destino, ci trasformiamo pian piano in un ammasso di puntini grigi che nessuno riconosce più”. Al risveglio, questa mattina, ho avuto paura di sentirmi così, come una speranza svanita, un grumo di amarezza, un ammasso di puntini grigi, incapace di vivere l’ora e il qui, continuamente proiettato nel passato. Stringo i denti e cerco di tenere fede al proposito di non cadere vittima della nostalgia di un altrove qualsiasi, di non cedere a facili spleen, di sfuggire ai madrigali tristi di Baudelaire, che amava ripetere: “A me sembra sempre che starei bene là dove non sono, e questa questione del traslocare è una di quelle che sto continuamente a dibattere con la mia anima.” Ma a volte non c’è forza di volontà che tenga.

Non è neanche tristezza, solo un crudele senso di spaesamento. Cammino e penso di trovarmi su una strada diversa, di veder passare il vecchio autobus che mi portava a casa, di guardarmi intorno e vedere una fermata della metro. Quello che è stato mi insegue dappertutto, anche quando sono a occhi chiusi, anche quando m’illudo di esserne guarita. Mi vengono in mente serate di cui avevo anche dimenticato l’esistenza, facce viste solo una volta, marciapiedi e panchine incontrate per caso che, di colpo, generano uno struggimento insensato, il nome curioso di una corte, il piglio delle statue di marmo nei giardini, le curve di un ponte sulla Senna. Oggi, però, a ritornare in mente è stato un siparietto ridicolo.

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The dream is collapsing

L’anno scorso, gennaio, abitavo da sola, con due gatti a carico e due lavori per mantenere me e la mia famiglia felina a Parigi. Ero sempre stanca e amareggiata, a interrogarmi continuamente sul senso delle mie giornate, ma a pensarci ora, avevo una vita piena di (dis)avventure e scoperte e non mi annoiavo neanche un secondo. Anzi, ero così gelosa del mio tempo libero da cercare di impiegarlo sempre nel migliore dei modi, andavo a teatro, passavo pomeriggi in biblioteca, leggevo tanti libri, il mio appartamento prendeva forma, a mia immagine e somiglianza. Altri tempi. Tornando al lavoro, di giorno, ero in un negozietto di giocattoli nel Marais, la sera in un ristorante italo-ebraico a Charenton. Un giorno racconterò del senso degli ebrei francesi per la cucina italiana, dei piatti improbabili che sono stata costretta a servire, dell’arredamento infelice della sala, dei grugni sgradevoli che ho fatto accomodare con i miei migliori sorrisi, della meravigliosa vigilia di Capodanno passata a riverire la famiglia allargata dei due proprietari e mandata giù a sorsi di grappa nascosta nelle tazzine di caffè, ma tutto questo merita una sessione di amarcord a parte.

Ho resistito solo qualche mese, grazie ai miei adorati amici-colleghi, Valentina, Salvatore, Alessandra, tra le poche persone conosciute a Parigi che spero un giorno di ritrovare sulla mia strada. E poi Antonio, pizzaiolo barese, posizionato al centro del ristorante, in bella vista, lui, il suo forno e i suoi coloriti apprezzamenti sulla clientela ebrea, alla quale rivolgeva i peggiori epiteti immaginabili, in salsa meridionale. Intorno, le risatine estasiate e ignare dei clienti inebetiti e lieti di mangiare la vera pizza italiana, proprio di fronte a un pittoresco esemplare di verace maschio italiano, sporco di farina, e che avrebbe voluto vederli tutti sparire. Sullo sfondo, le canzoni di Paolo Conte e il suono acuto del montacarichi che continuava a tintinnarmi nelle orecchie anche di notte.

A noi camerieri sconsolati, invece, Antonio, oltre a una pizza à la carte a fine serata (tra le migliori che abbia mangiato in Francia), riservava un incoraggiamento tutto personale. All’improvviso, ci batteva le mani a un millimetro dalla faccia, si metteva a ridere e gridava: “Daje, un paio de scarpe nove e giri il mondo!”. Oggi, mentre sceglievo un paio di scarpe nuove, in preparazione alla prossima partenza, è saltato fuori questo. E sono scoppiata a ridere nel negozio.

“Non sappiamo perché, ma ci aggrappiamo alle persone”. Anche quando è la cosa più inutile da fare. Io avevo intravisto la battaglia persa in partenza, la strada verso l’infelicità come condizione perenne dell’animo, la solitudine come stato di famiglia. Eppure mi ci sono aggrappata con tutte le mie forze, ma l’intreccio di illusioni e bugie non ha retto il colpo. Almeno per una volta, forse la prima, adesso mi piacerebbe aggrapparmi a quello che ho fatto, visto, scoperto, io, completamente da sola, a tutte le esperienze, anche le peggiori, anche agli improbabili dopo-serata alla chiusura del ristorante, anche agli sgangherati ritorni in metro a casa, con i guanti, il cappotto e la sciarpa impregnati dell’odore della cucina. Per oggi, primo giorno di scuola, come compiti per casa, voglio aggrapparmi a quello che è rimasto, di mio soltanto. Fosse anche uno stupido ammasso di puntini grigi.

Soundtrack: Il treno va, Paolo Conte

Image: © Witchoria

A volte si fissa un punto

Un po’ di tempo fa avevo scritto che questa improvvisa libertà e stravolgimento di prospettive mi avrebbe dato alla testa. Ecco, se un paio di giorni fa avete visto due scarpe rosse agitarsi nell’aria davanti a un’osteria affollata di Padova, ero io, che avevo perso miseramente i sensi, e non per la qualità dei vini dell’oste. Lo scrivo per esorcizzare un po’ l’accaduto, dato che è la prima volta che mi succede. Sto bene. Un amico mi ha prontamente afferrato per le spalle e adagiato sul marciapiede, salvando me stessa, quel che restava della mia dignità e anche il fermaglio di osso vietnamita che avevo tra i capelli. Penso sia la conseguenza di un po’ di confusione e soprattutto dell’ubriacatura da libri di questo periodo, in particolare dell’ultimo, ancora storie vicine alle mie, ancora Maria Perosino.

I suoi libri sono entrati discreti, in punta di piedi, nella categoria di libri a cui voglio bene, di cui mi piace sincerarmi dove siano, che siano in buono stato e non siano stati smarriti. Forse perché a leggerli mi ci sento sempre come se stessi parlando a un’amica con qualche anno in più di me, che ha già vissuto o almeno sentito raccontare uno dei miei piccoli drammi, davanti a una tazza di tè. “Le scelte che non hai fatto” racconta di storie parallele, di vite non vissute, appena sfiorate, che camminano qualche passo indietro e ci seguono senza far rumore. Secondo Perosino, ogni decisione non è mai frutto di un consenso unanime, ma di un risicatissimo 51%, che alla fine s’è fatto coraggio e ha fissato un punto. Il restante 49% rimane lì, a tormentarsi, a spingere per la direzione ostinata e contraria.

Maria invita le sue storie a cena, prepara loro da mangiare, le mette a proprio agio e in cambio chiede di farsi raccontare com’è andata. Se ci sono rimpianti, tormenti notturni, indecisioni, bugie, se, alla fine della partita, il bilancio è positivo o se almeno si è riusciti a pareggiare i conti. Chiede loro se il segreto non per la felicità ma almeno per la sopravvivenza sia fermarsi prima che i sogni s’infrangano o semplicemente svegliarsi una mattina e riporre nei cassetti dell’armadio aspirazioni, aspettative, desideri, come i vestiti estivi al cambio di stagione autunnale. “C’è un punto, nella vita, in cui s’infrangono i sogni? O di colpo si avverano?”

falling up

Falling up

“Eccole lì, le mie vite in vetrina. Per un attimo, tutto è facile, mi basterebbe sceglierne una, impacchettarla e portarmela via. È una bella sensazione, per una che non ha mai imparato l’arte del rammendo”. Maria ha scelto di scegliere ma, di notte, ogni tanto, le viene all’orecchio l’irritante sospetto che lei una scelta vera e propria non l’ha mai fatta. Ma poi quand’era il momento di scegliere?: “Quando mai c’è stato un giorno in cui qualcuno (me stessa inclusa) mi ha chiesto se volevo diventare ricca o no? o se preferivo tenere un fidanzato per sempre o cambiarlo di tanto in tanto? se volevo un lavoro fisso o in comodato d’uso? E c’è mai stato un giorno in cui qualcuno ha aperto un atlante per chiedermi dove volevo vivere?” Come darle torto.

In questi giorni c’è una frase che mi rigira per la testa: “A volte si fissa un punto”. Si tratta del titolo di una raccolta di pensieri e poesie di Michelangelo Antonioni, ma, come diceva lui stesso, anche l’esemplificazione del suo lavoro: “senza fissare un punto, non si ha un film, non si ha sguardo, non c’è cinema”. Non ho mai letto questo libro, ma mi sono imbattuta nella copertina quand’ero in Francia circa tre anni fa, e quella frase poi me la sono scritta e appesa nella mia vecchia cameretta italiana su un post-it, come un promemoria che, ahimé, non è servito a molto. Me lo ricordo benissimo perché, senza leggere nulla, interpretai la frase in maniera completamente diversa. A volte si fissa un punto, e si perde tutto quello che c’è intorno, non si riesce ad andare più avanti. Come se l’orizzonte intorno sparisse, nessuna via d’uscita, nessuna possibile deviazione, solo un punto unico, come un’ipnosi. Non me ne sono mai accorta, ma per anni ho cambiato città, lavori, case, amicizie, ma ho sperato che nulla cambiasse davvero nella mia vita.

Succede poi a volte di fare scelte che rimangono sempre lì, a distanza di anni, come un punto fermo su una mappa. Come un trasloco internazionale. Che ne puoi tracciare il percorso su una cartina geografica. Ne puoi collegare insieme i punti e alla fine tirare fuori un disegno. “Se non mi lascio prendere dalla frenesia, un disegno lo vedo. Cioè, non di tipo rinascimentale, con la prospettiva, il centro, il punto di fuga e il punto di vista. Più un affresco medievale, quelli in cui tutte le scene stavano l’una accanto all’altra, un po’ come un fumetto, ma senza che l’artista si preoccupasse eccessivamente dei rapporti di causa-effetto. L’importante era squadernare tutto lì, in bella mostra, ognuno poteva ricomporsi la storia a suo piacimento, dentro la sua testa. Quello di cui invece si preoccupava era di rendere tutto il più espressivo possibile, penso ci tenesse che nessuno si annoiasse, mentre guardava quello che aveva dipinto. Ecco, io non mi sono annoiata”.

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Seapression

A volte si fissa un punto. Anche solo per mettere un traguardo, per avere un punto di partenza e non solo una cronologia indefinita di eventi. Dirsi almeno una volta “quello no, non più”. Io un punto non l’ho mai voluto fissare, ho sempre cercato di prendere una strada che mi consentisse, eventualmente, di poter tornare sui miei passi. Di correggere il tiro, di recuperare una chiave, di riaprire una porta. L’idea di ineluttabilità non mi fa dormire la notte. E a volte mi fa perdere i sensi sui ciottoli del centro storico di Padova.

Fissare un punto. Disdire l’abbonamento a una certa idea di vita. Mi ci devo un po’ abituare. Forse, prendere una tastiera, mi farebbe felice adesso. E poi fissare un altro punto, scegliere una città, affittare una casa solo per me, iniziare a lavorare. Un altro punto, voglio un paio di animali per casa e recuperare i miei libri sparsi per l’Italia. E poi unire i puntini e scoprire che disegno viene fuori. Tornare al cinema, riavvolgere la pellicola e scrivere un altro film.

Soundtrack: Keep the change, Molly Nilsson

Images: © Witchoria

L’acqua al timo di casa

Bruce Chatwin era convinto che la casa fosse una perversione umana, che la vera dimora dell’uomo fosse la strada e che gli oggetti riempissero il cuore di paure e del timore di perdere tutto, costringendo gli uomini a passare la vita facendo la guardia ai propri possedimenti e ad accontentarsi di un’esistenza sedentaria e noiosa.

Purtroppo, però, di Chatwin ce n’è stato solo uno, la maggior parte dei comuni mortali sogna un appartamento in centro, soldi e posto fisso e, per fare i nomadi, come diceva Maria Perosino, spesso bisogna munirsi di una valida motivazione, “per chi ha bisogno di viaggiare e ha bisogno di una scusa per farlo, per non arrivare a chiedersi ‘che ci faccio io qui?’ che quando ci si fa queste domande e si è da soli e non si è Chatwin le risposte rischiano di essere un po’ imbarazzanti.”

In mancanza di valide motivazioni e per sfuggire a risposte imbarazzanti, circa due mesi fa ho messo fine al mio vagabondare e mi sono trasferita in quella che pensavo sarebbe stata una delle dimore più durature della mia vita. A pensarci, sembra ieri. Appena arrivata a casa, ho messo il mio nome sulla cassetta delle lettere e scritto a tutti con entusiasmo il mio nuovo indirizzo, dove potermi trovare da qui ad almeno altri tre anni.

Io, che ho da sempre sbandierato il vessillo del nomadismo, mi sono incredibilmente attaccata all’idea di casa e a tutto quello che questa si porta con sé: l’inevitabile restringersi di ogni orizzonte, le giornate quasi sempre uguali, il rassicurante comfort di sapere forse non quello che si farà tra un anno ma almeno il posto dove si starà dormendo. Tutta la dimensione domestica, con le sue piccole meschinità, i suoi infimi melodrammi, che odiavo e alla quale ho faticato ad abituarmi, mi è entrata nelle ossa e ancora adesso stenta ad andarsene. Mi guardo indietro, di certo non ero felice, sicuramente non ero io, ma avrei dato tutto per restare. Perché?

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Volevo delle abitudini, un ritmo sempre uguale, addormentarmi al sicuro. Sapere di avere un posto di cui fidarmi ciecamente, dove tornare e potermi rifugiare, perché il mondo non mi seguisse anche dopo la porta di casa. Come scriveva Perosino, le abitudini mi sembravano rassicuranti, un lusso che finalmente mi sarei potuta permettere “perché fanno risparmiare tempo e energia. Non abbiatene paura, c’è già la vostra vita che non è abitudinaria.”

Appena un mese e mezzo dopo, qualcuno mi ha ricordato che non era il momento di essere abitudinari e addormentarsi felici ai piedi della Basilica del Sacro Cuore. Un giorno, forse, racconterò anche del modo barbaro in cui sono stata riportata alla cruda realtà, ma questa è un’altra storia. Ho abbandonato una gabbia dorata, un inutile scontro quotidiano, una causa persa in partenza. Ho lasciato le chiavi sulla mia vecchia scrivania e ho chiuso la porta alle mie spalle. Il resto, ahimè, è noto. Eccomi qui: l’ultimo domicilio conosciuto è ormai lontano e il prossimo ancora non s’intravede.

Nel frattempo, vago tra una città e l’altra e mi fingo una del posto nelle residenze temporanee dove mi capita di sbarcare. Memorizzare le strade, imparare a trovare il senso dell’orientamento da sola, leggere il quotidiano locale, decifrare il dialetto del posto, scovare scorciatoie e piccole meraviglie nascoste: “è solo impadronendosi di un luogo che ci si può permettere di buttare tutto all’aria e ricominciare da capo. O almeno fare un sano reload dello stato d’animo”. Ne sono stata sempre convinta.

Ora, questa improvvisa libertà mi dà quasi le vertigini. Non riesco ancora a gestirla, non mi appartiene. Immagino destinazioni, ogni stazione, ogni nome di città mi appare come una possibilità di vita. Organizzo viaggi virtuali, mi proietto in centinaia di aeroporti e intanto sogno ancora di risalire la collina di Montmartre fino alla rue Norvins e abbandonarmi sul divano tra i gatti a fissare le travi a vista del soffitto, con il pianoforte di sottofondo.

La solitudine è tornata, senza diventare nostalgia struggente, né uno stato d’animo da cui fuggire o da ricercare. Più che altro uno stato di famiglia, di quelli che si ereditano dalla nascita e non si possono cambiare. Contro cui c’è ben poco da fare. Quasi ridicola, nel suo grottesco. Quasi comica, direi, se non ci fosse ancora un nodo allo stomaco a tenermi sveglia la notte. Ma non ho avuto molta scelta. Così, mi sono decisa a rimettere i miei 27 anni in uno zaino e a portarmelo sulle spalle e almeno a cercare di non pensarci più.

Bisogna solo capire da che parte fare il primo passo, da dove iniziare. Lasciare andare una volta per tutte gli ultimi mesi, anni, sbagli, indirizzi. Ripartire. Ieri sera, camminando per strada e raccontando le ultime disavventure, un amico mi ha detto: “sai, anche io avrei bisogno di un posto che fosse mio, di cui prendermi cura, ma non ci penso. Semplicemente ora non è il momento di dare l’acqua al timo di casa”.

Non avrei saputo dirlo meglio.

Soundtrack: In my life, The Beatles

Image: © Emiliano Ponzi

Il vento cattivo

Quello che mi piace di più quando arrivo a Parigi, sbarco a Porte Maillot e prendo la linea 1 della metropolitana per tornare a casa è guardare le pubblicità: manifesti di spettacoli, concerti, mostre, è come se la città mi stesse dando ancora una volta il benvenuto e mi dicesse cosa ha messo in serbo per me. Una girandola di novità, di possibilità, di esperienze nuove: è quello che è stata per me Parigi durante questi quattro anni. Sin dal primo giorno. Tutte le volte che l’ho lasciata e poi l’ho ritrovata, da quella prima volta in cui mi avventurai in un viaggio in macchina Matera-Parigi, lungo un’Italia sommersa dalla neve nel 2010. Un eccitante oceano di novità, di scoperte, fosse anche una strada sconosciuta per andare al lavoro.

Adesso, invece, tornando a casa, la terra sparisce sotto i piedi. Le strade, quelle nuove, quelle già percorse mille volte, si confondono. Il passato e il presente mi annebbiano la vista. La città non mi appartiene più. Non è più mio il quartiere di Montmartre, che avevo cominciato a conoscere. Il suono del pianoforte che sentivo dalla finestra e la cupola del Sacro Cuore che spunta improvvisa, alzando gli occhi, quando tornavo dal supermercato. C’è ancora il mio nome sul campanello, ma non è più mia la porta verde della rue Norvins. Parigi è diventata una delle città invisibili di Calvino, dove la realtà si mescola con l’illusione, il sogno si muta in un incubo.

Affacciarmi dalla finestra oggi è come sporgermi sull’orlo di un abisso. Tutto quello che c’è fuori mi terrorizza. Vorrei restare in un luogo senza più spazio né tempo, senza passato o futuro, un limbo indolore, un’anestesia costante. Sparire e non sentire più niente.

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Sono qui, con le mie valigie fatte, con i cartoni pieni, e aspetto la partenza come il generale Bolivar, perso nel suo labirinto, aspettava un dolce oblio, sdraiato su un’amaca di fronte all’oceano. “Andiamocene, qui non siamo più desiderati”, diceva al suo maggiordomo. O forse siamo noi che, dopo tutti gli sforzi, i tentativi, le attese, non desideriamo più. E così, un altro trasloco, un altro treno, un’altra vita, forse. Questo è quello che mi consola, che sicuramente ci saranno altri indirizzi, altri aerei, altre biciclette, altre partenze più felici, altre lingue da imparare, altre esistenze da incrociare. Nuove possibilità di vita che ancora adesso non riesco a scorgere.

Mi piacerebbe guardarmi allo specchio, come Massimo Troisi, e dire che ricomincio da tre. Ma, questa volta, il vento cattivo ha soffiato troppo forte e ha sgretolato ogni cosa in mille frantumi e, anche volendo, non riuscirò a raccoglierli tutti. Fare scelte sbagliate e pagarne il prezzo: adesso penso di sapere davvero cosa voglia dire.

Parigi per me finisce qui. Migrazioni interne, o internazionali. Che tanto poco cambia.

Soundtrack: The Ribbon, Rodrigo Amarante

Image : © Witchoria

Un amore a fumetti

“Vivono, quasi.

Un po’ trasparenti, questo sì,

per di più non conoscono più la speranza

che è il più malvagio dei supplizi

non hanno il dolore

non hanno ospedali, funerali, cimiteri, tombe.

Gente fortunata, no?”

copertina

“Capita nella vita di fare cose che piacciono senza riserve, cose che vengono su dai visceri, Poema a fumetti è per me una di queste”.

Il romanzo a fumetti di Dino Buzzati è stato irreperibile per decenni nelle librerie. E, offuscato dalla malinconia del suo narrare, è rimasto nascosto anche il lato fumettista di uno scrittore che troppo spesso viene ricordato solo come l’autore de Il deserto dei Tartari.

Scritto e illustrato dallo stesso Buzzati nel 1968, Poema a fumetti esce per i tipi di Mondadori nel 1969 e viene premiato come “Miglior fumetto dell’anno” da Paese Sera. E pensare che l’autore avrebbe voluto consegnarlo direttamente ai posteri, avendo pregato la moglie Almerina di affidarlo alla casa editrice solo dopo la sua morte. Pioniere del romanzo per immagini, in anticipo sui tempi, Buzzati si rivela specchio della sua epoca, esplicitamente contaminato dalle invenzioni della Pop-Art, che aveva conosciuto durante i suoi due viaggi a New York, dalle suggestioni letterarie degli anni Sessanta, mescolando nei tratti geometrici delle sue architetture e sulle curve delle sue donne tutte le sue passioni, dal surrealismo alla metafisica.

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All’epoca in cui passare dal romanzo alla graphic novel non era ancora una scelta alla moda, Buzzati lascia a bocca aperta il salotto intellettuale italiano, tratteggiando un’irriverente versione del mito di Orfeo ed Euridice, ambientato in una Milano onirica e fumosa.

Valentina scattava le sue prime fotografie, i primi numeri di Linus comparivano nei chioschi, qualcuno cominciava a sospettare della sinuosa coppia Diabolik-Eva Kant, ma di certo nessuno avrebbe immaginato che Buzzati avesse nel cassetto una fantasia a fumetti, intrisa di surreale visionarietà, dallo spirito un po’ dark, inquieto, sognante.

Buzzati si rivela immaginifico architetto del surreale, azzarda una libera riscrittura del mito intrecciandola alle più tipiche angosce contemporanee, mettendo in scena un Ade postmoderno: Orfi, annoiato rampollo milanese, idolo canoro delle figlie della Milano bene degli anni Sessanta, scende negli inferi della città, alla ricerca della sua Eura. Qui, le anime dell’inferno di Buzzati rimpiangono la “perduta angoscia” che era la “bellezza, la luce, il sale della vita”, ma sono intrappolate nella “povera pace eterna” di chi è condannato a un’esistenza grigia e senza fine. “Rimpianto è la malattia del posto”. Ricordare la peggiore condanna. Le stelle hanno luce fissa. Il cielo non palpita più. La notte non cela più misteri.

“Dico: ma qui che cosa vi manca? Quasi niente. Da qualche tempo hanno messo perfino la tv a colori. Però manca il più importante: la libertà di morire.”

“La cara morte”, questo doveva essere il titolo originale del poema a fumetti di Buzzati, che alla fine assume le sembianze di un vero e proprio inno alla vita, quella vera, fatta di tremori e angosce quotidiane, quei dubbi e quelle stesse paure che fanno battere il cuore.

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“Oh la perduta angoscia, gli incubi, l’angustia, i dolori sociali perduti. Tutti sani, qui, uguali, appagati. Cara infelicità!”.

“Non è spaventoso tutto questo, la vita il lavoro i soldi il successo l’amore?”

Poche parole questa volta. Per alcune sensazioni quelle giuste ancora non le ho trovate.

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Dino Buzzati e il suo bulldog Cicci