Almost Blue

Quando ho incontrato Yves Klein per la prima volta, non sapevo fosse lui. Si presentò vestito elegante, lo sguardo perso all’orizzonte, nell’atto di saltare dalla finestra, in una fotografia d’epoca, annegata nel blu.

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Avevo trovato quest’immagine per caso e l’ho portata con me per un bel po’ di tempo, senza sapere chi fosse, solo affascinata da quel salto nel vuoto, senza pensieri, libero, totalmente inconsapevole, da quel ciclista che si dissolve poco lontano, all’oscuro di tutto, ipnotizzata dal blu assoluto che travolge la scena.

Quando ho iniziato a leggere A field guide to getting lost di Rebecca Solnit, ho riconosciuto l’autore di quel volo. Solnit mette a punto una vera e propria elegia della perdita: degli oggetti smarriti, perché è nella natura delle cose quella di perdersi; delle storie lasciate andar via; della buona strada, inevitabilmente persa di vista. Lo stesso libro, più che una guida, con il suo eccentrico filo logico che cuce insieme musica rock, pittura, cartine geografiche, ricordi personali, è un invito al confondersi e allo smarrimento. A perdersi deliberatamente, andare fuori strada, lasciare a casa la mappa della nostra vita e scegliere un altro percorso.

A ogni capitolo segue poi una sorta di intermezzo cromatico, “The Blue of Distance“, dove Solnit individua nel colore blu il riflesso della distanza e della perdita, spiegando come ciò che è più distante appaia all’occhio umano di colore blu, per via di un effetto ottico noto come prospettiva aerea. In uno di questi intervalli di colore, si racconta la storia di un artista originario di Nizza e della sua ossessione per il blu, per un profondo blu elettrico, che fosse come lo spirito, il cielo, l’acqua, l’immateriale e il remoto, un blu astratto che, per quanto tattile e vicino, potesse restare sempre come l’immagine stessa dell’incorporeità. Quell’artista era Yves Klein.

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Nato a Nizza nel 1928 e scomparso a soli 34 anni, Klein è uno di quegli artisti che Solnit annovera nella generazione di those who vanished, quelli che sono spariti. Animati dalle più alte ambizioni, come Antoine de Saint-Exupéry o Amelia Earhart, che scomparvero in volo, si sono dissolti nel loro stesso essere. Perdersi è stato il loro compimento, la realizzazione più alta e compiuta del proprio sentire, il rifiuto di volare a bassa quota, di mettersi alla portata del mondo. Sparire, senza scendere mai a compromessi meschini, a itinerari troppo semplici, a legami che li avrebbero inevitabilmente affossati, a scelte che li avrebbero trascinati verso il basso. Librarsi in volo e sparire, come una perfetta opera d’arte.

Nel capitolo dedicato a Klein, Solnit racconta la storia di quel celebre salto nel vuoto e della fotografia scattata nell’ottobre del 1960, nella strada dove abitava Klein a Parigi, rue Gentil-Bernard, nel sobborgo di Fontenay-aux-Roses. Si tratta, in realtà, di un fotomontaggio: quel salto fu solo una documentazione per la stampa, con tanto di rete di salvataggio invisibile e aiutanti, una mera copia. Il primo vero salto nel vuoto fu un’impresa solitaria, senza rete, senza stampa, senza macchine fotografiche. Un salto nel vuoto in solitudine, dove Klein finì per rompersi una caviglia. Ma era quel primo salto il più importante, una rivendicazione personale: prima che l’uomo posasse piede sulla luna, lui aveva dimostrato di poter occupare lo spazio, di volare, di raggiungere il suo satellite, di poter sparire, da solo con se stesso, senza dirlo a nessuno.

Solnit racconta anche del rapporto viscerale che Klein aveva intrecciato con il colore blu, partendo dal bagaglio semantico che da sempre la parola blue si porta dietro, sinonimo di tristezza e malinconia. Da qui, espressioni come blue moods, blue devils, la musica blues, la struggente tromba di Chet Baker che intona Almost Blue e l’invito a perdersi in un rassegnato blues davanti alla cassa di un autogrill, con Tom Waits.

Klein era innamorato del blu. Di più, ne era ossessionato, al punto da volerlo possedere. Nasce così l’International Klein Blue, IKB, un pigmento puro, un profondo blu elettrico che Klein creò in laboratorio e brevettò ma che non fu mai riprodotto nel mercato, una splendida sfumatura di blu oltremare, corrispondente cromatico dell’immaterialità, utilizzata poi nella serie di monocromi esposti da Klein, nei suoi splendidi angeli rivestiti di blu, nel mare di pigmento e nelle sue performance di body art, in cui immergeva le sue modelle nel blu e le faceva rotolare su tele bianche.

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Le opere di Klein sono esposte ancora per qualche giorno al Museo del Novecento, in piazza Duomo, nella mostra su Klein e Fontana e i loro anni a Parigi. I due si conobbero a Milano nel 1957, presso la galleria Apollinaire e Lucio Fontana, pittore di origini argentine naturalizzato italiano, creatore del movimento spazialista, noto ai più per i tagli nelle tele, fu tra i primi a intravedere la genialità nelle intuizioni di Klein e ad acquistare i suoi monocromi. Da un apprezzamento reciproco e una connessione profonda di animi, nacque una prolifica collaborazione e un’amicizia fortissima, soprattutto durante gli anni che i due trascorsero nella capitale francese, nonostante gli stili differenti e l’uso cangiante della materia e della tridimensionalità, perché “io cercavo uno spazio ulteriore, lui voleva l’infinito”, racconta Fontana.

Non potevo perdere l’occasione di incontrare Klein e allora venerdì scorso sono finita ad aggirarmi tra i monocromi e le veneri blu e una sfumatura perfetta di colore, assoluta, ammaliante, il blu per eccellenza, targato Klein. Per perdersi in un mare di pigmento blu, bisogna salire fino all’ultima sala del Museo, dove, in alto, a fare da soffitto, c’è un ghirigoro al neon di Fontana e in basso una distesa di International Klein Blue, pigmento puro, illuminato a giorno grazie alle vetrate del museo. Occorre un po’ di fantasia e molta concentrazione per alienarsi e riuscire a ignorare la gigantesca pubblicità con la faccia di David Beckham che ammicca dall’altra parte della piazza, un pugno nell’occhio che rompe l’armonia della sala, ma ne vale sicuramente la pena e poi Fontana avrebbe probabilmente trovato l’accostamento tra Klein e Beckham molto simbolico e in linea con l’arte concettuale di cui faceva professione di fede.

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Solnit ha scritto di Klein perché i due hanno la stessa sensibilità per il colore blu, equivalente visivo della mancanza, del desiderio, e un’idea molto simile dello smarrimento: un voluttuoso atto di resa, una confusione deliberata, una vertigine costante, in cui fermare il tempo. Perdersi è un desiderio appassionato, anzi di più, una necessità urgente che non tollera proroghe, quella di non essere più nessuno, dissolversi. Perdersi non come casualità ma come scelta, voluta, quasi sperata. Avere la vastità degli spazi come ancora di salvezza, il sapere che ci saranno altri indirizzi, altri orizzonti, in cui smarrire, un’altra volta, l’orientamento. Lasciarsi stupire da quello che verrà dopo, da quale esito avrà il salto. Avvolgersi nell’incertezza e farla propria. Smaterializzarsi.

To lose yourself: a voluptuous surrender, lost in your arms, lost to the world, utterly immersed in what is present so that its surroundings fade away. In Benjamin’s terms, to be lost is to be fully present, and to be fully present is to be capable of being in uncertainty and mystery.

Tutto questo per dire che sto sviluppando un’abilità invidiabile a trovare precedenti artistici e giustificazioni letterarie ai miei colpi di testa. Ritrovarmi faccia a faccia con i monogrammi blu è stato per me una specie di pellegrinaggio, soprattutto perché sono andata a porgere i miei saluti a Klein dopo aver compiuto un mio personalissimo salto nel vuoto. Un passo in direzione ostinata e contraria rispetto ai miei buoni propositi di qualche tempo fa. In fondo, Yves Klein diceva che “si dovrebbe essere capaci di contraddire se stessi” e io ne sono stata sempre convinta, è come se fossi andata a prendermi la sua benedizione. Andare nella direzione opposta e forse anche saltare spensieratamente fuori dalla finestra, anche quando non c’è nessuno a guardarci, o a prenderci, rompersi di proposito una caviglia, fare scelte insensate e tuffarsi nel vuoto.

Soundtrack: Missing, Calexico

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5 pensieri su “Almost Blue

  1. Ilaria Moretti ha detto:

    Cara V.,
    che bella questa foto. Ci si perde. Hai ragione. Non la conoscevo. I quadri sì, ma ironia della sorte, non so più dove li ho visti. Il primo che hai messo, quello con le modelle. Forse a Nizza. O non ricordo dove.
    Come hai trovato la foto? Forse è parte segreta del racconto, forse non si può dire. Ma certo è che con questo blu si viaggia lontano. E tu? Il tuo salto nel vuoto? Tutti i miei “in bocca al lupo”. Un sorriso. I.

    • Valeria ha detto:

      Cara Ilaria,
      lo sai che ho provato a cercare di nuovo la foto su internet ma non l’ho più trovata? compare solo l’originale, in bianco e nero, mentre la versione blu sono dovuta andare a ripescarla dalle mie foto su facebook, all’epoca la adottai come foto profilo, m’ero troppo immedesimata 🙂
      hai ragione tu che con questo blu ci si perde o, per lo meno, si ha voglia di tuffarvisi e smarrirsi.
      Il mio salto nel vuoto è solo, come puoi immaginare, un cambio di domicilio, per ora sempre nei confini italiani, ma è una piccola conquista di uno spazio indipendente e un po’ più mio.
      Alla prossima e grazie per essere passata di qua.
      V

  2. Mamma in Oriente ha detto:

    Articolo molto interessante, come sempre d’altronde…
    In fondo, quando troviamo il coraggio di saltare, è solo apparentemente un colpo di testa, perché dentro la nostra mente un disegno ben preciso si sta delineando…
    Spero che tu atterra esattamente dove vuole il tuo cuore….aspetto con impazienza di sapere dove!

    • Valeria ha detto:

      Ho messo insieme due delle mie immaginazioni preferite, Yves Klein e Rebecca Solnit, e il risultato non poteva essere che un invito a chiudere gli occhi e a fare un salto nel vuoto. Ma, in fondo, credo che tu abbia ragione, c’è sempre una premeditazione, anche inconsapevole, dei colpi di testa, forse la parte più difficile è proprio mettere a fuoco la direzione, il punto d’atterraggio. Il volo in sé, poi, dura un attimo.
      grazie per essere passata di qui e alla prossima!
      V

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