La mia scuola

In questo strano anno pandemico, dove la casa è diventata rifugio, prigione, raccoglimento, luogo di timori e di pace, di sconvolgimenti e riposo, sono state tantissime le prime volte. Ho messo piede in ambienti, paesi, case, persone, ambiti, mestieri, in cui non m’ero mai cimentata, e tanti di questi primi incontri mi hanno sicuramente aiutata a restare a galla nei mesi in cui la seconda maternità e un’epidemia di quelle che si raccontano solo nelle storie di santi e vergini miracolose mi imponevano di restare tra quattro mura.

Tra queste prime volte, c’è la scuola. Quella con la S maiuscola, quella pubblica, delle circolari e delle indicazioni ministeriali, quella che leggi nei manuali e ti brillano gli occhi, quella che vai a vedere di persona e ti si stringe il cuore. La mia scuola è in un paesino di pochissimi abitanti circondato dalle campagne. Ci si conosce tutti (me esclusa, che sono tra le ultime arrivate). I cognomi sono ricorrenti e ci sono solo tre classi, riempite di fratelli, cugini e amici di famiglia. I bidelli (qui si fanno chiamare ancora così) sono anziani e più che operatori sembrano quasi gli zii o i nonni, che abbottonano i cappotti, sentono la febbre con la mano sulla fronte e aiutano ad andare in bagno.

La mia scuola è una scuola media ma non è in una scuola media. Scopro che da sei anni, questa scuola è senza dimora, accolta dapprima negli ambienti della scuola elementare, ormai troppo grande per le esigenze demografiche dei paesini del sud che si vanno spopolando. Oggi, invece, questa scuola, che poi sono solo tre classi, per necessità di distanziamento e precauzione, ha preso casa addirittura nel palazzo baronale. Se ci fosse un contrappasso al contrario, questo sarebbe un bell’esempio. Tre classi senza scuola che finiscono nell’edificio più bello e prestigioso del paese, quello di fronte la chiesa, quello che ha anche un giardino meraviglioso, con l’ombra degli alberi e le panchine di legno, per fare la ricreazione fuori.

Sei anni. Se ci si ferma un attimo a pensarci sono tantissimo tempo. In sei anni, si completa un liceo, tra sei anni mio figlio grande sarà quasi un adolescente, mentre il piccolino appena nato entrerà nella scuola elementare. In sei anni, un albero cresce e fa frutti, si diventa adulti. In sei anni, ho fatto quattro traslochi e messo al mondo due bimbi. In sei anni, ho cambiato lavoro almeno cinque volte. In sei anni, non si è riusciti a finire questa scuola, che giace ancora lì, nel mezzo del cantiere abbandonato. Anche da queste cose, si capiscono le priorità di chi decide. Ma sono solo tre classi? Diranno i miei piccoli lettori. E dicevo anche io, prima di metterci piede in queste classi, tra i banchi e la cattedra, e capire che scuola è anche laboratorio di chimica, aula computer, una palestra con gli attrezzi, un canestro e la famosa pedana della cavallina di cui noi avevamo paura, una biblioteca dove si prendevano in prestito i romanzi per fare bella figura con l’insegnante di italiano. Tutto questo, che non c’è. E forse non ci sarà.

Nel frattempo ci sono loro. I ragazzi. Circa sessanta piccole vite, che io mi porto a casa ogni giorno, di ritorno da scuola. Soprattutto da quando li ho visti ognuno collegato dalla propria cameretta, o sul tavolo rotondo della cucina, o nel salone riassettato per l’occasione. Siccome a non chiedermi il perché di tante cose proprio non ce la faccio, me li studio, li osservo, ce ne sono una ventina per classe e vorrei farli parlare tutti, se ci fosse il tempo. Anche quelli che “no, lui non sa neanche leggere”, “no, con lui fai lo stretto indispensabile”, “no, quello se dorme è meglio” e uno un giorno l’ho trovato dormendo sul banco per davvero. Per me, abituata alla zona di conforto della scrivania e del monitor, del libro e della penna, del computer e della scrittura, è stato come aprire la finestra e prendersi una ventata d’aria fresca in piena faccia. Come addentare il mondo reale e sentirne tutti i gusti, quello aspro e quello agrodolce, quello acidulo e quello amaro, quello dolcissimo e quello ripugnante. E ogni giorno finisco con l’augurarmi che loro, invece, non se lo chiedano il perché delle cose, il perché di quella scuola che manca.

Sono state pubblicate nel 2012 le Indicazioni Nazionali del Ministero dell’Istruzione per la scuola media. A dispetto del nome, sono un testo bellissimo e scorrevole. Si parla di centralità della persona, didattica inclusiva, ascolto empatico e attivo. C’è addirittura un paragrafo in cui si menziona un auspicato Nuovo Umanesimo, dove io mi sono commossa. Leggerlo, per ogni docente, credo sia indispensabile, per capire dove siamo e dove si dovrebbe arrivare. E per rimboccarsi le maniche entrando a scuola, perché la strada da fare è lunghissima e il lavoro tanto, per tutti, anche per quelli che dormono, e non sono sempre gli alunni.

Illustrazione di copertina: Gabriella Giandelli

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