Il sogno dell’invisibilità

Italo Calvino diceva di risiedere a Parigi come se fosse la sua casa di campagna, avendo conservato i principali interessi di lavoro tutti in Italia. I lunghi viali, l’umanità della metropolitana, i quartieri impregnati di se stessi, erano come campane di vetro, nelle quali si sentiva protetto, vivendo perennemente nel sogno dell’invisibilità, un miraggio che aveva realizzato con il suo cavaliere inesistente, voce e spirito tenuti su da una lucida armatura vuota.

Mi capita spesso di avvertire il bisogno di rileggere Calvino, ma soprattutto di riascoltarlo in un vecchio reportage televisivo, in cui si descriveva come un uomo invisibile, circondato da una metropoli indifferente, e per questo amica, “eremita a Parigi”, per ricordare il titolo di uno dei suoi libri. Mi succede soprattutto adesso, in questi mesi di transizione, in cui una nuova vita mi è esplosa tra le mani e non riesco ancora a maneggiarla bene.

Forse perché anche io vivevo a Parigi protetta dal mondo esterno, in una geografia che ormai possedevo nel pugno della mano, grazie alla metropolitana, straordinario labirinto sotto terra, con le cartine della città inutilizzate nei cassetti, in una lingua che mi faceva da strumento e da corazza, con una burocrazia che non riusciva più a mettermi i bastoni tra le ruote. Una latitudine che vivevo come se fosse la mia dimensione domestica, aggirandomi tra parchi, ludoteche e asili, tra teatri e musei, finendo la giornata a raccontare fiabe dentro una tenda da indiano.

“È delle città come dei sogni: tutto l’inimmaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra”    – Le città invisibili, Italo Calvino

Oggi, invece, ho l’impressione che il mondo mi abbia catapultato in strada, con responsabilità nuove, una vita tutta da costruire e da imparare. Oggi, che risiedo nella periferia del continente, stazione d’arrivo e capolinea dei treni, sono costretta a rimettermi al centro, a cambiare abitudini e rituali, a erigere da zero nuove corazze e nuovi ponti, ad abbandonare il mio personale sogno dell’invisibilità.

Sono finita da un giorno all’altro al centro di una vita senza più silenzi, senza più solitudine né isolamento, senza più quella distanza dal mondo, che mi consentiva di fare un punto su di me, sulla realtà esterna, sul mio domani e quello delle persone a me vicine. Sono tornata in provincia, eppure mi sembra di aver accelerato la velocità e di aver perso quella coltre di distacco che mi permetteva la libertà del pensiero. Quell’invisibilità dello spirito, che non era altri che leggerezza. Non a caso, Parigi fu per Calvino terra fertile di invenzioni narrative e, nel suo appartamento a sud della città, nella sua casa isolata nel cuore della metropoli, inventò i tratti delle sue città invisibili. Parigi, “la città dove il passato rimane a ridosso del presente”, “album del nostro inconscio”, scenario interiore, o meglio, interiorizzato, proprio perché vissuto non con gli occhi del sognatore, ma con quelli dell’uomo comune, che vi deve trovare un posto e far sopravvivere la sua vita domestica.

“La forza dell’eremita si misura non da quanto lontano è andato a stare, ma dalla poca distanza che gli basta per staccarsi dalla città, senza mai perderla di vista”.           – Il castello dei destini incrociati, Italo Calvino

È forse questo il punto d’arrivo di una nevrosi geografica durata anni, fatta di desideri pressanti d’altrove, di quell’esigenza, come diceva Calvino, di ritrovarsi isolati in un posto in grado di rendermi invisibile, insieme alla biblioteca ideale, che poi non esiste, essendo tutti i miei volumi sparsi ancora in varie residenze. Le scosse d’assestamento di un treno, che arriva forse a un primo capolinea e decide di restare a riposo per un po’.

L’esigenza di alterità e l’abitudine all’isolamento, difficili da ritrovare in una città che sembra sfarinarsi tra le dita, in cui pare strano non conoscere tutti e le storie di tutti, in una quotidianità in cui restare soli è impossibile. Una città in cui vivo lavorando da narratrice e da guida turistica e dove, paradossalmente, spesso ho l’impressione di perdermi.

E allora mi ritrovo ad avanzare, ancora una volta, costruendo ipotenuse su grigi cateti, a unire i puntini a modo mio, a trovare soluzioni, a inventarmi personali parentesi di invisibilità, senza smettere di cercare quella città a cui tende il mio viaggio, “discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla”.

Di seguito, il documentario “Italo Calvino: un uomo invisibile”, girato nel 1974 a Parigi, un mio personalissimo rifugio dai mali del mondo, quando mi piacerebbe immaginarmi seduta su quella poltrona rossa, tra i libri, di fronte alla grande vetrata del suo ufficio, a inventare città invisibili. 

 

Cover image: © Witchoria

 

L’inferno non esiste

A 95 anni, mia nonna dimenticava quasi tutto ormai. Quando andavamo a trovarla, ci chiedeva ogni cinque minuti se e cosa avessimo mangiato, se non volessimo un caffè d’orzo, per quanto tempo saremmo rimaste a casa. Il tempo era diventato una tela astratta di volti e di voci, ma quella che era stata un’infanzia povera e semplice la ricordava benissimo. E anche di quella zingara che, da piccola, le aveva letto la mano, nei vicoli del Riale. “Bello, ricco e possidente”, aveva detto, annunciandole un matrimonio fortunato con un generoso e fiero ragazzo del suo paese. E così fu. La profezia si avverò quando mia nonna Antonia, ultima di cinque figli, nata in una povera famiglia contadina, incontrò mio nonno Carmelo, imprenditore agricolo, proprietario di estesi poderi, di un frantoio, di una cantina e anche di un commercio fruttuoso di patate dirette in Germania, e si sposarono.

Era il 1946, lui era tornato dalla guerra. Lei, che aveva lasciato la scuola per occuparsi dei fratelli e lavorare in campagna, scopriva le gioie e i dolori della vita coniugale. Una vita a due che fece di mia nonna una mamma a tempo pieno, con undici gravidanze, di cui sette portate a termine, due aborti e due figli scomparsi da piccoli, e di mio nonno un uomo di campagna, che passava la giornata tra i campi, fucile in mano, cavalli al seguito e i suoi ettari di terra. “La roba”, avrebbe detto qualcuno, che, come nelle migliori novelle siciliane, non tardò a causare dissapori. Una vita fatta di risvegli tiepidi, quando ancora il cielo è buio, di sette paia di scarponcini da lucidare prima di andare a scuola, sette panierini da preparare e poi il pranzo e la cena per nove, ogni giorno, senza soluzione di continuità. E poi la malattia del nonno, che la portò in treno, in carrozza, negli ospedali di città, per la prima volta fuori dai confini di Matino. La malattia, quella che ti illude che è finita, per poi ricominciare, riprenderti, fino a portarti via con sé.

Mio nonno morì una settimana prima della mia nascita. Lui, l’ho conosciuto solo in fotografia, come quella che lo ritrae in divisa da militare, appesa con orgoglio nel salotto, o quella in campagna con il fucile sulla spalla, dai racconti di mia madre e dei miei zii, episodi che lo vedevano arrabbiato, severo, inflessibile, pronto a insegnare le buone maniere a colpi di cintura. Una volta l’ho intravisto nelle lacrime di mia nonna, durante la messa a suffragio della Madonna del Carmine nella cappella vicino alla nostra campagna, al Pontuso. Antonia Potenza era nata il 14 aprile del 1920. Contadina, spalle forti e spirito inaffondabile, per nascita e per vocazione. Finché il destino non la condusse nel podere di mio nonno. Che la scelse e la sposò. Andarono a vivere in via Roma, l’arteria principale di Matino.

Nell’immediato dopoguerra, erano tra i pochi a possedere elettricità, acqua corrente e, soprattutto, qualcosa da portare sempre in tavola. Abituata a cucinare con poco, a riciclare calzini, canottiere, abiti e mandare avanti una famiglia e una casa da sola, mia nonna conobbe l’aiuto, quello remunerato. C’era Settimio, che la aiutava a spaccare e portare la legna a casa, la comare Sara che la aiutava a recuperare i bambini a scuola e a stirare. Un ricevere improvviso, quasi ingiustificato, al quale rispose con la sola cosa che sapeva fare: dare. Quando era pronto il pane, sparpagliava i figli per portare le pagnottelle calde ai vicini. Da casa, ci si congedava sempre a mani piene, con una bottiglia di vino o di olio, con una bisaccia di ceci arrostiti, con un sacco di farina. C’era sempre pronto un paniere, un maglioncino, un chilo di carne, il pesce fresco, le cassette di verdura, le babbucce di lana fatte a mano, da dare “più avanti”. Come se avesse voluto tendere la mano ai suoi genitori, alla famiglia umile, per ringraziare la vita che le aveva fatto conoscere la ricchezza e le aveva salvaguardato l’anima. Mia nonna l’ho conosciuta vedova, in una grande casa ormai quasi vuota. La mattina, anche senza la sveglia, era in piedi alle sei, davanti alle braci ancora calde dalla notte. Pantofole, calze di nylon, vestito a fantasia e un grembiule. Qualche mollettina nei capelli, o la retina da mettere mentre impastava. Ci rimaneva male se rifiutavamo un biscotto, un caffè o una tazza di latte.

La gioia di vivere – Ph. Paola Nicoletti

Aveva portato su nove vite, compresa quella di mio nonno e la sua, e non era ancora stanca. Prendersi cura degli altri era diventato naturale, come il respiro. Nelle sue stanze, uno stuolo di nipoti e pronipoti, il profumo del sugo di carne, il camino sempre acceso fino a maggio inoltrato. Quell’odore di talco, di legna che si lascia consumare lentamente dal fuoco, di mobili antichi. C’erano i pomodori di penda appesi alle scale che portavano alla terrazza, c’era la pila con le bottiglie di salsa messe a dormire, i vasetti di conserva “mara”, i fichi con le mandorle, i legumi e le cassette di legna con i finocchi e le cicorie. C’era il balcone, con le tinozze riempite di terra, con la menta profumata, il rosmarino e il basilico. C’erano le scatole di biscotti Atene della Doria, e poi decine e decine di rotoli di carta spiegazzati, con le ricette, i proverbi, i modi di dire, annotati in quella scrittura sghemba e sgrammaticata che da piccola ero contenta di saper decifrare senza sforzo. Il salone, un affresco gigantesco di un’altra epoca, con gli amari in bella vista accanto al tavolo pronti per essere serviti, i divani damascati, le innumerevoli bomboniere di cristallo. Qui, dietro la tenda bianca, ci sedevamo a indovinare il colore della prossima macchina che sarebbe passata da sotto la terrazza. Qui, un pomeriggio, guardando oltre la finestra, sottovoce, mi confidò un segreto: “l’inferno non esiste”.

Poi la cameretta, con i tre lettini, tra cui il suo, piccolino e addossato al muro, con un santino e un bicchiere d’acqua sul comodino. E in fondo, la camera da letto matrimoniale, un tempio addormentato, il letto sul quale non ho mai osato nemmeno salire o appoggiarmi, la toeletta all’antica con la pettinessa e il catino dell’acqua, gli armadi di legno scuro e, come squarci temporali, i sorrisi dei nipoti incorniciati e appesi al muro. Qui ormai ci si entrava solo per pulire, per spolverare, raramente si accoglieva qualche ospite. Io non c’entravo mai da sola, perché pensavo che il nonno mi guardasse da qualche parte, e mi sorprendesse a curiosare, per spiare di nascosto questa nipotina che non aveva mai conosciuto. C’era lei, che dalla sua casa non si voleva mai separare. Durante i pranzi di Natale, consumata la prima fetta di panettone, cominciava già a guardare l’orologio, ad alzarsi in piedi, a individuare con gli occhi il cappotto. Poi, si avvicinava a noi piccolini, uno alla volta e ci metteva in mano diecimila lire. La stessa cifra per ogni nipote. E la stessa raccomandazione: “non dire niente a nessuno, che a te ho dato più di tutti”.

Solo una volta mi ricordo d’averla vista ammalata. Era allungata sul letto, in pieno giorno. Mi accorsi improvvisamente che aveva i capelli bianchi. Rideva, ci prendeva in giro, faceva finta di alzarsi per farci spaventare. Mi sono seduta sul comodino, accanto a lei. Mi ha preso la mano e mi ha chiesto se mi fossi trovata un fidanzato. “Di Matino, mi raccomando, al massimo di Lecce”, che a lei l’Altitalia aveva rubato tre figli. E non mi dovevo sposare, ma restare signorina. Che quando ti sposi, diventano tutti “e stirami la camicia” e “non mi piace sto piatto”. La prima donna moderna della mia vita. Seduta vicino la finestra della cucina, accanto alla borsa dei gomitoli, non riusciva più a scendere le scale, ma continuava a confezionare scarpette di lana per i nuovi nati del quartiere, a mettere la pignatta sul fuoco. A preparare i pupi di patate e inviarli per posta a mio zio, residente in suolo veneto. Mia nonna è morta tre anni fa. Mi piace pensare che sia lei a mettermi una mano sulla testa quando scelgo di rimboccarmi le maniche, quando trovo nel mettere in moto le mani la consolazione alle ingiustizie di un’esistenza qualsiasi. Quando sento il profumo di talco e di menta fresca. Quando mi ricordo che l’inferno non esiste.

Ciao nonna.

Questo racconto è stato selezionato nell’edizione 2019 del concorso di scrittura “Matino in Rosa: Storie di vita al femminile” organizzato dalla Commissione per le Pari Opportunità del Comune di Matino. 

 

(Ancora) dalla parte delle bambine

In quest’anno appena iniziato, in questi mesi in cui ho ritrovato a fatica il tempo di leggere, ho avuto sotto mano quasi esclusivamente libri di donne. Per caso o per scelta, sono stata in compagnia di Goliarda Sapienza, Annie Ernaux, Simone de Beauvoir, Monique Wittig, Anna Maria Ortese e, in ultimo, grazie ai consigli di un meraviglioso club letterario, mi sono ritrovata tra le mani Dalla parte delle bambine di Elena Gianini Belotti, testo del 1973, purtroppo ancora tragicamente d’attualità.

Gianini Belotti, psicologa e psicoterapeuta per l’infanzia, racconta come i condizionamenti sessuali siano un’invenzione sociale e culturale, e come gli stereotipi e i luoghi comuni perpetrati nella scuola e dalla famiglia diano corpo a due classi di individui opposti, i maschietti, “per natura” dominanti, aggressivi, competitivi, chiassosi, volitivi, e le femminucce, “per vocazione” timide, riservate, aggraziate, composte, silenziose, modeste, noiose. Il libro, scorrevole come un romanzo e corredato da esempi realmente accaduti nei suoi anni di lavoro, è di una verità agghiacciante e, nonostante sia stato scritto negli anni Settanta (e conservi talvolta qualche semplicismo), ancora terribilmente vero. E soprattutto insiste su come il contesto, sociale, familiare, professionale, ricordi in ogni istante alle bambine il fatto d’essere prima femmine, e poi esseri umani come tutti gli altri.

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In un piccolo paesino del Salento, negli anni di scuola elementare, io e le mie compagne eravamo il perfetto stereotipo delle bambine nevrotiche e addestrate a dovere. In ordine, in fila per due, grembiule rosa e fiocco ben stirato. E cattivissime. Al contrario dei nostri compagni maschi, più giocherelloni e solidali, eravamo sul chi vive, per poterci scoprire in difetto o senza i compiti fatti, e correre a denunciarci alle maestre, “per il nostro bene”. Le punizioni, i brutti voti, i rimproveri erano un’offesa insopportabile, dalle quali non ci si riprendeva facilmente. Per una nota sul registro, si tornava a casa in lacrime e le maestre sapevano bene di colpire nel segno quando mettevano una di noi dietro la lavagna.

Immersa fino al collo nella trita tiritera dell’educazione cattolica, ho convissuto per un bel po’ di tempo con il senso di colpa di fare qualcosa di sbagliato e, per andare a letto tranquilla e assolvermi la coscienza, soprattutto nei primissimi anni di scuola, m’ero imposta l’obbligo morale di dire tutto alla mamma, anche i dettagli più stupidi e insignificanti. Queste nevrosi sono andate scomparendo con l’arrivo dell’adolescenza, quando insieme alla ribellione per l’universo rosa e asettico della mia infanzia, sono arrivati anche i grossi, grossissimi, stupidi complessi fisici, altro privilegio (quasi) esclusivamente femminile.

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Anche senza grembiulino rosa, una volta cresciute, il fatto d’essere una ragazza non ce lo si può scordare nemmeno un attimo. I primi passi nel lavoro sono stati quelli fatti per portare pizze e insalate in un pub di Lecce, tra i più noti del centro storico. Ero la più piccola delle cameriere, l’ultima arrivata, e per questo esonerata dai vizietti del proprietario, che si dilettava a tastare con mano, letteralmente, le qualità delle mie colleghe. Era un tipo autoritario, imponente, ricco, lo si riconosce da lontano per via del bolide rosso che esibisce anche nel più piccolo budello del centro storico, con un senso dell’umorismo alquanto discutibile. Ogni tanto mi chiamava per ripetermi sempre la stessa battuta: “Anche io sono andato all’università, lo sai? Alla Bocchini!” E giù grasse risate. Le sue, ovviamente. Solo qualche centinaio di metri più in là, la pizzeria, oggi chiusa, dove approdai al terzo anno di università, ci voleva tutte in divisa, con un cravattino rosa shocking e, per spingerci a vendere di più, metteva in palio ricchi premi e cotillon, ovvero smalti e rossetti per noi cameriere. Infine, il ristorante greco, chic e conosciuto, dove il padrone di casa selezionava solo imperativamente “ragazze di bella presenza” alle quali, ogni sera, controllava trucco e capelli. “Potresti acconciarti un po’ di più?”, mi chiese una sera, “sei bellissima così come sei, ma immagina di andare a un ballo quando vieni a lavorare qui”.

A Parigi, ormai editrice italiana per la rivista Cafebabel, ho rimontato le sorti delle pagine social e animato la comunità italiana dei collaboratori. Oltre ai dati e ai conteggi settimanali di like e clic, ho anche ricevuto una mail di apprezzamento da parte dell’allora direttore. Si profondeva in lodi e complimenti, per me e la mia collega polacca, per come avessimo magistralmente ottemperato al nostro turno di pulizia mensile. “L’ufficio brilla”, ci scrisse, “brave, soprattutto per le toilette!”. Ora, pensava davvero di farci piacere? Di lusingarci? E soprattutto, avrebbe mai detto la stessa cosa a un ragazzo?

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Se ne sono uscita fuori illesa, lo devo soprattutto alla mia famiglia. Alla nostra casa piena di libri e riviste, sin da quando eravamo piccole, alle estati di libertà completa, sola in sella a una bicicletta, passate a giocare con le foglie di eucalipto e le siepi di felci, con bambini e bambine, tutte insieme. Ai miei genitori, che mi hanno sempre lasciato partire, anche se con un nodo in gola, soprattutto quando andavo tanto lontano, e ci hanno sempre considerate, me e mia sorella, capaci di fare tutto, di essere mamma e avvocato, di fare la giornalista o la cameriera, di andare in giro per il mondo o restare a casa con un bimbo di pochi mesi.

Dalla parte delle bambine è un testo invecchiato benissimo, nonostante la semplicità di alcune analisi. Ma, si sa, per arrivare alle orecchie di tanti, occorre ridurre la complessità dell’oggetto in questione. È quello che i teorici della letteratura hanno chiamato “essenzialismo strategico“. Quello di Elena Gianini Belotti è un libro che andrebbe consegnato a ogni insegnante, regalato ai genitori, letto da tutti. Perché stare dalla parte delle bambine non è schierarsi stupidamente e fare il tifo per le ragazze, ma attivarsi perché tutti possano crescere liberi, ragazzi e ragazze, di essere se stessi, di fare danza classica o andare a cavallo, di imparare il tombolo o andare a pescare, di sognare il cosmo e i viaggi oppure una casa in campagna e un recinto con le galline.

Soundtrack: Janis Joplin, Kozmic Blues

Image © Julie Morstad

Letture consigliate: Storie della buonanotte per bambine ribelli, di Elena Favilli e Francesca Cavallo, edito da Mondadori.

Il vizio di parlare a me stessa

“Che cos’è la vita, se non ti fermi un attimo a ripensarla?”

Goliarda Sapienza

In queste giornate di tempo rubato al sonno, di tazze di tè verde per resistere qualche minuto in più nottetempo, di poche parentesi di solitudine, il pensiero della scrittura è diventato una delle tante cose da fare, come una lavatrice, la spesa, i vestiti da piegare sulla sedia, una necessità che rimando a giorni più silenziosi, a pomeriggi meno stridenti e nottate più lunghe. Prima di spegnere la luce, la sera, mi riprometto di pensarci domani, di ritagliare al volo una porzione di pomeriggio, che puntualmente finisce per essere impiegata altrimenti. Non solo. Il meccanismo a volte sembra essersi arrugginito. Le parole fanno fatica a mettersi in fila, arranco alla ricerca di una sfumatura, di un guizzo narrativo. La sindrome dell’impostore è dietro l’angolo: m’immagino scrittrice e poi chiudo il quaderno con un buco nell’acqua.

Nei suoi consigli agli scrittori, Rebecca Solnit insiste sull’importanza del tempo da consacrare interamente alla scrittura, ma soprattutto sulla necessità di cominciare. Di scrivere, di non aspettare il momento giusto. Leggo Rebecca Solnit ormai da anni. La sua scrittura limpida, sicura, autentica, mi ha sempre preso per mano e condotto fuori dal labirinto in cui m’ero cacciata, anche quando il suo era un invito a perdersi, un’altra volta, infinite volte. “La strada è fatta solo di parole” e non tutte saranno degne di essere pubblicate, ma il fallimento, la scrittura goffa, che stenta a camminare da sola, è una tappa obbligata. Ogni storia, anche la più articolata, comincia sempre e solo con un paragrafo che barcolla, con lo schizzo di una frase, con la riflessione intorno a un aggettivo, con una parola che si allunga davanti a un’altra, e poi un’altra ancora.

Ho ricominciato timidamente a scrivere. A guardarmi le spalle mentre butto giù qualche appunto, come se non fosse il mio posto, come se dovessi fare altro, di più sensato. Anche se qui riesco a esserci sempre meno, anche se, come mi ricorda il grande fratello, le poche sparute centinaia di persone che seguono i miei dispacci “non hanno mie notizie da un bel po’”, ho ripreso la penna e la mia agenda rossa ha finalmente intere pagine scritte a mano. Scrivo lontano dal clamore delle pubblicazioni, dall’ansia di esserci, nel silenzio di pochi istanti di calma nella giornata. Cerco di fissare un’idea quando arriva inaspettata e, se non ho con me nessun pezzo di carta, mi ci aggrappo con tutte le forze per non farla scappare. Scrivo poche righe ma sempre più spesso, l’intuizione di una storia, il baluginare di un personaggio, un gesto, l’inclinazione di una battuta, il ritmo di un dialogo. Le cose che vedo, che sento, le piccole minuzie quotidiane dell’esistenza ché, diceva Goliarda Sapienza, “che cos’è la vita, se non ti fermi un attimo a ripensarla?”.

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Dai miei lunedì mattina a Odéon, fugaci e intense immersioni nel mondo esterno, torno a casa con una girandola di facce. Ho la vertigine da narrazione. Sono seduta nella metropolitana e la scrittura continua a lavorare da sola, segue una per una le persone che mi passano davanti, fino alla soglia di casa, le immagina riordinare i sacchetti della spesa, parlare al telefono, piangere, fare l’amore. Come precisa Solnit, scrivere non è battere i tasti di un computer. Si scrive anche leggendo. Osservando, mettendo insieme i puntini, allenando quella che Annie Ernaux, autrice scoperta negli ultimi mesi e che ha stravolto la mia concezione di scrittura autobiografica, chiama “l’abitudine di trasformare il mondo in parole”, di convertire la realtà in frasi, dialoghi, personaggi.

E così sono lì i miei personaggi in cerca d’autore. nell’agenda, nel quaderno degli appunti, in un foglio bianco del computer. Abbozzo un dialogo, metto in scena un pomeriggio d’estate, richiamo in superficie ricordi d’infanzia. Una signora che s’affretta e mi passa davanti, la mamma di una compagna di classe quando avevo cinque anni, una ragazza, vestita come me, della mia stessa età, che fa l’elemosina nella metropolitana una mattina d’inverno a Parigi. Sono tutti lì, a chiedere di essere raccontati e io a chiedere a loro di raccontarmi storie. Forse non usciranno mai dal cassetto, lì dove li ho rinchiusi a spiare la vita, ma intanto riempiono le mie giornate, assediano pacificamente i miei pensieri. Scrivere, l’unica cosa che ha popolato e incantato la mia vita, diceva Marguerite Duras, “Io ho scritto. E la scrittura non mi ha mai abbandonata”.

Illustrazione © Gabriella Giandelli

Soundtrack: The Piano Sonata No 16 in C Major, Mozart

La promessa dell’alba

So anche che esistono amori reciproci, ma io non vado in cerca del lusso.

Qualcuno da amare è un genere di prima necessità.

Ho conosciuto Romain Gary in un appartamento parigino del 20simo arrondissement, circa sei anni fa, un incontro inatteso tra gli scaffali di una libreria. Una storia sgualcita, ambientata a Belleville, letta in pochi giorni nel tratto di superficie della linea 6 della metropolitana, da Nation a Glacière. Un colpo di fulmine letterario, che mi ha trascinata nelle biblioteche, alla ricerca di altre parole, altri racconti, su questo scrittore che non avevo mai sentito nominare. E che poi avrei scelto come protagonista di una tesi di laurea. Ma questa è un’altra storia.

Romain Gary, pseudonimo di Roman Kacew, scrittore di origine lituana classe 1914, arriva in Francia ancora bambino, sbarca a Nizza, insieme alla madre, una semplice modista, e qui le promette di realizzare il suo sogno: diventare qualcuno, sbarazzarsi dell’accento dell’Est, dei ricordi dei pogrom polacchi, delle persecuzioni antisemite, della famiglia dispersa in quel limbo che era l’Europa orientale alla vigilia della seconda guerra mondiale. Si costruisce un’esistenza, a sua immagine, traccia un cammino. Si arruola tra le file dei resistenti e accede di diritto alla carriera diplomatica: Gary è stato militare e console, e uno dei più importanti autori di lingua francese. Ma anche regista, amante di innumerevoli compagne d’una notte, drammaturgo. Un estro impossibile da contenere in una sola personalità. Shatan Bogat, Fosco Sinibaldi, sono solo alcuni degli pseudonimi utilizzati da Gary, che ha riservato al suo alter ego Émile Ajar, una delle sue creazioni più riuscite, i suoi romanzi migliori.

Se l’austero Gary scriveva di elefanti, caccia all’avorio, inquinamento, protezione della natura, educazione europea, il travagliato e romantico Émile raccontava di bimbi perduti, mamme adoranti, ombrelli a cui ci si affeziona, cagnolini trovati per caso e un caro amico pitone, l’unico al quale ci si possa rivolgere quando la grigia e fredda Parigi è avara di abbracci. Due scrittori, una sola persona. Una magistrale pantomima letteraria, che ha gabbato anche i grandi critici dell’intellighenzia francese che, inconsapevoli di trovarsi di fronte allo stesso camaleontico autore, gli attribuirono due volte il prestigioso Premio Goncourt.

Ho imparato col tempo che l’abisso non ha fondo e che ognuno di noi può battere dei record di profondità senza esaurire mai le possibilità di quella interessante istituzione.

Firmandosi Émile Ajar, Romain Gary scrive anche La Promessa dell’Alba, una lettera d’amore alla madre che l’aveva condotto in Francia, che aveva sognato per lui un futuro radioso, tra i grandi della letteratura. Questo libro è come la pagella che non si vede l’ora di portare a casa alla fine dell’anno, il racconto di una vita di successi, che finalmente Gary offre alla madre, in ricompensa delle notti bianche trascorse a sognare un’esistenza degna per suo figlio, confezionando cappelli per le ricche dame della Francia del Sud.

Tanto vale dire subito, per chiarire questo racconto, che oggi sono console generale di Francia, membro della Liberazione, ufficiale della Legion d’Onore, e che se non sono diventato né Ibsen né D’Annunzio non è che non abbia tentato.

bs

Una sorta di autobiografia, che Gary scrive in California, davanti alla spiaggia di Big Sur, ormai adulto, orgoglioso di poter scrivere alla madre di aver vinto il dio della stupidità, il dio delle verità assolute, il dio della meschinità, quelli che lei gli aveva descritto come i nemici più infami. Racconta una vita intera, dalla bimba per cui inghiottì un pezzo di scarpa al matrimonio con Jean Seberg, alle lunghe notti di guerra. E d’improvviso, Gary spiega il perché di quel titolo, il senso di quella promessa, sciogliendosi in una dichiarazione d’amore e di rimpianto per un sentimento che non ritroverà mai più.

Non è bene essere tanto amati, così giovani, così presto. Ci vengono delle cattive abitudini. Si crede che ci sia dovuto. Si crede che un amore simile esista anche altrove e che si possa ritrovare. Ci si fa affidamento. Si guarda, si spera, si aspetta. Con l’amore materno la vita ci fa all’alba una promessa che non manterrà mai. In seguito si è costretti a mangiare gli avanzi fino alla fine. […] Abbiamo fatto, alla prima luce dell’alba, uno studio approfondito dell’amore e ci siamo documentati troppo bene. Dovunque andremo, porteremo con noi il veleno dei confronti; e passiamo il tempo aspettando ciò che abbiamo già avuto.

Oggi, con la giornata contratta in sfuggenti minuti liberi e diluita in lunghi pomeriggi di giochi (tanti) e sonno (poco), la promessa di Romain Gary ha per me un altro significato. Con l’arrivo di Émile, cinque mesi fa, la vita ha mantenuto la sua promessa, sono tornata anche io sui banchi di scuola e ogni giorno osservo da vicino il privilegio dei bambini, quello di fare tutto per la prima volta, di non conoscere la noia e il disincanto. Ogni giorno mi dedico a questo “studio approfondito dell’amore”, come non l’avevo mai conosciuto, tra tentativi e intuizioni, sbagli e incertezze, improvvisando strategie, in un salto nel buio quotidiano, una strana specie di alba perenne dove avanzo a tentoni, senza carte geografiche o indicazioni.

Amare è un’avventura senza mappa né bussola dove solo la prudenza porta fuori strada.

Illustrazione: © Matt Rockefeller

Citazioni: Romain Gary (o Émile Ajar)

L’analfabeta

Quando nel 2010 sono atterrata in Francia, la mia prima coinquilina è stata una ragazza di Marsiglia, studentessa in Infermeria. La sua cadenza del Sud, il ritmo più lento, le vocali più aperte, mi hanno illuso di poter afferrare con facilità, sin dal primo giorno, ogni conversazione nella lingua d’oltralpe, idioma che ho studiato con passione per quasi tredici anni. L’incontro con i parigini, invece, è stato sconfortante. Tra il verlan e l’argot, e la velocità tipica della parlata della capitale, sono tornata a casa più volte con la coda fra le gambe e il sogno infranto di una mancata integrazione linguistica.

Per arrivare a intervenire e conversare in ogni registro, con ogni tipo di interlocutore, ci sono voluti anni. Anni di “Pouvez-vous répéter, s’il vous plait ?”, di letture con la matita tra le mani per sottolineare i vocaboli sconosciuti, di film con i sottotitoli e, come scriveva Emil Cioran, “lettere d’amore scritte con il dizionario” in un’avventurosa educazione sentimentale che, per me, iniziava da un libro di grammatica. Ho corteggiato la lingua francese con testardaggine e abnegazione, senza essere sempre ricambiata. “Un desiderio non è altro che un bisogno folle. […] Ci sarà sempre qualcosa di squilibrato, di non corrisposto. Mi sono innamorata, ma ciò che amo resta indifferente. La lingua non avrà mai bisogno di me”, è quanto scrive Jhumpa Lahiri, scrittrice di origini indiane, cresciuta in America, innamorata dell’italiano, in esilio linguistico a Roma per essere circondata dal suo idioma straniero preferito.

L’ebbrezza di sentirsi analfabeti e di poter riscrivere la realtà, in altre parole. È come svegliarsi la prima mattina in una nuova città, mettere i piedi in un aeroporto sconosciuto, fare qualcosa per la prima volta, ritrovarsi in una situazione di disagio, certo, di scomodità, di voluta precarietà, ma anche di eccitazione, stupore, meraviglia. “Mi piace lo sforzo. Preferisco le limitazioni. So che mi serve, in qualche modo, la mia ignoranza. Nonostante le limitazioni, mi rendo conto di quanto l’orizzonte sia sconfinato”, scrive ancora Lahiri, “quando scopro un modo diverso per esprimermi provo una specie di estasi. Le parole sconosciute rappresentano un abisso vertiginoso, fecondo. Un abisso che contiene tutto ciò che mi sfugge, tutto il possibile”.

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Oggi, il francese è diventata la lingua principale della mia quotidianità: i miei pensieri sono in francese, sogno in francese, quando discuto a tu per tu con lo specchio il più delle volte lo faccio in francese, per chiamare e giocare con gli animali di casa uso il francese, la persona che amo parla francese nonché la maggior parte dei miei autori preferiti. È come un’altra parte della mia personalità, la possibilità di un’altra versione di me stessa, che ho voluto salvaguardare anche quando Parigi, e con lei tutti i francesi, erano, pensavo, un capitolo chiuso. E non solo. Quando parlo con la mia famiglia, il francese è sempre dietro l’angolo, s’infila nelle frasi, inventa vocaboli nuovi, cambia gli accenti, stravolgendo il mio italiano e dando vita a una sorta di linguaggio ibrido, fatto di calchi, prestiti, adattamenti spesso improbabili.

Se, come diceva Rudolf Steiner, “ogni lingua dice il mondo a modo suo”, chi ne possiede più di una gode sicuramente di un mondo più intenso, un orizzonte più ampio. Oggi che un esserino di nome Émile è entrato nella mia vita, mi piacerebbe potergli insegnare la mia lingua, vorrei che domani avesse un mondo più grande, e almeno due aggettivi per descrivere ogni cosa, due nomi da poter dare a ogni emozione, esperienza, ricordo. Crescere un bambino bilingue, nella mia testa lo immaginavo già da tempo. Quello che non sapevo è che sarebbe stato così difficile. Tornare all’italiano ogni giorno, per raccontare le cose più semplici, dire ad alta voce il nome degli oggetti, contare fino a dieci, mi riesce più arduo di quanto pensassi. La voce risuona artificiale, quasi non la riconosco. Le parole scivolano, sono inadeguate, approssimative. Percepisco la stessa precarietà del muovermi nel buio in un continente sconosciuto. Non credevo ci si potesse sentire analfabeti nella propria madrelingua.

Agota Kristof, scrittrice ungherese, naturalizzata svizzera, racconta la precarietà di essere stranieri e incapaci di esprimersi nella breve autobiografia L’analfabeta, undici scarni e intensi episodi dove la lingua francese uccide lentamente la sua madrelingua, incuneandosi nella memoria, nelle abitudini, sul foglio bianco, stravolgendo le parole, l’udito, la percezione della realtà. Una lingua da imparare per necessità, per sopravvivere all’esilio e alla solitudine, per poter scrivere e salvarsi da un abisso inevitabile. Tuttavia, una lingua acquisita, che non si parlerà mai correttamente e non si scriverà mai senza errori: “Questa lingua , il francese, non l’ho scelta io. Mi è stata imposta dal caso, delle circostanze. So che non riuscirò mai a scrivere come scrivono gli scrittori francesi di nascita. Ma scriverò come meglio potrò. È una sfida. La sfida di un’analfabeta” , così scrive Agota. Una sfida che riuscirà a vincere: oggi Agota Kristof è considerata una delle più grandi esponenti della letteratura francofona, ma negli ultimi anni della sua vita non riusciva più a utilizzare l’ungherese, che aveva relegato a lingua della memoria.

Oggi torno indietro nel tempo a quando l’italiano era l’unica lingua che potessi immaginare, a quando gli oggetti, le emozioni, i colori avevano tutti un solo nome. Ho preparato un elenco di libri, di cartoni animati, di canzoni, di poesie, per tornare a studiare la mia lingua, per riportarla in vita e poi riuscire a insegnarla. La sfida dell’analfabeta. O meglio, ancora una volta una lettera d’amore che ha bisogno di un dizionario. E che non vedo l’ora di scrivere.

Soundtrack: Sharon Van Etten, You know me well

Ho stilato una piccola sitografia a uso dei neofiti del bilinguismo per bambini. Consigli, dritte e suggerimenti di altri siti o libri sono i benvenuti!

Il lusso dello spazio

Ha una sua solitudine lo spazio,
solitudine il mare
e solitudine la morte,
eppure tutte queste son folla
in confronto a quel punto più profondo,
segretezza polare,
che è un’ anima al cospetto di se stessa:
infinità finita.

Emily Dickinson

E se il vero lusso fosse lo spazio? Era un foglio, una pubblicità, con una maratona, una strada affollata e un corridore solitario, lontano da tutti gli altri. Una pagina di giornale, un po’ spiegazzata che, come segno di ribellione adolescenziale, è stata appesa nella mia vecchia cameretta per un bel po’ di mesi, con la scritta in bella mostra: E se il vero lusso fosse lo spazio? Erano tempi in cui allargare gli orizzonti significava prendere la bicicletta e andare ad abbracciare gli ulivi nelle campagne salentine, immaginarsi parte di una grande città universitaria, o addirittura all’estero, scoprire, da sola, un nuovo libro, un autore di cui non si parlava a scuola.

Erano giorni strani, fatti di storie e grandi progetti, fatti essenzialmente di solitudine, una condizione naturale in cui leggere Virginia Woolf chiusa in una stanza, sebbene senza reddito alcuno, sembrava già essere un passo per fare della scrittura il mezzo che m’avrebbe permesso di vivere in autonomia. Un primo passo per avere uno spazio tutto per sé, in un angolo non meglio precisato del pianeta. Perché, come scrive Elena Fiorini su No Borders Magazine, “in Terza Liceo, ci finisci lo stesso a fissare le tue vertigini fuori dalla finestra, invidiando tutte quelle macchine che sfrecciano in autostrada dirette chissà dove. Ci finisci lo stesso a desiderare di partire per venirti un po’ incontro. Ci finisci lo stesso a sperare di ritrovarti, se non di trovarti alla fine del mondo. O poco più in là”.

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Trovarsi in un buco, in fondo al buco, in una solitudine quasi totale e scoprire che soltanto la scrittura ci salverà. Essere senza alcun argomento di libro, senza alcuna idea di libro significa trovarsi, ritrovarsi, davanti a un libro. Un’immensità vuota, un libro eventuale. Davanti a niente. Davanti a una scrittura viva e spoglia, in un certo senso terribile, terribile da sormontare. Credo che la persona che scrive non abbia nessuna idea di libro, ha le mani vuote, la testa vuota e conosce dell’avventura del libro soltanto la scrittura asciutta e nuda, senza futuro, senza eco, remota, con le sue regole auree elementari: ortografia, senso.

Marguerite Duras, Scrivere

Negli anni a venire, la solitudine è diventata uno stato di famiglia, un qualcosa che difficilmente ci si può scrollare di dosso, come una di quelle abitudini che si disprezzano in pubblico ma di cui andiamo segretamente fieri. E, paradossalmente, adesso che per inconfutabili ragioni fisiche sono sempre in compagnia, per parafrasare Emily Dickinson, senza la mia solitudine, mi sento ancora più sola. Come se avessi perso un pezzo per strada, se avessi preso una deviazione senza accorgermene, come se da quell’ammasso di puntini grigi che ero diventata lo scorso anno, costretta a ricominciare da zero, sia venuto fuori uno scarabocchio non meglio definito, straniero a se stesso, bisognoso di cure.

Lo scorso anno, con pochi averi in tasca, uno zaino sempre pronto, l’imbarazzo continuo di dover ripetere a ogni nuova conoscenza il mio stato di disoccupata, la difficoltà nello spiegare a tutti che stavo facendo un esperimento, che volevo ritrovarmi da sola, in una nuova città per rimettere insieme i pezzi, unire i puntini, ricomporre un’esistenza andata in frantumi. Non mi sono mai sentita così sola. Eppure, non mi sono mai sentita così viva, come le sere in cui tornavo a casa in bicicletta, dopo il laboratorio di teatro, sotto la pioggia, lungo i viali di Padova. Piazza Mercanti, a Milano, deserta, a mezzanotte, e io che tornavo dal Piccolo Teatro. I caffè al Bar Magenta, prima di andarmene per Parco Sempione. Guidare da sola lungo la litoranea, da Gallipoli in giù e ritorno. Non era facile, ma sentivo in qualche modo di star tracciando una strada, solo mia.

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La solitudine, diceva De Andrè, non tutti se la possono permettere. Anime Salve, il suo ultimo album registrato in studio, uscito nel 1996, secondo un’etimologia più desueta, significa spiriti solitari. Rimanere da soli con se stessi, anche per il breve tempo di un pomeriggio, è una porta d’accesso al mondo esterno. La solitudine permette di “accordarsi meglio con il circostante”, che non è fatto solo di altri individui, ma “di una foglia che spunta nel campo di notte”, delle onde del mare, di un nostro respiro. La solitudine, in fin dei conti, permette di pensare meglio ai nostri problemi e, se siamo fortunati, anche di trovare migliori soluzioni. E io già l’avevo capito, in terza liceo.

Sia lodato il cielo per la solitudine. Lasciatemi solo. Lasciate che getti via questo velo dell’essere, questa nube che muta al minimo soffio, notte e giorno, tutta la notte e tutto il giorno. Mentre stavo qui seduto, sono cambiato. Ho visto il cielo mutare. Ho visto le nubi coprire le stelle, poi liberarle, poi coprirle di nuovo. Ora non vedo più quei mutamenti. Ora nessuno mi vede e io non muto.

Virginia Woolf, Le onde

Images © Shout

Soundtrack: Bandabardò e Davide Enia, Nino e Carmela

Sostiene Pereira

A settembre, di ritorno dalla Grecia, sono partita per la Francia, per ritrovare quello che mi sembrava perso per sempre, per ritornare sulla strada di casa e verificare che ci fosse ancora il mio nome sulla cassetta delle lettere. Lo zaino sulle spalle, una valigia, un cuore gonfio di attese. E in tasca due biglietti per il Portogallo, un viaggio da cui non siamo forse più tornati.

Il Portogallo è stato una parentesi irreale tra una partenza e l’altra, venti giorni di viaggi, treni regionali, azulejos, sardine, oceano, luna blu, fado, fiumi, porto. Tornata a casa, non ho nemmeno fatto in tempo a svuotare le valigie, a soffiare via la sabbia dai libri, a segnare sulla guida cosa avevo scoperto. Di capire cosa avessi perso e cosa avessi finalmente guadagnato. Un nuovo decollo, una nuova vita improvvisa si faceva già largo senza chiedere il permesso.

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La musica di Coimbra, la malinconia di Porto e il sole di Lisbona, sono tornati a farmi visita nottetempo, in questi giorni d’insonnia, richiamati forse dai libri di Tabucchi sul mio comodino. Il rumore delle onde è venuto a svegliarmi, come le notti trascorse in riva all’oceano, in rua do Oceano Atlântico, nella regione di Salgado, Portogallo centrale, nella Casa Azul di Fernanda, 80 primavere impregnate di salsedine.

Pereira traduceva romanzi francesi dell’Ottocento, curava la pagina culturale del Lisboa, giornale indipendente, parlava al ritratto di sua moglie e pensava a Monteiro Rossi e alle sorti dell’Europa e all’imminente avanzata del fascismo, davanti a lui un piatto di omelette alle erbe aromatiche e una limonata senza zucchero. E io intanto, ai piedi della Basilica di Montmartre, torno a salutare gli studenti di Coimbra, ammantati da una cappa nera, a inseguire il vento che spettina il fiume Douro a Porto, la brezza che increspa il Tago, ad aspettare il sole sulla sabbia fatta di minuscole conchiglie a Nazaré.

Come racconta Tabucchi nelle ultime pagine del libro, i personaggi che aleggiavano nell’etere da troppo tempo prendono forma davanti agli occhi di notte, ologrammi di autobiografie altrui, “un baule pieno di gente”, che si apre magicamente al tramonto e popola le mie giornate, infischiandosene dei primi scampoli di primavera a Parigi.

“La smetta di frequentare il passato, cerchi di frequentare il futuro”, consiglia il dottor Cardoso a Pereira, eppure, a volte ci si lascia semplicemente naufragare in una stupida nostalgia, “di cosa non saprebbe dirlo, sostiene Pereira”, di qualcosa di vago. Di un semplice altrove. Di una vita passata e di una vita futura.

Image © Adams Carvalho

Soundtrack: Rodrigo Amarante, Tardei

Racconto del Portogallo anche nell’articolo La mia Coimbra scritto per Q Code Magazine e letto a voce alta per l’emissione radiofonica argentina Vieni via con me

Sulla strada

Qualche mese fa, di ritorno a Parigi, ho finalmente svuotato lo zaino che mi sono trascinata dietro per tutto l’ultimo anno. Sono partita dalla Francia lo scorso gennaio, diretta in Veneto. A marzo mi sono trasferita al settimo piano di un palazzo a Milano Sud, ma tornando ogni lunedì sera in quel di Piazza Napoli a Padova per il mio corso di teatro. A fine giugno sono sbarcata nel Basso Salento e sono ripartita a settembre, destinazione Grecia, poi Portogallo, Francia e infine una breve e onirica parentesi americana.

Ho passato un anno a incontrare nuovi amici, chi in classe, tornando dietro i banchi di scuola, il sabato e la domenica, chi in teatro, altri talmente fugaci che probabilmente non rivedrò mai più. Una lunga serie di arrivederci e partenze, mesi interi trascorsi nel reame ben familiare della temporaneità e del precariato esistenziale. A ripensarci, non vedevo l’ora di svuotare lo zaino, di usarlo solo per fare la spesa, almeno per un po’, di smettere di cercare casa, di poter fare progetti con respiro più ampio di un singolo trimestre. Allo stesso tempo, non mi sono mai sentita così bene e così libera. Per un po’, mi sono rifiutata di portarmi dietro qualsiasi tipo di fardello, lasciavo a casa anche la borsa, rimettendomi alla capacità delle tasche del mio cappotto.

GLORIA STEINEM

Per questo, quando a ottobre sono tornata a casa a Montmartre, ho svuotato lo zaino, ho riposto i libri, ho sistemato i vestiti nell’armadio, una volta per tutte, è come se qualcosa si fosse spezzato. A Pasadena, alla libreria Distant Lands, paradiso dei viaggiatori, avevo acquistato On Vagabonding, un vademecum per inguaribili nomadi, per sopravvivere alle urgenze pratiche e alla nostalgia, per portarsi dietro lo stretto necessario e prepararsi alle prossime partenze. L’ho conservato sullo scaffale più alto, rassegnandomi a qualche anno di sedentarietà, a mettere da parte le zingarate, la terra che manca sotto i piedi, quella strana sensazione di familiarità e di casa che si prova a sedersi da soli al tavolino di un bar. Ho cominciato a guardare con diffidenza ai libri di viaggio, come se d’ora in poi potessero solo farmi sentire inadeguata.

Così è stato anche quando ho preso in mano My Life on the Road, le memorie autobiografiche di Gloria Steinem, libro che per tutto il mese di gennaio, almeno a Parigi, è stato introvabile, grazie all’intervento di Emma Watson e del suo club letterario Our Shared Shelf. Attivista, giornalista e autrice, classe 1934, di recente alla ribalta per un intervento improbabile sulle presunte motivazioni delle supporter di Bernie Sanders, Gloria Steinem ha passato almeno cinquant’anni della sua vita attraversando gli Stati Uniti, sostenendo la causa dei diritti delle donne e organizzando conferenze, convegni, campagne, incontri studenteschi e soprattutto quelli che lei chiama “talking circles“, occasioni di dialogo in cui, come nelle assemble dei Nativi Americani o delle donne indiane, ci si siede in cerchio e si comincia a parlare, “tra le forme più efficienti di democrazia esistenti al mondo”.

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My Life on the Road racconta l’inizio dei suoi viaggi da quando, in camper insieme al padre, a pochi anni, senza aver mai messo piede in una scuola, lo accompagnava a smerciare antichità agli antiquari del MidWest. Racconta di come un medico le ha cambiato la vita, accettando di praticarle un aborto a 22 anni e permettendole di partire per l’India e iniziare un nuovo capitolo della sua esistenza. Di come lentamente, dall’essere una scrittrice nella sua torre d’avorio, si sia trasformata in una attivista in grado di parlare davanti a platee di migliaia di persone. Di come viaggiare l’abbia tenuta in vita e continui a farlo, insegnandole giorno dopo giorno a parlare con gli sconosciuti, ad ascoltarli, a far incontrare le persone, a organizzarle e aiutarle a far sentire la propria voce.

Ho sempre sostenuto, insieme a Maeve Brennan, che sentirsi a casa fosse uno stato d’animo. Che ci si può ritrovare anche in un posto in cui si mette piede per la prima volta, al tavolo di un caffè quando si arriva in anticipo in stazione, tra le braccia di qualcuno, in un’altra nazione, in riva all’oceano in Bretagna o in Portogallo. Gloria Steinem ci mostra come anche il viaggio possa diventare uno stato mentale, che in qualsiasi momento si può cominciare a vivere “in un on-the-road state of mind, senza andare alla ricerca di quello che ci è più familiare, ma restando aperti e ricettivi a quello che arriva. L’avventura può cominciare nel momento esatto in cui si chiude la porta di casa”. Come l’improvvisazione di un musicista jazz, come un surfista alla ricerca dell’onda, come un gabbiano che vola sulla corrente del vento. “Una dipendenza al viaggio, alla strada, può esistere dappertutto”, scrive Steinem. La rivoluzione inizia ascoltando gli altri, costringendosi a vivere nel presente, nell’immediato, come quando si è in viaggio e ogni coordinata spazio-temporale sembra ridursi al qui e ora.

Seguire Gloria nei suoi racconti è stato un succedersi di epifanie, di improvvise rivelazioni, di quei momenti in cui lasci il libro sulle ginocchia e resti dieci secondi con gli occhi incollati al muro. Insieme alle storie di Steinem, ci sono poi anche quelle di Florynce Kennedy, attivista afro-americana, della straordinaria Wilma Mankiller, prima donna eletta capo della regione Cherokee negli Stati Uniti, e poi i viaggi di suo padre, il suo improbabile senso degli affari, e la depressione di sua madre, pioniera del giornalismo d’inchiesta, che ha abbandonato il lavoro e il mondo esterno per seguire i sogni di suo marito, l’infanzia delle sue figlie e gli alti e bassi del suo umore. E ancora le coraggiose battaglie degli Indiani d’America nelle riserve, nelle scuole che ne vogliono cancellare la lingua, le tradizioni, la cultura.

Ogni storia individuale diventa di interesse generale. Nelle pagine di Gloria si succedono nazionalità, accenti, mestieri, facce, tutte con la propria esistenza. Come ribadivano le femministe nostrane negli anni Settanta, il personale è politico, e il più delle volte va raccontato in prima persona. E l’effetto collaterale di questo libro è stato anche quello di ricordarmi quale scrittura preferisco, quella dove ci sono io, a parlare, a registrare, illustrare la realtà secondo il mio punto di vista. E che forse a questa scrittura dovrei dedicarmici un po’ di più.

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Ma la parte più bella è il ritorno di Gloria. La costruzione di una casa, dove finalmente sparpaglia i suoi appunti per terra, conserva i libri in una biblioteca, uno spazio dove invitare gli amici, un indirizzo a cui raggiungerla facilmente, ma soprattutto la scoperta che essere domiciliata in un posto non le avrebbe impedito di viaggiare. Realizzare finalmente che non è necessario scegliere una vita polarizzata, o dentro o fuori, che, nonostante si sia nati di sesso femminile, non si è sempre costretti a un’alternativa, ma si possono avere entrambe le esistenze, il calore di un luogo al cui tornare e l’ebbrezza del viaggio, anzi “l’atto più rivoluzionario per una donna sarebbe tornare dai suoi viaggi e trovare tutto il conforto della sua famiglia“, restando libera di ripartire.

“Molto prima che nascessero queste divisioni tra la casa e la strada, tra il posto di una donna e il mondo dell’uomo, gli esseri umani seguivano i raccolti, le stagioni, viaggiando con le proprie famiglie, i nostri compagni, i nostri animali, le nostre tende. Costruivamo tende e ci spostavamo da un posto all’altro. Questo modo di viaggiare e di vivere è ancora scritto nella memoria delle nostre cellule”. Si può fare una tenda e poi smontarla e ripartire, e decidere in corso d’opera quanto tempo starci, un mese, un anno, tutta la vita. “Mio padre non avrebbe dovuto passare la vita da solo, vendendo porta a porta antichità, solo per la gioia di essere in viaggio. Mia madre non avrebbe dovuto abbandonare la sua strada per restare a casa. Nessuno dovrebbe farlo. Nemmeno io. Nemmeno tu”.

Con questo articolo, inizia una serie di appuntamenti mensili, considerazioni, spunti e riflessioni sui libri suggeriti dal club letterario di Emma Watson, al quale consiglio vivamente di aderire. Alla prossima, con Il colore viola di Alice Walker. 

Soundtrack: 4 Non Blondes, Spaceman 

 

 

Bruciare la casa

“Per anni ho immaginato lo spettacolo che finisce con l’incendio”. Tale fantasmagoria pirotecnica appartiene a Eugenio Barba, classe 1936, regista e teorico teatrale, originario di Gallipoli, nel Salento, emigrato poi in Norvegia, in Polonia sulle tracce di Jerzy Grotowski, oggi di base a Holstebro, un piccolo villaggio danese dove ha fondato il suo Odin Teatret, compagnia multiculturale, i cui 25 attori e performer, rifiutati dalla scuola di teatro statale, provengono da continenti e paesi diversi. Teorico del teatro come baratto di culture, antropologo del teatro, fondatore dell’International School of Theatre Anthropology, ma anche marinaio, pittore, viaggiatore, studioso, Eugenio Barba è ritenuto, insieme a Peter Brook, tra i pochi maestri occidentali viventi. Io l’ho conosciuto per caso, tra le pagine di un almanacco salentino, nella prima redazione dove ho lavorato, e poi me lo sono ritrovato davanti due estati fa, a Lecce, nel foyer di un teatro, senza trovare il coraggio di parlargli.

Il teatro, come isola galleggiante, isola di libertà, immune al concetto di casa, patria, radice, l’attore come zona franca dell’essere umano, allergico alla propria epoca, atemporale, forgiato dal training quotidiano e dal proprio disagio nei confronti della realtà, sono solo alcuni dei concetti che hanno guidato il lavoro e la ricerca di Barba per più di cinquant’anni, all’origine di spettacoli unici, come Min Fars Hus La vita cronica, ed esplorazioni culturali in tutto il mondo, nelle lande estreme e nelle grandi capitali, tra le tribù disperse dell’America Latina e i villaggi sperduti del Salento.

L’esperienza del teatro inizia per risolvere una problematica esistenziale: “restare se stesso, cioè diverso, in terra straniera“, in Norvegia, dov’era solo un emigrante meridionale. Una quadratura del cerchio che trova la sua via di fuga nel decidere, a poco più di vent’anni, di diventare regista, originale a prescindere, differente per natura, vocazione e deformazione professionale. Modificare la propria esistenza e modellarla. Bruciare la casa, annullare i programmi, impedire la previsione per assicurasi la più magica e fantasiosa delle visioni, l’estro, l’inventiva. “Superare la prevedibilità e l’ovvietà del corso degli eventi, sorprendere lo spettatore ma soprattutto noi stessi”, una linea di condotta individuale che diventa poi la missione principale dell’Odin Teatret.

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Lasciarsi incuriosire da quello che sta oltre la sponda conosciuta, in terra straniera, e soprattutto dai mezzi necessari per raggiungerlo. Come diceva Eugenio Barba, “quello che m’interessa è al di là del fiume, per questo mi occupo di canoe”. Perseguire la ricerca, anche quando questo significa ricerca e desiderio di solitudine, come Barba scrive in uno dei suoi testi cardine, Teatro: solitudine, mestiere, rivolta: “La rivolta è un continuare a sognare attivamente e razionalmente, evitando che il sogno diventi monumento o rimpianto“.

Contrario per natura all’idea di monumento, fisso e stabile, d’oro e di bronzo, a indirizzi registrati e attestazioni di residenza, il teatro di Barba è un lavoro che “non resta, però annoda relazioni. Serve a viaggiare, ciascuno nel proprio individuo interno e assieme agli altri. Le sue radici sono le relazioni, sia prima che dopo lo spettacolo, fra coloro che fanno teatro e con coloro che vi assistono: relazioni fra il passato e il presente, fra la persona e il personaggio, fra l’intenzione e l’atto, fra la storia e la biografia, fra il visibile e l’invisibile, fra i vivi e i trapassati”. Una patria in miniatura, che si nutre di tecniche povere, a mani nude, pratiche vissute in solitaria o in comune.

“Non potendo né predire né predicare, rifletto ancora una volta sull’unica realtà in cui mi riconosco: la casa che abito”, ovvero il teatro, “una periferia? una libertà? un esilio che diventa alla lunga deprimente? Il teatro diventa una casa nomade, ma non solo. La casa è un’idea incerta, dai confini vaghi, che per Barba ha i suoni e gli odori di un teatro nomade, il fruscio dei costumi di scena, i mascheroni apotropaici, il bagaglio sempre pronto. Ci si può sentire a casa in una valigia? Forse no. Ma in una scena, un atto, un mucchio di parole, ripetute a memoria, forse sì. Un rifugio che consente a chi vi si ripara di essere libero dalla retorica del ritorno, dalla nostalgia della partenza, dalla necessità delle radici. Non avere una casa, anzi darle fuoco, per conservare la lucidità di visione, l’autodisciplina, l’autonomia dell’intelletto e dell’immaginazione: “Abbiamo fatto un viaggio nella nostra casa. I veri viaggiatori conoscono bene questa esperienza: il mondo sconosciuto lo si scopre quando si ritorna”.

Restare esseri umani, ritrovarsi sulle assi di legno del teatro, indipendenti dalle coordinate spazio-temporali, corpi la cui potenza diventa atto, attraverso l’esercizio quotidiano, lo sviluppo delle tante sfumature vocali, la precisa e ferrea autodisciplina del training dell’Odin Teatret, veicolo privilegiato per raggiungere una libertà suprema: “una tecnica la cui sostanza risiede nella precisione chirurgica dei dettagli e in un superego professionale che esige un impegno assoluto per raggiungere la vetta del proprio Annapurna aldilà della propria pigrizia e dell’impulso di essere soddisfatti dei primi risultati”. Come insegnano le tecniche giapponesi del Teatro Nô, le discipline orientali, l’attore diventa maschera, vettore d’energia, libero dalle quattro mura domestiche, in qualsiasi parte del mondo si trovi, battersi contro il determinismo, evadere dalla propria biografia.

Per ricordarsi di bruciare la casa, sempre, anche solo nella testa, chiudersi alle spalle la porta e immaginarsi nelle vite altrui, di essere altro da sé, anche quando la valigia resta vuota nell’armadio, lo zaino dimenticato accanto alla scrivania, il viaggio un’ipotesi lontana.

“Penso a certe antiche case povere dei paesi del Sud, minacciate dall’umidità, prive di comfort, piene d’ombra, con finestrelle che sembrano temere il caldo e la luce e chiudono fuori i luminosi paesaggi del mare e degli ulivi. Case dove si vive stretti e in cui spesso la reciproca insofferenza di chi le abita dà alla vita quotidiana l’angoscia della reclusione. Ma in ognuna di esse una piccola scala annerita dal tempo conduce al tetto piatto, dove si può sostare: un terrazzo privo di ringhiere, che obbliga a stare sul chi vive, perché basta un passo sbagliato per precipitare. Una casa con un tetto piatto su cui incombe il cielo. E dove ciascuno può dialogare con se stesso perdendosi con lo sguardo oltre l’orizzonte. Simile a questa casa è per me, in una sola parola, il teatro”.

Image © Matthew Woodson

Soundtrack: The Chemical Brothers, Snow

Su YouTube, è possibile ascoltare la voce di Eugenio Barba, nelle numerose interviste on-line, una voce accesa, illuminata, che conserva ancora qualche traccia del suo accento salentino. Inoltre, è possibile assistere alle performance dell’Odin Teatret e guardare da vicino le tecniche di training della compagnia.