La Rue du Faubourg Saint-Antoine è una delle strade piĂš antiche di Parigi. Deve il suo nome all’abbazia di Saint-Antoine des Champs, divenuta poi l’ospedale di Saint-Antoine, ed è una delle brulicanti arterie che si staccano dalla rotonda di place de la Nation e procedono dritto in discesa. Da grande asse del 20esimo arrondissement, elegante e popolare allo stesso tempo, si trasforma in frizzante strada dellâ11esimo, con le boutique, le raffinate boulangerie e i caffè. Scendendo giĂš, e alzando lo sguardo, ci s’imbatte improvvisamente nell’angelo d’oro della Bastiglia, che compare al di lĂ della grigia cortina dei tetti di Parigi. Fino ad arrivare ai suoi piedi, dopo quasi due chilometri di strada.

Come la cittĂ stessa, cela mille anime, ed è la strada dove ci sono lâExtra Old Cafè e la LibertĂŠ, i caffè dove mi sono seduta in compagnia di persone speciali, tra cui un amico incontrato per caso a uno di quei terribili e interminabili rendez-vous parigini, alla ricerca disperata di un appartamento, appuntamento che sarebbe dovuto durare un pomeriggio intero e si trasformò in un’avventurosa balade alla scoperta del decimo arrondissement.
Ma torniamo nel quartiere.
La Rue du Faubourg Saint-Antoine incrocia Avenue Ledru-Rollin, Rue des Boulets, Rue de Montreuil, è vicina a Rue de Charonne, a Boulevard Voltaire, si biforca, cambia carattere, colori e ampiezza.
Per tradizione, questo è il viale dove ebanisti e tappezzieri hanno aperto i propri atelier e lâarte del mobile è ancora di casa, ma è anche la strada dove perdersi in uno dei tanti misteriosi passages parisiens, gallerie urbane, collegamento tra una strada e lâaltra, dove la cittĂ cela le sue meraviglie, nascoste in quelli che la lingua inglese chiama behinds, le quinte. Uno fra tutti, le passage de la Boule-Blanche, che ospita i celebri Cahiers du CinĂŠma. E poi la cour de Bel-Air, la Cour de lâEtoile dâOr et la Cour des Trois-Frères. E risalendo, verso Place de la Nation, si trova le passage de la Bonne Graine, che collega ad Avenue Ledru-Rollin, passaggio cantato da Edith Piaf, in una delle sue ballate, âJâmâen fous pas malâ.
Oggi, rampicanti si attorcigliano in molti di questi cortili, altri invece hanno assunto un aspetto decadente, in disuso, risvegliato solo dalle vecchie insegne delle attivitĂ di un tempo. Altri sono le residenze hype della nuova piccola borghesia intellettuale, in un crescendo di gentrification che ha stravolto l’anima di questo quartiere.
Un labirinto di tunnel, gallerie, corti e passaggi, alcuni vecchi di secoli, che hanno fatto di questo faubourg uno dei piĂš rivoltosi, quando era tempo di ergere barricate e contrastare lâavanzata di un potere tiranno, nei moti che travolsero Parigi nel giugno del 1848. All’epoca, la cittĂ era ancora intrisa di echi d’Ancien RĂŠgime e costruita come un villaggio, un intreccio di viuzze e strettoie, prima che il Barone Haussmann spianasse quest’intricata meraviglia di ruelle dando vita ai grand boulevard.

Chi mi conosce almeno un poâ sa che ho vissuto a Parigi, forse l’anno piĂš bello della mia vita. Il che mi ha reso incapace di vivere in maniera pienamente soddisfacente in qualsiasi altro posto che non sia ai piedi di una torre di ferro. Esagerata? SĂŹ, forse, un poâ. In ogni caso, ho precedenti illustri:
If you are lucky enough to have lived in Paris as a young man, then wherever you go for the rest of your life, it stays with you, for Paris is a moveable feast.
Ernest Hemingway, A moveable feast.
E non che sia stato un anno facile. Ma, come canta Yves Montand, âles ennuisâ sono dappertutto, Parigi no. E anche il vento, quando arriva a specchiarsi nella Senna, non ha che una sola preoccupazione: andare a spassarsela nei bistrò piĂš belli della cittĂ . Ma Montand era una di quelle anime perdutamente innamorate di Parigi, e non riusciva a spiegarsi perchĂŠ fosse travolto dall’emozione, passeggiando lungo i quai de Seine.
Io ho vissuto uno splendido periodo rosa, proprio quando abitavo a Nation. Era aprile. E mi avevano appena regalato una bicicletta azzurra. Mi divertivo a girare intorno alle due colonne di place de la Nation e poi a pedalare giÚ per la rue du Faubourg Saint-Antoine. Erano giorni in cui camminavo sulle nuvole di Parigi, sprofondati improvvisamente in un periodo blu. Il cui strascico, dopo i tre mesi scintillanti passati a New York City, era ancora qui ad aspettarmi, una volta tornata.
âAs it has never beenâ, avrebbe detto Susan Sontag.
Bon, tant pis. Se un giorno finirò di nuovo a Parigi, andrò a riprendere la mia vecchia bicicletta azzurra e, arrivata a Nation, girerò intorno alla piazza, lasciandomi alle spalle le due colonne e mi tufferò lungo la Rue du Faubourg Saint-Antoine. Sono sicura di riuscire ancora ad indovinare il momento esatto in cui, dai tetti grigi di Parigi, si stacca il profilo dellâangelo dâoro di Bastille. E forse smetterò di pretendere sempre qualcosa in piĂš, perchĂŠ mi sembrerĂ di avere di nuovo tra le mani tutto quello che ho sempre voluto, anche solo per il tempo di una discesa.
Intanto, mi diverto in bicicletta nelle giravolte del centro storico di Lecce. Qui dai tetti piatti dei palazzi, dai frontoni delle chiese e dai capricci del barocco, spunta all’improvviso Sant’Oronzo, con il suo corteo di angeli e santi, che se la ride dall’alto della sua colonna del brulichio affannoso della cittĂ . E forse anche di me.
Drawing Š Vincent Gavarino
Soundtrack: Yves Montand, La ballade de Paris