Milano – game over

“Allora, com’è Milano?”. Ho perso il conto di tutte le volte che mi è stata rivolta questa domanda nel corso degli ultimi mesi. Per un po’ di tempo, avevo anche pensato di registrarne tutte le intonazioni, da quella più sufficiente a quella più entusiasta, passando per il milanese che non sa cosa dire alla signora preoccupata che “è un po’ un trauma per te che vieni da Lecce”, ed è un trauma anche se le ho ripetuto che ho vissuto altre volte in città che superano il milione di abitanti e ha insistito, nonostante tutto, a volermi spiegare il funzionamento della metropolitana e ad accompagnarmi alla fermata, “non vorrei che ti perdessi tra i tanti corridoi”.

Milano, per me, era qui ancor prima di viverci. Era la stazione centrale almeno cinque volte al mese, quando ho iniziato a seguire il corso a Lotto, a venirci sempre più spesso per vani colloqui di lavoro. Erano i binari lunghissimi prima di arrivare a destinazione, il panorama dal finestrino di un treno, quasi sempre graffiato di pioggia. L’autostrada che ho imparato a memoria con i tanti passaggi in auto. Ritrovare, anche se per poco tempo, il calore di una redazione e quello di una classe. La certezza di poter vivere bene in una città che non fosse Parigi. Una nuova tessera dei trasporti. Qualche nuovo amico e altri che sono riuscita ad incontrare finalmente anche fuori dalla virtualità.

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“Il bello di vivere in una città che non conosci è provare continuamente l’eccitazione dell’esploratore”, ha scritto di recente Cristiano de Majo, su RivistaStudio, parlando proprio di Milano. A questa eccitazione ci si può anche abituare, diventarne dipendenti, ma aiuta anche a preservare dalle lamentele, dal malcontento, dall’insoddisfazione. In questi mesi di stupidità collettiva a Milano, di crociate distruttive contro Expo, di attivismo con spugnetta e detersivo, mi sono sentita leggera come pochi, godendo di quel piacere che Pavese ha descritto meglio di chiunque altro, quello di “sfiorare innumerevoli scene ricche e sapere che ognuna potrebbe esser nostra e passar oltre da gran signore”.

Scene che si compongono una strada dopo l’altra, con la sensazione di mettere insieme i pezzi di una città: il pomeriggio al quartiere Maggiolina, tra le case igloo, le ville residenziali e la ferrovia; una sera al Piccolo Teatro e poi tornare a piedi lungo via dei Mercanti deserta; la scoperta dei vicoli dei Navigli e degli atelier di pittura; seguire la pista della Martesana fino alle porte della città; intrufolarsi nei teatri più piccoli e meno conosciuti; esplorare le viscere di Macao insieme ai ragazzi di Proprietà Pirata; i tarocchi per due dalla zingara di Brera; una panchina di Parco Sempione con i libri di Rumiz e poi il Bar Magenta; un sabato sera da sola a perdermi nell’Hangar Bicocca, sotto i palazzi celesti; il tram numero 9, da Porta Romana a Porta Genova; il bus diretto a Linate con il cuore in gola.

Sentirsi finalmente a casa, realizzare come si legano i viali, imparare le prime scorciatoie, essere in grado di rispondere quando qualcuno chiede indicazioni, come scrive sempre De Majo, “è bellissimo quando inizi a capire che quella strada porta in un posto dove sei già stato arrivandoci da un’altra parte, ed è rassicurante sapere che per un bel pezzo potrai permetterti una certa naiveté, che significa anche che ti lamenterai poco”.

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E poi Milano è stata una nuova casa, il piacere di essere sola, di addormentarmi con la musica, di costruire marionette di carta sul pavimento e lasciarle lì per giorni, di partire, di tornare, senza dover informare nessuno, di esplorare libri sconosciuti trovati nel soggiorno, di rientrare e chiudere il mondo fuori. Vivere quella solitudine che, quando c’è, come diceva De Andrè, aiuta “ad avere contatto con il circostante”, che non è fatto solo dei nostri simili ma comprende anche “tutto l’universo, dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle”.

Mentre scrivo, Milano è deserta. Non arriva nessun rumore dalla finestra aperta di casa, al settimo piano e non è difficile pensarsi già altrove. Immagino lo stesso silenzio, tanti tanti chilometri più a sud, un altro vento, altri domicili, altre stanze, lontane da questo appartamento, che è il posto dove pensavo di aver scacciato definitivamente alcuni fantasmi, che invece s’erano solo nascosti sotto il letto e mi hanno teso un agguato all’improvviso, a pochi giorni dalla fine.

Provo a contrastarli con il solito antidoto: l’attitudine alla partenza, l’arte del bagaglio minimo, un biglietto di sola andata già pronto, “il senso della ferrovia”, l’istinto di sopravvivenza: cambiare decoro, per sfuggire al vero ignoto, quello di una domenica pomeriggio passata a fissare il soffitto di casa. La dimensione domestica, scriveva Magris, cela più insidie di un viaggio avventuroso e la spedizione da una stanza all’altra della propria abitazione non è meno ricca di rischi e pericoli.

Soundtrack: Mino De Santis, Sempre in viaggio

Image: © Witchoria

Note a margine

“Bisogna stare attenti ai pensieri che vengono di notte: non hanno la giusta direzione, arrivano a tradimento da luoghi remoti e son privi di senso e di limiti”. Questo è l’incipit di Strade Blu di William Least Heat-Moon, un viaggio lungo l’America minore, lontano dalle Interstates, arrivato sul mio comodino un po’ di tempo fa. La storia è quella di una partenza solitaria, per tre mesi, dal Missouri al Texas meridionale, la Louisiana, il New Mexico, lo Utah, la California, il Montana e il Minnesota, tutto seguendo le strade blu, quelle secondarie, “aperte, invitanti, enigmatiche: uno spazio dove l’uomo può perdersi”.

“Quella notte, mentre mi rigiravo nel letto chiedendomi se avrei fatto prima a prender sonno o ad esplodere, ebbi appunto l’idea. Un uomo che non riesce a far quadrare le cose può sempre levare le tende. Può mollare tutto cercando di tirarsi fuori dalla solita vita. Può mandare al diavolo il tran tran quotidiano e correre il rischio di vivere il momento secondo le circostanze, è una questione di dignità”. Succede in un attimo, quello che prende più tempo è il pensarci, rigirarsi nel letto, immaginare le conseguenze, le reazioni, i ripensamenti, poi, una volta deciso, basta chiudere gli occhi e saltare nel vuoto, senza nemmeno preoccuparsi se sotto qualcuno avrà pensato di metterci una rete.

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Heat-Moon perde il suo matrimonio e il suo lavoro in un colpo solo. Per sfuggire al passato, che continua ad annusarlo sul collo, la sera, prima di addormentarsi, decide di partire dopo aver rimesso a posto il suo furgone, il Ghost Dancing, “seguendo la primavera, come le anatre – nell’oscurità, col collo dritto in avanti”. Ha 38 anni, senza un posto di lavoro e senza progetti precisi, il che comporta, durante il viaggio, anche inevitabili dialoghi come:

– E tu che mestiere fai?

– Nessuno

– E com’è che funziona?

– Non funziona in nessuna maniera.

Ma anche incoraggiamenti inaspettati:

– Dove va?

– Non lo so.

– Allora è impossibile perdersi.

“Con una sensazione quasi disperata d’isolamento e la crescente certezza di vivere in terra straniera, partivo alla ricerca di mondi dove il mutamento non fosse rovina”, inseguendo un cambiamento e forse perché, come Heat-Moon, mi piace rendermi la vita difficile. Insomma, ho cambiato casa. Ora sono al settimo piano di un palazzo, Milano Sud, ho un balcone, tante finestre, spazi inondati di luce e dalla mia cucina si vedono anche le montagne che, per chi viene da regioni il cui unico rilievo sono le dune di sabbia, restano sempre qualcosa di esotico. A pensarci bene, è stato il trasloco più indolore degli ultimi mesi. Solo uno zaino e una valigia, qualche libro, pochissimi vestiti, tanti, forse troppi, quaderni per appunti. Lo stretto indispensabile. Ho anche un solaio e un armadio gigante e per la prima volta non so come riempirli.

Appena tornata in Italia, avevo cominciato a occuparmi le giornate accumulando nuove conoscenze, passatempi inediti, pile di libri, progetti appena iniziati. In due mesi, ho collezionato biglietti di treno, numeri di telefono, appunti sull’agenda. Poi, succede sempre quando si fanno le valigie, tutto il superfluo resta fuori, è quasi liberatorio, sapere di poter ancora rinchiudere tutto in uno zaino e partire. Affinare la direzione, eliminare il superfluo, fare fuori brutalmente tutto quello che non mi serve. Come diceva Cesare Pavese, spostarsi, viaggiare, cambiare direzione, è una brutalità. Obbliga a una situazione di disagio perenne. “Nulla è vostro, tranne le cose essenziali – l’aria, il sonno, i sogni, il mare, il cielo”. Sono in questo appartamento, dove nulla è mio. Scrivo su un divano che non è mio, nella tasca ho un mazzo di chiavi che non riconosco, le coperte, le lenzuola non hanno l’odore di casa, devo pensarci per ricordare quale uscita della metro prendere, le strade sono tutte sconosciute, blu, “uno spazio dove l’uomo può perdersi”. Eppure l’essenziale è lì, a portata di mano, è un sollievo che non provavo da tempo, quello di aver bisogno di pochissimo per stare bene. A volte ho quasi l’impressione di camminare a un metro da terra per tutti i pesi che ho lasciato andare via.

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Quando Heat-Moon attraversa la frontiera e raggiunge il West, qualcosa cambia. “La differenza incolmabile, perentoria, evidente e sbalorditiva tra l’Est e il West è dovuta a un fattore ben preciso: lo spazio. Nel West la vastità degli spazi aperti cambia le città, le strade, le case, le fattorie, le coltivazioni, la tecnica, la politica, l’economia e, ovviamente, il modo di pensare”. Lo spazio, soprattutto quello rimasto vuoto, spinge a una maggiore fiducia in se stessi, secondo Heat-Moon. Ma non solo, ci rimpicciolisce, ci riduce alla giusta misura, ridimensiona gli infimi drammi esistenziali, apre orizzonti inimmaginabili. “Nessuno, neppure la gente del posto può sottrarsi alla vastità dello spazio”.

Ora, non che voglia paragonare il deserto del Nevada al soggiorno di un bilocale milanese, ma questo spazio vuoto, sconosciuto, uno zaino leggero, una valigia con lo stretto indispensabile, niente di familiare intorno, era quello di cui avevo bisogno da tempo. Lo spazio. “In perfetta solitudine”, direbbe Federico Fiumani. Per rimpicciolire alcuni nodi, scioglierne altri, ridimensionare problemi e persone, osservarli dalla giusta prospettiva, quella di chi guarda da un punto altro, da una posizione, sì di tiro, ma sempre esterna, lontana. Spazio per mettere a fuoco una direzione, per inseguire i ripensamenti fino a riuscire a capirli ma soprattutto per riprendere vecchi discorsi e recuperare progetti e utopie che credevo d’aver messo da parte una volta per tutte. Lo diceva anche Heat-Moon:

– I sogni occupano molto spazio?

– Tutto quello che gli si dà.

Images © Shout

Soundtrack: Today, Jefferson Airplane

Almost Blue

Quando ho incontrato Yves Klein per la prima volta, non sapevo fosse lui. Si presentò vestito elegante, lo sguardo perso all’orizzonte, nell’atto di saltare dalla finestra, in una fotografia d’epoca, annegata nel blu.

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Avevo trovato quest’immagine per caso e l’ho portata con me per un bel po’ di tempo, senza sapere chi fosse, solo affascinata da quel salto nel vuoto, senza pensieri, libero, totalmente inconsapevole, da quel ciclista che si dissolve poco lontano, all’oscuro di tutto, ipnotizzata dal blu assoluto che travolge la scena.

Quando ho iniziato a leggere A field guide to getting lost di Rebecca Solnit, ho riconosciuto l’autore di quel volo. Solnit mette a punto una vera e propria elegia della perdita: degli oggetti smarriti, perché è nella natura delle cose quella di perdersi; delle storie lasciate andar via; della buona strada, inevitabilmente persa di vista. Lo stesso libro, più che una guida, con il suo eccentrico filo logico che cuce insieme musica rock, pittura, cartine geografiche, ricordi personali, è un invito al confondersi e allo smarrimento. A perdersi deliberatamente, andare fuori strada, lasciare a casa la mappa della nostra vita e scegliere un altro percorso.

A ogni capitolo segue poi una sorta di intermezzo cromatico, “The Blue of Distance“, dove Solnit individua nel colore blu il riflesso della distanza e della perdita, spiegando come ciò che è più distante appaia all’occhio umano di colore blu, per via di un effetto ottico noto come prospettiva aerea. In uno di questi intervalli di colore, si racconta la storia di un artista originario di Nizza e della sua ossessione per il blu, per un profondo blu elettrico, che fosse come lo spirito, il cielo, l’acqua, l’immateriale e il remoto, un blu astratto che, per quanto tattile e vicino, potesse restare sempre come l’immagine stessa dell’incorporeità. Quell’artista era Yves Klein.

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Nato a Nizza nel 1928 e scomparso a soli 34 anni, Klein è uno di quegli artisti che Solnit annovera nella generazione di those who vanished, quelli che sono spariti. Animati dalle più alte ambizioni, come Antoine de Saint-Exupéry o Amelia Earhart, che scomparvero in volo, si sono dissolti nel loro stesso essere. Perdersi è stato il loro compimento, la realizzazione più alta e compiuta del proprio sentire, il rifiuto di volare a bassa quota, di mettersi alla portata del mondo. Sparire, senza scendere mai a compromessi meschini, a itinerari troppo semplici, a legami che li avrebbero inevitabilmente affossati, a scelte che li avrebbero trascinati verso il basso. Librarsi in volo e sparire, come una perfetta opera d’arte.

Nel capitolo dedicato a Klein, Solnit racconta la storia di quel celebre salto nel vuoto e della fotografia scattata nell’ottobre del 1960, nella strada dove abitava Klein a Parigi, rue Gentil-Bernard, nel sobborgo di Fontenay-aux-Roses. Si tratta, in realtà, di un fotomontaggio: quel salto fu solo una documentazione per la stampa, con tanto di rete di salvataggio invisibile e aiutanti, una mera copia. Il primo vero salto nel vuoto fu un’impresa solitaria, senza rete, senza stampa, senza macchine fotografiche. Un salto nel vuoto in solitudine, dove Klein finì per rompersi una caviglia. Ma era quel primo salto il più importante, una rivendicazione personale: prima che l’uomo posasse piede sulla luna, lui aveva dimostrato di poter occupare lo spazio, di volare, di raggiungere il suo satellite, di poter sparire, da solo con se stesso, senza dirlo a nessuno.

Solnit racconta anche del rapporto viscerale che Klein aveva intrecciato con il colore blu, partendo dal bagaglio semantico che da sempre la parola blue si porta dietro, sinonimo di tristezza e malinconia. Da qui, espressioni come blue moods, blue devils, la musica blues, la struggente tromba di Chet Baker che intona Almost Blue e l’invito a perdersi in un rassegnato blues davanti alla cassa di un autogrill, con Tom Waits.

Klein era innamorato del blu. Di più, ne era ossessionato, al punto da volerlo possedere. Nasce così l’International Klein Blue, IKB, un pigmento puro, un profondo blu elettrico che Klein creò in laboratorio e brevettò ma che non fu mai riprodotto nel mercato, una splendida sfumatura di blu oltremare, corrispondente cromatico dell’immaterialità, utilizzata poi nella serie di monocromi esposti da Klein, nei suoi splendidi angeli rivestiti di blu, nel mare di pigmento e nelle sue performance di body art, in cui immergeva le sue modelle nel blu e le faceva rotolare su tele bianche.

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Le opere di Klein sono esposte ancora per qualche giorno al Museo del Novecento, in piazza Duomo, nella mostra su Klein e Fontana e i loro anni a Parigi. I due si conobbero a Milano nel 1957, presso la galleria Apollinaire e Lucio Fontana, pittore di origini argentine naturalizzato italiano, creatore del movimento spazialista, noto ai più per i tagli nelle tele, fu tra i primi a intravedere la genialità nelle intuizioni di Klein e ad acquistare i suoi monocromi. Da un apprezzamento reciproco e una connessione profonda di animi, nacque una prolifica collaborazione e un’amicizia fortissima, soprattutto durante gli anni che i due trascorsero nella capitale francese, nonostante gli stili differenti e l’uso cangiante della materia e della tridimensionalità, perché “io cercavo uno spazio ulteriore, lui voleva l’infinito”, racconta Fontana.

Non potevo perdere l’occasione di incontrare Klein e allora venerdì scorso sono finita ad aggirarmi tra i monocromi e le veneri blu e una sfumatura perfetta di colore, assoluta, ammaliante, il blu per eccellenza, targato Klein. Per perdersi in un mare di pigmento blu, bisogna salire fino all’ultima sala del Museo, dove, in alto, a fare da soffitto, c’è un ghirigoro al neon di Fontana e in basso una distesa di International Klein Blue, pigmento puro, illuminato a giorno grazie alle vetrate del museo. Occorre un po’ di fantasia e molta concentrazione per alienarsi e riuscire a ignorare la gigantesca pubblicità con la faccia di David Beckham che ammicca dall’altra parte della piazza, un pugno nell’occhio che rompe l’armonia della sala, ma ne vale sicuramente la pena e poi Fontana avrebbe probabilmente trovato l’accostamento tra Klein e Beckham molto simbolico e in linea con l’arte concettuale di cui faceva professione di fede.

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Solnit ha scritto di Klein perché i due hanno la stessa sensibilità per il colore blu, equivalente visivo della mancanza, del desiderio, e un’idea molto simile dello smarrimento: un voluttuoso atto di resa, una confusione deliberata, una vertigine costante, in cui fermare il tempo. Perdersi è un desiderio appassionato, anzi di più, una necessità urgente che non tollera proroghe, quella di non essere più nessuno, dissolversi. Perdersi non come casualità ma come scelta, voluta, quasi sperata. Avere la vastità degli spazi come ancora di salvezza, il sapere che ci saranno altri indirizzi, altri orizzonti, in cui smarrire, un’altra volta, l’orientamento. Lasciarsi stupire da quello che verrà dopo, da quale esito avrà il salto. Avvolgersi nell’incertezza e farla propria. Smaterializzarsi.

To lose yourself: a voluptuous surrender, lost in your arms, lost to the world, utterly immersed in what is present so that its surroundings fade away. In Benjamin’s terms, to be lost is to be fully present, and to be fully present is to be capable of being in uncertainty and mystery.

Tutto questo per dire che sto sviluppando un’abilità invidiabile a trovare precedenti artistici e giustificazioni letterarie ai miei colpi di testa. Ritrovarmi faccia a faccia con i monogrammi blu è stato per me una specie di pellegrinaggio, soprattutto perché sono andata a porgere i miei saluti a Klein dopo aver compiuto un mio personalissimo salto nel vuoto. Un passo in direzione ostinata e contraria rispetto ai miei buoni propositi di qualche tempo fa. In fondo, Yves Klein diceva che “si dovrebbe essere capaci di contraddire se stessi” e io ne sono stata sempre convinta, è come se fossi andata a prendermi la sua benedizione. Andare nella direzione opposta e forse anche saltare spensieratamente fuori dalla finestra, anche quando non c’è nessuno a guardarci, o a prenderci, rompersi di proposito una caviglia, fare scelte insensate e tuffarsi nel vuoto.

Soundtrack: Missing, Calexico

Un amore a fumetti

“Vivono, quasi.

Un po’ trasparenti, questo sì,

per di più non conoscono più la speranza

che è il più malvagio dei supplizi

non hanno il dolore

non hanno ospedali, funerali, cimiteri, tombe.

Gente fortunata, no?”

copertina

“Capita nella vita di fare cose che piacciono senza riserve, cose che vengono su dai visceri, Poema a fumetti è per me una di queste”.

Il romanzo a fumetti di Dino Buzzati è stato irreperibile per decenni nelle librerie. E, offuscato dalla malinconia del suo narrare, è rimasto nascosto anche il lato fumettista di uno scrittore che troppo spesso viene ricordato solo come l’autore de Il deserto dei Tartari.

Scritto e illustrato dallo stesso Buzzati nel 1968, Poema a fumetti esce per i tipi di Mondadori nel 1969 e viene premiato come “Miglior fumetto dell’anno” da Paese Sera. E pensare che l’autore avrebbe voluto consegnarlo direttamente ai posteri, avendo pregato la moglie Almerina di affidarlo alla casa editrice solo dopo la sua morte. Pioniere del romanzo per immagini, in anticipo sui tempi, Buzzati si rivela specchio della sua epoca, esplicitamente contaminato dalle invenzioni della Pop-Art, che aveva conosciuto durante i suoi due viaggi a New York, dalle suggestioni letterarie degli anni Sessanta, mescolando nei tratti geometrici delle sue architetture e sulle curve delle sue donne tutte le sue passioni, dal surrealismo alla metafisica.

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All’epoca in cui passare dal romanzo alla graphic novel non era ancora una scelta alla moda, Buzzati lascia a bocca aperta il salotto intellettuale italiano, tratteggiando un’irriverente versione del mito di Orfeo ed Euridice, ambientato in una Milano onirica e fumosa.

Valentina scattava le sue prime fotografie, i primi numeri di Linus comparivano nei chioschi, qualcuno cominciava a sospettare della sinuosa coppia Diabolik-Eva Kant, ma di certo nessuno avrebbe immaginato che Buzzati avesse nel cassetto una fantasia a fumetti, intrisa di surreale visionarietà, dallo spirito un po’ dark, inquieto, sognante.

Buzzati si rivela immaginifico architetto del surreale, azzarda una libera riscrittura del mito intrecciandola alle più tipiche angosce contemporanee, mettendo in scena un Ade postmoderno: Orfi, annoiato rampollo milanese, idolo canoro delle figlie della Milano bene degli anni Sessanta, scende negli inferi della città, alla ricerca della sua Eura. Qui, le anime dell’inferno di Buzzati rimpiangono la “perduta angoscia” che era la “bellezza, la luce, il sale della vita”, ma sono intrappolate nella “povera pace eterna” di chi è condannato a un’esistenza grigia e senza fine. “Rimpianto è la malattia del posto”. Ricordare la peggiore condanna. Le stelle hanno luce fissa. Il cielo non palpita più. La notte non cela più misteri.

“Dico: ma qui che cosa vi manca? Quasi niente. Da qualche tempo hanno messo perfino la tv a colori. Però manca il più importante: la libertà di morire.”

“La cara morte”, questo doveva essere il titolo originale del poema a fumetti di Buzzati, che alla fine assume le sembianze di un vero e proprio inno alla vita, quella vera, fatta di tremori e angosce quotidiane, quei dubbi e quelle stesse paure che fanno battere il cuore.

milano-MostraFumetto

“Oh la perduta angoscia, gli incubi, l’angustia, i dolori sociali perduti. Tutti sani, qui, uguali, appagati. Cara infelicità!”.

“Non è spaventoso tutto questo, la vita il lavoro i soldi il successo l’amore?”

Poche parole questa volta. Per alcune sensazioni quelle giuste ancora non le ho trovate.

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Dino Buzzati e il suo bulldog Cicci

Parigi-altrove: solo andata

La scorsa domenica, sono arrivata all’aeroporto di Bologna, con largo anticipo. Ripartivo per Parigi, dopo quattro giorni trascorsi tra Milano e Padova. In questa breve parentesi, ho capito che gli anni passano per tutti, ma non per alcune amicizie, ho visitato per la prima volta il cimitero monumentale di Milano e ho scoperto che ha il soffitto dipinto di un blu immenso, mi sono ricordata perché scrivo e perché voglio fare della scrittura il mio mestiere, dopo una breve chiacchierata in Stazione Centrale, ho fatto incredibilmente il bagno a Chioggia ma ho resistito non più di un quarto d’ora nell’acqua, ho imparato a riconoscere le piazze di Padova e orientarmi nel centro storico andando in bici per viottoli e riviere, ho fatto la tessera per la biblioteca comunale e per un chiosco notturno, ho pensato a Parigi pochissime volte.

Ho preso un caffè al bar dell’aeroporto, zaino in spalla. Ho atteso cinque minuti. Poi dieci. Ho tirato fuori la carta d’imbarco e l’ho lasciata sul bancone. Lussi da compagnie low cost. Torno in macchina e dopo due ore sono di nuovo a Padova. Senza programmi, senza biglietti di ritorno, con pochissimi vestiti nello zaino (per chi mi avesse scorto con la stessa camicia bianca da almeno 4 giorni) e un sollievo che forse non provavo da mesi. Qualche nuovo amico e forse un’idea nuova di me, delle mie giornate in altre latitudini, in un’altra lingua, la mia, e con abitudini differenti. Il sentirsi altrove, finalmente, pur essendo tornati nel proprio paese.

Che il giorno dopo Padova abbia incoronato sindaco un leghista è un’altra storia. Che comincia una mattina d’inizio estate, trascorsa presso la casa dei Diritti “Don Gallo” insieme ai ragazzi dell’associazione Razzismo Stop e del progetto Melting Pot Europa.

Qui qualche immagine.

La palazzina recuperata dai ragazzi di Razzismo Stop, occupata da 60 rifugiati nord-africani dallo scorso dicembre, al civico 90 di via Tommaseo, Padova.

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L’assemblea generale. Tra i punti all’ordine del giorno, la vittoria alle elezioni comunali di Massimo Bitonci, leghista, e l’iniziativa No Borders Train, manifestazione europea per l’abbattimento delle frontiere interne in Europa, prevista per il 21 giugno.

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Alassane, 53 anni, dal Senegal, il falegname della casa. Chiacchieriamo un po’ in francese.

Alassane_DonGallo

Abdullah, 24 anni, originario del Ciad, tra i più giovani inquilini della Casa dei diritti “Don Gallo”. Sicuramente il più elegante.

Abdullah_DonGallo

La mattinata finisce. Ormai è quasi mezzogiorno, il caldo è impietoso. Ci si rifugia tutti dentro.

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A breve il reportage.

 

Soundtrack: C’eravamo tanto sbagliati, Lo Stato Sociale