Noir et blanc

Photo Credits: Jérôme Briot

“Essere nati in un paese e vivere in un altro è un po’ come avere un amante senza rinunciare del tutto al vecchio e devoto marito. Se il primo ci scontenta c’è sempre l’altro e viceversa: un paese ufficiale e uno di scorta.”

Gabriela Wiener, Corpo a corpo

Oggi avrei voluto fare a meno del mio paese di scorta. Non aver mai conosciuto il mio amante. Solo un vecchio e devoto marito. Nessun rischio, nessuna sfida, nessuna amarezza, nessun compromesso. Nessuna serata passata da sola davanti al monitor freddo di un computer. Nessuna sigaretta lasciata a spegnersi tra le dita. Conversazioni di cui distinguo perfettamente ogni parola e ogni sfumatura di significato, qualcuno da chiamare che non sia a mille chilometri di distanza, orizzonti conosciuti, solo passi certi, cadute sì ma sempre con una rete di salvataggio ad aspettarmi. Il vuoto, non sapere neppure cosa sia.

Stato d’animo ideale per cercare un volo in Italia.

Soundtrack: Billie Holiday, I’m a Fool to Want You

Facce da Nuit Fatale

Paris, Nuit Fatale, sabato 20 ottobre. Festival du Burlesque à la Bellevilloise.

Lucia, 26 anni, alla porta del Peep Show, controlla la fila e assicura che nessuno abbia con sé la macchinetta fotografica prima di assistere alla performance di spogliarello burlesque, ovvero cinque minuti in una piccola sala buia, dove due ballerine si esibiscono per sole 15 persone alla volta.

Lucia è tra le ragazze dell’Ecole des Filles de Joie, la scuola che sostiene la cultura del Cabaret Moderno e del Burlesque e insegna alle donne di ogni età e carattere, e girovita, l’arte della seduzione. Diretta dall’ipnotica e divina Juliette Dragon, la scuola offre corsi di American Show Girls, Iniziazione al Burlesque, Danza orientale, Espressione Scenica e stage per imparare a indossare, e a sfilare, un reggiseno con le paillettes.

Oscar, raffinato anfitrione, parisien et sevillano. Guida ai locali branché della capitale, dall’International della rue Moret al minuscolo Gast. Amico prezioso sin dalla prima settimana di vita nella capitale, per chiassose chiacchierate in italiano e serate cinema in rue des Prairies. Volontario al Paris Festival du Burlesque, “per sorvegliare affinché gli artisti si ubriachino e si divertano”.

Ospite d’onore alla Fiesta de la Muerte. L’esquelette. Costui era all’ingresso dello studio tatuaggi, al piano superiore della Bellevilloise, dove per 1 euro si aveva in cambio una malabar, la caramella con tatuaggio temporaneo integrato.

Lustrini. Pois. Coriandoli. Copri-capezzoli colorati e frustini. Erotismo allo stato puro, con altissimi picchi trash. Serpenti intorno al collo e sangue che scivola su curve di pelle bianchissima. Calaveras e tarocchi, morsi di vampiri e trucchi da zombie. Al centro, un ring per le sfide delle prorompenti ballerine. La mia preferita, Mosquito contro Ouaish Ouaish, tipico approccio da banlieusard.

Inseguita per le scale della Bellevilloise da una splendida Julià in versione Burlesque, perché io potessi immortalare uno tra i volti più eleganti di tutto il festival. La signora è rimasta fino alle 3 del mattino, per il concerto-performance di Juliette Dragon. Una volta iniziato il dj-set, ha preso serafica la via di casa, a piedi.

Ci sarebbe un’ultima faccia, per dovere di cronaca, della mia più bella retrouvaille, ma, come per il peep show, in certe occasioni non si fanno fotografie.

 

To be continued_

 

 

 

 

Un dimanche soir

Undicesimo giorno a Parigi. Primo trasloco.

Arrivo nella mia nuova casa, a pochi metro dalla fermata Place de Clichy, una rotonda impazzita di ostriche, cozze fritte, Mac Doner, maroquinerie odoranti di cuoio, alberghetti senza pretese, Bonjour, ça va? a ogni svolta del marciapiede, parrucchieri africani, lingue magrebine, una piazza che di francese sembra avere solo la statua del maresciallo Moncey, che nel 1814 difese la barriera di Clichy contro i russi, e oggi, dal suo piedistallo alto 8 metri, veglia su questo frenetico girotondo della capitale, che sfiora quattro arrondissement della città.

Quartiere brulicante ai piedi di Montmartre, umile e dimesso, Place de Clichy non gode di ottima reputazione tra i francesi, soprattutto tra i naturalizzati parigini. A me viene in mente un solo autoctono che amava tanto questa parte del diciottesimo: Mano Solo, adorata ugola nazionale, morto nel 2009 di AIDS, che implorava Parigi di prenderlo tra le braccia, da Barbès fino a Place Clichy, l’unico posto dove avrebbe voluto perdere la sua vita.

M’improvviso seguace del je-m’en-foutisme (che in italiano suonerebbe volgarmente come ‘menefreghismo’, perdendo il piglio chic tutto francese), lascio le valigie, in un pomeriggio di fine ottobre inaspettatamente caldo, prendo al volo una felpa e scendo per strada, decisa a lanciarmi nell’esplorazione della parte più selvatica del quartiere, lontana dai cavalli delle giostre di Abbesses e dalle luci a intermittenza di Pigalle. Ma prima di scivolare lungo Boulevard de Clichy, uno dei quattro assi della piazza, una distesa impertinente di tavolini di zinco che soffocano l’intero viale, passo almeno mezz’ora nella mia strada, e scopro che, nascosta dall’insipida rue Forest, che la precede, rue Cavallotti è tra le strade più eleganti del quartiere, anche in una tranquilla domenica sera. Et ouais, je suis là. 

Negozi chiusi. Lampioni bassi. E ogni saracinesca è un quadro, un antico affiche di un cinema o di un teatro d’avanspettacolo. Dal Moulin de la Galette alla Cigale, dal Trianon a un gioioso Moulin Rouge. Di serrata in serrata, tutta la storia del varietà parigino, che adesso ancora continua pochi metri più in là sul Boulevard de Clichy, mi scorre davanti, passo dopo passo. Un can can silenzioso prende vita ogni sera. Non appena i negozi abbassano le saracinesche, le cosce tornano ad alzarsi, in questa pinacoteca a cielo aperto della Parigi di una volta, che sembra quasi profumare ancora di cipria.

Lasciata rue Cavallotti, riprendo i vecchi intenti e mi dirigo verso la piazza. Che attraverso indenne, se non fosse per l’odore penetrante delle ostriche annacquate di succo di limone e i gamberi pallidi, in vendita per strada, insieme alle pannocchie abbrustolite e ai kebab. Lungo il Boulevard de Clichy, a destra si apre rue des Dames, tra le più vivaci del quartiere, con bar all’inglese e invitanti boulangerie. E una boutique di dubbio gusto per le dames più eccentriche della rue intitolata alle signore.

Intanto, all’ombra del boulevard, gli esercizi di stile dei writer della zona costellano le mura dei palazzi più alti. Tappezzate di manifesti dei concerti delle star africane, in tournée in Francia, le traverse del viale sono il teatro della battaglia culturale tra gli immigrati nordafricani, ormai padroni di Clichy, e la nuova leva degli studenti francesi, che si rifugiano nei quartieri sempre più vicini alla periferia per sfuggire alla piaga delle chambre de bonne da 10 metri quadri in centro.

Alla fine della rue de Dames, dove c’è anche un più ordinario Franprix, termina la mia prima balade nel diciottesimo arrondissement, che mi piace sempre di più, e dove resterò almeno fino a fine gennaio, in un appartamento che mi ha fatto capitolare dalla prima volta in cui ci ho messo piede. Dei francesi che mi chiedono perplessi perché proprio da queste parti, da buona je-m’en-foutiste, non me ne curo più di tanto. Per adesso, la mia vita a Parigi si è persa qui.

Bonne nuit, place Clichy.

Tutte le altre foto, sulla mia pagina Flick: AuVentMauvais

Paris, le matin

Sono le sette del mattino. Parigi si sveglia fuori dalla finestra. Sempre la stessa. Grigia, dura e inafferrabile. Infreddolita e scontrosa, dopo una notte gelida. Intrappolata nella grisaille perenne, che fa di ogni rantolo d’azzurro quasi un miracolo. Dal mio balcone, la mattina presto, il cielo non si fa chiaro prima delle otto e le uniche luci sono le finestre che sbadigliano una alla volta, pigre abat-jour che rischiarano i vetri e i neon assonnati degli uffici più mattinieri.

Il lunedì mattina, anche Parigi fatica ad alzarsi.

Soundtrack: Yann Tiersen et Jane Birkin, Plus d’Hiver

 

 

 

 

Cronache da Ankara

“Do you mind if you change the room?”

È quanto mi ha chiesto la ragazza bulgara appena arrivata al terzo piano del residence universitario di Ankara, sulla soglia della stanza di cui avevo appena preso possesso, riservata per me e per un’altra ragazza, in occasione del progetto europeo Start Over, tre giorni di laboratori e vagabondaggi per Anatolia e Cappadocia, che partono dal fantastico campus della Gazi University della capitale.

Scopo del progetto è la famigerata integrazione. La conoscenza reciproca tra ragazzi di nazionalità differente attraverso seminari e convegni e attività varie sulla cooperazione giovanile, la disoccupazione e le opportunità di lavoro in Europa. Ma, già dai consigli recapitati nelle nostre caselle di posta, roba come “non giocate a carte” (!), si capisce che per molti dei partecipanti, chissà forse anche per me, questa è solo una buona occasione per essere in Turchia e farsi un viaggio quasi interamente finanziato. Tuttavia, qui al residence l’atmosfera è seria e composta.

Di conseguenza, provate pure a chiedere al gentile receptionist turco di fare un’eccezione nella formazione delle camere e lasciarvi tra conterranei. Sarà inflessibile. Ma, una volta arrivate al terzo piano, se non vi controlla nessuno e soprattutto se la compagna di stanza è un’italiana (proverbialmente, secondo la commedia dell’arte europea, incline alle scorciatoie e alle infrazioni), ovvero la sottoscritta, ecco che le bulgare saranno accontentate. Io e la mia nuova amica (pugliese, tanto per rimanere in tema) dormiremo insieme e loro faranno lo stesso. A dir la verità, l’idea era venuta in mente anche a noi, ma ci piaceva tenere fede allo spirito del progetto e un po’ anche mantenere la parola data a chi ci aveva accolto al campus con così nobili propositi. Tant pis.

Ad Ankara, sono quasi le 11 di sera. Fa fresco, la luna è quasi piena e resta appesa sulla collina di luci che spunta dalla finestra. L’università, centro d’eccellenza della Turchia, è regale, come solo un edificio orientale (già che siamo in vena di generalizzazioni) sa essere, la hall sontuosa, la scalinata quasi trionfale e l’orizzonte che mette fine al giardino che si srotola di fronte all’ingresso si scorge a malapena.

Sono in Turchia solo da qualche ora. E già il profumo di quest’aria ha vinto la stanchezza, e gli occhi non riesco ancora a chiuderli per la moltitudine di veli, chador, camicie bianche, foulard, sandali, calze nere pesanti, tailleur, tacchi alti e occhiali da sole che spuntano dai burka, pelli scure, fez e tuniche chiare che mi ha travolto una volta atterrata a Istanbul, la terra cangiante, prima rossa poi scura poi macchiata di muschio e poi ancora chiara che si scorge dai finestrini sorvolando la Cappadocia più aspra e selvatica, il paesaggio brullo costellato di bandiere svolazzanti che scorre oltre l’autobus che conduce nel centro di Ankara.

Dopo quasi dieci ore di viaggio e più di sette mezzi di trasporto diversi, dopo agghiaccianti minuti di panico davanti a un cancello chiuso che doveva essere il nostro alloggio e ardui tentativi di mediazione culturale con un tassista turco, sono a pezzi, ma non posso fare a meno di guardarmi intorno, origliare le chiacchiere multiculturali dei vari tavolini e chiedermi quanto la socializzazione coatta con sconosciuti sia utile all’integrazione o non favorisca invece l’insorgere, o la conferma, dei vecchi cari stereotipi sugli europei.

“In Italy, you are considered crazy if you drink coffee after eleven a.m. You can drink only cappuccino then”. Really? Questo è quanto hanno appena detto le ragazze lituane alla mia destra. Eppure, a metà mattinata, nel mio ufficio si telefona al bar per le ordinazioni, nella mia famiglia si prende il caffè dopo cena e alle cinque del pomeriggio c’è sempre una moka sul fuoco. E vabbè che noi siamo meridionali…

Forse, l’integrazione ai tempi del low cost, i viaggi condizionati dalle offerte delle compagnie aeree, hanno permesso a quasi tutti di fare un salto fuori dal proprio habitat ma, d’altro canto, sembrano quasi appiattire le destinazioni. Una pare uguale all’altra, l’integrazione, come la conoscenza reciproca, è solo un effetto collaterale, l’importante è partire e obbedire all’imperativo categorico che impone agli under30 di tutta Europa di essere cosmopoliti, globali e versatili.

Che dire, prima di finire ulteriormente fuori tema e mettere fine degnamente tale flusso di pensieri? Viva la mediazione culturale, le prime impressioni e i loro provvidi margini di miglioramento!

Io, mettendo piede in Turchia, ho appena realizzato un sogno. E, per quanto riguarda pregiudizi e cliché, vado in direzione contraria e posso affermare che i turchi, anche ad Ankara, non sanno affatto parlare inglese, il caffè turco, per quanto annacquato, tiene svegli, e la cucina, soprattutto quella servita a bordo della Turkish Airlines, sui comodissimi sedili colore pastello, è speziata sì ma buonissima e per nulla aggressiva per stomaci abituati a condimenti a base di olio extravergine d’oliva salentino e origano.

E soprattutto, per fortuna, non tutti i bagni sono alla turca.

 

i ga iga i gai

(hanno legato i galli, scioglilingua padovano).

Giù al Nord. Prima fermata: Padova.

In tre giorni all’altro capo della penisola, ho avuto come vicini di casa due ragazzi di Santa Maria di Leuca, ho scoperto che la prima pizzeria in cui mi sono seduta è gestita da un parabitano e la ragazza che mi ha servito un cono al pistacchio è di Zollino.

E, a Prato della Valle, c’erano un paio di occhi che somigliano ai miei quando raccontano di viaggi, di strade nascoste e non si stancano mai di camminare. O di fare colazione fuori. E mi sono sentita a casa.

Parigi in bicicletta

La Rue du Faubourg Saint-Antoine è una delle strade più antiche di Parigi. Deve il suo nome all’abbazia di Saint-Antoine des Champs, divenuta poi l’ospedale di Saint-Antoine, ed è una delle brulicanti arterie che si staccano dalla rotonda di place de la Nation e procedono dritto in discesa. Da grande asse del 20esimo arrondissement, elegante e popolare allo stesso tempo, si trasforma in frizzante strada dell’11esimo, con le boutique, le raffinate boulangerie e i caffè. Scendendo giù, e alzando lo sguardo, ci s’imbatte improvvisamente nell’angelo d’oro della Bastiglia, che compare al di là della grigia cortina dei tetti di Parigi. Fino ad arrivare ai suoi piedi, dopo quasi due chilometri di strada.

Come la città stessa, cela mille anime, ed è la strada dove ci sono l’Extra Old Cafè e la Liberté, i caffè dove mi sono seduta in compagnia di persone speciali, tra cui un amico incontrato per caso a uno di quei terribili e interminabili rendez-vous parigini, alla ricerca disperata di un appartamento, appuntamento che sarebbe dovuto durare un pomeriggio intero e si trasformò in un’avventurosa balade alla scoperta del decimo arrondissement.

Ma torniamo nel quartiere.

La Rue du Faubourg Saint-Antoine incrocia Avenue Ledru-Rollin, Rue des Boulets, Rue de Montreuil, è vicina a Rue de Charonne, a Boulevard Voltaire, si biforca, cambia carattere, colori e ampiezza.

Per tradizione, questo è il viale dove ebanisti e tappezzieri hanno aperto i propri atelier e l’arte del mobile è ancora di casa, ma è anche la strada dove perdersi in uno dei tanti misteriosi passages parisiens, gallerie urbane, collegamento tra una strada e l’altra, dove la città cela le sue meraviglie, nascoste in quelli che la lingua inglese chiama behinds, le quinte. Uno fra tutti, le passage de la Boule-Blanche, che ospita i celebri Cahiers du Cinéma. E poi la cour de Bel-Air, la Cour de l’Etoile d’Or et la Cour des Trois-Frères. E risalendo, verso Place de la Nation, si trova le passage de la Bonne Graine, che collega ad Avenue Ledru-Rollin, passaggio cantato da Edith Piaf, in una delle sue ballate, “J’m’en fous pas mal”.

Oggi, rampicanti si attorcigliano in molti di questi cortili, altri invece hanno assunto un aspetto decadente, in disuso, risvegliato solo dalle vecchie insegne delle attività di un tempo. Altri sono le residenze hype della nuova piccola borghesia intellettuale, in un crescendo di gentrification che ha stravolto l’anima di questo quartiere.

Un labirinto di tunnel, gallerie, corti e passaggi, alcuni vecchi di secoli, che hanno fatto di questo faubourg uno dei più rivoltosi, quando era tempo di ergere barricate e contrastare l’avanzata di un potere tiranno, nei moti che travolsero Parigi nel giugno del 1848. All’epoca, la città era ancora intrisa di echi d’Ancien Régime e costruita come un villaggio, un intreccio di viuzze e strettoie, prima che il Barone Haussmann spianasse quest’intricata meraviglia di ruelle dando vita ai grand boulevard.

vieilledame

Chi mi conosce almeno un po’ sa che ho vissuto a Parigi, forse l’anno più bello della mia vita. Il che mi ha reso incapace di vivere in maniera pienamente soddisfacente in qualsiasi altro posto che non sia ai piedi di una torre di ferro. Esagerata? Sì, forse, un po’. In ogni caso, ho precedenti illustri:

If you are lucky enough to have lived in Paris as a young man, then wherever you go for the rest of your life, it stays with you, for Paris is a moveable feast.

Ernest Hemingway, A moveable feast.

E non che sia stato un anno facile. Ma, come canta Yves Montand, “les ennuis” sono dappertutto, Parigi no. E anche il vento, quando arriva a specchiarsi nella Senna, non ha che una sola preoccupazione: andare a spassarsela nei bistrò più belli della città. Ma Montand era una di quelle anime perdutamente innamorate di Parigi, e non riusciva a spiegarsi perché fosse travolto dall’emozione, passeggiando lungo i quai de Seine.

Io ho vissuto uno splendido periodo rosa, proprio quando abitavo a Nation. Era aprile. E mi avevano appena regalato una bicicletta azzurra. Mi divertivo a girare intorno alle due colonne di place de la Nation e poi a pedalare giù per la rue du Faubourg Saint-Antoine. Erano giorni in cui camminavo sulle nuvole di Parigi, sprofondati improvvisamente in un periodo blu. Il cui strascico, dopo i tre mesi scintillanti passati a New York City, era ancora qui ad aspettarmi, una volta tornata.

“As it has never been”, avrebbe detto Susan Sontag.

Bon, tant pis. Se un giorno finirò di nuovo a Parigi, andrò a riprendere la mia vecchia bicicletta azzurra e, arrivata a Nation, girerò intorno alla piazza, lasciandomi alle spalle le due colonne e mi tufferò lungo la Rue du Faubourg Saint-Antoine. Sono sicura di riuscire ancora ad indovinare il momento esatto in cui, dai tetti grigi di Parigi, si stacca il profilo dell’angelo d’oro di Bastille. E forse smetterò di pretendere sempre qualcosa in più, perché mi sembrerà di avere di nuovo tra le mani tutto quello che ho sempre voluto, anche solo per il tempo di una discesa.

Intanto, mi diverto in bicicletta nelle giravolte del centro storico di Lecce. Qui dai tetti piatti dei palazzi, dai frontoni delle chiese e dai capricci del barocco, spunta all’improvviso Sant’Oronzo, con il suo corteo di angeli e santi, che se la ride dall’alto della sua colonna del brulichio affannoso della città. E forse anche di me.

Drawing © Vincent Gavarino

Soundtrack: Yves Montand, La ballade de Paris