Cronache da Ankara

“Do you mind if you change the room?”

È quanto mi ha chiesto la ragazza bulgara appena arrivata al terzo piano del residence universitario di Ankara, sulla soglia della stanza di cui avevo appena preso possesso, riservata per me e per un’altra ragazza, in occasione del progetto europeo Start Over, tre giorni di laboratori e vagabondaggi per Anatolia e Cappadocia, che partono dal fantastico campus della Gazi University della capitale.

Scopo del progetto è la famigerata integrazione. La conoscenza reciproca tra ragazzi di nazionalità differente attraverso seminari e convegni e attività varie sulla cooperazione giovanile, la disoccupazione e le opportunità di lavoro in Europa. Ma, già dai consigli recapitati nelle nostre caselle di posta, roba come “non giocate a carte” (!), si capisce che per molti dei partecipanti, chissà forse anche per me, questa è solo una buona occasione per essere in Turchia e farsi un viaggio quasi interamente finanziato. Tuttavia, qui al residence l’atmosfera è seria e composta.

Di conseguenza, provate pure a chiedere al gentile receptionist turco di fare un’eccezione nella formazione delle camere e lasciarvi tra conterranei. Sarà inflessibile. Ma, una volta arrivate al terzo piano, se non vi controlla nessuno e soprattutto se la compagna di stanza è un’italiana (proverbialmente, secondo la commedia dell’arte europea, incline alle scorciatoie e alle infrazioni), ovvero la sottoscritta, ecco che le bulgare saranno accontentate. Io e la mia nuova amica (pugliese, tanto per rimanere in tema) dormiremo insieme e loro faranno lo stesso. A dir la verità, l’idea era venuta in mente anche a noi, ma ci piaceva tenere fede allo spirito del progetto e un po’ anche mantenere la parola data a chi ci aveva accolto al campus con così nobili propositi. Tant pis.

Ad Ankara, sono quasi le 11 di sera. Fa fresco, la luna è quasi piena e resta appesa sulla collina di luci che spunta dalla finestra. L’università, centro d’eccellenza della Turchia, è regale, come solo un edificio orientale (già che siamo in vena di generalizzazioni) sa essere, la hall sontuosa, la scalinata quasi trionfale e l’orizzonte che mette fine al giardino che si srotola di fronte all’ingresso si scorge a malapena.

Sono in Turchia solo da qualche ora. E già il profumo di quest’aria ha vinto la stanchezza, e gli occhi non riesco ancora a chiuderli per la moltitudine di veli, chador, camicie bianche, foulard, sandali, calze nere pesanti, tailleur, tacchi alti e occhiali da sole che spuntano dai burka, pelli scure, fez e tuniche chiare che mi ha travolto una volta atterrata a Istanbul, la terra cangiante, prima rossa poi scura poi macchiata di muschio e poi ancora chiara che si scorge dai finestrini sorvolando la Cappadocia più aspra e selvatica, il paesaggio brullo costellato di bandiere svolazzanti che scorre oltre l’autobus che conduce nel centro di Ankara.

Dopo quasi dieci ore di viaggio e più di sette mezzi di trasporto diversi, dopo agghiaccianti minuti di panico davanti a un cancello chiuso che doveva essere il nostro alloggio e ardui tentativi di mediazione culturale con un tassista turco, sono a pezzi, ma non posso fare a meno di guardarmi intorno, origliare le chiacchiere multiculturali dei vari tavolini e chiedermi quanto la socializzazione coatta con sconosciuti sia utile all’integrazione o non favorisca invece l’insorgere, o la conferma, dei vecchi cari stereotipi sugli europei.

“In Italy, you are considered crazy if you drink coffee after eleven a.m. You can drink only cappuccino then”. Really? Questo è quanto hanno appena detto le ragazze lituane alla mia destra. Eppure, a metà mattinata, nel mio ufficio si telefona al bar per le ordinazioni, nella mia famiglia si prende il caffè dopo cena e alle cinque del pomeriggio c’è sempre una moka sul fuoco. E vabbè che noi siamo meridionali…

Forse, l’integrazione ai tempi del low cost, i viaggi condizionati dalle offerte delle compagnie aeree, hanno permesso a quasi tutti di fare un salto fuori dal proprio habitat ma, d’altro canto, sembrano quasi appiattire le destinazioni. Una pare uguale all’altra, l’integrazione, come la conoscenza reciproca, è solo un effetto collaterale, l’importante è partire e obbedire all’imperativo categorico che impone agli under30 di tutta Europa di essere cosmopoliti, globali e versatili.

Che dire, prima di finire ulteriormente fuori tema e mettere fine degnamente tale flusso di pensieri? Viva la mediazione culturale, le prime impressioni e i loro provvidi margini di miglioramento!

Io, mettendo piede in Turchia, ho appena realizzato un sogno. E, per quanto riguarda pregiudizi e cliché, vado in direzione contraria e posso affermare che i turchi, anche ad Ankara, non sanno affatto parlare inglese, il caffè turco, per quanto annacquato, tiene svegli, e la cucina, soprattutto quella servita a bordo della Turkish Airlines, sui comodissimi sedili colore pastello, è speziata sì ma buonissima e per nulla aggressiva per stomaci abituati a condimenti a base di olio extravergine d’oliva salentino e origano.

E soprattutto, per fortuna, non tutti i bagni sono alla turca.

 

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