Oltre la sponda conosciuta

“Per vent’anni ho studiato la lingua italiana come se nuotassi lungo i contorni di quel lago. Sempre accanto alla mia lingua dominante, l’inglese. Sempre costeggiandola. È stato un buon esercizio. Benefico per i muscoli, per il cervello, ma non certo emozionante. Studiando una lingua straniera in questo modo, non si può affogare. L’altra lingua è sempre lì per sostenerti, per salvarti. Ma non si può galleggiare senza la possibilità di annegare, di colare a picco. Per conoscere una nuova lingua, per immergersi, si deve lasciare la sponda. Senza salvagente. Senza poter contare sulla terraferma”.

Jhumpa Lahiri è una scrittrice statunitense di origine bengalese. Vive a Roma, da quando ha deciso di abbandonare definitivamente la sponda conosciuta e andare a vivere in Italia. Questo è un estratto dal suo primo racconto pubblicato su Internazionale in lingua italiana, “La traversata”.

© Gabriella Giandelli

Leggo queste righe di ritorno in Francia, dopo dieci giorni in Italia. Precisamente dopo l’ennesima boutade del più celebre erede di casa nostra sulla voglia di lavorare dei giovani italiani e a qualche ora dalla notizia che un certo Baricco sia tra i preferiti del neo premier (eletto in piena post-democrazia bypassando spensieratamente le elezioni) per il Ministero della Cultura. In pochi giorni, presso la sponda conosciuta, ho assistito allo scandalo delle rivelazioni di Friedman e mi sono chiesta se ormai non avessi attraversato da troppo tempo il lago per capire il perché di tutto questo parlare concitato attorno a un libro di un giornalista inglese (forse anche lui stupito dal tanto rumore a giudicare dalla faccia basita che mostrava nei talk show) che racconta come un Presidente della Repubblica abbia potuto contattare anzitempo un uomo di fiducia in vista di un nuovo governo.

Ho seguito, con curiosità e amarezza, l’ennesima caduta di governo, la legge elettorale che non riesce a decollare e l’avvento di un Matteo Renzi trionfante in Smart che promette finalmente brezze politiche nuove facendo comunella con Alfano, regalandoci soprattutto una memorabile staffetta di San Valentino. Dai piani alti, precisamente il suddetto Alfano, ci si rallegra “kafkianamente” (cit.) dei risultati del governo Letta per un misero +0,1% di PIL, ignorando l’impennata di suicidi dovuti alla crisi nel 2013 (l’ultimo, l’imprenditore padovano Zanardi) e i 478 decreti (di cui 50 urgentissimi) che il governo Renzi eredita dalle precedenti legislature, Monti e Letta, provvedimenti necessari per completare le riforme previste per il rilancio dell’economia. In ultimo, ho visto la faccia di Giovanardi senza vergogna nel protestare contro la decisione della Corte Costituzionale che ha finalmente invalidato la legge che porta il suo nome e, al disgusto non c’è mai fine, gli occhi lucidi di Barbara D’Urso davanti alla protagonista della cronaca rosa della settimana, Raffaella Fico.

Ho rivisto amici, parenti, il mare, i kite-surfer, i miei vecchi libri di fiabe. Ho intravisto per le strade un cucciolo di poney portato al guinzaglio e un uomo vestito da panda che chiede l’elemosina nel centro storico di Padova. Ho bevuto meno campari soda di quanti avrei voluto e mangiato la quantità di cibo che di solito ingurgito in un mese. Ho letto tanti libri, giornali dalla prima all’ultima pagina, passato ore a guardare su YouTube tutti i video per i quali non ho mai tempo.

Lungi dal considerare la Francia come il paese perfetto, ho iniziato giorno dopo giorno a desiderare di tornare a casa. Nonostante l’amarezza delle recenti vicende politiche, credo sia una semplice questione di routine quotidiana. Volevo tornare a lavorare la mattina presto, a scrivere verso le 8 di mattina quando la mia casa è inondata di luce, a sentire di nuovo le zampe dei gatti di notte o il suono del sassofono della rue Fernand Léger la sera, quando torno verso casa. Forse perché le cose che hanno lo stesso odore devono stare insieme. O semplicemente perché, come diceva Chatwin, si torna a casa solo per desiderare di partire di nuovo e viceversa.

Sono tornata a Parigi, certa che questo viaggio abbia sortito l’effetto sperato. Preferisco restare oltre la sponda conosciuta, con l’eventualità di annegare, colare a picco, dove continuo a non toccare il fondo con i piedi, ma annaspo sempre di meno.

Image © Gabriella Giandelli

Soundtrack: Sono un ribelle mamma, Skiantos

Francia e omofobia: ritorno al passato

L’ultimo fine-settimana, a Parigi, due manifestazioni hanno attraversato la città. Le prime bandiere si sono levate sabato 1° febbraio, nei dintorni di Place Joffre, nel settimo arrondissement, dirette verso l’ambasciata spagnola, in segno di protesta contro il progetto di legge del governo Rajoy che  fa dell’aborto un reato depenalizzato, giustificabile solo in caso di pericolo per la salute fisica e psicologica della donna o se questa è stata vittima di stupro, precedentemente denunciato. In tanti hanno raccolto l’invito a manifestare il proprio dissenso, dai socialisti ai comunisti, uniti per difendere la libertà delle donne, in Spagna e nel mondo.

La risposta, tuttavia, non s’è fatta attendere. Solo il giorno dopo, domenica 2, Parigi è stata invasa dalla furia reazionaria della Manif pour tous (Manifestazione per tutti), inevitabile sfogo di collera e tensione di una settimana travagliata in Francia. Tutto, infatti, è cominciato circa dieci giorni fa, quando i tranquilli focolari francesi sono stati turbati da un sms anonimo, che informava padri e madri di famiglie timorati di Dio che la scuola avrebbe cominciato a insegnare ai loro bambini la fantomatica “teoria del genere”, ma non solo. Sarebbero seguiti accenni alla natura omosessuale e alla pratica della masturbazione. Conseguenza di tale allerta, una giornata, lunedì 27 gennaio, in cui i bambini sono rimasti a casa, al sicuro da ogni eventuale “vague” di liberalismo scolastico. Decine di migliaia di persone, armate delle bandiere rosa e blu, colori ormai tristemente associati all’omofobia qui in Francia, hanno sfilato quindi domenica tra Champ-de-Mars e Denfert-Rochereau, trascinandosi dietro i propri figli, che, intervistati, sapevano ben poco delle ragioni della marcia, e protestando contro la riforma della famiglia del ministro Taubira, la maternità surrogata, la procreazione assistita per le coppie lesbiche, la sedicente “lobby” Lgbt e, soprattutto, l’insegnamento dell’uguaglianza dei sessi a scuola.

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Ludovine de la Rochère, presidente dell’associazione Manif pour tous, insorge contro “l’Abc dell’uguaglianza”, una sorta di manuale proposto dal Ministero dell’Educazione francese, che dovrebbe aiutare a dissipare gli stereotipi maschili e femminili sin dalla più tenera età. Frainteso dai manifestanti, il libello è ormai il simbolo di un governo che s’impegna, secondo la Rochère, a “diluire il legame tra padre-madre-bambino e contrastare l’alterità tra uomo e donna”. A galvanizzare le ire dei cattolici integralisti, anche un manipolo di francesi musulmani, muniti di striscioni, a gridare il loro “no” al matrimonio omosessuale. “Un bene che siano venuti anche loro”, ha riportato il sito Rue89, che ha intervistato i manifestanti, “noi cattolici siamo troppo tranquilli”.

Un identico corteo ha dato il meglio di sé domenica 26 gennaio, per il cosiddetto “Jour de colère”, letteralmente “Giorno di collera”, un vero e proprio Dies Irae che ha ben poco dell’armonia della composizione mozartiana. Riuniti per l’amore della Francia e del bene comune, con il pretesto della ormai trasfigurata libertà d’espressione, armati di improbabili cornamuse e striscioni con “Liberté, Egalité, Dieudonné“, c’erano anti-semiti, omofobi, partigiani della cosiddetta “Primavera francese”, mai così grigia come quest’anno, a levare il dito medio, e non solo metaforicamente, contro ilgoverno Hollande, che favorisce emigrazione, omosessualità e non si preoccupa dei suoi francesi purosangue, afflitti dalla disoccupazione (ma con un sussidio non poco rilevante che arriva puntuale sui conti in banca ogni mese).

Un brivido di esultanza avrà sicuramente percorso la schiena dei circa 100.000 manifestanti che hanno sfilato per la Francia il 2 febbraio, quando il primo ministro Jean-Marc Ayrault ha dichiarato che la temuta riforma sulla famiglia è annullata, almeno fino al 2015. L’ennesima conferma della debolezza della sinistra francese, esitante e succube dell’integralismo del popolo.

La storica e tradizionale libertà francese s’è ormai svuotata di significato. La stessa parola “genere” ormai provoca sussulti e subisce la censura ufficiale del governo, che non ha esitato a sospendere unciclo di conferenze universitarie sul tema, bloccare la pubblicazione di un libro intitolato “Déjouer le genre” e sostituire il termine incriminato con il più cauto binomio “garçon-filles”, “ragazzi-ragazze“. L’uguaglianza s’è ormai dissolta con la benedizione del genio d’oro della Bastiglia, tappa obbligata di ogni manifestazione che si rispetti. E la fraternità, ahimè, non si vede più, almeno dai primi scontri in banlieue, una decina d’anni fa. Paese rivoluzionario per eccellenza, la Francia sembra essere scivolata nel più squallido furore reazionario.

Fieri del loro successo, e dell’ovvia impressionante copertura mediatica, i manifestanti della domenica saranno tornati soddisfatti e gonfi d’amor patrio ai loro sacri talami. Probabilmente prendendo la metropolitana, che ormai da settimane è tappezzata di pubblicità di siti d’incontri on-line per coppie annoiate e alla ricerca di una piccola fuga extra-matrimoniale, ultime vestigia del libertinismo francese, unico segno tangibile dell’emancipazione sessuale, misera illusione della più infima delle libertà.

 

Qui l’articolo pubblicato su FQParigi, il blog parigino de Il Fatto Quotidiano.

“Pyongyang”: incubo coreano a fumetti

“Potrebbe essere un racconto di fantascienza, se solo la Corea del Nord non esistesse davvero”. Più un reportage che una storia a fumetti, “Pyongyang” è un perfetto esempio di graphic journalism. Meno serio della Palestina di Joe Sacco, più inquietante della Persepolis di Marjane Satrapi, “Pyongyang”, album del fumettista canadese Guy Delisle, uscito in Francia nel 2003, ripubblicato in Italia lo scorso marzo dalla Rizzoli Lizard, è un vero e proprio ritratto, dall’interno, di una nazione chiusa a doppia mandata su se stessa.

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Residente a Pyongyang per due mesi, inserito in una squadra di disegnatori a lavoro su un cartone animato francese, Delisle tocca con mano la vita quotidiana dei nordcoreani, le loro paure e ipocrisie, le abitudini e le stravaganze. E, dai suoi appunti notturni, ricostruisce per immagini cosa vuol dire vivere nella dittatura del “Presidente eterno”, nella bugia di un paese considerato, insieme all’Afghanistan, il più corrotto del mondo.

LE LACRIME PER IL PRESIDENTE. A metà tra “Fahrenheit 451” e “1984”, Delisle utilizza l’arma del grottesco per far digerire al lettore l’oppressiva realtà di un regime totalitario. Sì perché quello che più inquieta non è la presenza dei ritratti del presidente su ogni superficie della nazione, dalle bluse degli uomini alle classi nelle scuole, non è neppure la completa disinformazione su quanto succede fuori e dentro i confini nordcoreani, ma è la partecipazione attiva, e positiva, del popolo a questa grande menzogna, il coinvolgimento emotivo dei sudditi, incapaci di trattenere le lacrime al cospetto di una statua a grandezza naturale del Presidente Eterno. Il ritmo delle pagine è magistralmente dosato, ma il tempo cola lento, tra visite obbligatorie ai monumenti del regime e provvide fughe presso le comunità occidentali in Corea, oasi di “normalità” in un paese in cui tutto sembra andare al contrario, compresi i suoi abitanti, che si dilettano a camminare all’indietro. “Varie ed eventuali: Non si può far nulla da soli: la presenza della guida o dell’interprete è necessaria in ogni genere di situazione. Mance: vietate. Mai fare dello humour sul grande leader o sul corpo dirigente. Portare rispetto”.

UNA FRONTIERA ANCHE MENTALE. Lo stesso scoppiettare di gag sembra subire l’effetto plumbeo della permanenza a Pyongyang. Il grigiume della vita contamina l’autore e, pagina dopo pagina, si dirada un affresco grottesco di un paese che mantiene la maggior parte della sua popolazione in condizioni di indigenza, ignoranza e ricatto psicologico. I nordcoreani appaiono come congelati in un’epoca senza passato né futuro, in un asfittico presente anchilosato dalla vita di regime. Il cordone militare che racchiude la Corea del Nord si fa frontiera mentale, annientando la libera curiosità dei suoi cittadini.

p4Il culto di Kim Il-Sung, eletto “presidente eterno” dopo la sua morte, e del figlio Kim Jong-il, il “caro leader”, è impressionante soprattutto tra i più semplici, che hanno bisogno di un visto per poter attraversare due villaggi e ai quali si nega anche l’elemosina di un sacco di riso. E qui la stessa presenza di Delisle è una denuncia, quella contro un Occidente che critica l’abietta dittatura ma non esita a delocalizzare in Corea del Nord, ormai preferita alla Cina, pur di approfittare di una produzione a bassissimi costi.

LA PAURA DEI CAMPI. A metà del racconto, Delisle non può fare a meno di chiedersi se i nordcoreani credano davvero alle stupidaggini della propaganda di regime. Ma il dubbio si scontra con la triste realtà, quella della paura di finire in uno dei tanti campi di rieducazione sparsi per la nazione. Si preferisce, quindi, vivere in uno stato paradossale in cui la verità è cangiante, adattabile secondo le circostanze, sempre e comunque prostrata al regime. La Corea del Nord è avvolta dalla membrana fagocitante della dittatura, tanto che poco o nulla traspare del suo paesaggio, dei vasti spazi, della natura, che fa capolino brevemente, anch’essa, sembrerebbe, sottoposta a censura. Le pagine si chiudono su un aeroplano di carta lanciato dalla finestra, unica evasione concessa, unico strappo alla regola in un paese dove anche i bambini ridono previo ordine.

Qui l’articolo pubblicato su OggiViaggi.

Libération a 40 ans

“Eravamo in 50 in 30 metri quadri e tutti fumavano Gauloises”, è il ricordo vivido di uno dei redattori. Era il 5 febbraio del 1973, quando il primo numero di Libération debutta nei chioschi. Non c’è ancora il celebre logotipo rosso, ma una fotografia campeggia sulla prima pagina, accanto alla promessa editoriale “Si vous le voulez un quotidien libre tous les matins”, letteralmente “Se lo volete, un quotidiano libero tutte le mattine”. Si presenta così, alla Francia post-sessantottina, il primo numero di Libé, come è affettuosamente soprannominato, un puro prodotto del maggio ’68, concepito in un momento d’ebbrezza, quasi d’incoscienza. Diventato ufficialmente un quotidiano nel maggio del ’73, venduto in edicola al prezzo di 0,80 franchi, Libération ha festeggiato i suoi 40 anni lo scorso anno, celebrando quattro decenni di informazione militante e attivismo.

Per l’occasione, la redazione ha lavorato a uno speciale “libro anniversario”, dove si racconta la storia di un’epoca, si passano in rassegna circa 10.000 edizioni del quotidiano e il lavoro di quasi 1000 giornalisti. Ma non solo. Libé ha raccolto tutte le sue prime pagine più significative in una mostra al centro d’arte contemporanea 104, nel nord di Parigi, e ha organizzato una serata danzante con ospiti internazionali e personalità del mondo dell’arte. “Perché fare un evento di quello che alla fine è stato solo un susseguirsi di giornate e giornali?”, è la domanda retorica del direttore Nicolas Demorand. La risposta, almeno in parte, è nei numeri: lo scorso 9 luglio, il giornale punto di riferimento degli intellettuali di sinistra, il primo organo d’informazione francese a parlare di omosessualità, aborto, ambientalismo e carceri, ha festeggiato i 10.000 numeri, che, tradotti in cifre, equivalgono a 80 km di carta, 800.000 titoli, 2 miliardi di battute e quasi 450.000 foto.

“Peuple, prends la parole et garde-la”, letteralmente “Popolo, prendi la parola e mantienila”. Era questo lo slogan di Libération, che, con la benedizione di Sartre, padre fondatore del quotidiano, sin dai suoi primi passi ha tentato di rivoluzionare la stampa: stesso stipendio per tutti, dal direttore all’ultimo arrivato, gerarchia ridotta al minimo, niente pubblicità e niente azionisti privati, per una completa indipendenza dell’informazione. Erano gli anni dell’avventura e dell’audacia, si sopravviveva grazie agli amici artisti che mettevano in vendita all’asta le loro opere d’arte e alle donazioni dei primi affezionati lettori. Questa semi-anarchia arrivò a un punto cruciale quando nel 1981 il giornale cessò le pubblicazioni. “Libération s’arrête pour libérer Libération”, aveva dichiarato Serge July, cinefilo e intellettuale amico di Sartre, che, appena ottenuti pieni poteri decisionali, licenziò in massa i redattori e scelse di ricominciare con una squadra ridotta, incaricata di ideare il “giornale che abbiamo voglia di leggere”. Superato l’impasse, il giornale tornò in edicola per quello che viene ricordato come il suo decennio d’oro, ma anche come il momento della normalizzazione, inevitabile per quanto non desiderata all’unanimità. Libé abbandona il chiassoso quartiere di Barbès e si rifugia presso place de la Bastille, in una nuova sede, dove inizia ad aprire la porta anche alle prime pubblicità.

Non per questo, tuttavia, Libé perde la sua impertinenza e il suo piglio audace, visibile negli arguti giochi di parole e nei titoli taglienti. Il quotidiano mantiene la promessa di un impegno non solo politico, ma anche estetico, dall’immagine in copertina alle illustrazioni che accompagnano gli articoli all’interno, tutti simboli di uno stile che, capitanato dalla losanga rossa, hanno contribuito a dare al quotidiano un’impronta unica sulla scena dell’informazione. Sotto l’egida di Serge July, prende forma il primo giornale in cui non ci sono redattori professionisti ma si dà spazio alle voci dal basso, come Michel Chemin, giovane operaio metallurgico che si ritrova a integrare la redazione nel 1974. E, nell’intenzione di avvicinarsi al giornalismo statunitense, gli articoli assumono sin da subito un taglio soggettivo, emotivo, che va oltre il semplice resoconto dei fatti e non ha paura di prendere posizione e schierarsi. Libérations’impone come quotidiano militante, che ospita sulle sue pagine gli scritti di autori come Marguerite Duras, le opinioni dei filosofi vicini agli ambienti di sinistra e inaugura i suoi celebri ritratti.

L’anniversario ha coinciso, purtroppo, con un triste record per il quotidiano, le cui vendite, dallo scorso gennaio, sono precipitate del 41%. Ma non solo. Libé deve anche fare i conti con un certo malcontento, sempre più diffuso, tra chi vede nel quotidiano fondato da Sartre il simbolo di una certa Francia bobo, affezionata ai suoi cliché piuttosto che a una vera informazione. Un anno intenso per Libé, che, come se non bastasse, il 18 novembre scorso, ha assistito inerme all’attentato dove è rimasto ferito un giovane fotografo di 23 anni. È stato forse per distendere l’atmosfera e placare gli animi che, in redazione, si sono lasciati andare a qualche divertissement, come il numero immaginario del quotidiano, datato 1° dicembre 2053, dove i giornalisti hanno immaginato l’attualità dei prossimi 40 anni, dopo un black out di internet durato 6 ore, e un’edizione d’autore, firmata da Bob Wilson, ospite d’onore del numero del 28 novembre, concepito, creato e impaginato in persona dal regista statunitense, invitato per un giorno negli uffici di Libé, per giocare con battute e titoli, finendo per incorniciare le pagine del quotidiano con un testo del suo amico John Cage.

Per non soccombere davanti alle gravi perdite economiche, già nel 2006 il quotidiano si era sottoposto all’acquisto del 40% delle sue quote da parte dell’imprenditore francese Edouard de Rothschild, evento che provocò le dimissioni di giornalisti come l’inviata Florence Aubenas ma anche dell’allora direttore July, il quale si disse pronto a sacrificarsi per l’avvenire del giornale. Il suo solo sacrificio non basterà: alla fine del 2006, sono 76 i dipendenti che perdono il posto. Duro, in proposito, il commento di Bernard Lallement, tra i fondatori del giornale, che dichiara caustico: “Il denaro non ha idee”.

Oggi Libé è cambiato. A fumare Gauloises nella redazione non ci sono più gli intellettuali che leggono Foucault, ma studenti formati nelle scuole di giornalismo e redattori professionisti. A quarant’anni dalla prima copertina, Libération incarna ancora l’idea di stampa militante ma non è più il quotidiano “movimentista senza partito”, come l’aveva definito una decina d’anni fa Serge July. Sulle pagine di Internazionale, Christian Caujolle, fondatore dell’agenzia fotografica VU e photo editor durante gli anni d’oro di Libération, scrive: “[…] anche se abbiamo amato l’epoca di libertà e creatività che abbiamo avuto la fortuna di vivere, è inevitabile che il mondo cambi e cambi anche la stampa. Rimane da capire qual è oggi ‘il giornale che abbiamo voglia di leggere’”.

 

Qui l’articolo pubblicato su Doppiozero.

Home is a place in the mind

Even after more than twenty-five years the long-winded lady cannot think of herself as a ‘real’ New Yorker. If she has a title, it is one held by many others, that of a traveler in residence. A a traveler she is interested in what she sees, but she is not very curious, not even inquisitive. She is not a sightseer, never an explorer. Little out-of-the-way places have to be right next door to whatever she happens to be living for her to discover them. She has never felt the urge that drives people to investigate the city from top to bottom. Large areas of city living are a blank to her. She knows next to nothing about the Lower East Side, less about the Upper East Side, nothing at all about the Upper West Side. She believes the small, inexpensive restaurants are the home fires of New York City. She seldom goes to theater or to the movies or to art galleries or museums. She likes parades very much. She wishes we could have music in the streets – strolling violinists, singers, barrel organs without monkeys.

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She thinks the best view of the city is the one you get from the bar that is on top of the Time-Life Building. She also likes the view from the windows of street-level restaurants. She hates being a shut-in-dinner. She wishes all the Longchamps restaurants would come back with all their oranges and mosaic Indians and imitation greenery. She wishes TIm Costello hadn’t died. She likes taxis. She travels in buses and subways only when she is trying to stop smoking. When a famous, good old house is torn down she thinks it is silly to memorialize it by putting a plaque on the concrete walls of the superstructure that takes its place. She regrets Stern Bros. department store, and Wanamaker’s, and all the demolished hotels, including the Astor. When she looks about her, it is not the strange or exotic ways of people that interest her, but the ordinary ways, when something that is familiar to her shows. She is drawn to what she recognizes, or half-recognizes […]. Somebody said, “We are real only in moments of kindness.” Moments of kindness, moments of recognition – if there is a difference it is a faint one. I think the long-winded lady is real when she writes, here, about some of the sights she saw in the city she loves.”

Maeve Brennan

More about a long-winded traveler in residence.

“Mille radio a Parigi”: il Natale dei senzatetto

Non cibo, non coperte, non vestiti. Ma una semplice radiolina portatile, che funziona a pile e si ricarica con l’energia solare. Questo è il dono che hanno ricevuto i tanti, sempre di più, clochard della città di Parigi, grazie all’operazione “Mille radios à Paris”. L’idea è nata lo scorso anno, dall’associazione Les Enfants du Canal, fondata nel 2007, in riva al Canal Saint-Martin, quartiere scelto non a caso per via della sua allure chic e patinata.

“Un piccolo gesto per far sì che non siano, per l’ennesima volta, isolati”, hanno dichiarato i responsabili dell’associazione. Non è infrequente, infatti, che proprio nel periodo natalizio, i senzatetto della capitale si rifiutino di andare nei centri e nei luoghi d’accoglienza a loro destinati, per non sentirsi ancora più soli, circondati dalla folla.

C’è chi non vede l’ora di ascoltare il jazz al risveglio, chi invece è contento di poter finalmente essere informato sull’attualità, mattina e sera. “L’obiettivo è far sì che si sentano, per una volta, parte della realtà”, spiegano dall’associazione, “che possano approfittare anche loro della presenza della radio, di un po’ di calore umano, di una semplice voce”, ma soprattutto dare loro un piccolo oggetto che consenta alle interminabili e fredde giornate d’inverno di passare più in fretta. Le radio sono state distribuite nella maggior parte delle grandi città francesi, con l’aiuto di 30 associazioni locali e il contributo della Fondation Abbé Pierre, della Fondation de France e di RTL.

© Radio France - Nathanaël Charbonnier

© Radio France – Nathanaël Charbonnier

Secondo uno studio dell’Insee, pubblicato lo scorso luglio, i senzatetto a Parigi sono aumentati del 50% rispetto al 2001. Oggi (i dati sono aggiornati agli inizi del 2012), la città conta circa141.500 persone senza fissa dimora, tra cui 30.000 bambini. Lo studio ha, inoltre, evidenziato come almeno un quarto dei senzatetto della capitale fossero parte della categoria dei cosiddetti “lavoratori poveri”, aventi uno stipendio insufficiente a pagare un affitto.

All’indomani della pubblicazione del rapporto, le associazioni che si battono per il diritto all’alloggio hanno protestato contro una cattiva gestione politica, in grado solo di adottare misure improvvisate e stagionali, incapace di elaborare una soluzione a lungo termine e di più ampio respiro per uno dei problemi più gravi della capitale. I soli centri d’accoglienza, infatti, non sono più sufficienti: almeno il 10% dei senzatetto ha rifiutato di essere ospitato in una delle strutture di Parigi, per la grave mancanza d’igiene.

Per sensibilizzare la popolazione francese, forse ignara dei 3,6 milioni di “mal-logés” in tutto il paese, la Fondation Abbé Pierre ha lanciato lo scorso dicembre una nuova campagna di denuncia all’indifferenza e alla noncuranza, che ha raggiunto i cittadini attraverso circa 12000 manifesti pubblicitari per strada, messaggi radio e video diffusi sul web e in televisione. È il fotografo Hervé Plumet a firmare queste immagini, che affiancano il grigio della città, al quale queste persone sembrano quasi volersi fondere, al filtro vintage dei ricordi di giorni felici, secondo lo slogan “Ils ont eu un passé. Aidons-les à retrouver un avenir”, letteralmente “Hanno avuto un passato, aiutiamoli a ritrovare un futuro”.

© Hervé Plumet - Fondation Abbé Pierre

© Hervé Plumet – Fondation Abbé Pierre

Lo scorso anno, il quotidiano Le Monde aveva raccolto i commenti a caldo dei senzatetto che avevano appena ricevuto una radio. Luc40 anni, le sue giornate passate ai piedi dei grattacieli di Porte Maillot, a guardare i passi esitanti dei turisti appena sbarcati da Beauvais, si diceva felice di poter finalmente seguire meglio il governo di Hollande. Lionel60 anni, era finalmente entusiasta di poter continuare a girare il mondo: “ho lavorato per 24 anni al Club Med, ho vissuto in centinaia di paesi diversi, adesso posso tornare a sapere quello che succede nel mondo”.

Non c’è nulla di più indispensabile del superfluo, aveva scritto Oscar Wilde. E la storia sembra avergli dato ragione.

Qui l’articolo pubblicato su FQParigi, il blog sulla capitale francese de Il Fatto Quotidiano.

De Rome à Paris: il cinema indipendente sugli Champs-Elysées

I film italiani arrivano sugli Champs-Elysées. Questo lo slogan del festival cinematografico De Rome à Paris, giunto alla sesta edizione, organizzato da Unefa (Unione Nazionale Esportatori Film e Audiovisivi) e Anica (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive), con il sostegno del Ministero della Cultura e la collaborazione dell’Istituto Italiano a Parigi, che svela, in anteprima, al pubblico francese 8 lungometraggi italiani.

Ad ospitare il festival è il cinema Balzac, sala indipendente nascosta in un angolo della strada omonima, a un passo dall’Arco di Trionfo. Un’occasione per vedere a Parigi le pellicole italiane indipendenti che non hanno ancora trovato una distribuzione in Francia, da “La prima neve” di Andrea Segre a “Tutti contro tutti” di Rolando Ravello, ma soprattutto per saperne di più sulla situazione del cinema d’autore in Italia.

Locandina de "La Prima Neve"

Locandina de “La Prima Neve”

“Siamo fieri di annunciare la creazione di un fondo di sviluppo congiunto Italia-Francia, un aiuto finanziario alle co-produzioni italo-francesi di 500.000 euro all’anno”, esordisce durante la conferenza stampa Nicola Borrelli, direttore generale per il cinema al Ministero della Cultura, “un nuovo strumento che punta a favorire il cinema contemporaneo, valorizzando il legame con il nostro principale partner europeo”. Solo nell’ultimo anno, infatti, 20 su 37 co-produzioni cinematografiche sono state realizzate con la Francia.

Al di là, tuttavia, dell’aiuto finanziario, lo scopo ultimo della cooperazione italo-francese è la doppia nazionalità del film, sin dall’idea originale. “Purtroppo in Italia non siamo riusciti a far percepire al governo l’importanza del tema e l’unica soluzione è risalire la china con l’aiuto della Francia”, conclude Borrelli.

I toni si fanno più cupi quando parlano i protagonisti del cinema indipendente italiano, produttori e registi, ospiti della tavola rotonda sul “vigore ritrovato del cinema in Italia”, animata da Jean Gili, critico e storico del cinema, ideatore del festival del cinema italiano di Annecy. “In Italia, il cinema è l’unico settore della produzione dove, una volta portato a termine un lavoro, bisogna gettarlo in pasto ad altri”, esordisce Francesco Bonsembiante, produttore della pellicola di Segre, “quello italiano è un sistema di distribuzione desueto, viziato da agenzie regionali che gestiscono i film come fossero scarpe, in un’ottica di mercato quotidiano”.

“La situazione in Italia è complessa”, confermano Tommaso Arrighi e Stefano Lodovichi, produttore e regista del film Aquadro. “Ci si trova costantemente costretti a scegliere, tra un prodotto che vada incontro ai gusti del pubblico e la possibilità di inseguire, invece, un cinema diverso”. Giunti a metà tavola rotonda, si ha non solo un’impressione disastrata del cinema indipendente italiano, ma anche un quadro pessimo del pubblico, affamato, a quanto pare, esclusivamente di commedie leggere, di cinepanettoni e pellicole poco impegnative.

È Bruno Oliviero, regista de La variabile umana, ad aggiustare il tiro: “esiste una nouvelle vague di documentaristi passati alla finzione, con pellicole popolari nei contenuti e nelle intenzioni, definite indipendenti, o ancora, d’autore, solo per il tipo di distribuzione a cui ricorrono”. Oliviero, che ha aperto una società di produzione cinematografica in Francia, con il regista Leonardo Di Costanzo, sostiene la necessità di concepire film proiettati verso un mercato internazionale: “c’è la tendenza a imbastardire la pellicola per renderla appetibile davanti alle società di produzione, bisognerebbe invece fare leva sull’esportabilità del progetto e non avere paura di osare”.

Fotogramma dalla pellicola "Nina" di Lisa Fuksas.

Fotogramma dalla pellicola “Nina” di Lisa Fuksas.

Anche Lisa Fuksas, regista di Nina, una vita e una carriera divisa tra Italia e Cina, sembra aprire nuove prospettive e intravedere un bagliore: “in Cina stanno per costruire un nuovo centro di produzione e distribuzione cinematografica, molto più grande di Hollywood”, racconta, “ci sono stata di recente e sono rimasta a bocca aperta, sarò forse controcorrente, ma ci sono orizzonti inesplorati, che varrebbe la pena guardare più da vicino”.

Chissà, infatti, se di fronte ai confini domestici sempre più stretti, non bisogna rivolgersi altrove per poter superare un momento di crisi. Sembra, non a caso forse, che a parlare di fuga di cervelli, nel cinema come altrove, siano coloro rimasti in Italia. Chi è già fuggito, per scelta, in alcuni casi per piacere, più che un fuggitivo, o un orfano, si sente ormai cittadino del mondo e ha già imparato a coglierne il lato positivo.

Qui l’articolo pubblicato su FQParigi, blog parigino de Il Fatto Quotidiano.

Parigi: la Renaissance

A decretarlo è stata la Lonely Planet. È di questo mese la notizia che Parigi, secondo la celebre casa editrice specializzata nel turismo, è destinata ad essere la città che nel 2014 riuscirà a stuzzicare di più le fantasie dei viaggiatori, superando mete più esotiche come Trinidad a Cuba e Cape Town in Sudafrica. La Francia, infatti, con 80 milioni di presenze all’anno, resta il paese più visitato, e la sua capitale, con 33 milioni di arrivi, si conferma la metà più ambita al mondo. Il motivo? Parigi attraversa una fase di Rinascimento urbano: si parla di una vera e propria primavera, visti i numerosi lavori di rinnovamento che coinvolgono la Ville Lumière, per renderla ancora più attraente e appetibile per i visitatori, ma non solo.

LE NUOVE CAMPANE DI NOTRE-DAME. Parigi, non paga della reputazione di città più bella del mondo, pare, infatti, non voglia limitarsi a vivere sugli allori. Ecco allora che nove nuovissime campane rimpolpano i rintocchi di Notre-Dame de Paris, riproducendo il suono delle campane medievali e un magico “tappeto volante” diventa il tetto della sezione dedicata all’arte islamica del Louvre, visibile dal cortile interno. E questi sono solo alcuni dei lavori di rinnovamento giunti a conclusione di recente. Tra i lavori in corso di cui Parigi va sicuramente fiera, si conta l’opera di riduzione del traffico lungo le rive della Senna, circa 1,5 km di Rive Droite oggi divenuti aree pedonali e piste ciclabili. Ma soprattutto, a incantare i turisti sul bateau-mouche, sono i cosiddetti “jardins flottants”, che costellano i 2,5 km lungo la Rive Gauche, tra il Pont de l’Alma e il Musée d’Orsay, per un totale di 1800 metri quadri di aiuole galleggianti e aree pedonali, divisi in cinque isole collegate l’una all’altra attraverso un sistema di piccoli ponti e passerelle.

Halle Pajol

Halle Pajol

LES HALLES SI RINNOVA. Punta di diamante del rinnovamento, inoltre, sono le nuove terrazze, che incorniciano la Senna proponendo attività culturali, ricreative o semplicemente menu inediti da gustare. In particolare, si attende l’arrivo del Rosa Bonheur sur Seine, il celebre bar del parco Buttes Chaumont finalmente in versione marinara, e Le Flow, nuova terrazza del ponte Alessandro III, che conta 400 metri quadri di spiaggia e un menu di tapas con bar e sedute aperti tutti i giorni fino alle 2 del mattino. All’interno del progetto di rinnovamento, ha un posto d’onore, infine, l’elegante scalinata in legno che si srotola davanti al Musée d’Orsay arrivando direttamente nella Senna, raffinato punto di ritrovo e di sosta per parigini e turisti. A dicembre, inoltre, si conclude una parte di uno dei più grandi e longevi cantieri di Parigi, che avvolge il cuore di Les Halles ormai da anni. Ingresso principale della città, con circa 750.000 viaggiatori che vi transitano in media ogni giorno, Les Halles si rinnova, adeguandosi alle ultime norme di sicurezza, ma soprattutto ritrovando una nuova dinamicità. Il progetto comprende, infatti, un giardino interno, un’area pedonale più ampia, passaggi sotterranei più semplici e pratici, un nuovo ingresso per i treni regionali, un Forum più luminoso e moderno.

ALLA HALLE PAJOL. Parigi, tuttavia, è in pieno fermento urbano, non solo nei quartieri prettamente turistici. Sono sempre di più i cantieri che coinvolgono anche gli angoli meno frequentati della capitale, per appianare le barriere architettoniche, regalare agli autoctoni nuovi spazi verdi e rendere Parigi una città non solo più bella ma anche più vivibile nel quotidiano. Sebbene sia stata recentemente accusata di essere la docile vittima di un inevitabile processo di gentrificazione, soprattutto nelle aree tradizionalmente popolari, oggi prese d’assalto dalla piccola borghesia intellettuale, la capitale si dà da fare per incentivare la vita di quartiere e aumentare la fruibilità delle sue strutture. Risponde a queste esigenze, ad esempio, la nuova Halle Pajol, inaugurata lo scorso 7 novembre, dopo 3 anni di cantiere, nel 18simo arrondissement, comprendente la nuova biblioteca Vaclav Havel, il più grande ostello della gioventù della città, negozi e un giardino interno, tutto alimentato a energia solare con circa 3500 metri quadri di pannelli fotovoltaici. Sempre nello stesso quartiere, nell’area di Barbès, ha riaperto quest’anno l’elegante cinema Louxor, novella fenice dai decori neo-egiziani, che riserva agli spettatori un’invidiabile terrazza.

Cinema Louxor

Cinema Louxor

PROSSIMA TAPPA PORTE DE VINCENNES. È stata inaugurata lo scorso giugno, inoltre, la nuova place de la République, cuore della città, che offre ai parigini, ma non solo, un arredamento inedito, con poltrone, sedie e panchine per i più grandi, e un parco-giochi a disposizione dei più piccoli. Fa parte del nuovo look della piazza anche il caffè Monde et Média, circondato da un elegante specchio d’acqua. Risponde sempre a esigenze di vivibilità il cantiere che ben presto coinvolgerà l’area intorno a Porte de Vincennes, per un progetto di rinnovamento urbano, che punta a ristabilire una sorta di continuità tra la città e le aree limitrofe di Saint-Mandé, Montreuil e Vincennes, attraverso nuove strutture pubbliche pensate per restituire carattere e personalità a un quartiere considerato residenziale e monofunzionale. Sembra quasi un regalo agli autoctoni, invece, la riapertura della cosiddetta Petite Ceinture, antica linea ferroviaria, che conta circa 35 km e collega Balard alla rue Olivier de Serres, nel sud della città, che sarà accessibile, tratto dopo tratto, al pubblico, offrendo ai parigini paesaggi inediti e angoli dimenticati. Per rispettare la biodiversità unica di questo ecosistema, sviluppatasi autonomamente intorno ai vecchi binari e che oggi vanta circa 220 specie differenti di piante e animali, la Petite Ceinture non sarà illuminata artificialmente e resterà quindi chiusa durante le ore di buio.

La Petite Ceinture

La Petite Ceinture

DO YOU SPEAK TOURISTE? Parigi, senza aspettare la primavera, è già in procinto di sbocciare. La Senna diventa il nuovo salotto en plein air della capitale, le piazze si schiudono e s’inaugurano nuovi spazi urbani che, si spera, faranno riscoprire ai parigini più annoiati la propria città e riusciranno a far dimenticare ai turisti, almeno a quelli più navigati, i luoghi più inflazionati e ormai ben poco autentici della capitale, come la terribile rue de Steinkerque, passaggio obbligato tra il boulevard de Rochechouart e il verde di Montmartre, raduno di truffatori, rumorosi venditori di souvenir, accozzaglia di Torri Eiffel e dolciumi di discutibile gusto. La Francia punta quindi all’accoglienza e al turismo che, secondo le previsioni, dovrebbe esplodere nei prossimi dieci anni. Ma, fatta Parigi, purtroppo restano da fare i parigini. La dice lunga, infatti, il nuovo programma “Do you speak touriste?”, lanciato dalla Camera di Commercio di Parigi, una sorta di manuale, con tanto di schede per ogni nazionalità, per conoscere meglio, e di conseguenza accogliere meglio, la clientela turistica. L’obiettivo è quello di rispondere in maniera adeguata alle esigenze di un turismo sempre più internazionale, ma soprattutto riuscire a scrollarsi di dosso la reputazione di impazienti, maleducati e scontrosi, cucita addosso, e non senza motivo, alla fauna locale.

Qui, l’articolo nella versione pubblicata su Oggiviaggi.it. 

How Now Brown Cow

Words do not express thoughts very well, everything immediately becomes a little different, a little distorted, a little foolish”.

Nao Brown è quella che chiamano “hafu”, metà inglese e metà giapponese. Illustratrice, amante dei manga, vittima di disturbi ossessivo-compulsivi, che mette a tacere con un paio di cuffie e una serie di mantra recitati a memoria, imparati al tempio buddista del centro di Londra. Ed è anche la protagonista di The Nao of Brown, ultima graphic novel atterrata sul mio comodino.

Di ritorno da Tokyo, dopo un soggiorno complicato con il padre alcolista, Nao cerca di conciliare le sue aspirazioni da illustratrice con la routine da commessa in un negozio di giocattoli, e trattenere il respiro quando il suo disturbo ossessivo-compulsivo torna a spingerla all’improvviso sull’orlo del baratro, costringendola a immaginare di uccidere un bambino, di trafiggere il suo maestro di meditazione con una penna, di strangolare l’autista del taxi, di aprire la porta di sicurezza dell’aereo e lasciar volare via tutti i passeggeri.

“I get awful thoughts… that just hit me… like a fucking hammer to the head”.

E quando non è impegnata a chiudere a chiave il cassetto dei coltelli, a tenere a bada i pensieri omicidi, a controllare le maniglie delle porte, Nao disegna. La matita che scivola sul foglio sembra esserle di sollievo fino a quando non s’imbatte in  Gregory, un bizzarro operaio del servizio lavatrici, un gigantesco barbuto che assomiglia a un personaggio della sua serie manga preferita, con un’inclinazione irreprimibile alle pinte di birra e alle citazioni colte.

Gregory diventa una nuova ossessione, ancora più insopprimibile quando i due intrecciano una relazione maldestra, scomoda, goffa, ma viscerale, portando in superficie l’uno i segreti dell’altro, spingendosi fino a farsi male, per comprendere, alla fine, che bene e male non esistono in valore assoluto, ma sono solo frutto di un pensiero, di una convenzione, di manicheismi stantii in vigore da sempre.

Glyn Dillon, classe 1971, inglese, figlio e fratello d’illustratori, ha mosso i primi passi nel fumetto sulla rivista del fratello maggiore, Steve, Deadline, sorta di icona degli anni ’90 grazie alla serie DC Comics Vertigo. Glyn, ospite d’onore nelle sceneggiature di amici illustratori tra cui Neil Gaiman, per il quale ha disegnato un episodio di Sandman, ha poi attraversato circa 15 anni di tregua, dedicandosi al cinema e alla televisione, prima di tornare al fumetto con The Nao of Brown, pubblicato dalla casa editrice indipendente londinese SelfMadeHero e premiato all’ultima edizione del Festival di Angoulême.

Nel suo blog, Dillon ha raccontato la convivenza quotidiana con la storia di Nao, con i pensieri e le turbe della sua protagonista. Un racconto sempre più diluito fino a svanire, quando il fumetto ha preso il sopravvento sul suo autore e lo stesso Glyn è finito in ospedale per una crisi di nervi e per un forte dolore alla mano, per via dell’inquietudine del disegno e della colorazione. Quello che era iniziato come un side-project nel 2008, un lavoro da completare nel tempo libero, era diventata un’ossessione, al punto tale da costringerlo al ricovero dopo due settimane dalla fine del lavoro.

Gli stessi cambiamenti di colore rispecchiano il nervosismo del tratto. La storia reale si sfuma nell’acquerello mentre il racconto parallelo di Ichi, ispirato alle fantasie di Moebius e Miyazaki, che si srotola lungo tutto l’album, ha i tratti precisi e i toni esatti del digitale, come se il colore deciso di Photoshop volesse supportare il sogno e l’acquerello realizzato a mano addolcire la realtà. I grigi blu delle strade londinesi sembrano scontrarsi nel rosso acceso degli interni, dei vestiti di Nao, nel nero intenso dei suoi capelli e nei colori squillanti dei giocattoli del negozio dove lavora.

La dolcezza degli acquerelli, la morbidezza del tratto è però solo un’illusione, una cornice alla storia, intensa e perturbante, ai personaggi, spigolosi e imprevedibili, alle spinose ruminazioni di Nao. Lo stesso finale, accelerato, intenso, in medias res, è un pugno nello stomaco, cui segue un calmo ma vibrante epilogo.

Alla fine, nulla sopravvive al disincanto. E, nel turbinio di colori, prende forma la consapevolezza di come sia solo un’illusione pensare che tutto sia soltanto nero o bianco. E di come i sogni, anche quando si realizzano, non possano fare a meno di essere imperfetti.

Squat Le Bloc: un’utopia pirata

“Non ho mai visto uno squat fare nulla del genere”, aveva dichiarato una residente del 19simo arrondissement, a proposito del contagioso entusiasmo de Le Bloc, edificio occupato situato al civico 58 di rue de la Mouzaïa. Un’enorme facciata grigia. Niente di più visto dalla strada.

bloc le home

All’interno, invece, una miniera d’oro di creatività e idee. Ispirazione, dialogo e solidarietà. Visite guidate e porte sempre aperte al pubblico, a meno di un mese dall’apertura. Un coinvolgimento senza sosta del quartiere e dei cittadini. Recuperato lo scorso dicembre, questo vecchio edificio appartenente alla Direzione Regionale degli Affari Sanitari e Sociali (Drassif) comprende 7000 metri quadri distribuiti su 7 piani, occupati da quasi 200 persone, tra artisti, giornalisti, creativi, la maggior parte dei quali frequentavano l’edificio solo per approfittare dell’ingente potenziale creativo, conservando il proprio appartamento.

Tra i residenti di le Bloc, invece, c’erano anche, e soprattutto, quelli che i francesi, con un discutibile eufemismo, chiamano “mal-logés”, letteralmente “male alloggiati”, in realtà senzatetto, esclusi, padri di famiglia separati e improvvisamente senza più un letto e, in questo caso, anche un neo-nato di 6 mesi, lieti di poter usufruire del caldo, del cibo cucinato per tutti, delle docce e di un giaciglio. Sono queste le storie, le esistenze e i casi particolari messi alla porta venerdì 6 dicembre, dalle 7 del mattino, quando un centinaio di poliziotti ha effettuato l’evacuazione dello squat, nel giro di poche ore. “Tutto è avvenuto pacificamente, con calma”, hanno dichiarato gli ex occupanti. La decisione dello sgombero era, infatti, già stata annunciata lo scorso 13 novembre dal prefetto.

L’obiettivo era quello di diventare il 6b dell’Est parigino, almeno secondo le migliori intenzioni. Fare di questo edificio abbandonato un nuovo polmone della vita culturale nel 19simo, seguendo l’esempio dello squat che, nel giro di due anni, è riuscito ad imporsi come uno dei pilastri della scena artistica in un quartiere disagiato e periferico come Saint-Denis. Da qui, le visite guidate per i giornalisti e, soprattutto, per gli abitanti del quartiere, “i nostri principali nemici, ma anche i nostri maggiori alleati”, riferivano gli occupanti. Sin dal primo mese d’apertura, non sono mancate le occasioni di dialogo per entrare in contatto con il fermento creativo dello squat. “È necessario che la stampa e i nostri vicini sappiano cosa succede qui dentro”, continuano, “per poterci aiutare e difendere”.

squat occ 2

All’interno dell’edificio, i sei piani erano occupati per intero da artisti e persone in difficoltà, mentre il piano terra era aperto al pubblico, ogni giorno dalle 10 alle 22, per permettere a curiosi e passanti di sbirciare all’interno di uno dei più grandi squat della regione Ile-de-France. Ogni piano contava un responsabile e tutte le decisioni riguardanti l’estetica dell’edificio erano prese di comune accordo, in perfetta democrazia. Nonostante l’aura di utopia pirata, lo squat è stato, infatti, un perfetto esempio di anarchia strutturata e ben organizzata. Le Bloc, in fondo, sta per “Bâtiment libre Occupé Citoyennement”, vale a dire “Edificio libero occupato in maniera cittadina”. Ma non solo.

Le Bloc era anche 4 seminterrati e un tetto, nonché corridoi e scale esuberanti di sorprese e incontri fortuiti. Una vera e propria sinergia effervescente di creatività, animata da attori, ballerini, fotografi, scultori, musicisti, video-maker, ma anche falegnami, artigiani, scenografi, provenienti da tutto il mondo. “Qui le possibilità sono illimitate”, raccontava Tonio, uno dei residenti in un’intervista di qualche mese fa sull’Express. Ma la città di Parigi sembra non amare gli imprevisti e, nonostante la fervida programmazione dello squat, ha deciso di chiudere le porte di questa gigantesca scatola di sorprese.

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Richard Sennett, autore e sociologo statunitense, in un articolo per il Guardian pubblicato lo scorso dicembre, ha descritto l’evoluzione delle cosiddette “smart city”, ovvero città concepite “secondo una visione fordista”, dove “ogni attività è svolta in tempi e spazi ben precisi”, improntate alla filosofia “user friendly”, dove questa significa “scegliere all’interno di un meno di offerte e non comporre il menu”.

La città di Parigi, fiera delle rive della Senna, fresche di ristrutturazione, delle sue nuove attrazioni, di un intrattenimento sempre più disciplinato, sembra dirigersi verso questa direzione, sopprimendo escrescenze artistiche e imprevisti creativi, ignorando che, sempre secondo Sennett, “per creare qualcosa di davvero nuovo, oggi come ieri, bisogna trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato”.

La chiusura degli squat ha, infatti, tutta l’aria di una procedura di eliminazione di tutto ciò che si rivela incontrollabile e anarchico, pur dimostrandosi di utilità pubblica e sociale. Negli ultimi anni, l’inaugurazione di nuovi luoghi culturali, dove incasellare ed etichettare ogni forma di creatività, sembra aver privato sempre di più Parigi della possibilità della casualità, dell’incontro fortuito, dell’imbattersi in qualcosa di inatteso. La città propina itinerari già costruiti, mentre, “potendo scegliere, le persone preferiscono una città aperta e indeterminata nella quale potersi fare una strada. Così sentono di avere il controllo sulle loro vite”.

squat occ

Sono rimaste inascoltate le proteste della manifestazione del 4 dicembre, quando duecento persone hanno sfilato lungo la strada che porta al Municipio del 19simo arrondissement, sostenute dalle associazioni DAL (Droits au Logement), Médécins du Monde, Fondation Abbé Pierre e La Chorba. “Nessuno ha voglia di vedere il proprio vicino che si ritrova al freddo e per strada, in pieno inverno”, racconta Léa, artista, ex-residente dell’edificio, ai microfoni di Libération, “in più, qui si tratta di un bel po’ di vicini”. Inascoltata è stata, infatti, anche la richiesta di chiudere un occhio e applicare la cosiddetta “tregua invernale”, che tutela da sgomberi ed evacuazioni a partire dal 1° novembre, in teoria non valida per i cittadini occupanti un alloggio senza averne diritto, non avendo firmato alcun contratto.

“Vogliamo città che funzionino bene, ma che siano aperte alle trasformazioni, alle incertezze e alla confusione della vita reale”, conclude Sennett. “Chiude il contenitore, ma non il contenuto”, annunciano gli ex-residenti, “e per uno squat che chiude, altri 10 si apriranno”.

Foto recuperate dalla pagina fb dello squat.

Qui l’articolo pubblicato su Doppiozero per il debutto della rubrica Pavé de Paris.