How Now Brown Cow

Words do not express thoughts very well, everything immediately becomes a little different, a little distorted, a little foolish”.

Nao Brown è quella che chiamano “hafu”, metà inglese e metà giapponese. Illustratrice, amante dei manga, vittima di disturbi ossessivo-compulsivi, che mette a tacere con un paio di cuffie e una serie di mantra recitati a memoria, imparati al tempio buddista del centro di Londra. Ed è anche la protagonista di The Nao of Brown, ultima graphic novel atterrata sul mio comodino.

Di ritorno da Tokyo, dopo un soggiorno complicato con il padre alcolista, Nao cerca di conciliare le sue aspirazioni da illustratrice con la routine da commessa in un negozio di giocattoli, e trattenere il respiro quando il suo disturbo ossessivo-compulsivo torna a spingerla all’improvviso sull’orlo del baratro, costringendola a immaginare di uccidere un bambino, di trafiggere il suo maestro di meditazione con una penna, di strangolare l’autista del taxi, di aprire la porta di sicurezza dell’aereo e lasciar volare via tutti i passeggeri.

“I get awful thoughts… that just hit me… like a fucking hammer to the head”.

E quando non è impegnata a chiudere a chiave il cassetto dei coltelli, a tenere a bada i pensieri omicidi, a controllare le maniglie delle porte, Nao disegna. La matita che scivola sul foglio sembra esserle di sollievo fino a quando non s’imbatte in  Gregory, un bizzarro operaio del servizio lavatrici, un gigantesco barbuto che assomiglia a un personaggio della sua serie manga preferita, con un’inclinazione irreprimibile alle pinte di birra e alle citazioni colte.

Gregory diventa una nuova ossessione, ancora più insopprimibile quando i due intrecciano una relazione maldestra, scomoda, goffa, ma viscerale, portando in superficie l’uno i segreti dell’altro, spingendosi fino a farsi male, per comprendere, alla fine, che bene e male non esistono in valore assoluto, ma sono solo frutto di un pensiero, di una convenzione, di manicheismi stantii in vigore da sempre.

Glyn Dillon, classe 1971, inglese, figlio e fratello d’illustratori, ha mosso i primi passi nel fumetto sulla rivista del fratello maggiore, Steve, Deadline, sorta di icona degli anni ’90 grazie alla serie DC Comics Vertigo. Glyn, ospite d’onore nelle sceneggiature di amici illustratori tra cui Neil Gaiman, per il quale ha disegnato un episodio di Sandman, ha poi attraversato circa 15 anni di tregua, dedicandosi al cinema e alla televisione, prima di tornare al fumetto con The Nao of Brown, pubblicato dalla casa editrice indipendente londinese SelfMadeHero e premiato all’ultima edizione del Festival di Angoulême.

Nel suo blog, Dillon ha raccontato la convivenza quotidiana con la storia di Nao, con i pensieri e le turbe della sua protagonista. Un racconto sempre più diluito fino a svanire, quando il fumetto ha preso il sopravvento sul suo autore e lo stesso Glyn è finito in ospedale per una crisi di nervi e per un forte dolore alla mano, per via dell’inquietudine del disegno e della colorazione. Quello che era iniziato come un side-project nel 2008, un lavoro da completare nel tempo libero, era diventata un’ossessione, al punto tale da costringerlo al ricovero dopo due settimane dalla fine del lavoro.

Gli stessi cambiamenti di colore rispecchiano il nervosismo del tratto. La storia reale si sfuma nell’acquerello mentre il racconto parallelo di Ichi, ispirato alle fantasie di Moebius e Miyazaki, che si srotola lungo tutto l’album, ha i tratti precisi e i toni esatti del digitale, come se il colore deciso di Photoshop volesse supportare il sogno e l’acquerello realizzato a mano addolcire la realtà. I grigi blu delle strade londinesi sembrano scontrarsi nel rosso acceso degli interni, dei vestiti di Nao, nel nero intenso dei suoi capelli e nei colori squillanti dei giocattoli del negozio dove lavora.

La dolcezza degli acquerelli, la morbidezza del tratto è però solo un’illusione, una cornice alla storia, intensa e perturbante, ai personaggi, spigolosi e imprevedibili, alle spinose ruminazioni di Nao. Lo stesso finale, accelerato, intenso, in medias res, è un pugno nello stomaco, cui segue un calmo ma vibrante epilogo.

Alla fine, nulla sopravvive al disincanto. E, nel turbinio di colori, prende forma la consapevolezza di come sia solo un’illusione pensare che tutto sia soltanto nero o bianco. E di come i sogni, anche quando si realizzano, non possano fare a meno di essere imperfetti.

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