Libération a 40 ans

“Eravamo in 50 in 30 metri quadri e tutti fumavano Gauloises”, è il ricordo vivido di uno dei redattori. Era il 5 febbraio del 1973, quando il primo numero di Libération debutta nei chioschi. Non c’è ancora il celebre logotipo rosso, ma una fotografia campeggia sulla prima pagina, accanto alla promessa editoriale “Si vous le voulez un quotidien libre tous les matins”, letteralmente “Se lo volete, un quotidiano libero tutte le mattine”. Si presenta così, alla Francia post-sessantottina, il primo numero di Libé, come è affettuosamente soprannominato, un puro prodotto del maggio ’68, concepito in un momento d’ebbrezza, quasi d’incoscienza. Diventato ufficialmente un quotidiano nel maggio del ’73, venduto in edicola al prezzo di 0,80 franchi, Libération ha festeggiato i suoi 40 anni lo scorso anno, celebrando quattro decenni di informazione militante e attivismo.

Per l’occasione, la redazione ha lavorato a uno speciale “libro anniversario”, dove si racconta la storia di un’epoca, si passano in rassegna circa 10.000 edizioni del quotidiano e il lavoro di quasi 1000 giornalisti. Ma non solo. Libé ha raccolto tutte le sue prime pagine più significative in una mostra al centro d’arte contemporanea 104, nel nord di Parigi, e ha organizzato una serata danzante con ospiti internazionali e personalità del mondo dell’arte. “Perché fare un evento di quello che alla fine è stato solo un susseguirsi di giornate e giornali?”, è la domanda retorica del direttore Nicolas Demorand. La risposta, almeno in parte, è nei numeri: lo scorso 9 luglio, il giornale punto di riferimento degli intellettuali di sinistra, il primo organo d’informazione francese a parlare di omosessualità, aborto, ambientalismo e carceri, ha festeggiato i 10.000 numeri, che, tradotti in cifre, equivalgono a 80 km di carta, 800.000 titoli, 2 miliardi di battute e quasi 450.000 foto.

“Peuple, prends la parole et garde-la”, letteralmente “Popolo, prendi la parola e mantienila”. Era questo lo slogan di Libération, che, con la benedizione di Sartre, padre fondatore del quotidiano, sin dai suoi primi passi ha tentato di rivoluzionare la stampa: stesso stipendio per tutti, dal direttore all’ultimo arrivato, gerarchia ridotta al minimo, niente pubblicità e niente azionisti privati, per una completa indipendenza dell’informazione. Erano gli anni dell’avventura e dell’audacia, si sopravviveva grazie agli amici artisti che mettevano in vendita all’asta le loro opere d’arte e alle donazioni dei primi affezionati lettori. Questa semi-anarchia arrivò a un punto cruciale quando nel 1981 il giornale cessò le pubblicazioni. “Libération s’arrête pour libérer Libération”, aveva dichiarato Serge July, cinefilo e intellettuale amico di Sartre, che, appena ottenuti pieni poteri decisionali, licenziò in massa i redattori e scelse di ricominciare con una squadra ridotta, incaricata di ideare il “giornale che abbiamo voglia di leggere”. Superato l’impasse, il giornale tornò in edicola per quello che viene ricordato come il suo decennio d’oro, ma anche come il momento della normalizzazione, inevitabile per quanto non desiderata all’unanimità. Libé abbandona il chiassoso quartiere di Barbès e si rifugia presso place de la Bastille, in una nuova sede, dove inizia ad aprire la porta anche alle prime pubblicità.

Non per questo, tuttavia, Libé perde la sua impertinenza e il suo piglio audace, visibile negli arguti giochi di parole e nei titoli taglienti. Il quotidiano mantiene la promessa di un impegno non solo politico, ma anche estetico, dall’immagine in copertina alle illustrazioni che accompagnano gli articoli all’interno, tutti simboli di uno stile che, capitanato dalla losanga rossa, hanno contribuito a dare al quotidiano un’impronta unica sulla scena dell’informazione. Sotto l’egida di Serge July, prende forma il primo giornale in cui non ci sono redattori professionisti ma si dà spazio alle voci dal basso, come Michel Chemin, giovane operaio metallurgico che si ritrova a integrare la redazione nel 1974. E, nell’intenzione di avvicinarsi al giornalismo statunitense, gli articoli assumono sin da subito un taglio soggettivo, emotivo, che va oltre il semplice resoconto dei fatti e non ha paura di prendere posizione e schierarsi. Libérations’impone come quotidiano militante, che ospita sulle sue pagine gli scritti di autori come Marguerite Duras, le opinioni dei filosofi vicini agli ambienti di sinistra e inaugura i suoi celebri ritratti.

L’anniversario ha coinciso, purtroppo, con un triste record per il quotidiano, le cui vendite, dallo scorso gennaio, sono precipitate del 41%. Ma non solo. Libé deve anche fare i conti con un certo malcontento, sempre più diffuso, tra chi vede nel quotidiano fondato da Sartre il simbolo di una certa Francia bobo, affezionata ai suoi cliché piuttosto che a una vera informazione. Un anno intenso per Libé, che, come se non bastasse, il 18 novembre scorso, ha assistito inerme all’attentato dove è rimasto ferito un giovane fotografo di 23 anni. È stato forse per distendere l’atmosfera e placare gli animi che, in redazione, si sono lasciati andare a qualche divertissement, come il numero immaginario del quotidiano, datato 1° dicembre 2053, dove i giornalisti hanno immaginato l’attualità dei prossimi 40 anni, dopo un black out di internet durato 6 ore, e un’edizione d’autore, firmata da Bob Wilson, ospite d’onore del numero del 28 novembre, concepito, creato e impaginato in persona dal regista statunitense, invitato per un giorno negli uffici di Libé, per giocare con battute e titoli, finendo per incorniciare le pagine del quotidiano con un testo del suo amico John Cage.

Per non soccombere davanti alle gravi perdite economiche, già nel 2006 il quotidiano si era sottoposto all’acquisto del 40% delle sue quote da parte dell’imprenditore francese Edouard de Rothschild, evento che provocò le dimissioni di giornalisti come l’inviata Florence Aubenas ma anche dell’allora direttore July, il quale si disse pronto a sacrificarsi per l’avvenire del giornale. Il suo solo sacrificio non basterà: alla fine del 2006, sono 76 i dipendenti che perdono il posto. Duro, in proposito, il commento di Bernard Lallement, tra i fondatori del giornale, che dichiara caustico: “Il denaro non ha idee”.

Oggi Libé è cambiato. A fumare Gauloises nella redazione non ci sono più gli intellettuali che leggono Foucault, ma studenti formati nelle scuole di giornalismo e redattori professionisti. A quarant’anni dalla prima copertina, Libération incarna ancora l’idea di stampa militante ma non è più il quotidiano “movimentista senza partito”, come l’aveva definito una decina d’anni fa Serge July. Sulle pagine di Internazionale, Christian Caujolle, fondatore dell’agenzia fotografica VU e photo editor durante gli anni d’oro di Libération, scrive: “[…] anche se abbiamo amato l’epoca di libertà e creatività che abbiamo avuto la fortuna di vivere, è inevitabile che il mondo cambi e cambi anche la stampa. Rimane da capire qual è oggi ‘il giornale che abbiamo voglia di leggere’”.

 

Qui l’articolo pubblicato su Doppiozero.

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