Sostiene Pereira

A settembre, di ritorno dalla Grecia, sono partita per la Francia, per ritrovare quello che mi sembrava perso per sempre, per ritornare sulla strada di casa e verificare che ci fosse ancora il mio nome sulla cassetta delle lettere. Lo zaino sulle spalle, una valigia, un cuore gonfio di attese. E in tasca due biglietti per il Portogallo, un viaggio da cui non siamo forse più tornati.

Il Portogallo è stato una parentesi irreale tra una partenza e l’altra, venti giorni di viaggi, treni regionali, azulejos, sardine, oceano, luna blu, fado, fiumi, porto. Tornata a casa, non ho nemmeno fatto in tempo a svuotare le valigie, a soffiare via la sabbia dai libri, a segnare sulla guida cosa avevo scoperto. Di capire cosa avessi perso e cosa avessi finalmente guadagnato. Un nuovo decollo, una nuova vita improvvisa si faceva già largo senza chiedere il permesso.

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La musica di Coimbra, la malinconia di Porto e il sole di Lisbona, sono tornati a farmi visita nottetempo, in questi giorni d’insonnia, richiamati forse dai libri di Tabucchi sul mio comodino. Il rumore delle onde è venuto a svegliarmi, come le notti trascorse in riva all’oceano, in rua do Oceano Atlântico, nella regione di Salgado, Portogallo centrale, nella Casa Azul di Fernanda, 80 primavere impregnate di salsedine.

Pereira traduceva romanzi francesi dell’Ottocento, curava la pagina culturale del Lisboa, giornale indipendente, parlava al ritratto di sua moglie e pensava a Monteiro Rossi e alle sorti dell’Europa e all’imminente avanzata del fascismo, davanti a lui un piatto di omelette alle erbe aromatiche e una limonata senza zucchero. E io intanto, ai piedi della Basilica di Montmartre, torno a salutare gli studenti di Coimbra, ammantati da una cappa nera, a inseguire il vento che spettina il fiume Douro a Porto, la brezza che increspa il Tago, ad aspettare il sole sulla sabbia fatta di minuscole conchiglie a Nazaré.

Come racconta Tabucchi nelle ultime pagine del libro, i personaggi che aleggiavano nell’etere da troppo tempo prendono forma davanti agli occhi di notte, ologrammi di autobiografie altrui, “un baule pieno di gente”, che si apre magicamente al tramonto e popola le mie giornate, infischiandosene dei primi scampoli di primavera a Parigi.

“La smetta di frequentare il passato, cerchi di frequentare il futuro”, consiglia il dottor Cardoso a Pereira, eppure, a volte ci si lascia semplicemente naufragare in una stupida nostalgia, “di cosa non saprebbe dirlo, sostiene Pereira”, di qualcosa di vago. Di un semplice altrove. Di una vita passata e di una vita futura.

Image © Adams Carvalho

Soundtrack: Rodrigo Amarante, Tardei

Racconto del Portogallo anche nell’articolo La mia Coimbra scritto per Q Code Magazine e letto a voce alta per l’emissione radiofonica argentina Vieni via con me

Sulla strada

Qualche mese fa, di ritorno a Parigi, ho finalmente svuotato lo zaino che mi sono trascinata dietro per tutto l’ultimo anno. Sono partita dalla Francia lo scorso gennaio, diretta in Veneto. A marzo mi sono trasferita al settimo piano di un palazzo a Milano Sud, ma tornando ogni lunedì sera in quel di Piazza Napoli a Padova per il mio corso di teatro. A fine giugno sono sbarcata nel Basso Salento e sono ripartita a settembre, destinazione Grecia, poi Portogallo, Francia e infine una breve e onirica parentesi americana.

Ho passato un anno a incontrare nuovi amici, chi in classe, tornando dietro i banchi di scuola, il sabato e la domenica, chi in teatro, altri talmente fugaci che probabilmente non rivedrò mai più. Una lunga serie di arrivederci e partenze, mesi interi trascorsi nel reame ben familiare della temporaneità e del precariato esistenziale. A ripensarci, non vedevo l’ora di svuotare lo zaino, di usarlo solo per fare la spesa, almeno per un po’, di smettere di cercare casa, di poter fare progetti con respiro più ampio di un singolo trimestre. Allo stesso tempo, non mi sono mai sentita così bene e così libera. Per un po’, mi sono rifiutata di portarmi dietro qualsiasi tipo di fardello, lasciavo a casa anche la borsa, rimettendomi alla capacità delle tasche del mio cappotto.

GLORIA STEINEM

Per questo, quando a ottobre sono tornata a casa a Montmartre, ho svuotato lo zaino, ho riposto i libri, ho sistemato i vestiti nell’armadio, una volta per tutte, è come se qualcosa si fosse spezzato. A Pasadena, alla libreria Distant Lands, paradiso dei viaggiatori, avevo acquistato On Vagabonding, un vademecum per inguaribili nomadi, per sopravvivere alle urgenze pratiche e alla nostalgia, per portarsi dietro lo stretto necessario e prepararsi alle prossime partenze. L’ho conservato sullo scaffale più alto, rassegnandomi a qualche anno di sedentarietà, a mettere da parte le zingarate, la terra che manca sotto i piedi, quella strana sensazione di familiarità e di casa che si prova a sedersi da soli al tavolino di un bar. Ho cominciato a guardare con diffidenza ai libri di viaggio, come se d’ora in poi potessero solo farmi sentire inadeguata.

Così è stato anche quando ho preso in mano My Life on the Road, le memorie autobiografiche di Gloria Steinem, libro che per tutto il mese di gennaio, almeno a Parigi, è stato introvabile, grazie all’intervento di Emma Watson e del suo club letterario Our Shared Shelf. Attivista, giornalista e autrice, classe 1934, di recente alla ribalta per un intervento improbabile sulle presunte motivazioni delle supporter di Bernie Sanders, Gloria Steinem ha passato almeno cinquant’anni della sua vita attraversando gli Stati Uniti, sostenendo la causa dei diritti delle donne e organizzando conferenze, convegni, campagne, incontri studenteschi e soprattutto quelli che lei chiama “talking circles“, occasioni di dialogo in cui, come nelle assemble dei Nativi Americani o delle donne indiane, ci si siede in cerchio e si comincia a parlare, “tra le forme più efficienti di democrazia esistenti al mondo”.

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My Life on the Road racconta l’inizio dei suoi viaggi da quando, in camper insieme al padre, a pochi anni, senza aver mai messo piede in una scuola, lo accompagnava a smerciare antichità agli antiquari del MidWest. Racconta di come un medico le ha cambiato la vita, accettando di praticarle un aborto a 22 anni e permettendole di partire per l’India e iniziare un nuovo capitolo della sua esistenza. Di come lentamente, dall’essere una scrittrice nella sua torre d’avorio, si sia trasformata in una attivista in grado di parlare davanti a platee di migliaia di persone. Di come viaggiare l’abbia tenuta in vita e continui a farlo, insegnandole giorno dopo giorno a parlare con gli sconosciuti, ad ascoltarli, a far incontrare le persone, a organizzarle e aiutarle a far sentire la propria voce.

Ho sempre sostenuto, insieme a Maeve Brennan, che sentirsi a casa fosse uno stato d’animo. Che ci si può ritrovare anche in un posto in cui si mette piede per la prima volta, al tavolo di un caffè quando si arriva in anticipo in stazione, tra le braccia di qualcuno, in un’altra nazione, in riva all’oceano in Bretagna o in Portogallo. Gloria Steinem ci mostra come anche il viaggio possa diventare uno stato mentale, che in qualsiasi momento si può cominciare a vivere “in un on-the-road state of mind, senza andare alla ricerca di quello che ci è più familiare, ma restando aperti e ricettivi a quello che arriva. L’avventura può cominciare nel momento esatto in cui si chiude la porta di casa”. Come l’improvvisazione di un musicista jazz, come un surfista alla ricerca dell’onda, come un gabbiano che vola sulla corrente del vento. “Una dipendenza al viaggio, alla strada, può esistere dappertutto”, scrive Steinem. La rivoluzione inizia ascoltando gli altri, costringendosi a vivere nel presente, nell’immediato, come quando si è in viaggio e ogni coordinata spazio-temporale sembra ridursi al qui e ora.

Seguire Gloria nei suoi racconti è stato un succedersi di epifanie, di improvvise rivelazioni, di quei momenti in cui lasci il libro sulle ginocchia e resti dieci secondi con gli occhi incollati al muro. Insieme alle storie di Steinem, ci sono poi anche quelle di Florynce Kennedy, attivista afro-americana, della straordinaria Wilma Mankiller, prima donna eletta capo della regione Cherokee negli Stati Uniti, e poi i viaggi di suo padre, il suo improbabile senso degli affari, e la depressione di sua madre, pioniera del giornalismo d’inchiesta, che ha abbandonato il lavoro e il mondo esterno per seguire i sogni di suo marito, l’infanzia delle sue figlie e gli alti e bassi del suo umore. E ancora le coraggiose battaglie degli Indiani d’America nelle riserve, nelle scuole che ne vogliono cancellare la lingua, le tradizioni, la cultura.

Ogni storia individuale diventa di interesse generale. Nelle pagine di Gloria si succedono nazionalità, accenti, mestieri, facce, tutte con la propria esistenza. Come ribadivano le femministe nostrane negli anni Settanta, il personale è politico, e il più delle volte va raccontato in prima persona. E l’effetto collaterale di questo libro è stato anche quello di ricordarmi quale scrittura preferisco, quella dove ci sono io, a parlare, a registrare, illustrare la realtà secondo il mio punto di vista. E che forse a questa scrittura dovrei dedicarmici un po’ di più.

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Ma la parte più bella è il ritorno di Gloria. La costruzione di una casa, dove finalmente sparpaglia i suoi appunti per terra, conserva i libri in una biblioteca, uno spazio dove invitare gli amici, un indirizzo a cui raggiungerla facilmente, ma soprattutto la scoperta che essere domiciliata in un posto non le avrebbe impedito di viaggiare. Realizzare finalmente che non è necessario scegliere una vita polarizzata, o dentro o fuori, che, nonostante si sia nati di sesso femminile, non si è sempre costretti a un’alternativa, ma si possono avere entrambe le esistenze, il calore di un luogo al cui tornare e l’ebbrezza del viaggio, anzi “l’atto più rivoluzionario per una donna sarebbe tornare dai suoi viaggi e trovare tutto il conforto della sua famiglia“, restando libera di ripartire.

“Molto prima che nascessero queste divisioni tra la casa e la strada, tra il posto di una donna e il mondo dell’uomo, gli esseri umani seguivano i raccolti, le stagioni, viaggiando con le proprie famiglie, i nostri compagni, i nostri animali, le nostre tende. Costruivamo tende e ci spostavamo da un posto all’altro. Questo modo di viaggiare e di vivere è ancora scritto nella memoria delle nostre cellule”. Si può fare una tenda e poi smontarla e ripartire, e decidere in corso d’opera quanto tempo starci, un mese, un anno, tutta la vita. “Mio padre non avrebbe dovuto passare la vita da solo, vendendo porta a porta antichità, solo per la gioia di essere in viaggio. Mia madre non avrebbe dovuto abbandonare la sua strada per restare a casa. Nessuno dovrebbe farlo. Nemmeno io. Nemmeno tu”.

Con questo articolo, inizia una serie di appuntamenti mensili, considerazioni, spunti e riflessioni sui libri suggeriti dal club letterario di Emma Watson, al quale consiglio vivamente di aderire. Alla prossima, con Il colore viola di Alice Walker. 

Soundtrack: 4 Non Blondes, Spaceman 

 

 

Bruciare la casa

“Per anni ho immaginato lo spettacolo che finisce con l’incendio”. Tale fantasmagoria pirotecnica appartiene a Eugenio Barba, classe 1936, regista e teorico teatrale, originario di Gallipoli, nel Salento, emigrato poi in Norvegia, in Polonia sulle tracce di Jerzy Grotowski, oggi di base a Holstebro, un piccolo villaggio danese dove ha fondato il suo Odin Teatret, compagnia multiculturale, i cui 25 attori e performer, rifiutati dalla scuola di teatro statale, provengono da continenti e paesi diversi. Teorico del teatro come baratto di culture, antropologo del teatro, fondatore dell’International School of Theatre Anthropology, ma anche marinaio, pittore, viaggiatore, studioso, Eugenio Barba è ritenuto, insieme a Peter Brook, tra i pochi maestri occidentali viventi. Io l’ho conosciuto per caso, tra le pagine di un almanacco salentino, nella prima redazione dove ho lavorato, e poi me lo sono ritrovato davanti due estati fa, a Lecce, nel foyer di un teatro, senza trovare il coraggio di parlargli.

Il teatro, come isola galleggiante, isola di libertà, immune al concetto di casa, patria, radice, l’attore come zona franca dell’essere umano, allergico alla propria epoca, atemporale, forgiato dal training quotidiano e dal proprio disagio nei confronti della realtà, sono solo alcuni dei concetti che hanno guidato il lavoro e la ricerca di Barba per più di cinquant’anni, all’origine di spettacoli unici, come Min Fars Hus La vita cronica, ed esplorazioni culturali in tutto il mondo, nelle lande estreme e nelle grandi capitali, tra le tribù disperse dell’America Latina e i villaggi sperduti del Salento.

L’esperienza del teatro inizia per risolvere una problematica esistenziale: “restare se stesso, cioè diverso, in terra straniera“, in Norvegia, dov’era solo un emigrante meridionale. Una quadratura del cerchio che trova la sua via di fuga nel decidere, a poco più di vent’anni, di diventare regista, originale a prescindere, differente per natura, vocazione e deformazione professionale. Modificare la propria esistenza e modellarla. Bruciare la casa, annullare i programmi, impedire la previsione per assicurasi la più magica e fantasiosa delle visioni, l’estro, l’inventiva. “Superare la prevedibilità e l’ovvietà del corso degli eventi, sorprendere lo spettatore ma soprattutto noi stessi”, una linea di condotta individuale che diventa poi la missione principale dell’Odin Teatret.

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Lasciarsi incuriosire da quello che sta oltre la sponda conosciuta, in terra straniera, e soprattutto dai mezzi necessari per raggiungerlo. Come diceva Eugenio Barba, “quello che m’interessa è al di là del fiume, per questo mi occupo di canoe”. Perseguire la ricerca, anche quando questo significa ricerca e desiderio di solitudine, come Barba scrive in uno dei suoi testi cardine, Teatro: solitudine, mestiere, rivolta: “La rivolta è un continuare a sognare attivamente e razionalmente, evitando che il sogno diventi monumento o rimpianto“.

Contrario per natura all’idea di monumento, fisso e stabile, d’oro e di bronzo, a indirizzi registrati e attestazioni di residenza, il teatro di Barba è un lavoro che “non resta, però annoda relazioni. Serve a viaggiare, ciascuno nel proprio individuo interno e assieme agli altri. Le sue radici sono le relazioni, sia prima che dopo lo spettacolo, fra coloro che fanno teatro e con coloro che vi assistono: relazioni fra il passato e il presente, fra la persona e il personaggio, fra l’intenzione e l’atto, fra la storia e la biografia, fra il visibile e l’invisibile, fra i vivi e i trapassati”. Una patria in miniatura, che si nutre di tecniche povere, a mani nude, pratiche vissute in solitaria o in comune.

“Non potendo né predire né predicare, rifletto ancora una volta sull’unica realtà in cui mi riconosco: la casa che abito”, ovvero il teatro, “una periferia? una libertà? un esilio che diventa alla lunga deprimente? Il teatro diventa una casa nomade, ma non solo. La casa è un’idea incerta, dai confini vaghi, che per Barba ha i suoni e gli odori di un teatro nomade, il fruscio dei costumi di scena, i mascheroni apotropaici, il bagaglio sempre pronto. Ci si può sentire a casa in una valigia? Forse no. Ma in una scena, un atto, un mucchio di parole, ripetute a memoria, forse sì. Un rifugio che consente a chi vi si ripara di essere libero dalla retorica del ritorno, dalla nostalgia della partenza, dalla necessità delle radici. Non avere una casa, anzi darle fuoco, per conservare la lucidità di visione, l’autodisciplina, l’autonomia dell’intelletto e dell’immaginazione: “Abbiamo fatto un viaggio nella nostra casa. I veri viaggiatori conoscono bene questa esperienza: il mondo sconosciuto lo si scopre quando si ritorna”.

Restare esseri umani, ritrovarsi sulle assi di legno del teatro, indipendenti dalle coordinate spazio-temporali, corpi la cui potenza diventa atto, attraverso l’esercizio quotidiano, lo sviluppo delle tante sfumature vocali, la precisa e ferrea autodisciplina del training dell’Odin Teatret, veicolo privilegiato per raggiungere una libertà suprema: “una tecnica la cui sostanza risiede nella precisione chirurgica dei dettagli e in un superego professionale che esige un impegno assoluto per raggiungere la vetta del proprio Annapurna aldilà della propria pigrizia e dell’impulso di essere soddisfatti dei primi risultati”. Come insegnano le tecniche giapponesi del Teatro Nô, le discipline orientali, l’attore diventa maschera, vettore d’energia, libero dalle quattro mura domestiche, in qualsiasi parte del mondo si trovi, battersi contro il determinismo, evadere dalla propria biografia.

Per ricordarsi di bruciare la casa, sempre, anche solo nella testa, chiudersi alle spalle la porta e immaginarsi nelle vite altrui, di essere altro da sé, anche quando la valigia resta vuota nell’armadio, lo zaino dimenticato accanto alla scrivania, il viaggio un’ipotesi lontana.

“Penso a certe antiche case povere dei paesi del Sud, minacciate dall’umidità, prive di comfort, piene d’ombra, con finestrelle che sembrano temere il caldo e la luce e chiudono fuori i luminosi paesaggi del mare e degli ulivi. Case dove si vive stretti e in cui spesso la reciproca insofferenza di chi le abita dà alla vita quotidiana l’angoscia della reclusione. Ma in ognuna di esse una piccola scala annerita dal tempo conduce al tetto piatto, dove si può sostare: un terrazzo privo di ringhiere, che obbliga a stare sul chi vive, perché basta un passo sbagliato per precipitare. Una casa con un tetto piatto su cui incombe il cielo. E dove ciascuno può dialogare con se stesso perdendosi con lo sguardo oltre l’orizzonte. Simile a questa casa è per me, in una sola parola, il teatro”.

Image © Matthew Woodson

Soundtrack: The Chemical Brothers, Snow

Su YouTube, è possibile ascoltare la voce di Eugenio Barba, nelle numerose interviste on-line, una voce accesa, illuminata, che conserva ancora qualche traccia del suo accento salentino. Inoltre, è possibile assistere alle performance dell’Odin Teatret e guardare da vicino le tecniche di training della compagnia. 

Allegria di naufragi

Il giorno di Natale, dalla finestra sulla rue Norvins, le strade di Montmartre sembravano tornate a brulicare di turisti, degli acuti dei musicanti, delle offerte per un ritratto dal caricaturista di turno. Odore di crêpe, vino caldo, il riflesso delle luci blu tra gli alberi della Place du Tertre, un rumoroso gomitolo di strade nel quale non avevo voglia di tuffarmi. Ho riaperto vecchi libri, ritrovato appunti dimenticati, sono tornata a leggere la storia di un poeta che aveva voglia di dimenticarsi di sé, proprio il giorno di Natale, sentirsi sull’orlo di un allegro naufragio e, per un attimo, lasciarsi volutamente scivolare.

Il fiume Nilo lo ha visto “nascere e crescere e ardere d’inconsapevolezza”, in una bollente Alessandria d’Egitto di fine Ottocento dove, da genitori originari di Lucca, venne al mondo Giuseppe Ungaretti. Qui, ancor prima di scoprirsi ermetico e poeta, cominciò ad amare la lingua francese, che imparò nella scuola svizzera Jacot, e ad apprezzarne la poesia, che leggeva sulle pagine della celebre rivista Mércure de France, innamorandosi di Baudelaire, Rimbaud e Mallarmé.

Era il 1912 quando il profilo italiano gli passa davanti agli occhi, dietro il finestrino di un treno diretto a Parigi, dove Ungaretti decide di continuare gli studi, frequentando il Collège de France, le lezioni di Bergson ma soprattutto accomodandosi ai tavolini dei più illustri circoli letterari della capitale, dove conosce Soffici, Palazzeschi, Papini, Marinetti, il suo amico Apollinaire.  Alloggia in una camera d’albergo, al civico 5 di rue des Carmes, “appassito vicolo in discesa”, nel cuore del Quartiere Latino, dove condivide la stessa quotidianità, il medesimo sradicamento con Moammed Sceab, che morirà suicida, incapace di ritrovarsi nel fermento di Parigi.

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La timidezza di Palazzeschi e lo charme di Apollinaire, grande estimatore di sigari toscani, lo conquistano più di tutti e si mescola in poche settimane alla folta schiera di habitué del Café de Flores, della Closerie des Lilas, una volta templi della cultura francese, oggi presi d’assalto dai turisti che ne hanno letto la storia sulle guide. Nel 1914, Ungaretti si arruola volontario per la Grande Guerra. Parte così per un viaggio dal quale non tornerà più, dove conoscerà la beffa del sentirsi vivo circondato dalla morte e dove concepirà il suo più famoso ossimoro, gli allegri naufragi.

Molte delle liriche raccolte ne Il Porto sepolto e in L’allegria sono state scritte in trincea, su pezzi di carta di fortuna, sugli involucri delle pallottole, riposti in fretta nel tascapane, nella giubba o nel berretto. Anche il tempo era scarso, in trincea, il linguaggio si doveva allora “rinnovare, rendere essenziale”, illuminarsi d’immenso e il senso stesso di quello stare lì, “come d’autunno sugli alberi le foglie”, si rinchiude nelle poche parole di un verso.

In trincea, Ungaretti modella la sua poesia, estremizza il verso libero, scopre l’analogia come via privilegiata all’intuizione poetica, all’illuminazione letteraria. Le sue figure retoriche sono ricercate epifanie linguistiche, alla base del suo personalissimo ermetismo, una poesia che si vuole erede dei segreti di Mallarmé e delle antiche primavere di Leopardi, rifiuta la facilità, la comprensione immediata, preferisce le vie traverse, le allusioni imprevedibili.

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Ungaretti amava le difficoltà. “Se la poesia è decifrabile nel modo più elementare, non è più poesia”. La poesia deve contenere un non detto, anche se “si è sempre scontenti” e la parola, strumento impotente, riesce solo ad avvicinarsi, per lente approssimazioni, al mistero dell’uomo. Senza caricarla di artifici, di orpelli barocchi, la poesia è tale quando contiene “un segreto inesauribile”, quello di essere “semplicemente una parola molto amorevole rivolta alla persona che la ascolta per indurla a sentirsi più umana”.

Un’umanità che resta tuttavia immagine utopica, quando la stessa poesia diventa “esplorazione di un personale continente d’inferno”, ritornare sui propri passi senza trovarli più, cronaca di uno sradicamento e di un esilio interiore. “A ogni nuovo clima che incontro mi trovo languente”, scrive Ungaretti nella poesia Girovago “e me ne stacco sempre straniero”. A ogni partenza, un naufragio, più o meno allegro. A ogni addio, riprende il viaggio, il “superstite lupo di mare”.

Nelle dichiarazioni pubbliche più recenti, all’età di ottant’anni, amava annunciarsi come “l’antico Ungaretti” e leggere le sue ultime poesie, sebbene se ne rammaricasse un po’, perché queste facevano parte di un “ciclo segreto” che non avrebbe voluto rivelare ai microfoni della televisione. Molte delle sue interviste si trovano on-line, e la sera di Natale, alla fine, sul divano ho lasciato andare le parole di Ungaretti e mi sono addormentata anche io, naufragata in una voce familiare, “come una cosa posata in un angolo e dimenticata”, al sicuro, al caldo buono, “con le quattro capriole di fumo del focolare”.

Giuseppe Ungaretti scrittore

Giuseppe Ungaretti scrittore

Soundtrack: Ashes to Ashes, David Bowie

Giorni di magra

“Muovendomi con il traffico, mi domandavo quanto altri come me prendevano la strada semplicemente per sfuggire alla città. Giorno e notte, la città formicolava di traffico ed era impossibile credere che tutte quelle persone avessero una ragione purchessia per guidare”.

Chi scrive è John Fante, nel libro Sogni di Bunker Hill, l’ultimo romanzo del ciclo su Arturo Bandini, dettato dallo scrittore alla moglie, poco prima di morire. Fante, autore d’origini italiane, intriso d’America, ha scritto dal quartiere di Bunker Hill quasi tutti i suoi libri, sotto la funicolare di Angel’s Flight, tra le case vittoriane dello storico distretto di Downtown LA, scenografia prediletta dalle pellicole noir degli anni Cinquanta. Un giovane Arturo Bandini, nel romanzo Chiedi alla polvere, resta ad osservare la città dall’hotel St. Paul, percorrendo Bunker Hill, da solo, “vagavo per quelle strade e m’impregnavo di loro e della loro gente, come fossi fatto di carta assorbente”, insieme alle sue fantasie, pronte per essere messe sulla pagina, per diventare materia del suo primo romanzo: “Bandini, assurdamente impavido, che non teme nulla se non l’ignoto in un mondo di stupefacente mistero. Sono risorti i morti? I libri dicono di no, la notte grida di si.”

Ho letto per la prima volta Chiedi alla polvere a poco meno di 18 anni. Non avevo mai viaggiato da sola, non avevo mai messo piede, almeno per un soggiorno prolungato, in quelle camere anonime, che diventano il proprio decoro quotidiano per un paio di mesi. Non avevo mai chiesto ad una città di regalarmi qualcosa di sé, di darmi una possibilità, una seconda chance, di offrirmi una svolta, un cambiamento, una novità. Lo lessi in poco tempo e lo richiusi senza troppa difficoltà, senza tanto smarrimento. Non ci avevo poi capito così tanto delle ambizioni di Arturo Bandini, dei suoi sogni di Bunker Hill, delle sue velleità da scrittore, della sua esigenza di liberarsi dell’ossessione per una città rinchiudendola in una pagina.

“Los Angeles, dammi qualcosa di te! Los Angeles, vienimi incontro come ti vengo incontro io, i miei piedi sulle tue strade, tu, bella città che ho amato tanto, triste fiore nella sabbia.”

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Ho ripreso Chiedi alla polvere a pochi giorni dalla mia partenza per gli Stati Uniti, direzione Los Angeles. L’ho riletto in due giorni, di fronte all’oceano Atlantico in Portogallo. Ho ritrovato Bandini, quello che mi aveva sorpreso, stupito, lasciata perplessa. Il Bandini dalle facili disperazioni e dagli altrettanto rapidi entusiasmi, quello ansioso di vita, quando questa sembra sempre nascondersi altrove, “fame di vita in una terra di polvere, fame di cose da fare e da vedere”.

“Ho un consiglio molto semplice da dare a tutti i giovani scrittori. Non tiratevi mai indietro di fronte a una nuova esperienza. Vivete la vita fino in fondo, prendetela di petto, non lasciatevi sfuggire nulla.”

Leggenda vuole che la storia d’amore con la cameriera Camilla Lopez abbia un riflesso nella sua biografia, che la cameriera del Columbia Buffet sia davvero esistita e si sia persa nel deserto del Mojave. Battute secche, scrittura piana, prima persona singolare. La convinzione che anche i minuti più umilianti, la sconfitta, la vertigine del fallimento possa trasformarsi in materiale da raccontare: “Sono qui per una ragione ben precisa; questi momenti – il lato brutto della vita – si trasformeranno in altrettante pagine”. E poi, d’improvviso, splendide pagine liriche, che lasciano il fiato sospeso.

«Che fare, allora? Alzerò la faccia al cielo, balbettando e farfugliando con voce impaurita? Mi scoprirò il petto e lo percuoterò come un tamburo per attirare l’attenzione del mio Cristo? O non è forse più ragionevole che io mi ricopra e continui il cammino? Ci saranno momenti di confusione e momenti di desiderio, e altri in cui la mia solitudine verrà alleviata solo dalle lacrime che, come uccellini bagnati, verranno ad ammorbidire le mie labbra aride. Ma ci sarà consolazione e ci sarà bellezza, come l’amore di qualche fanciulla morta. Ci saranno risate soffocate e la quieta attesa della notte e una tenue paura dell’abbraccio avvolgente e derisorio della morte. E la notte verrà, e con essa i dolci oli delle mie marine, versati su di me da chi ho abbandonato per inseguire i sogni della mia gioventù. E io sarò perdonato, per questo e per altro, per Vera Rivken e per l’incessante battere d’ali di Voltaire, affascinante uccello, e perché mi sono fermato a osservarlo e a sentirne il canto. Tutto mi sarà perdonato, quando farò ritorno alla mia terra sul mare».

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Cattolico di famiglia, timoroso di Dio, Arturo Bandini si sente in colpa per i suoi sogni di gioventù, le aspirazioni, l’ossessione della scrittura. Si ritrova costretto a dire bugie alla sua famiglia, per poterla illudere che tutto vada bene, “a quelli che sono rimasti a casa potrete sempre mentire, tanto non amano la verità, non vogliono conoscerla, preferiscono credere che, prima o poi, anch’essi vi raggiungeranno in paradiso.”

Quando s’imbatte nella misteriosa Vera Rivken e va a letto con lei, si sente responsabile dei peccati del mondo, impuro, indegno perfino dei cinque dollari che sua madre gli spedisce una volta al mese, per finanziare la sua esistenza di scrittore squattrinato a Los Angeles, “i giorni grami, cieli azzurri senza mai una nuvola, un mare di azzurro giorno dopo giorno, e il sole che lo solca. I giorni dell’abbondanza…abbondanza di preoccupazioni, abbondanza di arance”, i giorni di magra, ma carichi di determinazione.

In riva all’oceano, sui granelli di sabbia, i gabbiani e il vapore freddo delle onde, immaginando già il Pacifico di fronte a me, anche io ho pensato che di ritorno alla mia terra sul mare, tutto mi sarà alla fine perdonato. Le sviste, gli errori di calcolo e di prospettiva, le dimenticanze e la noncuranza, le decisioni impulsive, la fretta, le follie ripetute, reiterate, i sogni che andavano scoraggiati, il tempo perso, le giornate passate ad aspettare, le utopie, le lezioni che non ho imparato, i biglietti aerei che non avrei mai dovuto comprare, i cambi d’indirizzo, l’eccessiva fiducia e la durezza. Ho immaginato che in tutta questa solitudine e smarrimento, ci sarà una lacrima di bellezza e di vita. E forse mi saranno rimessi tutti i peccati, come al giovane Arturo Bandini, e un giorno forse avrò la forza di chiedere perdono per gli sbagli, l’incoscienza e la stupidità. Un giorno.

Oggi faccio le valigie.

Images © Emiliano Ponzi

Soundtrack: il fado di Amália Rodrigues

Il rovescio e il diritto

Sbarcato a Praga, senza alcun appoggio, senza l’indirizzo di un hotel in tasca, un conoscente che lo aspetti a casa, pochi soldi nel portafoglio, sperduto nella fredda stazione mitteleuropea, Albert Camus si sente gonfio d’uno strano sentimento di libertà, perché le sue due valigie non pesano ormai più di tanto, il braccio è leggero, il passo veloce. Poco importa della solitudine, della paura di ritrovarsi in un paese sconosciuto, dove anche la lingua, il biglietto del tram, il gusto dei piatti tipici, si ignora, poco importa dell’apatia che sopraggiunge talvolta in quei viaggi solitari, in fondo “ogni paese dove non mi sono annoiato non mi ha mai insegnato niente”.

Camus scrive del suo arrivo a Praga, ma anche delle sue notti algerine, di sua madre silenziosa, della scoperta del sole italiano, dei cafè chantant spagnoli, nel suo primo libro L’envers et l’endroit, letteralmente Il rovescio e il diritto, una raccolta di cinque saggi autobiografici, scritti tra il 1935 e il 1936 e pubblicati nel 1937 ad Algeri, in pochissimi esemplari. Composti a soli 22 anni, rimasti introvabili a lungo, Camus ne ha consentito una nuova edizione solo dopo vent’anni, accompagnandoli con una prefazione, una vera e propria dichiarazione di poetica e di linea di pensiero.

“Nonostante viva adesso senza la preoccupazione del domani, quindi da privilegiato, non sono capace di possedere. Di tutto quello che ho, e che mi è stato offerto senza che io l’abbia cercato, non posso tenere nulla. Non per generosità, ma in virtù d’un’altra specie di parsimonia: sono avaro di quella libertà che sparisce non appena comincia l’eccesso delle proprietà. Il maggiore dei lussi non ha mai cessato di coincidere per me con una certa nudità. […] Non ho mai saputo abbandonarmi a quella che chiamano ‘vita d’interni’ (che spesso si rivela essere l’esatto opposto della vita interiore); la felicità cosiddetta borghese mi annoia e mi spaventa”.

Jusqu’où ira cette nuit où je ne m’appartiens plus ?

L’esperienza, la proprietà, la ricchezza, sono sopravvalutate, scrive Camus. Pochi sanno che, almeno una volta nella vita, bisogna aver perso tutto, restare da soli, andarsene. E offrirsi, ogni tanto, una prospettiva nuova, consentirsi un domani diverso, imprevedibile. La possibilità di perdersi, di fermarsi ad ascoltare il rumore della notte su un marciapiede arabo di Algeri, farsi sconvolgere dalla semplicità della cattiveria, insozzarsi per sempre della crudeltà e dello squallore delle periferie occidentali, la libertà di lasciarsi intimorire, spaventare dall’ignoto, da nuove destinazioni, chiedere alla propria madre “A cosa pensi?”, “A niente”, e sapere che è vero.

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A poco più di vent’anni, Camus intravede già nei caffè e nei giornali un elemento importante del viaggio. Qualche tempo fa, avevo letto in un articolo che l’odore del caffè e quello della carta stampata sono in grado di far sentire a casa chiunque. Fa parte dei trucchi del viaggiatore, quelli che si adoperano per mitigare la solitudine, per rinfrancarsi lo spirito. Ce n’è uno, classico, secondo Camus, quello di fare quattro passi in un museo, a tempo perso, continuare le proprie flânerie tra tele e sculture, per trasformare l’angoscia in malinconia. Trucco collaudato dallo scrittore francese, e tra i preferiti di chi ha vissuto a Parigi, aggiungo io. E poi c’è quello di infilarsi in un bar, di sedersi al bancone e svuotare i pensieri in una tazza di caffè, rifugiarsi in “un luogo”, scrive Camus, “in cui si può tentare di avvicinarsi agli altri, che ci permette di mimare in un gesto familiare l’uomo che eravamo a casa, e che, a distanza, ci sembra uno straniero”.

“Perché il pregio del viaggiare consiste nella paura. Spezza in noi una specie di apparato scenico interno. Non è più possibile barare – mascherarsi dietro ore di ufficio e di cantiere (quelle ore contro cui protestiamo tanto e che ci difendono con tanta sicurezza dalla sofferenza di esser soli). Per questo avrei sempre voglia di scrivere romanzi i cui personaggi dicano: ‘Che sarebbe di me senza le ore di ufficio?’ o anche: ‘Mia moglie è morta, ma per fortuna ho un gran fascio di atti da redigere per domani’. Il viaggio ci toglie questo rifugio. Lontano dai parenti, dalla lingua, strappati a tutti i nostri sostegni, privi delle nostre maschere (non si conoscono le tariffe dei tram ed è tutto così), siamo completamente alla superficie di noi stessi. Ma sentendoci male all’anima, restituiamo ad ogni essere, ad ogni oggetto, il suo valore di miracolo. Una donna che balla senza pensare, una bottiglia sul tavolo intravista dietro una tendina: ogni immagine diventa simbolo.”

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 Tornando a Praga, nelle fredde strade della capitale, Camus ricorda i suoi caldi viaggi in Italia, “terra fatta a immagine e somiglianza della mia anima”, le vigne profumate, le lunghezze dei cipressi, i nodi degli ulivi, l’odore forte dell’albero di fichi, le piazze ricolme d’ombra sotto un sole indifferente, il flauto acuto e tenero delle cicale, il silenzio che nasce dal rincorrersi lento delle giornate. Mettere a fuoco il linguaggio di un orizzonte nuovo, sentire finalmente che si accorda con il nostro, e non perché trovi una risposta alle nostre domande, ma perché queste domande le rende inutili.

Camus rivendica il diritto all’indifferenza, sprezza la ricerca della felicità a tutti i costi e a questa preferisce l’essere cosciente, la presenza a se stessi, il vivere il buono e il cattivo tempo, sperimentare tutto, il rovescio e il diritto di ogni momento, sfuggire il sonno, “avevo voglia d’amare come si ha voglia di piangere”, come qualcosa di forte e naturale, a cui bisogna solo lasciarsi andare. La sua indifferenza, assicura, è molto simile alla compassione, a un’empatia panica con il creato, con la bellezza dei paesaggi, del moto delle onde, del vento tra le spighe di granturco, con l’atteggiamento freddo della natura, che raramente s’accompagna ai moti dell’animo umano e che, proprio per questo, sembra comprenderli tutti.

“Adesso non desidero più di essere felice ma solo d’essere cosciente. Tra questo diritto e questo rovescio del mondo, non voglio più scegliere”.

Soundtrack: Scott Matthews, Myself Again

Images © Emiliano Ponzi

Storie di Procida

“Quelli come te, che hanno due sangui diversi nelle vene, non trovano mai riposo né contentezza; e mentre sono là, vorrebbero trovarsi qua, e appena tornati qua, subito hanno voglia di scappar via. Tu te ne andrai da un luogo all’altro, come se fuggissi di prigione, o corressi in cerca di qualcuno; ma in realtà inseguirai soltanto le sorti diverse che si mischiano nel tuo sangue, perché il tuo sangue è come un animale doppio, è come un cavallo grifone, come una sirena”.

Arturo ha 14 anni e vive sull’isola di Procida. Il sangue misto, incapace di arrestarsi in alcun luogo, è suo padre, Wilhelm, origini tedesche, trapiantato nell’isola napoletana, luogo di infinite partenze e permanenze irrequiete. Procida è una ghirlanda di case colorate. Guardandola da lontano, dal traghetto che porta a Ischia, le barche attraccate al porto, come la Torpediniera delle Antille di Arturo, la banchina con poche sparute persone dall’aria un po’ perduta, appare come un pezzo di terra che non sembra capace di appartenere all’oggi ma è confinata nell’eterno, nel sempre.

L’isola di Arturo è un romanzo di Elsa Morante, ambientato interamente nella dimensione fantastica e atemporale dell’isola. Una storia che racconta la scoperta dell’inquietudine della vita circondata dal mare, della tragicità dell’amore “quello vero, che non ha nessuno scopo e nessuna ragione”, dell’inevitabilità del dolore e della disperazione.

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Unica figura degna d’attenzione, tra tutti i procidani insignificanti, è il padre, Wilhelm, il condottiero valente, l’eroe macedone, un dio, anzi di più, un enigma, dall’espressione altera e indifferente. “Talvolta, un baleno delle segretezze gelose, alle quali i suoi pensieri parevano sempre intenti, passava sul suo viso: per esempio, dei sorrisi rapidi, selvatici e quasi lusingati; o delle lievi smorfie subdole, ingiuriose; o un malumore inaspettato, senza apparente motivo. Per me, che non potevo attribuire, a lui, nessun capriccio umano, il suo broncio era maestoso come l’oscurarsi del giorno, indizio certo di eventi misteriosi, e importanti come la Storia Universale”.

La compagnia di suo padre, intermittente, inaspettata, è un privilegio superbo, al quale Arturo dedica tutta la sua persona, con l’accanimento d’un lavoro meraviglioso, come su per l’albero d’un veliero, come una corsa a perdifiato, dove si segue qualcosa o qualcuno a precipizio, ci si butta giù senza guardare cosa c’è sotto, quando non si ha più contezza dell’oggi e si dimentica il resto del mondo. Per prendersi tutto, prima che anche quell’euforia tramonti e si finisce per ritrovarsi nel letto più grande della casa, ancora vestiti, come un capitano stanco, come Wilhelm, che osservava fuori dalla sua finestra e, dopo tante disavventure, si scopriva ogni volta sorpreso di ritrovarsi sempre solo e soltanto a casa sua, nella stessa stanza di tutti i giorni e meditava idee di fuga. “Luna nuova”, diceva, “con l’aria di dire invece – Sempre la stessa luna. La solita luna di Procida!”.

“E potrai anche trovare qualche compagnia di tuo gusto, fra tanta gente che s’incontra al mondo; però, molto spesso, te ne starai solo. Un sangue misto di rado si trova contento in compagnia: c’è sempre qualcosa che gli fa ombra, ma in realtà è lui che si fa ombra da se stesso, come il ladro e il tesoro, che si fanno ombra uno con l’altro”. 

Avevo dimenticato l’effetto della scrittura di Elsa Morante. Quando vivevo a Lecce, trovai La Storia in una libreria dell’usato e la terminai in pochi giorni. Qualche anno dopo, m’imbattei in Menzogna e Sortilegio, in una casa in affitto, un libro che mi ha letteralmente stregato, al punto da farmi immaginare l’odore di sapone e tessuti conservati negli armadi delle vecchie stanze da letto di Elisa, la protagonista. Ho comprato L’isola di Arturo su consiglio di Salvatore, il padrone di casa dell’antica libreria Ricci di Ischia, una capanna di legno, una piccola oasi di pace tra le vetrine concitate, i tacchi alti delle signore, gli spritz a 7 euro dell’isola. Sono bastate pochissime pagine per ritrovare i periodi assorti, la scrittura sensoriale, un incantesimo d’inchiostro e sogni, che in queste pagine ha il profumo di salsedine del Tirreno.

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Sono tornata a casa da qualche giorno, ripiombata in quella sensazione di straniamento, come alla fine di ogni libro, quando si rimane un po’ con le pagine in mano, a tornare indietro, a ritrovare dei passaggi, a cercare di non perdere la magia della scrittura e dell’invenzione fantastica, di restare ancora qualche minuto in quella condizione di sospensione d’incredulità, indispensabile per leggere un romanzo, o per vivere un’illusione. Nella speranza di conservare qualcosa in più della nostalgia, ma la speranza, a volte “indebolisce le coscienze, come un vizio” e non si distingue più la realtà dalla fantasia, finendo per perdere la lucidità e immaginarsi d’essere un pesce qualunque, di ritorno a Procida.

“Io non chiederei di essere un gabbiano, né un delfino; mi accontenterei di essere uno scorfano, ch’è il pesce più brutto del mare, pur di ritrovarmi laggiù, a scherzare in quell’acqua”.

Images © Shout

Soundtrack: Pino Daniele, Je’ so pazzo

Quotes: Elsa Morante, L’isola di Arturo

Andrea s’è perso

Non erano i monti di Trento e non era neanche una mitraglia. Andrea s’era perso, senza una lettera, senza la firma d’oro del re. Forse proprio per questo si era perso Andrea e non sapeva tornare. Nessuno gli aveva detto da che parte andare. Di incertezza si può anche morire.

Il bosco non era solo quello degli occhi di un contadino del regno, era quello fitto che era cresciuto intorno. Erano le finestre oscurate. Era la paura di uscire. Erano le langhe, con la luna sempre piena, la cenere dei falò sempre nell’aria, l’odore di erba bruciata, i tempi in cui bastava una ventata di tigli per sentirsi accesi, la verità sbattuta in faccia da un paesino adagiato sui colli, di quelli dove per sopravvivere non bisogna mai allontanarsi, mai mettere un piede oltre la svolta dello stradone, ché poi si perde la strada e non si ritorna più.

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O forse s’era perso in una stanza vuota, quelle di città, che si affittano per un paio di mesi e poi restano come dei gusci vuoti al momento della partenza, nessun segno, nessun ricordo, o quasi, stanze che non esistono se nessuno le ha viste, disponibili per chiunque, nulla di personale. Quelle dove si finisce quasi per caso, quelle che ci si è immaginati per una vita intera e poi, una volta arrivati, viene da chiedersi se sia tutto lì. Dove non prende neanche bene il telefono e la notte si passa sulla scala del condominio ad aspettare notizie, perché forse il foglio del re arriva prima o poi ad avvisare che qualcuno è morto sulla bandiera.

Andrea se l’era anche chiesto, se ne valeva la pena, di fare tanta strada, “di traversare il mondo per vedere chiunque”, di crederci così tanto, di simulare tanto entusiasmo per poi non saper più distinguere un amore da un altro, per saltare giù dal palco, per prendere l’ennesimo treno, per tornare ancora una volta sulle stesse strade, sentirsi dire le stesse parole. “Valeva la pena esser venuto? Dove potevo ancora andare? Buttarmi dal molo? Ma dove andare? Ero arrivato in capo al mondo, sull’ultima costa, e ne avevo abbastanza”.

Ritornare e trovare amici che si ricordano di cose che aveva fatto, parole che aveva detto, storie che aveva vissuto, aneddoti che una volta era solito raccontare e lui che non si ricorda più niente, perché i filtri sono sbagliati, la memoria al contrario, l’abitudine a fare finta di niente e a eseguire gli ordini, è pur sempre un soldato del regno e non ha nemmeno il profilo francese, e “magari è meglio così, meglio che tutto se ne vada in un falò d’erbe secche e che la gente ricominci”.

Perché io Andrea me lo immagino e forse a volte me lo sogno anche la notte, mentre raccoglieva violette. Sono quelle mattine che mi sveglio e mi ricordo di aver parlato con un secchio, mi avvertiva che il pozzo era profondo. E io ultimamente ho le vertigini, ma le profondità non mi fanno paura. Mi ci butto, non guardo nemmeno cosa c’è dentro. Mi basta che sia più profondo di me.

Soundtrack: Andrea, Fabrizio De Andrè

Image: © Witchoria

Quotes: La luna e i falò, Cesare Pavese

Solo per fumatori

“Passeggiamo come automi per città prive di senso. Passiamo da un sesso all’altro per giungere sempre alla stessa dimora. Diciamo più o meno le stesse cose, con leggere varianti. Mangiamo vegetali o animali, ma non più di quelli disponibili, nessuno ci servirà mai l’Uccello del Paradiso o la Rosa dei Venti”.

Chi scrive è Julio Ramon Ribeyro, scrittore peruviano “timido e geniale”, nato a Lima nel 1929 e qui morto nel 1994, autore di Scritti apolidi, un libro trovato girovagando tra le bancarelle di BookPride, la prima fiera dell’editoria indipendente a Milano, qualche tempo fa. A pubblicare e promuovere l’opera di Ribeyro, tra gli autori sudamericani meno conosciuti, è la casa editrice La Nuova Frontiera, impegnata nella diffusione della letteratura ispano-americana e lusofona, che già qualche anno fa aveva conquistato un posto d’onore nel mio olimpo letterario, con Corpo a Corpo di Gabriela Wiener.  

Adocchiando l’aggettivo apolide, ho pensato subito di aver trovato un altro testo da aggiungere alla mia biblioteca di scrittori senza patria. In realtà, Ribeyro chiarisce il titolo sin dalle prime pagine: “non si tratta, come qualcuno ha pensato, degli scritti di un ‘apolide’ o di qualcuno che, pur non essendolo, si sente tale. Si tratta in primo luogo di testi che non hanno trovato posto nei miei libri già pubblicati e che vagavano tra le mie carte, senza una destinazione né una funzione precisi. In secondo luogo, si tratta di testi che non rientrano a pieno titolo in nessun genere”.

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Pensavo di addentrarmi in una lettura squisitamente sudamericana e, invece, scopro che Ribeyro passò più di vent’anni a Parigi dove lavorò come scrittore, traduttore, giornalista e consigliere presso l’Unesco. Si ritirò a Lima solo durante gli ultimi anni della sua vita, per concedersi un ultimo tratto di strada in solitudine, in riva al mare. Non apolide quindi, ma di certo errante: “Per dieci anni ho vissuto emancipato dal senso della proprietà privata, della professione, della famiglia, del domicilio e ho viaggiato per il mondo con una valigia piena di libri, una macchina da scrivere e un giradischi portatile. Ma ero vulnerabile e ho ceduto a sortilegi antichi come la donna, la casa, il lavoro, i beni. Così ho messo radici, ho scelto un luogo, l’ho occupato e ho cominciato a popolarlo di oggetti e presenze. Prima qualcuno da amare, in seguito qualcosa che questa persona amasse, poi l’attrezzatura del caso: un letto, una sedia, un quadro, un bambino. Ma era solo l’inizio, perché ognuno di noi è stato raccoglitore, si è trasformato in collezionista e ha finito per diventare soltanto un anello nell’interminabile catena dei consumatori”.

Come dire, pensavo di aver cambiato rotta e aver intrapreso un filone letterario diverso, invece sul comodino mi ritrovo un girovago migrante, che rifugge fisse dimore e proprietà materiali e si lascia adottare da Parigi. Un professore universitario, che ha seguito la mia tesi sugli scrittori apolidi di due anni fa, di recente mi ha scritto: “non riuscirà mai a liberarsi delle sue letture ontologico-depressiste”. Aveva ragione. Ribeyro mi ha travolto nella sua scrittura, nichilista, autodistruttiva, inseparabile dalla sua sigaretta e mi ha portato alla scoperta del buio, quello più subdolo e inaspettato, “come succede a chi, avendo sempre dormito dal tramonto all’alba, si sveglia una volta a metà del sonno e scopre che esiste anche la notte”.

Quello che Ribeyro chiamava il suo lato da animale notturno era l’insopprimibile istinto a camminare, sfuggire a tutto quello che l’aveva intrappolato dentro casa, intrufolarsi nei panni di un altro e vivere un’altra esistenza, anche solo per il tempo di una passeggiata: “Mettersi il cappotto e iniziare a camminare. Piccole luci, cieli opachi o stellati, gente che esce lavata, pettinata, in cerca di piacere. Soste nei bar, senza fretta, a bere un buon liquore sorso a sorso, guardare, pensare, avvertire il compiersi della trasfigurazione… Di colpo siamo già altri: una delle nostre cento personalità morte o rifiutate ci possiede”.

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“Ho vissuto mischiato ai pezzi sparsi, senza sapere dove collocarli. Così, per me vivere sarà stato come cimentarsi in un gioco di cui mi sono sfuggite le regole e dunque non aver trovato la soluzione dell’enigma”. Ribeyro appartiene solo cronologicamente all’esplosiva ondata di scritture latinoamericane degli anni Cinquanta, dove si trovano Vargas Llosa, Marquez, Cortazar. Da sempre a suo agio in una dimensione individuale più che collettiva, Ribeyro resta defilato, “uomo smarrito per la solitudine”, che da solo si rimprovera la sua tendenza alla dispersione, al confondersi per mille strade, fedele alla forma del frammento e del racconto, perché forse “per un sudamericano era più facile fare la rivoluzione che scrivere un romanzo”. Specialista dell’arrivare senza avvisare, passa anni interi seduto nei caffè di Parigi o a camminare lungo i suoi boulevard, riservato sì, ma completamente immerso nella fauna urbana, pronto a coglierne ogni sfumatura e a riprodurla nei suoi racconti, molti ambientati proprio nella capitale francese.

“Quando qualcuno scopre che ho vissuto a Parigi per quasi vent’anni, mi dice sempre che quella città deve piacermi molto. E io non so mai cosa rispondere. In realtà non so se Parigi mi piace, come non so se mi piace Lima. La sola cosa che so è che tanto Parigi quanto Lima per me vanno al di là del gusto. Non posso giudicarle per i monumenti, il clima, le persone, l’atmosfera, cosa che posso fare per le città in cui sono stato solo di passaggio, […]. Sia Parigi che Lima per me non sono oggetto di contemplazione, ma conquiste della mia esperienza. Sono dentro di me, come i polmoni e il pancreas, per i quali non so formulare nessuna valutazione estetica. Posso dire solo che mi appartengono”. Come dirlo meglio di lui?

Chissà se Ribeyro era a conoscenza che a qualche arrondissement dal suo, un altro celebre apolide metafisico negli stessi anni lasciava la sua inquietudine vagare per le strade di Parigi: Emil Cioran, di origini romene, parigino d’adozione. Schivi e defilati, Ribeyro dal suo appartamento sulla place Falguière, Cioran dalla sua soffitta di rue de l’Odéon, corteggiavano il suicidio senza mai lasciarsene dominare, consapevoli dell’esistenza di tale scorciatoia ma soprattutto della possibilità di non prenderla.

“L’atto creativo è basato sull’autodistruzione. Tutti gli altri valori – salute, famiglia, futuro eccetera – restano subordinati all’atto di creare e perdono ogni validità. L’improrogabile, il primordiale, è il rigo, la frase, il paragrafo che uno scrive”, diceva Ribeyro, “ammiro pertanto gli artisti che creano in accordo con la propria vita e non contro, i longevi, autentici e allegri, che si nutrono della stessa creazione e non ne fanno, come me, ciò che si sottrae a quanto ci era dato di vivere”.

Per finire, Solo per fumatori è una raccolta di racconti, dove Ribeyro narra della sua passione per il fumo. Balzac per un pacchetto di Lucky Strike, le liriche dei surrealisti per un paio di Players e il suo adorato Flaubert per una manciata di Gauloises, per Ribeyro non c’era scrittura degna senza una sigaretta accesa e usava barattare i suoi libri per averne qualcuna, ma soprattutto per quel piacere che gli ricordava quello dello scrivere: estremo benessere durante e poi solo perpetua insoddisfazione.

Chiudo il libro e lo immagino sul balcone del suo appartamento parigino a fumare, mentre osserva il cielo, denso, da tagliare a spicchi come un mandarino, o sbatte la porta in faccia al giorno, rifiutandosi categoricamente di riceverlo: “Abitudine di tirare i mozziconi dal balcone, in piena Place Falguière, quando sono appoggiato alla ringhiera e sotto, sul marciapiede, non c’è nessuno. Perciò mi infastidisce vedere qualcuno fermo lì quando sto per compiere questo gesto. Cosa diavolo ci fa quel tizio nel mio posacenere?, mi domando”.

Soundtrack: Calexico, “Edge of the Sun”

Questo post è vittima di un’esondazione da citazioni. Avrei voluto trascrivere tutti i diari di Ribeyro e tutti i miei frammenti preferiti di Cioran, ma per questo invito i più interessati a rivolgersi alle librerie e a comprare i testi. Ne vale la pena. Per quanto riguarda le poche linee di cui sopra, spero d’aver lasciato intendere quanto abbia amato questo libro e che Ribeyro apprezzi, ovunque si trovi, e non sbuffi dalla sua sigaretta, anche se considerava le tante citazioni un segno d’inciviltà. Io da parte mia ho avuto il timore che da un momento all’altro alle mie spalle spuntasse Troisi per chiedermi: “Ma che fai? Parli con le parole degli altri?”

Note a margine

“Bisogna stare attenti ai pensieri che vengono di notte: non hanno la giusta direzione, arrivano a tradimento da luoghi remoti e son privi di senso e di limiti”. Questo è l’incipit di Strade Blu di William Least Heat-Moon, un viaggio lungo l’America minore, lontano dalle Interstates, arrivato sul mio comodino un po’ di tempo fa. La storia è quella di una partenza solitaria, per tre mesi, dal Missouri al Texas meridionale, la Louisiana, il New Mexico, lo Utah, la California, il Montana e il Minnesota, tutto seguendo le strade blu, quelle secondarie, “aperte, invitanti, enigmatiche: uno spazio dove l’uomo può perdersi”.

“Quella notte, mentre mi rigiravo nel letto chiedendomi se avrei fatto prima a prender sonno o ad esplodere, ebbi appunto l’idea. Un uomo che non riesce a far quadrare le cose può sempre levare le tende. Può mollare tutto cercando di tirarsi fuori dalla solita vita. Può mandare al diavolo il tran tran quotidiano e correre il rischio di vivere il momento secondo le circostanze, è una questione di dignità”. Succede in un attimo, quello che prende più tempo è il pensarci, rigirarsi nel letto, immaginare le conseguenze, le reazioni, i ripensamenti, poi, una volta deciso, basta chiudere gli occhi e saltare nel vuoto, senza nemmeno preoccuparsi se sotto qualcuno avrà pensato di metterci una rete.

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Heat-Moon perde il suo matrimonio e il suo lavoro in un colpo solo. Per sfuggire al passato, che continua ad annusarlo sul collo, la sera, prima di addormentarsi, decide di partire dopo aver rimesso a posto il suo furgone, il Ghost Dancing, “seguendo la primavera, come le anatre – nell’oscurità, col collo dritto in avanti”. Ha 38 anni, senza un posto di lavoro e senza progetti precisi, il che comporta, durante il viaggio, anche inevitabili dialoghi come:

– E tu che mestiere fai?

– Nessuno

– E com’è che funziona?

– Non funziona in nessuna maniera.

Ma anche incoraggiamenti inaspettati:

– Dove va?

– Non lo so.

– Allora è impossibile perdersi.

“Con una sensazione quasi disperata d’isolamento e la crescente certezza di vivere in terra straniera, partivo alla ricerca di mondi dove il mutamento non fosse rovina”, inseguendo un cambiamento e forse perché, come Heat-Moon, mi piace rendermi la vita difficile. Insomma, ho cambiato casa. Ora sono al settimo piano di un palazzo, Milano Sud, ho un balcone, tante finestre, spazi inondati di luce e dalla mia cucina si vedono anche le montagne che, per chi viene da regioni il cui unico rilievo sono le dune di sabbia, restano sempre qualcosa di esotico. A pensarci bene, è stato il trasloco più indolore degli ultimi mesi. Solo uno zaino e una valigia, qualche libro, pochissimi vestiti, tanti, forse troppi, quaderni per appunti. Lo stretto indispensabile. Ho anche un solaio e un armadio gigante e per la prima volta non so come riempirli.

Appena tornata in Italia, avevo cominciato a occuparmi le giornate accumulando nuove conoscenze, passatempi inediti, pile di libri, progetti appena iniziati. In due mesi, ho collezionato biglietti di treno, numeri di telefono, appunti sull’agenda. Poi, succede sempre quando si fanno le valigie, tutto il superfluo resta fuori, è quasi liberatorio, sapere di poter ancora rinchiudere tutto in uno zaino e partire. Affinare la direzione, eliminare il superfluo, fare fuori brutalmente tutto quello che non mi serve. Come diceva Cesare Pavese, spostarsi, viaggiare, cambiare direzione, è una brutalità. Obbliga a una situazione di disagio perenne. “Nulla è vostro, tranne le cose essenziali – l’aria, il sonno, i sogni, il mare, il cielo”. Sono in questo appartamento, dove nulla è mio. Scrivo su un divano che non è mio, nella tasca ho un mazzo di chiavi che non riconosco, le coperte, le lenzuola non hanno l’odore di casa, devo pensarci per ricordare quale uscita della metro prendere, le strade sono tutte sconosciute, blu, “uno spazio dove l’uomo può perdersi”. Eppure l’essenziale è lì, a portata di mano, è un sollievo che non provavo da tempo, quello di aver bisogno di pochissimo per stare bene. A volte ho quasi l’impressione di camminare a un metro da terra per tutti i pesi che ho lasciato andare via.

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Quando Heat-Moon attraversa la frontiera e raggiunge il West, qualcosa cambia. “La differenza incolmabile, perentoria, evidente e sbalorditiva tra l’Est e il West è dovuta a un fattore ben preciso: lo spazio. Nel West la vastità degli spazi aperti cambia le città, le strade, le case, le fattorie, le coltivazioni, la tecnica, la politica, l’economia e, ovviamente, il modo di pensare”. Lo spazio, soprattutto quello rimasto vuoto, spinge a una maggiore fiducia in se stessi, secondo Heat-Moon. Ma non solo, ci rimpicciolisce, ci riduce alla giusta misura, ridimensiona gli infimi drammi esistenziali, apre orizzonti inimmaginabili. “Nessuno, neppure la gente del posto può sottrarsi alla vastità dello spazio”.

Ora, non che voglia paragonare il deserto del Nevada al soggiorno di un bilocale milanese, ma questo spazio vuoto, sconosciuto, uno zaino leggero, una valigia con lo stretto indispensabile, niente di familiare intorno, era quello di cui avevo bisogno da tempo. Lo spazio. “In perfetta solitudine”, direbbe Federico Fiumani. Per rimpicciolire alcuni nodi, scioglierne altri, ridimensionare problemi e persone, osservarli dalla giusta prospettiva, quella di chi guarda da un punto altro, da una posizione, sì di tiro, ma sempre esterna, lontana. Spazio per mettere a fuoco una direzione, per inseguire i ripensamenti fino a riuscire a capirli ma soprattutto per riprendere vecchi discorsi e recuperare progetti e utopie che credevo d’aver messo da parte una volta per tutte. Lo diceva anche Heat-Moon:

– I sogni occupano molto spazio?

– Tutto quello che gli si dà.

Images © Shout

Soundtrack: Today, Jefferson Airplane