I colori dell’arcobaleno

Quando ero al liceo, ai tempi in cui si facevano ancora le gite, andammo in Germania con la mia classe di compagni. Era l’ultimo anno, io ero già concentrata al futuro, ricordo le notti passate nell’hotel, in cui chiesi alle compagne di avere l’unico letto distante dal gruppo, vicino alla finestra, una finestra che si affacciava sulla distesa di palazzi e grattacieli di Monaco.

Mi sentivo già spedita ad alta velocità nell’avvenire, pronta per confrontarmi con le città, con il mondo esterno, con quella infinita galassia dell’ignoto che ero impaziente di prendere a morsi, di toccare con le mani, di vedere, di farmi sporcare e attraversare. Ero già lontanissima dai banchi di scuola, dalla tesina da scrivere, dalle storie d’amore con i compagni, dai voti, dalla dimensione rassicurante del paese, volevo andare “oltre la siepe”, perdermi nel mondo e trovare la mia strada.

Una persona se ne accorse e, proprio durante quel viaggio in Germania, mi offrì un regalo. Il mio professore di inglese, con cui condividevo un amore smisurato per la lingua straniera e per tutto quello che consentiva l’accesso a mondi altri, mi regalò una matita colorata con una frase di Shakespeare “Add another hue to the rainbow”. Me la consegnò di nascosto, con il tatto e la sensibilità che lo caratterizzavano, per non fare preferenze e non creare dissapori con gli altri compagni.

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