The Drawer: il disegno contemporaneo a Parigi

Pensarsi come un cassetto pieno di schizzi e disegni. Immaginarsi come una collezione di immagini, di pezzi unici e rarità. È questa l’intenzione di The Drawer, rivista semestrale dedicata al disegno e all’immagine, distribuita da Les Presses du Réel, nata a Parigi nel 2011 dall’intuizione creativa di Barbara Soyer e Sophie Toulouse, mente e cuore del progetto, ma soprattutto occhi attenti ed esigenti.

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Le due editrici sono al lavoro ogni giorno nel loro atelier a due passi dalla Basilica del Sacro Cuore, a Montmartre, nel lato placido e meno chiassoso del quartiere, al di là del boulevard de Rochechouart, lontano dal clamore di turisti e venditori. La porta è sempre aperta, ma si entra solo su appuntamento o in occasione dei “rendez-vous”, occasioni speciali in cui gli artisti della rivista sono invitati a esporre le proprie opere anche sui muri dell’atelier, una programmazione saltuaria, senza calendari o orari fissi. Sin da subito, una dichiarazione di poetica: “la nostra è una rivista principalmente visiva”, spiega Barbara, “senza alcun proposito di analisi, interpretazione o critica del disegno: lasciamo carta bianca e terreno libero agli artisti, i soli protagonisti delle pagine”. Nel ricco panorama delle riviste dedicate all’illustrazione in Francia, come la decana Roven, incentrata sulla critica e l’estetica, o la nuova The Shelf, rivista grafica sull’oggetto-libro, The Drawer ha un’immediatezza visiva peculiare e si vota interamente al disegno come pratica democratica, raccogliendo insieme nelle stesse pagine disegnatori più o meno conosciuti, francesi e internazionali, professionisti dell’immagine disegnata e non. “In questi anni abbiamo coinvolto architetti, designer, stilisti, anche autori, specialisti della parola scritta”, raccontano le editrici, “non siamo alla ricerca di una destrezza particolare con la matita, né di un’originalità a ogni costo, ma di un’estasi della vista, di un’immagine che possa richiamarne altre”.

L’immagine disegnata occupa quindi il posto principale. Ma attenzione a parlare di illustrazione. “Noi evitiamo questa parola”, spiega Barbara, “l’illustrazione, solitamente, è realizzata su commissione. A noi interessa invece il disegno in quanto pratica spontanea, a sé stante, espressione libera dell’artista, senza alcun limite”. L’unica indicazione, infatti, data ai collaboratori è una sorta di fil rouge, una tematica scelta ispirandosi a un’opera cinematografica o letteraria, che possa evocare immaginari, corrispondenze, provocare interpretazioni e variazione multiple e inattese. Da qui la scelta di film o libri inevitabilmente presenti nella memoria collettiva, in grado di solleticare la fantasia, da Tempi Moderni, per il primo numero, a Le Metamorfosi, fino a 1984, soggetto dell’ultimo.

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La rivista si apre su un editoriale, unico testo presente, e continua srotolando immagini e sensazioni, intervallate solo da un questionario, una sorta di ritratto dell’artista, che si presenta in poche essenziali risposte. Per il resto, solo puro disegno. “Non badiamo più di tanto alla narrazione”, spiega Barbara, “come in un cassetto, si può aprire la rivista in una pagina a caso e apprezzarne l’immagine, oppure sfogliarla una pagina dopo l’altra”. Non ci sono storie, ma ritmi, frequenze: “la nostra principale preoccupazione editoriale è che i disegni siano ben calibrati, disposti secondo un ordine visivo e una logica estetica”. Coordinatrici a tutto tondo, Barbara e Sophie presentano la rivista come artigianale e 100% fatta a mano: “siamo solo in due e completamente indipendenti e ci concentriamo sempre di più sulla rivista, nonostante entrambe seguiamo percorsi paralleli come direttrici artistiche ed editoriali freelance”. Un’indipendenza, quella di The Drawer, inizialmente autofinanziata e poi mantenuta grazie ai ricavi dei primi volumi, ma soprattutto alla generosità dei collaboratori. “Non ci possiamo permettere di retribuire i disegnatori”, continua Barbara, ricorrendo a formule fin troppo familiari, “offriamo visibilità e una vetrina unica e fortunatamente ci hanno sempre detto di sì”.

Accanto al progetto della rivista, si affacciano nuove idee: “stiamo ripensando all’approccio espositivo del disegno”, continuano, “vogliamo sfuggire alla monotonia delle gallerie e dei musei e inventare un nuovo dispositivo per esporre le opere che non sia la solita affissione alle pareti”. Da questa esigenza di creatività, nasce The Drawer Unit, il primo pezzo unico firmato The Drawer, un vero e proprio mobile a cassetti, in legno, dove i disegni si lasciano consultare e apprezzare in un formato diverso, che, inoltre, gioca con l’intimità del disegno stesso, che spesso è solo una produzione laterale nel lavoro di un artista e, di frequente, è destinato all’oblio in un angolo della scrivania. “Vorremmo creare dei pezzi unici, grazie al lavoro di alcuni colleghi designer, e farli circolare nelle gallerie, nei musei, nei luoghi o centri d’arte”.

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Alla base c’è il desiderio di trovare qualcosa che non sia già visto, un’esigenza di varietà nelle discipline e, soprattutto, il voler dimostrare come il disegno nasca e attraversi più universi creativi, alcuni insospettabili. Sulle pagine di The Drawer, infatti, oltre a disegnatori di professione, tra tutti Ruppert & Mulot, sono finiti architetti, stilisti e anche scrittori. “Abbiamo voglia di autenticità”, interviene Sophie, “spesso anche una bozza intermedia, un lavoro preparatorio, uno schizzo distratto ci colpisce e lo scegliamo per la rivista”. Quelli di Barbara e Sophie sono occhi sempre più esigenti, alla ricerca di un guizzo particolare nel tratto o nel colore. “La selezione diventa sempre più difficile”, spiega Barbara, che non sembra attratta da quella che individua come una tendenza contemporanea, esageratamente preoccupata del dettaglio, della precisione della matita, del tratto fine e particolareggiato. Un realismo figurativo fin troppo perfetto, quasi un’emulazione della fotografia, o forse troppo poco sporcato dall’estro per destare emozioni. Una tendenza riscontrata di frequenza durante gli ultimi saloni o nelle mostre più recenti, abitualmente setacciate dalle due editrici. Lungi dal fare scouting, infatti, Sophie e Barbara si dilettano, tuttavia, nello scoprire nuovi talenti, alla ricerca di colpi di fulmine visivi. Così è stato, ad esempio, per il duo Florentine e Alexandre Lamarche-Ovize, giovanissimi creativi francesi, scultori, pittori, disegnatori e fotografi, artisti quasi rinascimentali, autori di una riflessione figurativa e pitturale incentrata sulla città e la memoria urbana, esposti di recente anche presso l’atelier della rivista.

Perfettamente inserito nel brulicante panorama francese, The Drawer resta tuttavia soddisfatto nella sua nicchia. “Siamo venduti in libreria ma sicuramente non siamo un prodotto da grande pubblico”, spiega Barbara, “i nostri lettori sono interessati all’arte contemporanea, alla creatività o sono addetti ai lavori”. Da parte loro, c’è sicuramente la volontà di dare vita a un oggetto di altissima qualità, a cominciare dalla carta, al fine di realizzare un prodotto dalle caratteristiche sempre più rare, da collezionare per la propria libreria. “Cerchiamo di dare quello che internet non può fornire”, continua, “ma non siamo in conflitto con il web: sicuramente ci evolveremo anche on-line, in un modo o nell’altro”. Per ora, a destare maggiore interesse è il disegno digitale: “abbiamo pubblicato immagini realizzate con l’iPad, disegni colorati al computer: è un modo per noi di dimostrare che si chiama ‘disegno’ anche ciò che non è necessariamente realizzato con carta e matita”.

Che cos’è il disegno oggi? Perché disegnare? Sono domande che tornano di frequente sulle pagine di The Drawer, a partire da alcuni questionari proposti agli artisti. Una domanda all’apparenza semplice e antica, eppure sempre più attuale nel contesto della creatività che attraversa tanti disegnatori quanto fumettisti, illustratori e grafici. “Ce lo chiediamo spesso anche noi”, conclude Barbara, “la rivista forse è il nostro tentativo di dare una risposta”.

 

Qui l’articolo pubblicato su Fumettologica.

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