Pursuit of Happiness in Progress

In Italia ne arrivano deboli echi, ma continua la protesta a Liberty Square. Il piccolo Zuccotti Park, ad una manciata di passi dalla borsa di Wall Street, gremito di tende e curiosi, di sognatori e senzatetto, s’annuncia da lontano con un trionfo di percussionisti, un esercito di bacchette impazzite che percuote ogni oggetto potenzialmente risonante, dai cestini metallici della spazzatura ai bongo etiopi. Un’improvvisa e rumorosa oasi di energia e colore nel grigio Financial District, dove i newyorchesi fanno i soldi, per poi spenderli nel ricco Upper East Side. È impossibile non aggirarsi trasognati e non lasciarsi travolgere dall’energia di Liberty Plaza e dei suoi occupanti. Un cocktail umano indefinibile in cui è impresa ardua cercare di dare un volto all’occupante medio: ci sono ex-impiegati che hanno abbandonato il lavoro per unirsi alla protesta, ragazzi e ragazze da tutto il mondo, barboni indifferenti in cerca solo di compagnia, rastafariani e reporter d’assalto. Magliette di tutti i colori, capelli di ogni lunghezza, scritte di tutti i tipi e slogan improbabili. E poi le bandiere a stelle e strisce. Come per dire: contro la schiavitù del lavoro, contro il mainstream dell’informazione, contro la tirannia dell’1% cento di fronte alla rassegnazione del 99%, contro l’avidità delle corporation, contro la dittatura invisibile che costringe a barattare la propria vita per avere in cambio il denaro. Ma sempre fieri di essere americani.

Per chi volesse saperne di più, è sufficiente chiedere. Ogni anima della protesta è pronta a fermarsi, a decifrare l’inglese più stentato e a spiegare le proprie motivazioni. Scatta subito l’invito alla General Assembly, che si riunisce ogni sera dalle 19 alle 21, o a bere un caffè presso l’area cucina, posta al centro, dove volontari distribuiscono insalata, riso, pollo, pizza e tutto quello che si trova. Accanto, un cartellone con i turni del giorno, ai fornelli, ai piatti e alle pulizie. Oppure si può fare un giro alla People’s Library, che ha preso vita grazie ai libri regalati dai sostenitori e ha accumulato titoli di filosofia, short stories, politica e storia.

A Liberty Square la protesta continua anche sotto la pioggia. Il piccolo Zuccotti Park si è trasformato in una distesa di tende multicolore, i manifestanti hanno ricoperto tutto con cellophane e cartone. La People’s Library è chiusa. Sotto la prima freddissima pioggia autunnale non si sono spente le voci, né fermati i tamburi. Coperti da buste di plastica cucite insieme, da k-way improvvisati. Tutti si chiedono cosa ne sarà del movimento. Se riuscirà a sopravvivere al Generale Autunno.

Scendendo giù lungo Church Street, costeggiando la Trinity Church, si distingue poco Liberty Square, avvolta nella nebbia di questo strano 29 ottobre, in cui New York ha visto gli alberi del Central Park cadere e le strade ricoprirsi di bianco. L’ultima volta che nella Grande Mela c’era stata la neve prima di Halloween era il 1952.

Eppure qualche impavido tamburo suona ancora. All’indomani del centoventicinquesimo compleanno della Statua della Libertà, festeggiata con un triopudio di fuochi d’artificio applauditi dal belvedere di Battery Park, i ragazzi di Occupy Wall Street continuano a resistere, alla faccia del sogno americano andato in frantumi, in nome della stessa libertà.

Però passeggiando tra le tende ricoperte di neve, la cucina quasi annegata, scontrandosi con le facce arrossate dal gelo, sorge spontanea la domanda. Quale libertà?

La libertà di occupare un parco pubblico, di richiamare l’attenzione dei media? O quella di offrire un diversivo al tetro e noioso Financial District, aspettando che l’inverno spazzi via tutti quanti?

Nessuno ha saputo dare una risposta finora. Gli stessi occupanti non hanno piani, vivono alla giornata e sperano solo di resistere al freddo newyorchese. Intanto hanno lanciato l’iniziativa “Winter in the Park”, incoraggiano all’occupazione generale delle proprie vite, chiedono a voce alta aiuto, vestiti, guanti, cioccolata calda e qualsiasi cosa che riscaldi. Ma non solo. Arriva dai social network la richiesta di raccontare la verità. Al proprio giornale locale, agli amici, ai colleghi. L’invito a venire a vedere di persona quello che c’è ma soprattutto quello che non c’è a Liberty Square. Per smentire le bugie dei giornali ufficiali come il New York Times, secondo cui i manifestanti avrebbero ceduto volontariamente stufe e generatori di elettricità alla polizia. E per capire da vicino come si vive a Zuccotti Park, per fare domande e ascoltare.

Lo stesso giorno in cui giù a Liberty Island si preparava la festa di compleanno per la Statua della Libertà, non mancavano avventurose signore che scendono dai quartieri dell’Uptown con buste piene di viveri e maglioni per i ragazzi di Occupy Wall Street.

Intanto però Liberty Square si trasforma nell’ennesima attrazione turistica di New York City, un must della metropoli, da sbirciare, da andare a vedere, da bersagliare di fotografie e da taggare su facebook perché tutti sappiano che sì, anche voi siete stati a Zuccotti Park. Perché siete solidali e rivoluzionari. Seguaci di quel “clicktivism” per cui basta cliccare sul tasto I like per sentirsi coinvolti e attivisti, convinti di aver fatto la propria parte. O peggio, di aver fatto sentire la propria voce.

Forse i ragazzi di Wall Street hanno tattiche, scopi e modi discutibili. Forse, nonostante i working group e i think thank, mancano di organizzazione e logica. E molti si chiedono ancora quale risposta concreta vogliano i chiassosi occupanti del Financial District. Ma sono lì, vivi e si fanno sentire, e non solo creando un gruppo su Facebook. Chiedono solo partecipazione, un po’ di volontà in più, per informarsi oltre le comuni fonti di notizie, e un pizzico di curiosità.

Le tende colorate si moltiplicano. Si alzano più voci e si scrivono più parole. E ieri, mentre tutt’intorno infuriava la bufera e New York si svuotava sotto una neve da record inaspettata, i tamburi suonavano ancora a Zuccotti Park e si cantava ad alta voce, in nome della libertà.

In programma, l’undici novembre, l’utopica occupazione di Central Park. Mentre su Twitter spunta un altro Save the Date per un misteriosissimo big big 17th November.

To be continued.

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