Ill wind

A ill wind is bringing me down these days. It’s a real ill one, since I’ve been coughing for days and still not able to leave the apartment or do something different than lay down with books, tea and cats. And a wicked one, ‘cause I’m pretty scared about following it. It’s not pushing me far away, just a few kilometers far from my beloved apartment next to Père Lachaise towards a bigger cozy house. It is not as strong as it used to. It is no more able to push me until another country, to make me eager about crossing the ocean, or even crossing the street. To make me hope for unknown and surprises.

fw

“Perhaps when we find ourselves wanting everything, it is because we are dangerously close to wanting nothing.” Sylvia Plath wrote these lines in her diaries. She used to feel still and empty, as the eye of a tornado “moving dully along in the middle of the surrounding hullabaloo”. This ill tornado is just leaving myself in the arms of someone else, ready to be shaped by someone else’s plans, since following mine has become that difficult and I’m just looking for simplicity and easiness.

This ill wind is messing with my wish-lists and dreams and I’m desperately fighting in order to spare something from this silent hurricane. But still. I’ve finally discovered myself just longing for this safe nothing. Anxious about trying on different lives, like different dresses, just to put them in a closet once again. As Sylvia Plath would do. Just willing “to lie with my hands turned up and be utterly empty. How free it is, you have no idea how free.”

Soundtrack: Ella Fitzgerald, Ill Wind

 

 

Hollande in stile gangsta

Si chiama Pierre-Yves Bocquet, ha 40 anni, ed è uno degli uomini in giacca e cravatta che ogni mattina attraversano la rue du Faubourg Saint-Honoré per arrivare puntuali in ufficio. E non in un ufficio qualunque, ma all’Eliseo, nel cuore dell’ottavo arrondissement di Parigi. C’è però una parte della Francia che lo conosce, anzi lo legge, sotto il nome di Pierre Evil, critico musicale gagliardo, di quelli che non la mandano a dire, appassionato e cultore di gangsta-rap. Da circa due settimane, tuttavia, Evil, la metà oscura, è stato messo in cantina, in favore di Bocquet, l’alto funzionario, nuovo paroliere di François Hollande, la cui missione sarà quella di impiegare il suo estro letterario al servizio dello stato e scrivere i discorsi, le prefazioni e gli interventi del primo uomo di Francia. Anche se, hanno precisato gli uomini del presidente, non si tratterà di redigerli dall’inizio alla fine ma solo di “preparare”, una sorveglianza speciale alla sintassi e allo stile, insomma, perché “Hollande ama scrivere da solo i suoi discorsi”.

Così Hollande cambia stile e, quando ha deciso di regalarsi un ghost writer nuovo di zecca, non ha dovuto fare molta strada. Bocquet era, infatti, già in carica presso il governo, precisamente agli affari sociali. La sua militanza negli ambienti politici, però, comincia durante gli studi, quando è tra gli eletti del più grande sindacato studentesco di Francia (UNEF). La carriera all’Eliseo debutta, invece, nel 2000, presso l’ufficio di Elisabeth Guigou, ministro del Lavoro ai tempi di Lionel Jospin. Adesso Bocquet prende il posto di Paul Bernard, che lascia il calamo di stato per ragioni personali, secondo quanto indicato dalle fonti ufficiali.

pierre-evil-gangsta-rap

Una notizia che ha destato l’attenzione, soprattutto per l’anima nascosta di Bocquet e per la sua doppia vita: alto funzionario discreto di giorno, critico musicale sovversivo di notte. Pur restando sempre anonimo, infatti, si era già fatto notare ai tempi in cui era redattore musicale per il magazine culturale Chronic’art, per lo stile hardcore e soggettivo, con incursioni inaspettate nella sociologia alla Bourdieu. Fred Hanak, giornalista e suo ex collega, nonostante non l’abbia mai incontrato di persona, ne dice meraviglie: “Evil sa di cosa parla, prende il tempo necessario per capire le parole, non fa mai errori, usa i riferimenti con maestria e non bada certo ad accattivarsi gli artisti”. Per lui, Bocquet anzi Evil, è tra i tre migliori critici francesi di rap, nonostante la sua conoscenza del rap domestico lasciasse a desiderare. “Evil è come Chirac”, continua Hanak, “un mago nella politica estera, scarso in politica interna”. Cyril de Graeve, che fu suo caporedattore sempre presso Chronic’art, lo ricorda come un uomo senza particolari stravaganze, vestito con poca fantasia ed eccentricità, tutto il contrario dei suoi articoli. “Si faceva vedere poco, lavorava per noi in maniera sporadica e come volontario”. Bocquet ha anche firmato con il suo pseudonimo (che, non ce ne voglia, fa un po’ sorridere) Pierre Evil, il libro Gangsta-Rap, pubblicato nel 2005 dalle edizioni Flammarion, il volume Detroit Sampler, in uscita, e un documentario per ARTE, nel 2008. Bocquet sarebbe quindi avvolto da un’aura di mistero. I suoi stessi colleghi non sapevano nulla della sua vita e, secondo quanto ha riportato Le Monde, gli anelli brillanti e massicci che sfoggiava alle mani hanno destato più di un pettegolezzo tra i corridoi.

Hollande, la cui presidenza era stata salutata con il terribile epiteto di “normale”, si sta rivelando ai francesi ben più stravagante di quanto abbia lasciato intuire due anni fa. Dopo l’affaire Gayet che ne ha rivelato le improbabili doti di tombeur de femme, adesso Hollande sembra seguito a vista dalla stampa che non perde occasione di metterne in rilievo stranezze e mondanità. Che sia uno stratagemma per recuperare terreno e affrontare il più basso tasso di popolarità nella storia della repubblica francese? I sondaggi hanno rivelato, infatti, come la love story con l’attrice francese abbia incrementato l’approvazione dei cittadini per il loro presidente, che non ha invertito la curva della disoccupazione ma almeno si è conquistato un po’ di spazio in più sui giornali. Questo non ha impedito, tuttavia, a Hollande di mantenere il record del 71% di impopolarità, soprattutto dopo la sonora sconfitta delle municipali, un tasso superato solo dal suo ex primo ministro Ayrault, in pole position con il 74%.

In ultimo, per quanto riguarda la sua nuova penna, che i sostenitori di François il Normale non si spaventino. Pierre Evil, ricercato disperatamente per portare un po’ di carisma nel grigio Eliseo, ha sì un nome d’arte da figlio del Bronx ma si presenta con un curriculum d’eccezione e ha gli assi nella manica necessari per ogni francese che voglia bussare alle porte dei palazzi importanti: la rispettabile Sciences Po e l’ENA, la scuola nazionale d’amministrazione, con sede a Strasburgo, che ha visto sui banchi di scuola anche Chirac, Valéry Giscard D’Estaing e lo stesso Hollande, biglietti da visita che di solito fanno brillare gli occhi a ogni francese vecchia scuola che si rispetti, ben più importanti anche della sua decantata ars oratoria.

 

Qui l’articolo pubblicato su Doppiozero.

Parigi: allerta meteo e misure anti-inquinamento

Vagoni della metropolitana rigurgitanti di viaggiatori. Autobus pieni e, complice anche il bel tempo, biciclette e skate che invadono le strade della capitale. Tutta Parigi, lo scorso fine-settimana, si è mobilizzata per abbassare il livello di smog alla notizia che la quantità di polveri sottili provenienti dal Nord del paese avesse raggiunto un picco massimo nella regione Ile-de-France, nel Centro e nel Rodano.

La foto della Tour Eiffel avviluppata da una densa cortina di smog ha fatto il giro del mondo e, in tempi di municipali in arrivo, la città di Parigi è corsa subito ai ripari, con un provvedimento anti-inquinamento a effetto immediato. Da martedì 11, i residenti hanno usufruito del parcheggio gratuito. Durante il fine-settimana, i trasporti in comune, Autolib’ e Velib’ (il servizio di auto e biciclette pubbliche a noleggio della città) sono stati completamente gratuiti e, lunedì 17 marzo, la città ha indetto la circolazione a targhe alterne e il blocco dei veicoli a numero pari. Bambini e anziani sono stati invitati a restare a casa, le attività di manutenzione sono state ridotte al minimo indispensabile, per limitare la circolazione dei veicoli municipali non elettrici, e l’amministrazione ha sollecitato, infine, la consultazione di siti di car-sharing e la condivisione dell’auto tra colleghi. Misure che, almeno stando ai numeri, sembrano aver funzionato: nella sola giornata di venerdì 14 marzo, la locazione del Velib’ è aumentata del 130%, e in generale si è riscontrato un aumento del 61% del noleggio di corta durata nelle 4 giornate, e quella delle Autolib’ del 37%.

© Getty Images

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L’allerta inquinamento ha smorzato l’entusiasmo per questo primo scampolo di primavera. Anzi, sembra che sia stato proprio il caldo inatteso, con l’assenza di vento, a incrementare la concentrazione di smog in città, che ha sfiorato il record di Pechino. Le sere fredde e il riscaldamento elevato del mattino hanno contribuito a trattenere e intrappolare le particelle di smog, rimaste a galleggiare nell’atmosfera. Così, almeno tre quarti della Francia, capitale inclusa, hanno raggiunto e superato i livelli massimi di inquinamento per numerosi giorni. I meteorologi hanno annunciato temperature più fredde per le prossime settimane, fenomeno che dovrebbe ridurre il tasso di smog nell’atmosfera.

La città di Parigi si dichiara impegnata da 13 anni sul fronte della lotta all’inquinamento. La capitale vanta un sistema di trasporti pubblici capillare e invidiabile: almeno il 95% dei parigini, infatti, abita a meno di 600 metri da una stazione della metropolitana o della RER, il treno interurbano. Ma non solo, circa 371 km di piste ciclabili incorniciano le strade della città. L’operazione “Paris Respire” coinvolge 11 quartieri, bloccando la circolazione delle auto durante la giornate tutte le domeniche e i giorni festivi. Secondo uno studio del 2011 di Airparif, ente che vigila sulla qualità dell’aria a Parigi, almeno il 51% delle polveri sottili più pericolose proviene dal traffico automobilistico. Infine, i parigini sembrano coltivare da sé una vocazione al pollice verde, con giardini condivisi sparsi nella città e corsi di giardinaggio biologico. E, tra i provvedimenti presi dall’amministrazione, non si può certo dire che non si badi ai dettagli: dal 1° gennaio 2015, anche il fuoco di un semplice caminetto sarà proibito, per limitare la quantità di polveri sottili nell’aria. Tuttavia non sono state poche le critiche internazionali a un’amministrazione disattenta e corsa ai ripari solo all’ultimo minuto. E il malcontento trionfa anche tra i cittadini stessi. Su twitter, si rincara la dose, con frecciatine al sindaco, e c’è chi suggerisce, come unica soluzione possibile, il gas di scisto, fulcro delle più accese polemiche ambientaliste durante lo scorso anno, di cui la Francia possiede riserve considerevoli pari a circa 3.870 miliardi di metri cubi.

Intanto, in attesa delle municipali di fine marzo, dopo aver occupato il dibattito pubblico per una settimana, il tema dell’inquinamento diventa il banco di prova per le due candidate. Per Nathalie Kosciusko-Morizet, candidata dell’UMP, la soluzione si chiama Zapa (zona d’azione prioritaria per la qualità dell’aria), perimetri circoscritti, dove vietare la circolazione agli autobus turistici e ai veicoli pesanti. Per la candidata socialista, invece, Anne Hidalgo, si dovrebbe innanzitutto ridurre il limite di velocità e distinguere i veicoli con degli adesivi che ne indichino il livello potenziale di inquinamento. Sono tutti d’accordo nell’incoraggiare il car-sharing e i veicoli elettrici, ma soprattutto si schierano su un fronte comune contro l’avanzata del diesel. C’è chi rilancia con un investimento da capogiro sulla bicicletta, pensando a un incentivo economico per chi intende acquistarne una, e chi risponde con un sistema tecnologico per migliorare la ventilazione dell’aria nella metropolitana. Intanto, la reazione dei cittadini è scettica. La campagna stenta a mobilitare gli animi e a risvegliare le passioni. Serpeggia non poca delusione per questa allerta scattata solo quando la Tour Eiffel, improvvisamente, è scomparsa all’orizzonte. E, almeno finora, una propaganda che si combatte essenzialmente sui social network e non sui programmi politici non è di buon auspicio. In ultimo, la candidata di centro destra, intervistata di recente, ha ammesso, con non poca vergogna, di non conoscere nemmeno il prezzo di un biglietto della metro. Notizia che non lascia ben sperare.

Qui la versione dell’articolo pubblicata da Lettera43.it.

Pinguini gay e poliziotti nudi: caccia al libro proibito in Francia

In Francia, torna l’indice dei libri proibiti. Non contenti delle manifestazioni, del giorno della collera, dei cortei che hanno attraversato Parigi, i militanti contro la teoria del genere mettono sotto assedio le biblioteche municipali. Forti dell’incoraggiamento da parte di Jean-François Copé, a capo del partito di Sarkozy, che il 9 febbraio scorso si è scagliato contro “Tous à Poil !”, (edizioni Rouergue), un volumetto per bambini in cui gli autori si sono divertiti a mostrare in costume adamitico i personaggi che popolano la vita quotidiana dei più piccoli: dal cane alla babysitter, dal poliziotto al mago. Uscito nel 2011, il libro, e i suoi autori, hanno invaso di recente le prime pagine dei giornali in seguito alla polemica, dai toni non poco ridicoli, portata avanti dal presidente dell’UMP, che ha intravisto nei disegni di Marc Daniau e Claire Franek un oggetto di propaganda marxista e un’istigazione alla lotta di classe: “già dal titolo, non mi sembra un oggetto di alta letteratura per bambini”, ha dichiarato durante una conferenza stampa, “inoltre, gli autori svestono quelli che, agli occhi dei bambini, rappresentano l’autorità: la babysitter, il poliziotto, il presidente”, continua, “è come dire ai bambini: l’autorità non serve a niente”.

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Immagine da “Tous à poil !”

Preso alla lettera da un folto e agguerrito stuolo di manifestanti, che non aspettavano altro che la sua benedizione, Copé ha innescato una vera e propria caccia al libro. E, sull’indice dei militanti, sono finiti altri insospettabili libri per bambini, come “Tango à deux papas” (edizioni Le Baron Perché), la storia vera per immagini di una coppia omosessuale di pinguini, di Béatrice Boutignon, e “Jean a deux mamans” (Loulou et compagnie), un invito alla comprensione dell’omosessualità. Incriminato anche “Papa porte une robe” (Seuil), letteralmente “Papà indossa un vestito”, la storia di un pugile costretto a fare la ballerina per sfamare la famiglia. Si sfiora la pornografia, sempre secondo Copé, in “Les Chatouilles” (Thierry Magnier), le avventure notturne di una bimba insonne che, per svegliare il fratellino, decide di fargli il solletico. Finisce nella lista nera anche “Dînette dans la tractopelle” (Talents Hauts), fantasia per immagini intorno a un catalogo di giocattoli dove i giochi per i bambini non vogliano separarsi da quelli per le bambine. Infine, bollato come un’apologia del cambio di sesso, “Mademoiselle Zazie a-t-elle un zizi?”, letteralmente “Mademoiselle Zazie ha il pisellino?”, (Nathan), rievocazione delle più innocue domande infantili sulla sessualità.

Bibbia ufficiale dei difensori della moralità è il blog Salon Beige, affiliato al movimento Printemps Français, principale promotore delle manifestazioni contro il matrimonio omosessuale. Il sito, che si autodefinisce “blog quotidiano d’attualità laica cattolica”, aggiorna i lettori sulle ultime azioni, sulle marachelle dell’immigrato di turno, raccomanda agli utenti negozi e punti vendita di oggetti sacri, nonché corsi di religione per corrispondenza, e, dal mese di febbraio, è fiero di annunciare agli internauti un’altra novità: una lista di tutte le “biblioteche ideologiche” in Francia, dove bambini e genitori potrebbero correre il rischio d’imbattersi in opere che attentano all’innocenza infantile. Seguono le coordinate di tutte le biblioteche incriminate e suggerimenti su come agire: recarsi sulla scena del delitto e chiedere il ritiro dei libri, scrivere al sindaco, informare i genitori. La reazione del Ministro della Cultura, Aurélie Filippetti, è stata ferma sì ma poco efficace, limitandosi a denunciare tali “attacchi scandalosi” contro le biblioteche, che sono soprattutto degli “spazi di libertà”.

Immagine da "Tango à deux papas"

Immagine da “Tango à deux papas”

Lo stesso internet, spazio di libertà per eccellenza, è ormai preso di mira. E sulle schede amazon dei libri incriminati, si assiste al pullulare di commenti d’ogni tipo. Non manca chi si scaglia contro un sussidiario di matematica “tendenzioso”, per via di un problema posto ai bambini: gli abitanti di un paesino in un pianeta immaginario scelgono ogni giorno di poter essere maschi o femmine, calcolare le percentuali. E, in un clima alla Fahrenheit 451, dove i militanti hanno occhi e orecchie dappertutto, la reazione alla notizia che Arte, il canale televisivo franco-tedesco, avrebbe mandato in onda il film “Tomboy” (dove una ragazzina si fa passare per un maschietto) non si è fatta attendere. Centinaia di telefonate hanno intasato il centralino della tv, richiamando Arte alla sua vera missione, quella di trasmettere programmi culturali e non di fare propaganda alla teoria del genere.

Bersaglio dei militanti è, infine, il dispositivo “ABCD de l’Egalité”, messo a punto dal Ministero dell’Educazione Nazionale e dal Ministero per i Diritti delle Donne, per contrastare la formazione di stereotipi e pregiudizi sin dalla più tenera età, lanciato quest’anno in 600 classi elementari, per una prima valutazione preliminare. L’ABCD de l’Egalité consiste in una serie di testi, risorse e attività, a disposizione di alunni e insegnanti, dove figurava anche il terribile “Tous à poil !”. Per salvare le apparenze, e rendersi inattaccabile, il governo si è limitato a ripulire astutamente la lista delle opere facenti parte dell’ABCD dell’uguaglianza, lanciato dal Ministero dell’Educazione Nazionale. Ma, che non si dica in giro che il governo francese abbia finito per cedere alle pressioni dei manifestanti: “Tous à poil !” è ancora nella lista, non più tra le “attività pedagogiche” consigliate ma tra le “risorse complementari” indicative. E tali risorse non sono più “selezionate” e “da utilizzare in classe”, ma semplicemente “recensite” e “da consultare per gli insegnanti”.

Per ora, nonostante l’amarezza davanti a cotesto retrogrado esprit du temps, la polemica di Copé sembra esser caduta nel ridicolo, soprattutto dopo il suo ultimo (voluto?) gioco di parole, secondo il quale i partiti debbano mettersi a nudo per favorire la trasparenza, e “Tous à poil !”, grazie all’inaspettata pubblicità, è tra i libri più venduti dell’anno. Ma, tornando alle pagine incriminate, come finisce la storia? “Tutti si spogliano”, racconta l’autrice Claire Franek, “è la vita in tutta la sua più grande banalità”. Nessuna strage di mogli come in Barbablu, nessuna mela avvelenata, nessuna apologia della bellezza perfetta, come in Biancaneve, niente soprusi di sorellastre, niente fanciulle rinchiuse nelle torri e niente attesa del principe azzurro. Nell’ultima pagina, ci si tuffa nell’oceano, tutti nudi, in un’esplosione di gioia collettiva. Un lieto fine, più innocuo e forse ben più desiderabile dei tanti matrimoni e “vissero felici e contenti” ai quali il monopolio Disney, purtroppo, ci ha abituato.

Qui l’articolo pubblicato su Lettera43.

Paris Bashing: la stampa straniera e la capitale

John Laughland, sul The Spectator, scrive che vivere a Parigi significa “essere prigioniero di un Tupperware: il cielo grigio è più immobile di quello di Londra”. Stephen Clarke, del Daily Telegraph, scorge nella Tour Montparnasse “un simbolo dell’insoddisfazione della città, votata a una logica di auto-distruzione permanente”. Per non pochi corrispondenti stranieri, la capitale francese non è più la festa mobile descritta da Hemingway (lo è mai stata?), ma un ghetto dorato, fiaccata da numerosi problemi sociali e finanziari e attraversata da orde di hipster, sempre più borghesi e sempre meno bohémien. Dopo il “French Bashing”, il nuovo sport preferito dai giornalisti anglosassoni, che non esitano a ferire di penna l’orgoglio gallico, sembra che la stampa internazionale si sia consacrata al “Paris Bashing“, denunciando miti e illusioni della città più bella del mondo.

“Tutti cercano di creare la propria Parigi, carnale e spirituale”, scrive Steven Erlanger, corrispondente del New York Times, residente nella capitale francese per 5 anni, “ma vivere e lavorare in una città obbliga ad amarla diversamente, con molta più forza di volontà e meno passione”. Dal suo canto del cigno, viene fuori un ritratto amaro e lucido della Parigi contemporanea, “un’isola fortunata, chiusa e borghese, circondata da una strada circolare – il boulevard périphérique – una sorta di muro di Berlino, il muro di un ghetto”. Il basolato dei vicoli di Saint-Michel, l’illuminazione di Notre-Dame al calar del sole, la distesa della Senna e quella più placida del Canal Saint-Martin valgono ancora i pomeriggi di flânerie ma Parigi sembra quasi aver perso il suo charme da capitale europea: “è una città di ricchi, appagati, soprattutto bianchi, e di piaceri prudenti: musei, ristoranti, opera, balletto e piste ciclabili”.

imageParis

Intrappolata tra i cliché e la realtà quotidiana, Parigi sembra aver smarrito se stessa. Non a caso, infatti, assiste quasi inerme all’esplosione del feroce dibattito sull’identità francese. Simon Kuper, giornalista britannico del Financial Times, di casa a Parigi dal 2002, ne è convinto: “sotto una facciata snob e ostile, Parigi è una città snob e ostile”. E, per spiegarne le ragioni, ritorna al 1789. “La gran parte della maleducazione dei francesi nasce con la presa della Bastiglia e con lo slogan Liberté, Egalité, Fraternité”. Secondo Kuper, messa da parte la “fraternité”, i francesi hanno sviluppato un culto originale della libertà che, per molti, si traduce in un atteggiamento senza scrupoli, una lingua raramente tenuta a freno e nessuna traccia di amabilità, per paura che il prossimo possa scorgervi un atto di sottomissione. Il sovraffollamento della città (con una superficie di poco più di 105 chilometri quadrati e una popolazione che supera abbondantemente i 2 milioni, Parigi ha una densità abitativa tra le più alte al mondo) e il cielo plumbeo hanno fatto il resto. Ma non solo. Parigi sarebbe volgare, lo ha detto anche Scarlett Johannson, da poco arrivata nella capitale, per via della sua stessa perfezione: “Immaginate una capitale intellettuale su una capitale dell’arte e della moda, in un’antica capitale reale e il tutto in un paese che ha inventato le arti e la cucina e otterrete una quantità di comportamenti codificati tale che nessun dominio sfugge ormai alle esigenze della sofisticazione”. Una girandola di asfissianti buone maniere alla quale non resta che adattarsi, in un tentativo che, spesso, dura tutta la vita.

Gabriela Wiener, giornalista peruviana, scrive “un nuovo spettro si aggira per l’Europa, quello della guerra fredda tra hipster bio socialisti e liberali chic”, e Parigi ha tutta l’aria di esserne il campo di battaglia: una città, emblema della libertà, “dove è impossibile trovare un alloggio a meno di 1200 euro (e un croissant per meno di 3) e i pic-nic nel giardino delle Tuileries sembrano pubblicità di Chanel, Louis Vuitton o Gucci, o tutte e tre insieme”. La pensa allo stesso modo Thomas Chatterton Williams, del New York Times, che ha assistito dalla sua finestra alla lenta trasformazione di Pigalle in SoPi (abbreviazione alla newyorchese di South Pigalle) per via del dilagante gusto hipster, sempre più affamato di hot dog, tacos, avena, kale frittata e brunch bio. Parigi cambia e, in barba al barone Haussmann e alla prospettiva dei suoi edifici, sembra voler “organizzare il proprio spazio urbano come un blog di moda o una pagina di Pinterest, che rappresenti l’espressione unica, appagata ed estremamente protetta della classe media superiore”.

Forse è tutta colpa di Hemingway. Della sua Parigi che, secondo Christopher Hitchens, è stata l’origine dell’ossessione degli americani per la Ville Lumière, inevitabilmente delusa davanti alla realtà. Ma se è vero che Parigi non finisce mai, è vero anche che “Parigi non è più quello che era”, come scrive John Simpson, del Daily Telegraph, “ma questo succede ovunque e Parigi, almeno, resta quella che noi abbiamo sempre desiderato che sia”.

Qui l’articolo pubblicato su FQParigi, il blog parigino de Il Fatto Quotidiano.

Oltre la sponda conosciuta

“Per vent’anni ho studiato la lingua italiana come se nuotassi lungo i contorni di quel lago. Sempre accanto alla mia lingua dominante, l’inglese. Sempre costeggiandola. È stato un buon esercizio. Benefico per i muscoli, per il cervello, ma non certo emozionante. Studiando una lingua straniera in questo modo, non si può affogare. L’altra lingua è sempre lì per sostenerti, per salvarti. Ma non si può galleggiare senza la possibilità di annegare, di colare a picco. Per conoscere una nuova lingua, per immergersi, si deve lasciare la sponda. Senza salvagente. Senza poter contare sulla terraferma”.

Jhumpa Lahiri è una scrittrice statunitense di origine bengalese. Vive a Roma, da quando ha deciso di abbandonare definitivamente la sponda conosciuta e andare a vivere in Italia. Questo è un estratto dal suo primo racconto pubblicato su Internazionale in lingua italiana, “La traversata”.

© Gabriella Giandelli

Leggo queste righe di ritorno in Francia, dopo dieci giorni in Italia. Precisamente dopo l’ennesima boutade del più celebre erede di casa nostra sulla voglia di lavorare dei giovani italiani e a qualche ora dalla notizia che un certo Baricco sia tra i preferiti del neo premier (eletto in piena post-democrazia bypassando spensieratamente le elezioni) per il Ministero della Cultura. In pochi giorni, presso la sponda conosciuta, ho assistito allo scandalo delle rivelazioni di Friedman e mi sono chiesta se ormai non avessi attraversato da troppo tempo il lago per capire il perché di tutto questo parlare concitato attorno a un libro di un giornalista inglese (forse anche lui stupito dal tanto rumore a giudicare dalla faccia basita che mostrava nei talk show) che racconta come un Presidente della Repubblica abbia potuto contattare anzitempo un uomo di fiducia in vista di un nuovo governo.

Ho seguito, con curiosità e amarezza, l’ennesima caduta di governo, la legge elettorale che non riesce a decollare e l’avvento di un Matteo Renzi trionfante in Smart che promette finalmente brezze politiche nuove facendo comunella con Alfano, regalandoci soprattutto una memorabile staffetta di San Valentino. Dai piani alti, precisamente il suddetto Alfano, ci si rallegra “kafkianamente” (cit.) dei risultati del governo Letta per un misero +0,1% di PIL, ignorando l’impennata di suicidi dovuti alla crisi nel 2013 (l’ultimo, l’imprenditore padovano Zanardi) e i 478 decreti (di cui 50 urgentissimi) che il governo Renzi eredita dalle precedenti legislature, Monti e Letta, provvedimenti necessari per completare le riforme previste per il rilancio dell’economia. In ultimo, ho visto la faccia di Giovanardi senza vergogna nel protestare contro la decisione della Corte Costituzionale che ha finalmente invalidato la legge che porta il suo nome e, al disgusto non c’è mai fine, gli occhi lucidi di Barbara D’Urso davanti alla protagonista della cronaca rosa della settimana, Raffaella Fico.

Ho rivisto amici, parenti, il mare, i kite-surfer, i miei vecchi libri di fiabe. Ho intravisto per le strade un cucciolo di poney portato al guinzaglio e un uomo vestito da panda che chiede l’elemosina nel centro storico di Padova. Ho bevuto meno campari soda di quanti avrei voluto e mangiato la quantità di cibo che di solito ingurgito in un mese. Ho letto tanti libri, giornali dalla prima all’ultima pagina, passato ore a guardare su YouTube tutti i video per i quali non ho mai tempo.

Lungi dal considerare la Francia come il paese perfetto, ho iniziato giorno dopo giorno a desiderare di tornare a casa. Nonostante l’amarezza delle recenti vicende politiche, credo sia una semplice questione di routine quotidiana. Volevo tornare a lavorare la mattina presto, a scrivere verso le 8 di mattina quando la mia casa è inondata di luce, a sentire di nuovo le zampe dei gatti di notte o il suono del sassofono della rue Fernand Léger la sera, quando torno verso casa. Forse perché le cose che hanno lo stesso odore devono stare insieme. O semplicemente perché, come diceva Chatwin, si torna a casa solo per desiderare di partire di nuovo e viceversa.

Sono tornata a Parigi, certa che questo viaggio abbia sortito l’effetto sperato. Preferisco restare oltre la sponda conosciuta, con l’eventualità di annegare, colare a picco, dove continuo a non toccare il fondo con i piedi, ma annaspo sempre di meno.

Image © Gabriella Giandelli

Soundtrack: Sono un ribelle mamma, Skiantos

Libération a 40 ans

“Eravamo in 50 in 30 metri quadri e tutti fumavano Gauloises”, è il ricordo vivido di uno dei redattori. Era il 5 febbraio del 1973, quando il primo numero di Libération debutta nei chioschi. Non c’è ancora il celebre logotipo rosso, ma una fotografia campeggia sulla prima pagina, accanto alla promessa editoriale “Si vous le voulez un quotidien libre tous les matins”, letteralmente “Se lo volete, un quotidiano libero tutte le mattine”. Si presenta così, alla Francia post-sessantottina, il primo numero di Libé, come è affettuosamente soprannominato, un puro prodotto del maggio ’68, concepito in un momento d’ebbrezza, quasi d’incoscienza. Diventato ufficialmente un quotidiano nel maggio del ’73, venduto in edicola al prezzo di 0,80 franchi, Libération ha festeggiato i suoi 40 anni lo scorso anno, celebrando quattro decenni di informazione militante e attivismo.

Per l’occasione, la redazione ha lavorato a uno speciale “libro anniversario”, dove si racconta la storia di un’epoca, si passano in rassegna circa 10.000 edizioni del quotidiano e il lavoro di quasi 1000 giornalisti. Ma non solo. Libé ha raccolto tutte le sue prime pagine più significative in una mostra al centro d’arte contemporanea 104, nel nord di Parigi, e ha organizzato una serata danzante con ospiti internazionali e personalità del mondo dell’arte. “Perché fare un evento di quello che alla fine è stato solo un susseguirsi di giornate e giornali?”, è la domanda retorica del direttore Nicolas Demorand. La risposta, almeno in parte, è nei numeri: lo scorso 9 luglio, il giornale punto di riferimento degli intellettuali di sinistra, il primo organo d’informazione francese a parlare di omosessualità, aborto, ambientalismo e carceri, ha festeggiato i 10.000 numeri, che, tradotti in cifre, equivalgono a 80 km di carta, 800.000 titoli, 2 miliardi di battute e quasi 450.000 foto.

“Peuple, prends la parole et garde-la”, letteralmente “Popolo, prendi la parola e mantienila”. Era questo lo slogan di Libération, che, con la benedizione di Sartre, padre fondatore del quotidiano, sin dai suoi primi passi ha tentato di rivoluzionare la stampa: stesso stipendio per tutti, dal direttore all’ultimo arrivato, gerarchia ridotta al minimo, niente pubblicità e niente azionisti privati, per una completa indipendenza dell’informazione. Erano gli anni dell’avventura e dell’audacia, si sopravviveva grazie agli amici artisti che mettevano in vendita all’asta le loro opere d’arte e alle donazioni dei primi affezionati lettori. Questa semi-anarchia arrivò a un punto cruciale quando nel 1981 il giornale cessò le pubblicazioni. “Libération s’arrête pour libérer Libération”, aveva dichiarato Serge July, cinefilo e intellettuale amico di Sartre, che, appena ottenuti pieni poteri decisionali, licenziò in massa i redattori e scelse di ricominciare con una squadra ridotta, incaricata di ideare il “giornale che abbiamo voglia di leggere”. Superato l’impasse, il giornale tornò in edicola per quello che viene ricordato come il suo decennio d’oro, ma anche come il momento della normalizzazione, inevitabile per quanto non desiderata all’unanimità. Libé abbandona il chiassoso quartiere di Barbès e si rifugia presso place de la Bastille, in una nuova sede, dove inizia ad aprire la porta anche alle prime pubblicità.

Non per questo, tuttavia, Libé perde la sua impertinenza e il suo piglio audace, visibile negli arguti giochi di parole e nei titoli taglienti. Il quotidiano mantiene la promessa di un impegno non solo politico, ma anche estetico, dall’immagine in copertina alle illustrazioni che accompagnano gli articoli all’interno, tutti simboli di uno stile che, capitanato dalla losanga rossa, hanno contribuito a dare al quotidiano un’impronta unica sulla scena dell’informazione. Sotto l’egida di Serge July, prende forma il primo giornale in cui non ci sono redattori professionisti ma si dà spazio alle voci dal basso, come Michel Chemin, giovane operaio metallurgico che si ritrova a integrare la redazione nel 1974. E, nell’intenzione di avvicinarsi al giornalismo statunitense, gli articoli assumono sin da subito un taglio soggettivo, emotivo, che va oltre il semplice resoconto dei fatti e non ha paura di prendere posizione e schierarsi. Libérations’impone come quotidiano militante, che ospita sulle sue pagine gli scritti di autori come Marguerite Duras, le opinioni dei filosofi vicini agli ambienti di sinistra e inaugura i suoi celebri ritratti.

L’anniversario ha coinciso, purtroppo, con un triste record per il quotidiano, le cui vendite, dallo scorso gennaio, sono precipitate del 41%. Ma non solo. Libé deve anche fare i conti con un certo malcontento, sempre più diffuso, tra chi vede nel quotidiano fondato da Sartre il simbolo di una certa Francia bobo, affezionata ai suoi cliché piuttosto che a una vera informazione. Un anno intenso per Libé, che, come se non bastasse, il 18 novembre scorso, ha assistito inerme all’attentato dove è rimasto ferito un giovane fotografo di 23 anni. È stato forse per distendere l’atmosfera e placare gli animi che, in redazione, si sono lasciati andare a qualche divertissement, come il numero immaginario del quotidiano, datato 1° dicembre 2053, dove i giornalisti hanno immaginato l’attualità dei prossimi 40 anni, dopo un black out di internet durato 6 ore, e un’edizione d’autore, firmata da Bob Wilson, ospite d’onore del numero del 28 novembre, concepito, creato e impaginato in persona dal regista statunitense, invitato per un giorno negli uffici di Libé, per giocare con battute e titoli, finendo per incorniciare le pagine del quotidiano con un testo del suo amico John Cage.

Per non soccombere davanti alle gravi perdite economiche, già nel 2006 il quotidiano si era sottoposto all’acquisto del 40% delle sue quote da parte dell’imprenditore francese Edouard de Rothschild, evento che provocò le dimissioni di giornalisti come l’inviata Florence Aubenas ma anche dell’allora direttore July, il quale si disse pronto a sacrificarsi per l’avvenire del giornale. Il suo solo sacrificio non basterà: alla fine del 2006, sono 76 i dipendenti che perdono il posto. Duro, in proposito, il commento di Bernard Lallement, tra i fondatori del giornale, che dichiara caustico: “Il denaro non ha idee”.

Oggi Libé è cambiato. A fumare Gauloises nella redazione non ci sono più gli intellettuali che leggono Foucault, ma studenti formati nelle scuole di giornalismo e redattori professionisti. A quarant’anni dalla prima copertina, Libération incarna ancora l’idea di stampa militante ma non è più il quotidiano “movimentista senza partito”, come l’aveva definito una decina d’anni fa Serge July. Sulle pagine di Internazionale, Christian Caujolle, fondatore dell’agenzia fotografica VU e photo editor durante gli anni d’oro di Libération, scrive: “[…] anche se abbiamo amato l’epoca di libertà e creatività che abbiamo avuto la fortuna di vivere, è inevitabile che il mondo cambi e cambi anche la stampa. Rimane da capire qual è oggi ‘il giornale che abbiamo voglia di leggere’”.

 

Qui l’articolo pubblicato su Doppiozero.

Salman Rushdie e Joseph Anton: vite immaginarie

Presso l’auditorium del Louvre, è una platea impaziente quella che aspetta l’ospite d’onore della serata conclusiva della prima edizione del Festival des Ecrivains du Monde 2013 a Parigi, organizzato dalla sede francese della Columbia University e dalla Bibliothèque Nationale de France. A mettere fine alla prima tappa del festival, domenica 22 settembre, è Salman Rushdie, autore di origini indiane naturalizzato britannico, universalmente noto per i suoi libri e, purtroppo, per la fatwa che il 14 febbraio del 1989 l’ayatollah Khomeini scagliò contro la sua persona in seguito alla pubblicazione del libro I versetti satanici.

“Come ci si sente a essere condannato a morte?”, aveva chiesto a bruciapelo una giornalista della BBC il giorno della fatwa, al telefono di casa Rushdie. “Non è molto piacevole”, la risposta di un uomo ignaro di quello che sarebbe successo nei dieci anni a venire.

Salman

Il suo ultimo libro Joseph Anton è l’autobiografia degli anni più bui, fino al 24 settembre 1998, giorno in cui Mohammed Katami dichiara che avrebbe rinunciato ad applicare la condanna. “Le biografie degli scrittori spesso sono noiose”, afferma Rushdie, “ma io ho avuto la sfortuna di avere una vita interessante”. Joseph Anton è lo pseudonimo scelto durante i suoi anni di cattività, ma è anche un omaggio a due dei suoi autori preferiti, Joseph Conrad e Anton Cechov. “Avrei potuto scegliere Marcel Beckett, ma non suonava poi così bene”, scherza Rushdie, che nel suo saggio Patrie immaginarie ha rivendicato il diritto a un paradigma culturale indipendente dalla propria nazionalità e la libertà di avere padri letterari europei, nonostante le origini indiane.

“Cechov per i suoi personaggi immersi nella solitudine e nell’amarezza di vivere dove non vorrebbero essere”, continua, “e Conrad per le sue storie di segregazioni e spie”, ma anche per la frase pronunciata da uno dei suoi personaggi (nel racconto The Nigger of the Narcissus, ndr): “I must live until I die”, “una filosofia di vita che, soprattutto negli anni della fatwa, è diventata il mio motto”.

“Negli studi della tv britannica dove ero stato catapultato il giorno della fatwa, ero guardato come un condannato a morte”, racconta, “e, nonostante il sentimento di disperazione, avevo un unico desiderio: correggere il lessico dei giornalisti, che continuavano a usare la parola condanna”. Una condanna è una sentenza emanata da un tribunale universalmente riconosciuto, e “non il delirio di un vecchio moribondo”. La fatwa è stata per Rushdie il primo segno tangibile di un terrorismo possibile.

“Tuttavia, almeno per i primi anni, ciò che mi era successo era percepito come la stravagante vicenda abbattutasi su un individuo bizzarro”, ricorda, “e solo dopo l’11 settembre è stato percepito come qualcosa di grave e reale”. Confrontato per anni alla violenza del radicalismo islamico, Rushdie si dichiara, comprensibilmente, non un grande fan dell’Islam. “Con la primavera araba, abbiamo tutti avuto un sentimento di speranza, ma adesso la rivoluzione ha preso una piega negativa”, afferma, “tuttavia ho imparato che la storia non segue i ritmi delle news settimanali ma ha tempi molto più lunghi”.

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“Dopo essere stato vittima della fatwa iraniana, non volevo più essere uno scrittore”, racconta, “avevo dedicato cinque anni della mia vita a un romanzo e ne avevo ricavato una condanna a morte”. A restituirgli il piacere dell’invenzione letteraria è il libro per ragazzi Harun e il mar delle storie, scritto per tenere fede alla promessa fatta a suo figlio. “È stato lui il mio primo, più che onesto, lettore”. Artefice di una delle più precise e schiette critiche letterarie mai ricevute, suo figlio, dopo aver letto le prime pagine, ha dichiarato: “io l’ho letto con piacere ma qualcuno potrebbe annoiarsi”, per poi aggiungere candidamente: “non ci sono abbastanza salti”. Alle risate della platea, segue la conclusione: “è per questo che adesso sono irrimediabilmente devoto ai salti narrativi”. Uno dei tanti artifici letterari che Rushdie ha adoperato anche nella redazione della sua autobiografia.

Con l’avvento della narrativa non-fiction, che ha avuto tra i suoi più grandi autori Truman Capote e Tom Wolfe, anche la verità ha dovuto tingersi di romanzesco. “Tuttavia Capote e Wolfe raccontavano vite altrui, io ho riportato la mia”, spiega Rushdie, “e ho dovuto adottare strategie letterarie per introdurre in modo intrigante personaggi che già conoscevo e che per me avevano fattezze, voci e abitudini reali”. E l’unico modo per gestire il parossismo narcisista dell’autobiografia è stato utilizzare la terza persona: “farcire il mio libro con il pronome di prima persona era insopportabile, assurdamente egocentrico”, spiega, “ho dovuto diventare uno dei tanti “lui” che popolano il mio romanzo e guadagnare così un po’ di distanza”.

“Il nuovo libro è completamente diverso”, spiega Rushdie, annunciando un ritorno violento al realismo magico e alla fantasia più sfrenata. “Sono tornato alle origini e ho ritrovato l’accesso al grande deposito di storie e racconti fantastici, che è poi il cuore della mia eredità indiana”, conclude, “quella che mi ha insegnato la più importante delle verità: che le storie, soprattutto quelle più belle, sono solo pura immaginazione”.

Qui l’articolo pubblicato lo scorso settembre su Doppiozero.

Pasolini alla Cinémathèque: una storia italiana a Parigi

Un giorno piovoso a Parigi. In mezzo alla settimana. Ora di pranzo. Le aspettative assomigliano a sale deserte e silenzio. Invece, sono gremiti anche negli orari meno probabili gli ambienti della Cinémathèque Française dove, dallo scorso 16 ottobre e fino al prossimo 26 gennaio, è allestita la mostra dedicata a Pier Paolo Pasolini, dal titolo “Pasolini Roma”, sottotitolo “Roma secondo l’artista italiano più scandaloso del XX secolo”, curata da Gianni Borgna, Alain Bergala e Jordi Balló.

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Iniziano con una corsa lungo i binari, gli anni romani di Pasolini, con vecchie foto d’epoca e i volti di Susanna, la madre, Carlo Alberto, il padre, e i due fratelli, Pier Paolo e Guido, che si sporgono dai finestrini di un treno, fino all’arrivo, presso la Stazione Termini, a 28 anni, nel 1950, dopo un involontario esilio dal Friuli materno.
Il percorso è diviso in 6 aree cronologiche, introdotte da un video che riproduce la Roma di oggi, dal Pigneto a Piazza del Popolo alle residenze dell’Eur, tenendo fede all’intenzione della mostra: dimostrare come le intuizioni di Pasolini rappresentino fedelmente non solo l’Italia del boom economico ma anche quella di oggi, nelle sue meschinità e piccolezze.

I filmati d’epoca, la corrispondenza con Godard e Bertolucci, la voce stessa di Pasolini che recita le proprie poesie, gli stornelli di Laura Betti, i dattiloscritti consumati dalle cancellature, gli articoli di giornale, contribuiscono a ricreare l’atmosfera di un’Italia in piena ebollizione culturale. Moravia, Morante, Maraini, Calvino, Ungaretti, danno vita a un’Italia sparita, quasi nostalgica, forte dei suoi luminari dell’intelletto, in continuo fermento, costellata d’ipocrisia e perbenismo, ma ancora impregnata di poesia. Nelle sale, un vociare continuo, le urla di ragazzini, come se gli echi delle borgate romane, dalle pagine ingiallite dei vecchi manoscritti esposti, dagli estratti delle pellicole, siano saltati giù per mescolarsi ai commenti scambiati sottovoce dei visitatori.

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Impaziente di vivere, e di conoscere, Pasolini sembra aver trovato nella capitale una terra promessa, una Roma sconosciuta, che si annidava sotto i tetti delle periferie, arsa da un sole antico di secoli, tutta da raccontare, con gli occhi vergini di un friulano.

Pasolini ha costruito così un immaginario inedito: quello dei suoi ragazzi di vita, raccontati attraverso i suoni ancora poco familiari di una lingua, quella romanesca, appena conosciuta, quello degli accattoni, visto attraverso lo sguardo di un dilettante del cinema che, per realizzare un primo piano, s’ispirava ai chiaroscuri di Masaccio e alle forme di Giotto. Ma, da miniera d’oro di gemme realiste e verità nascoste, Roma diventa presto la fonte involontaria di un disgusto supremo, verso la conformità intesa come dogma, verso il consumo ormai imperativo morale, verso l’arte ormai massificata dalla televisione.

Da qui la scoperta di altri orizzonti, prima in Italia, con l’inchiesta sulla sessualità degli immortali ‘Comizi d’Amore, poi nel terzo mondo, con i viaggi in Africa, in India e in Oriente, fino all’approdo a Parigi e a New York, capitali della cultura, dove Pasolini grida forte il suo disprezzo per lo stretto orizzonte intellettuale italiano. Segue, quindi, la triste abiura della sua ‘Trilogia della Vita‘, il gioioso trittico cinematografico costituito dal ‘Decameron’, ‘I racconti di Canterbury’ e ‘Le Mille e Una Notte’, rinnegato davanti all’ipocrita intolleranza dell’opinione pubblica, ma soprattutto, forse, dopo la fine della relazione con Ninetto Davoli, che fa da preludio al rifiuto radicale degli ultimi anni, al volto indurito, allo sguardo ormai disilluso su una società italiana disintegrata e invischiata nelle caste, e divorata da un’impellente attitudine al consumo.

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Ad attendere i visitatori, alla fine del percorso, l’ultimo video, il mare calmo, inconsapevole, di Ostia e la storia di un mistero tutto italiano di cui ancora non si è vista la luce e che fa ancora rumore. Come Accattone prima del salto, deve esserselo ripetuto tante volte Pasolini: “Daje va’, damo soddisfazione al popolo!”. Fuori, intanto, piove ancora.

Qui l’articolo pubblicato su FQParigi, il blog parigino del Fatto Quotidiano.