Salman Rushdie e Joseph Anton: vite immaginarie

Presso l’auditorium del Louvre, è una platea impaziente quella che aspetta l’ospite d’onore della serata conclusiva della prima edizione del Festival des Ecrivains du Monde 2013 a Parigi, organizzato dalla sede francese della Columbia University e dalla Bibliothèque Nationale de France. A mettere fine alla prima tappa del festival, domenica 22 settembre, è Salman Rushdie, autore di origini indiane naturalizzato britannico, universalmente noto per i suoi libri e, purtroppo, per la fatwa che il 14 febbraio del 1989 l’ayatollah Khomeini scagliò contro la sua persona in seguito alla pubblicazione del libro I versetti satanici.

“Come ci si sente a essere condannato a morte?”, aveva chiesto a bruciapelo una giornalista della BBC il giorno della fatwa, al telefono di casa Rushdie. “Non è molto piacevole”, la risposta di un uomo ignaro di quello che sarebbe successo nei dieci anni a venire.

Salman

Il suo ultimo libro Joseph Anton è l’autobiografia degli anni più bui, fino al 24 settembre 1998, giorno in cui Mohammed Katami dichiara che avrebbe rinunciato ad applicare la condanna. “Le biografie degli scrittori spesso sono noiose”, afferma Rushdie, “ma io ho avuto la sfortuna di avere una vita interessante”. Joseph Anton è lo pseudonimo scelto durante i suoi anni di cattività, ma è anche un omaggio a due dei suoi autori preferiti, Joseph Conrad e Anton Cechov. “Avrei potuto scegliere Marcel Beckett, ma non suonava poi così bene”, scherza Rushdie, che nel suo saggio Patrie immaginarie ha rivendicato il diritto a un paradigma culturale indipendente dalla propria nazionalità e la libertà di avere padri letterari europei, nonostante le origini indiane.

“Cechov per i suoi personaggi immersi nella solitudine e nell’amarezza di vivere dove non vorrebbero essere”, continua, “e Conrad per le sue storie di segregazioni e spie”, ma anche per la frase pronunciata da uno dei suoi personaggi (nel racconto The Nigger of the Narcissus, ndr): “I must live until I die”, “una filosofia di vita che, soprattutto negli anni della fatwa, è diventata il mio motto”.

“Negli studi della tv britannica dove ero stato catapultato il giorno della fatwa, ero guardato come un condannato a morte”, racconta, “e, nonostante il sentimento di disperazione, avevo un unico desiderio: correggere il lessico dei giornalisti, che continuavano a usare la parola condanna”. Una condanna è una sentenza emanata da un tribunale universalmente riconosciuto, e “non il delirio di un vecchio moribondo”. La fatwa è stata per Rushdie il primo segno tangibile di un terrorismo possibile.

“Tuttavia, almeno per i primi anni, ciò che mi era successo era percepito come la stravagante vicenda abbattutasi su un individuo bizzarro”, ricorda, “e solo dopo l’11 settembre è stato percepito come qualcosa di grave e reale”. Confrontato per anni alla violenza del radicalismo islamico, Rushdie si dichiara, comprensibilmente, non un grande fan dell’Islam. “Con la primavera araba, abbiamo tutti avuto un sentimento di speranza, ma adesso la rivoluzione ha preso una piega negativa”, afferma, “tuttavia ho imparato che la storia non segue i ritmi delle news settimanali ma ha tempi molto più lunghi”.

Rush

“Dopo essere stato vittima della fatwa iraniana, non volevo più essere uno scrittore”, racconta, “avevo dedicato cinque anni della mia vita a un romanzo e ne avevo ricavato una condanna a morte”. A restituirgli il piacere dell’invenzione letteraria è il libro per ragazzi Harun e il mar delle storie, scritto per tenere fede alla promessa fatta a suo figlio. “È stato lui il mio primo, più che onesto, lettore”. Artefice di una delle più precise e schiette critiche letterarie mai ricevute, suo figlio, dopo aver letto le prime pagine, ha dichiarato: “io l’ho letto con piacere ma qualcuno potrebbe annoiarsi”, per poi aggiungere candidamente: “non ci sono abbastanza salti”. Alle risate della platea, segue la conclusione: “è per questo che adesso sono irrimediabilmente devoto ai salti narrativi”. Uno dei tanti artifici letterari che Rushdie ha adoperato anche nella redazione della sua autobiografia.

Con l’avvento della narrativa non-fiction, che ha avuto tra i suoi più grandi autori Truman Capote e Tom Wolfe, anche la verità ha dovuto tingersi di romanzesco. “Tuttavia Capote e Wolfe raccontavano vite altrui, io ho riportato la mia”, spiega Rushdie, “e ho dovuto adottare strategie letterarie per introdurre in modo intrigante personaggi che già conoscevo e che per me avevano fattezze, voci e abitudini reali”. E l’unico modo per gestire il parossismo narcisista dell’autobiografia è stato utilizzare la terza persona: “farcire il mio libro con il pronome di prima persona era insopportabile, assurdamente egocentrico”, spiega, “ho dovuto diventare uno dei tanti “lui” che popolano il mio romanzo e guadagnare così un po’ di distanza”.

“Il nuovo libro è completamente diverso”, spiega Rushdie, annunciando un ritorno violento al realismo magico e alla fantasia più sfrenata. “Sono tornato alle origini e ho ritrovato l’accesso al grande deposito di storie e racconti fantastici, che è poi il cuore della mia eredità indiana”, conclude, “quella che mi ha insegnato la più importante delle verità: che le storie, soprattutto quelle più belle, sono solo pura immaginazione”.

Qui l’articolo pubblicato lo scorso settembre su Doppiozero.

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