Paris, rue de Rome

Nascosti e brulicanti, ai piedi dei palazzi a sei piani, al riparo dai grandi viali del barone Haussmann, a Parigi ci sono interi quartieri a tema. Utensili da cucina, costumi di teatro, pianoforti, cibo giapponese, ogni curiosità, vezzo, esigenza trova il suo angolo nella capitale.

Restando nei paraggi di Montmartre, ai piedi della Basilica, il quartiere intorno al Marché Saint-Pierre, con le piccole stradine intorno, come la rue Seveste, è il regno dei mercanti di tessuti, attraversato senza sosta da signore in cerca di stoffe, scenografi con un intero universo teatrale in costruzione e costumisti impegnati nelle prove. I marciapiedi sono ricoperti di lustrini e, soprattutto dopo il tramonto, cominciano a brillare. Nei dintorni di Barbès, invece, inizia il Boulevard de Magenta, con le boutique di abiti da sposa a buon mercato, costumi stravaganti per sposi sopra le righe e damigelle audaci.

Abbandonando il 18simo arrondissement per il tempo di un viale, percorrendo il Boulevard des Batignolles che si stacca dalla Place de Clichy, s’incrocia la Rue de Rome. Siamo già nel 17simo, le strade tornano piatte, non ci sono salite né passaggi impervi, ma grandi spazi, architetture più alte e un’aria borghese e tranquilla. La Rue de Rome, che si affaccia sui binari della stazione di Saint-Lazare, è il regno di liutai e musicisti. Da almeno due mesi, da quando me ne vado in giro per cliniche e laboratori, la percorro quasi una volta a settimana.

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Per ogni isolato, da un lato e dall’altro della strada, ci sono botteghe ricolme di violoncelli, negozi di spartiti e libri di musica, con i banchetti all’aperto per le partizioni a metà prezzo, l’atelier di un vecchio liutaio con un gatto in vetrina, file di violini e, di fretta sul marciapiede, ragazzini con sulle spalle una chitarra, una viola, un clarinetto. Appena prima di svoltare a destra, per la rue de Vienne, c’è forse la più bella boutique della strada, un atelier in legno rosso, saltato fuori dal secolo scorso, incorniciato di violini, dove ci sono al lavoro ogni giorno tre giovani liutai in grembiule.

Di ritorno a casa, una settimana fa mi sono fermata anche io a spulciare tra gli spartiti e ho portato con me tutte le partizioni di Erik Satie. Solo più tardi, ho scoperto che Satie ha abitato per anni a Montmartre, precisamente in una stanza ammobiliata nella rue Cortot, parallela alla rue Norvins, dove sono attualmente domiciliata. Oggi la rue Cortot è un elegante vialetto lastricato, con il Musée de Montmartre, a un passo dai vigneti della Butte e dal giardino selvatico della Rue Saint-Vincent. Appena qualche metro più in là, ai piedi della scalinata della rue de Mont-Cenis, abitava anche Hector Berlioz, che nel quartiere più alto di Parigi ha composto Benvenuto Cellini.

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Amico di tutti gli artisti di Montmartre, da Picasso a Tzara, autore di musiche di varietà per i cabaret del quartiere e raffinato intellettuale, non era improbabile, un secolo fa, imbattersi in Erik Satie, conosciuto anche come Velvet Gentleman, per l’abitudine di indossare sempre lo stesso costume di velluto grigio, di cui possedeva sette esemplari identici, saggia intuizione di chi la mattina non ha voglia di perdere tempo davanti all’armadio.

Inguaribile eccentrico, arrivato a Parigi, dopo l’adolescenza in Normandia, Satie aderisce all’ordine cabalistico dei Rosacroce, che abbandonerà per fondare una chiesa personale, di cui sarà l’unico adepto, l’Eglise Metropolitaine d’Art de Jésus Conducteur, confessione che, con estrema professionalità, doterà anche dei suoi propri Dieci Comandamenti, tra cui il primo: “Non adorerai altro che Debussy”. Nonostante l’attitudine religiosa, Satie non smise mai di domandarsi il perché del suo essere su questa terra, “così terrestre e così terrosa”, di chiedersi se fosse nato per “una missione, o una commissione?” e non esitò a riempirsi l’esistenza di rituali e stranezze, di fonografi e ombrelli, che collezionò per tutta la vita, per dare un senso ai suoi giorni, soprattutto dopo la fine dell’intensa storia d’amore con la pittrice Suzanne Valadon.

Ossessionato dal numero tre, Satie scrisse tre Gnossiennes, tre Gymnopédies, tre airs à fuir, tre danses de travers, tre Mélodies sans paroles. Ma non solo. Satie fu l’autore anche di tantissime arie da cabaret, melodie che definì triviali e di cui rifiutò a lungo la paternità. Scrisse, tra le altre, una Sonatine BureaucratiqueLa Belle Excentrique, due Rêveries NocturnesTrois morceaux en forme de poire, letteralmente Tre pezzi a forma di pera. Compose la musica per un balletto insieme a Jean Cocteau e un altro insieme al regista onirico e fantasmagorico per eccellenza, René Clair. Molto in anticipo sulle prime forme di musica ambientale, creò la musica da arredo, musique d’ameublement, e per beffarsi di critici e conservatori, mise insieme le sue Vexations, trentacinque battute ripetute 840 volte per una durata totale di circa venti ore, reinterpretato di recente da John Cage.

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Celebre per le abitudini stravaganti, per il suo senso dell’umorismo non di rado incompreso, Satie, che soffriva di amnesie e frequenti vuoti di spirito, ha riempito le sue partizioni di annotazioni e consigli per l’esecuzione ben distanti dalle classiche indicazioni di ritmo. Di ritorno a casa, cominciando a studiare la prima Gnossienne, mi è sembrato quasi di sentirlo, a pochi passi dalla mia finestra.

“Da soli, per un attimo”, si legge in cima a una battuta e poi, poco dopo, “aprite lo spirito”, “munitevi di lungimiranza”. Nota dopo nota, nelle tre Gnossiennes, Satie suggerisce di “consigliarci con cura”, seguendo una legatura, ci ricorda di “domandare a noi stessi”. Nel cuore di una strofa, ci accompagna “nel pensiero, fino in fondo”, per “abbandonare l’orgoglio” e sentire la più grande delle bontà. “Passo dopo passo”, con sempre maggiore intimità, come se, al di là del vuoto, dello sconforto, della mancanza di un faro e di una direzione, il segreto sia nel seguire la musica, senza staccarsi dal pianoforte.

“Perseguire un’estrema brillantezza”, senza tuttavia perdere l’occasione di imbatterci in un subitaneo stupore, ed essere, per il tempo di una dozzina di biscrome, “perdutissimi”.

Soundtrack: Erik Satie, Je te veux, una ballata d’amore dolcissima, probabilmente scritta per uno spettacolo di cabaret, priva del piglio intellettuale delle altre composizioni, e forse per questo rinnegata dallo stesso Satie.

Images: © Caitlin Richards

 

 

Le città invisibili

Le descrizioni di città visitate da Marco Polo avevano questa dote: che ci si poteva girare in mezzo col pensiero, perdercisi, fermarsi a prendere il fresco, o scappare via di corsa.

Succede spesso di andare lontano per smaltire un carico troppo ingombrante di nostalgia, come il Marco Polo di Italo Calvino. Di riuscire a realizzare quanto buio c’è tutto intorno solo aguzzando la vista sulle fioche luci lontane. Partire quasi per abitudine, per inerzia, per inseguire un desiderio che non ha forma, se non quella astratta e vaga del cambiamento, della svolta, il colore mai visto di una pagina bianca, ma non vuota.

Puntare il dito sul mappamondo e scegliere una nuova destinazione, solo per avere la possibilità di scappare via di corsa, di cambiare identità, immaginare una nuova vita, di godere del privilegio di sentirsi straniero e del caldo abbraccio del ritorno a casa.

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Viaggiando ci s’accorge che le differenze si perdono: ogni città va somigliando a tutte le città, i luoghi si scambiano forma ordine distanze, un pulviscolo informe invade i continenti.

Può succedere anche di impregnarsi di quell’abitudine di paragonare le città, di ritrovarle, una nell’altra, di riconoscerne schemi, meccanismi, patologie. Di parlare di una mentre ci si ricorda di un’altra. E a volte, all’estremo di quest’insana mania, si finisce per vivere altrove, pur continuando a ritrovarsi in un vecchio appartamento di qualche tempo fa. “Tutto è mio, niente mi appartiene, nessuna proprietà per la memoria, mio finché guardo”, scriveva Wislawa Szymborska, “Parigi dal Louvre fino all’unghia si vela d’una cateratta. Del boulevard Saint-Martin restano scalini e vanno in dissolvenza.”

Una dissolvenza che continua, fino ad avvolgere tutto l’orizzonte, fino a creare una città invisibile, dove ci si muove, ci si sposta, si cammina, in una dimensione spazio-temporale altra, sconosciuta. Risalendo la rue Saint-Eleuthère, che dalle scale della Basilica del Sacro-Cuore porta alla Place du Tertre, se ci si ricorda di guardare a sinistra, lontana, nascosta tra la bruma del mattino, si scorge la Tour Eiffel. Seguendo la rue Caulaincourt, tra un caffè e una boulangerie, si aprono affacci improvvisi sulla città di Parigi, sulle mansarde, sulle mani alzate dei comignoli, sulla distesa di tetti grigi, sulle cupole dorate in lontananza. Cosa è reale e cosa non lo è?

Non riconosco nulla, eppure niente è estraneo, ricordo a memoria i nomi delle strade, i colori delle insegne dei negozi, le canzoni dei musicisti sulla rue Norvins. Come una città invisibile, Parigi ha un altro nome e un’altra forma, deriva la sua figura dal deserto a cui si oppone, dalla risposta che ha dato, finalmente, alle mie domande, al cambiamento, giunto all’improvviso, una mattina americana come tante.

È delle città come dei sogni: tutto l’immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure.

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Parigi non ha indirizzi, non ha strade, non ha fermate della metropolitana. Oggi si compone di desideri e di paure, di entusiasmi ingiustificati, di timore, di meraviglia insignificante, di facce che rivedo per la prima volta. Mi sveglio la mattina senza l’impulso di andare via, di rincorrere quella dissolvenza, senza la voglia di sparire il più presto possibile. Sono esattamente dove dovrei essere, forse.

Come un cambio nell’armadio dei ricordi, ripongo tutto quello che è stato per fare spazio al nuovo, che è arrivato senza chiedere il permesso, senza preavviso. Metto da parte quello che ho accumulato durante anni di viaggi, di domicili incerti, di lettere che continuavano ad arrivare nella buca sbagliata. Mi guardo indietro senza capire bene dove tutto sia cominciato, “per questi porti non saprei tracciare la rotta sulla carta, né fissare la data dell’approdo”, ma riesco ad intravedere una direzione. Un disegno che inizia a formarsi, unendo i puntini, finalmente.

Alle volte mi basta uno scorcio che s’apre nel bel mezzo d’un paesaggio incongruo un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s’incontrano nel viavai, per pensare che da lì metterò assieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d’istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie. Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero.

Images © Thomas Campi

Soundtrack: Cat Power, No Sense

Quotes: Italo Calvino, Le città invisibili

Paris, rue Seveste

“Une bouteille de scotch pour coller le vide intérieur”

Parmi les plaisirs du voyage, il y a aussi celui du retour. Surtout, pour ce type de flâneurs qui se sentent chez eux dans des endroits qu’ils visitent pour la première fois. Ces étrangers qui se méfient des origines marquées sur leur carte d’identité et qui n’appartiennent qu’à ces villes où ils ont été heureux pour la première fois. Leur chez eux, c’est un lieu qui n’existe pas, qui n’est pas écrit sur le plan du centre, qui n’a pas d’arrêt de métro. C’est la table d’un café où ils sont allés diner plusieurs fois, c’est un cinéma désert dans l’après-midi ou les bras de quelqu’un, où ils avaient imaginé de rester quelques jours ou toute leur vie.

Il arrive très souvent aussi que le voyage du retour prenne la forme d’un saut dans le vide, pour aller voir si ces maisons éphémères sont toujours là, si la vie laissée à moitié nous a oubliés. C’est comme un pèlerinage dans le passé, pour aller dire bonjour à ces alter ego perdus sur le chemin, qui auraient bien continué à vivre notre ancienne vie, qui n’ont pas toujours envie de remplir des cartons et repartir. On a envie de sentir des odeurs qui nous manquent ou savoir si on est toujours capable de trouver les vieux raccourcis, de se souvenir de l’emplacement des boutiques et des restaurants ou si, par absurdité, notre nom est toujours sur la boîte à lettres. Pour la plupart des fois, la destination finale vaut bien le risque de se noyer parmi les souvenirs.

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« Je veux m’amuser à écrire. Personne ne comprend que c’est sérieux »

C’est peut-être pour cette raison que j’ai repris la rue Seveste quand je suis retournée à Paris il y a quelque temps. C’est une petite ruelle qui mène à la Basilique du Sacré-Cœur, juste à coté de la plus connue rue de Steinkerque, mais sans ses vendeurs, ses joueurs de cartes, ses touristes hypnotisés par les sacs et les Tour Eiffel en plastique, sans les crieuses qui se battent pour le dernier manteau en soldes chez Sympa, sans l’homme-poulet de Subway qui tourne sur lui même en vous rassurant parce que “votre prochain sandwich complet n’est pas loin”.

Sur la rue Seveste, il n’y a que de boutiques de rideaux et de tissus, de petits hôtels malfamés et les premiers vendeurs d’iPhone qui ont abandonné le quartier général chez Tati. Le métro Anvers n’est pas loin et Barbès avec ses cigarettes à bon marché vous attend quelques mètres à gauche. Personne ne vous arrête pour vous proposer des affaires à ne pas rater ou aucun selfie stick ne vous rentre dans le dos quand vous essayez d’éviter les couples qui s’embrassent en se prenant en photo. C’est pour ça que j’aimais bien la parcourir en descendant de chez moi.

note

Cet après-midi d’avril sur la rue Seveste, il n’y a presque personne, que mes souvenirs peut-être, qui marchent sur le trottoir. Et si je suis là, c’est plutôt pour les remplacer, pour ramener chez moi de nouvelles images qui n’ont rien à voir avec le froid d’une soirée de janvier, une porte verte qui claque derrière moi, la pluie qui me mouille les cheveux, le piano qui sonne son dernier nocturne, le bruit d’une valise pleine à craquer, mon nez qui coule.

Il y a toujours la pluie, mais je n’ai plus de valise, mon nez ne coule même pas, ça je ne l’aurais jamais dit. Peu importe. Je remonte la rue. Je marche très vite. Je suis impatiente. Je ne prête même pas attention aux boutiques ouvertes qui débordent de tissus et d’habits colorés, aux gens que je croise. J’ai presque l’impression d’être heureuse. De ne pas m’être trompée de rue et de ne pas avoir de regrets. De retrouver ma ville sans aucune rancune et sans les larmes aux yeux.

“Mademoiselle !”, j’entends. Je m’arrête tout de suite. Personne ne m’avait jamais appelée sur cette rue. Je tourne la tête. C’est un vieux monsieur, depuis la porte de sa boutique de tissus. “Est-ce que vous êtes pressée ?”, me demande-t-il. Il a un petit bonnet pour se réparer de la pluie, une pair de lunettes à l’ancienne et une chemise à carreaux. “Non, je ne suis que contente”, je lui réponds, sans même pas penser à ce que je dis. Et lui : “Parfois, c’est un peu la même chose, vous ne trouvez pas ?”.

Image: © Shout

Soundtrack: Calexico, Bisbee Blue

Quotes: Fabienne Yvert

Coffee and cigarettes

Dedicated to all people thinking when I’m writing I’m talking about them.

I am. 

Lei: “Quindi non torni più a Parigi?”

V: “No, non credo, per ora no”.

Lei: “Dai…ma come si fa a lasciare Parigi, la città dell’amore?”

V: “…”

Lei: “Ma non ti manca Parigi?” (ndr, la stessa persona almeno un mese fa mi chiedeva se non mi mancasse l’Italia)

V: “Sì un po’, ma non voglio tornarci”

Lei: “No, secondo me menti a te stessa, vedrai che ci torni”

———————————————–

Lui: “E cosa facevi a Parigi?”

V: “Un po’ di tutto, studiavo, lavoravo”

Lui: “E adesso passi le tue giornate a mandare curriculum, brutto no?”

V: “No, faccio anche altro”

Lui: “E cosa?”

V: “Cose mie”

Lui: “Se vuoi ti aiuto io a trovare lavoro, aspetta dammi il tuo numero…”

V: “No, non ti preoccupare”

Lui: “Sì, dai conosco un sacco di gente, senti, intanto vieni a cena da me stasera così ne parliamo?”

V: “…”

———————————————–

Lei: “Io ho sempre voluto vivere a Parigi”

V: “Ah, davvero?”

Lei: “Sì, secondo me è la città ideale per vivere”

V: “Ma dai! Mi dev’essere sfuggito”

Lei: “Sì, davvero, io ci sono stata una settimana, mi ha cambiato la vita”

V: “Ok…”

———————————————–

Lui: “Va bene, ma ora quali sono i tuoi progetti?”

V: “Ancora non lo so, mi guardo intorno, sto cercando di farmi venire un’idea”

Lui: “Secondo me dovresti scegliere un posto da cui cominciare”

V: “Sì, in realtà non mi dispiacerebbe vedere un posto nuovo…”

Lui: “Ma che dici! Per quanto tempo pensi ancora di prendere e partire? Hai 27 anni!”

V: “Prego?”

Lui: “Non hai altre esigenze adesso? Una casa, un ragazzo, una famiglia?”

V: “Ho preso un gatto”

Lui: “Parlavo seriamente”

V: “Me ne ordini un altro? Seriamente.”

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I dialoghi di cui sopra sono realmente avvenuti all’ombra di una piazza, tra un caffè e un pacchetto di sigarette sempre più vuoto, davanti a un salvifico campari soda, negli ultimi trenta giorni di vita italiana. A questo tipo di conversazioni ero abituata, sin dal mio secondo anno di vita all’estero: “Com’è Parigi? Come sono i francesi? Davvero non si lavano? Ma non ti manca la pasta? Ma quante volte a settimana la vedi la Tour Eiffel?”. C’è una particolare categoria di persone per le quali rappresenti una specie di alieno, non sanno bene se invidiarti o compatirti e, nell’attesa di decidere, ti bombardano di domande improbabili. Ora, niente è cambiato, le domande semplicemente sono volte al passato. E fanno solo un po’ più male.

Per chi non l’avesse intuito dal mio sopracciglio alzato, parlare di Parigi al passato mi fa venire un nodo in gola. Non ho mai considerato la Francia come una parentesi allegra prima di dedicarmi alla vita reale, anche se molti intorno a me la pensavano così. Per anni sono stata, anche agli occhi della mia famiglia, quella che aveva deciso di divertirsi ancora un po’ prima di “pensare alle cose serie” e a diventare grande. “Se vuoi stare ancora in Francia, prima di sistemarti, non fa niente, dai…”, commiserazioni di tale spessore mi sono giunte all’orecchio non poche volte. Per me non è stato mai così, invece. Mi sono impegnata sin dall’inizio perché Parigi diventasse la mia casa, per potermela meritare. E penso anche di esserci riuscita, almeno per un po’ di tempo.

Parlarne all’imperfetto non mi piace. Due giorni fa, nel treno, ho avuto un attimo di buio. Quando chiudo gli occhi, mi tornano in mente giorni che sto cercando di riporre in un cassetto, le mie strade, le mie parole francesi preferite, la musica, il Cafè Martin vicino casa a place Gambetta, i sei piani di scale, la rue d’Avron. Tutte le volte che sono stata felice e forse non me sono accorta. Parigi mi è sempre mancata tantissimo, non è una novità, ma adesso c’è qualcosa in più, o in meno forse. Tutto mi manca più di quanto avrei mai potuto immaginare, ma se potessi tornarci domani, non lo farei. Non mi sono mai sentita così, ma è quasi un sollievo, il fatto di struggermi per la mia vecchia città e poi realizzare, all’improvviso, di non doverci tornare, di non essere costretta ad atterrare all’aeroporto di Beauvais, aspettare una tristissima navetta, trascinarsi fino alla metro e poi a casa. Sarà pure un’illusione ma mi sento libera come non mi succedeva da almeno un paio d’anni.

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Please, don’t confront me with my failures,

I’ve not forgotten them.

Nico

“L’idea strana e terrificante che le si andava chiarendo riguardo al suo mondo futuro, mentre cercava di immaginarlo, era che lei in quel mondo non sarebbe esistita. Vi si sarebbe soltanto mossa, avrebbe aperto la bocca e parlato, facendo ora questo ora quello. Ma non sarebbe stata davvero presente.” Quando sono tornata in Italia, ho pensato che la mia vita sarebbe stata questa, un continuo parallelo con il passato, dove non sarei mai stata presente a me stessa, mi sarei solo mossa, costretta dalle esigenze, avrei solo aperto la bocca, senza pensare tanto ad argomentare le mie idee, “facendo ora questo ora quello”, accumulando distrazioni e amenità, come un personaggio dei racconti di Alice Munro, persa nelle coordinate spazio-temporali degli ultimi quattro anni.

Per fortuna non è stato così. In poco più di un mese, ho conosciuto almeno 50 persone nuove, ho una nuova bici, abbiamo adottato un gatto trovatello che dorme con noi, ho ripreso a correre lungo l’argine del Bassanello a Padova, ho comprato una tastiera pur non avendone lo spazio, ho chiuso gli occhi sotto il sole nella laguna di Venezia, ho preso parte a una riunione di redazione, sono tornata a fare teatro, ho letto tantissimi libri, scrivo molto di più, ho tante storie da raccontare, sono andata a scuola da una parte e dall’altra del banco, ho incrociato esistenze di cui vorrei fare parte. Mi sembra di aver ricominciato a respirare e a volte ho quasi l’impressione di essere felice, pur non avendone nessun motivo.

Non che tutto questo sia stato un processo naturale. Come Marion, la trapezista de Il cielo sopra Berlino, mi capita di pensare che se non facessi uno sforzo ogni mattina, vi sarei caduta sulla testa già da un pezzo e, soprattutto, che ho ancora il diritto di avere paura ma di non parlarne con nessuno. Alla fine, resto della convinzione che mi devo una vita, nonostante tutto, come scriveva Christopher Hitchens, tengo asciutte le polveri per le battaglie che ho di fronte, nella speranza di poterle riconoscere. E, per rispondere una volta per tutte, non ho progetti, non ho alcun piano B, né esigenze riproduttive. Per adesso, mi basterebbe andare a dormire senza avere paura di spegnere la luce, addormentarmi entro i primi 30 secondi. Poi potrò anche pensare al resto.

Se vi siete riconosciuti nei miei dialoghi, sappiate che ogni riferimento non è casuale. Fatevi qualche domanda, invece di rivolgerle alla sottoscritta, oppure non fatele affatto, in fondo conversare non è obbligatorio e un mondo più silenzioso sarebbe sicuramente un mondo migliore. Vi voglio bene.

Soundtrack: Days, The Drums

Images © WASTED RITA

Il primo giorno di scuola

“Vorresti che il tempo ti avvertisse. Degli ingranaggi che iniziano a cigolare, una lancetta che scorre più lenta. E invece il tempo si ferma così, senza un motivo, in modo brusco e non riprende mai più a ticchettare”. A scrivere è Ernest van der Kwast, nel suo libro Mama Tandoori, una sgangherata saga familiare, tra India, Canada, Olanda e Italia, letta in pochissimi giorni, su un divano padovano.

Oggi, lunedì 26 gennaio, nel cuore del quinto arrondissement di Parigi, sono ricominciate le lezioni, è ufficialmente iniziato il secondo semestre della Sorbona. Tutti saranno tornati sui banchi in legno degli splendidi anfiteatri dell’università, il basolato grigio della corte si sarà riempito di nuovi progetti, amici ritrovati, ansie per i risultati dei primi esami, le bacheche del corridoio di nuovo piene di annunci, locandine, manifesti. Ci sarei dovuta essere anche io su quei ciottoli grigi o incantata davanti agli affreschi dei soffitti. Ma, così è se mi piace, non c’ero e, chissà, forse non ci sarò più.

Eppure, anche io oggi sono andata a scuola. Non al mio adorato corso magistrale di letteratura comparata, ma nella piccola aula di musica dell’istituto comprensivo di Albignasego, comune alle porte di Padova, insieme a una decina scarsa di allievi e una delle migliori insegnanti che abbia mai visto all’opera. Alla mia destra, due ragazzi cinesi, alla mia sinistra, due moldave e di fronte una ragazza russa, una turca, una libica e due marocchine. E io, tra di loro, in qualità di osservatrice, a guardare uno sparuto gruppo di persone imparare la mia lingua. Ma questa è un’altra storia, di cui ancora conosco poco, ma altrettanto emozionante e, magari, tra qualche giorno la racconterò meglio, su altre pagine.

“Purtroppo non sempre riusciamo a essere quel che desideriamo. Molto più spesso siamo l’altro, l’ombra, l’invisibile, la speranza svanita. E se per una volta sfuggiamo al nostro destino, ci trasformiamo pian piano in un ammasso di puntini grigi che nessuno riconosce più”. Al risveglio, questa mattina, ho avuto paura di sentirmi così, come una speranza svanita, un grumo di amarezza, un ammasso di puntini grigi, incapace di vivere l’ora e il qui, continuamente proiettato nel passato. Stringo i denti e cerco di tenere fede al proposito di non cadere vittima della nostalgia di un altrove qualsiasi, di non cedere a facili spleen, di sfuggire ai madrigali tristi di Baudelaire, che amava ripetere: “A me sembra sempre che starei bene là dove non sono, e questa questione del traslocare è una di quelle che sto continuamente a dibattere con la mia anima.” Ma a volte non c’è forza di volontà che tenga.

Non è neanche tristezza, solo un crudele senso di spaesamento. Cammino e penso di trovarmi su una strada diversa, di veder passare il vecchio autobus che mi portava a casa, di guardarmi intorno e vedere una fermata della metro. Quello che è stato mi insegue dappertutto, anche quando sono a occhi chiusi, anche quando m’illudo di esserne guarita. Mi vengono in mente serate di cui avevo anche dimenticato l’esistenza, facce viste solo una volta, marciapiedi e panchine incontrate per caso che, di colpo, generano uno struggimento insensato, il nome curioso di una corte, il piglio delle statue di marmo nei giardini, le curve di un ponte sulla Senna. Oggi, però, a ritornare in mente è stato un siparietto ridicolo.

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The dream is collapsing

L’anno scorso, gennaio, abitavo da sola, con due gatti a carico e due lavori per mantenere me e la mia famiglia felina a Parigi. Ero sempre stanca e amareggiata, a interrogarmi continuamente sul senso delle mie giornate, ma a pensarci ora, avevo una vita piena di (dis)avventure e scoperte e non mi annoiavo neanche un secondo. Anzi, ero così gelosa del mio tempo libero da cercare di impiegarlo sempre nel migliore dei modi, andavo a teatro, passavo pomeriggi in biblioteca, leggevo tanti libri, il mio appartamento prendeva forma, a mia immagine e somiglianza. Altri tempi. Tornando al lavoro, di giorno, ero in un negozietto di giocattoli nel Marais, la sera in un ristorante italo-ebraico a Charenton. Un giorno racconterò del senso degli ebrei francesi per la cucina italiana, dei piatti improbabili che sono stata costretta a servire, dell’arredamento infelice della sala, dei grugni sgradevoli che ho fatto accomodare con i miei migliori sorrisi, della meravigliosa vigilia di Capodanno passata a riverire la famiglia allargata dei due proprietari e mandata giù a sorsi di grappa nascosta nelle tazzine di caffè, ma tutto questo merita una sessione di amarcord a parte.

Ho resistito solo qualche mese, grazie ai miei adorati amici-colleghi, Valentina, Salvatore, Alessandra, tra le poche persone conosciute a Parigi che spero un giorno di ritrovare sulla mia strada. E poi Antonio, pizzaiolo barese, posizionato al centro del ristorante, in bella vista, lui, il suo forno e i suoi coloriti apprezzamenti sulla clientela ebrea, alla quale rivolgeva i peggiori epiteti immaginabili, in salsa meridionale. Intorno, le risatine estasiate e ignare dei clienti inebetiti e lieti di mangiare la vera pizza italiana, proprio di fronte a un pittoresco esemplare di verace maschio italiano, sporco di farina, e che avrebbe voluto vederli tutti sparire. Sullo sfondo, le canzoni di Paolo Conte e il suono acuto del montacarichi che continuava a tintinnarmi nelle orecchie anche di notte.

A noi camerieri sconsolati, invece, Antonio, oltre a una pizza à la carte a fine serata (tra le migliori che abbia mangiato in Francia), riservava un incoraggiamento tutto personale. All’improvviso, ci batteva le mani a un millimetro dalla faccia, si metteva a ridere e gridava: “Daje, un paio de scarpe nove e giri il mondo!”. Oggi, mentre sceglievo un paio di scarpe nuove, in preparazione alla prossima partenza, è saltato fuori questo. E sono scoppiata a ridere nel negozio.

“Non sappiamo perché, ma ci aggrappiamo alle persone”. Anche quando è la cosa più inutile da fare. Io avevo intravisto la battaglia persa in partenza, la strada verso l’infelicità come condizione perenne dell’animo, la solitudine come stato di famiglia. Eppure mi ci sono aggrappata con tutte le mie forze, ma l’intreccio di illusioni e bugie non ha retto il colpo. Almeno per una volta, forse la prima, adesso mi piacerebbe aggrapparmi a quello che ho fatto, visto, scoperto, io, completamente da sola, a tutte le esperienze, anche le peggiori, anche agli improbabili dopo-serata alla chiusura del ristorante, anche agli sgangherati ritorni in metro a casa, con i guanti, il cappotto e la sciarpa impregnati dell’odore della cucina. Per oggi, primo giorno di scuola, come compiti per casa, voglio aggrapparmi a quello che è rimasto, di mio soltanto. Fosse anche uno stupido ammasso di puntini grigi.

Soundtrack: Il treno va, Paolo Conte

Image: © Witchoria

L’acqua al timo di casa

Bruce Chatwin era convinto che la casa fosse una perversione umana, che la vera dimora dell’uomo fosse la strada e che gli oggetti riempissero il cuore di paure e del timore di perdere tutto, costringendo gli uomini a passare la vita facendo la guardia ai propri possedimenti e ad accontentarsi di un’esistenza sedentaria e noiosa.

Purtroppo, però, di Chatwin ce n’è stato solo uno, la maggior parte dei comuni mortali sogna un appartamento in centro, soldi e posto fisso e, per fare i nomadi, come diceva Maria Perosino, spesso bisogna munirsi di una valida motivazione, “per chi ha bisogno di viaggiare e ha bisogno di una scusa per farlo, per non arrivare a chiedersi ‘che ci faccio io qui?’ che quando ci si fa queste domande e si è da soli e non si è Chatwin le risposte rischiano di essere un po’ imbarazzanti.”

In mancanza di valide motivazioni e per sfuggire a risposte imbarazzanti, circa due mesi fa ho messo fine al mio vagabondare e mi sono trasferita in quella che pensavo sarebbe stata una delle dimore più durature della mia vita. A pensarci, sembra ieri. Appena arrivata a casa, ho messo il mio nome sulla cassetta delle lettere e scritto a tutti con entusiasmo il mio nuovo indirizzo, dove potermi trovare da qui ad almeno altri tre anni.

Io, che ho da sempre sbandierato il vessillo del nomadismo, mi sono incredibilmente attaccata all’idea di casa e a tutto quello che questa si porta con sé: l’inevitabile restringersi di ogni orizzonte, le giornate quasi sempre uguali, il rassicurante comfort di sapere forse non quello che si farà tra un anno ma almeno il posto dove si starà dormendo. Tutta la dimensione domestica, con le sue piccole meschinità, i suoi infimi melodrammi, che odiavo e alla quale ho faticato ad abituarmi, mi è entrata nelle ossa e ancora adesso stenta ad andarsene. Mi guardo indietro, di certo non ero felice, sicuramente non ero io, ma avrei dato tutto per restare. Perché?

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Volevo delle abitudini, un ritmo sempre uguale, addormentarmi al sicuro. Sapere di avere un posto di cui fidarmi ciecamente, dove tornare e potermi rifugiare, perché il mondo non mi seguisse anche dopo la porta di casa. Come scriveva Perosino, le abitudini mi sembravano rassicuranti, un lusso che finalmente mi sarei potuta permettere “perché fanno risparmiare tempo e energia. Non abbiatene paura, c’è già la vostra vita che non è abitudinaria.”

Appena un mese e mezzo dopo, qualcuno mi ha ricordato che non era il momento di essere abitudinari e addormentarsi felici ai piedi della Basilica del Sacro Cuore. Un giorno, forse, racconterò anche del modo barbaro in cui sono stata riportata alla cruda realtà, ma questa è un’altra storia. Ho abbandonato una gabbia dorata, un inutile scontro quotidiano, una causa persa in partenza. Ho lasciato le chiavi sulla mia vecchia scrivania e ho chiuso la porta alle mie spalle. Il resto, ahimè, è noto. Eccomi qui: l’ultimo domicilio conosciuto è ormai lontano e il prossimo ancora non s’intravede.

Nel frattempo, vago tra una città e l’altra e mi fingo una del posto nelle residenze temporanee dove mi capita di sbarcare. Memorizzare le strade, imparare a trovare il senso dell’orientamento da sola, leggere il quotidiano locale, decifrare il dialetto del posto, scovare scorciatoie e piccole meraviglie nascoste: “è solo impadronendosi di un luogo che ci si può permettere di buttare tutto all’aria e ricominciare da capo. O almeno fare un sano reload dello stato d’animo”. Ne sono stata sempre convinta.

Ora, questa improvvisa libertà mi dà quasi le vertigini. Non riesco ancora a gestirla, non mi appartiene. Immagino destinazioni, ogni stazione, ogni nome di città mi appare come una possibilità di vita. Organizzo viaggi virtuali, mi proietto in centinaia di aeroporti e intanto sogno ancora di risalire la collina di Montmartre fino alla rue Norvins e abbandonarmi sul divano tra i gatti a fissare le travi a vista del soffitto, con il pianoforte di sottofondo.

La solitudine è tornata, senza diventare nostalgia struggente, né uno stato d’animo da cui fuggire o da ricercare. Più che altro uno stato di famiglia, di quelli che si ereditano dalla nascita e non si possono cambiare. Contro cui c’è ben poco da fare. Quasi ridicola, nel suo grottesco. Quasi comica, direi, se non ci fosse ancora un nodo allo stomaco a tenermi sveglia la notte. Ma non ho avuto molta scelta. Così, mi sono decisa a rimettere i miei 27 anni in uno zaino e a portarmelo sulle spalle e almeno a cercare di non pensarci più.

Bisogna solo capire da che parte fare il primo passo, da dove iniziare. Lasciare andare una volta per tutte gli ultimi mesi, anni, sbagli, indirizzi. Ripartire. Ieri sera, camminando per strada e raccontando le ultime disavventure, un amico mi ha detto: “sai, anche io avrei bisogno di un posto che fosse mio, di cui prendermi cura, ma non ci penso. Semplicemente ora non è il momento di dare l’acqua al timo di casa”.

Non avrei saputo dirlo meglio.

Soundtrack: In my life, The Beatles

Image: © Emiliano Ponzi

Il vento cattivo

Quello che mi piace di più quando arrivo a Parigi, sbarco a Porte Maillot e prendo la linea 1 della metropolitana per tornare a casa è guardare le pubblicità: manifesti di spettacoli, concerti, mostre, è come se la città mi stesse dando ancora una volta il benvenuto e mi dicesse cosa ha messo in serbo per me. Una girandola di novità, di possibilità, di esperienze nuove: è quello che è stata per me Parigi durante questi quattro anni. Sin dal primo giorno. Tutte le volte che l’ho lasciata e poi l’ho ritrovata, da quella prima volta in cui mi avventurai in un viaggio in macchina Matera-Parigi, lungo un’Italia sommersa dalla neve nel 2010. Un eccitante oceano di novità, di scoperte, fosse anche una strada sconosciuta per andare al lavoro.

Adesso, invece, tornando a casa, la terra sparisce sotto i piedi. Le strade, quelle nuove, quelle già percorse mille volte, si confondono. Il passato e il presente mi annebbiano la vista. La città non mi appartiene più. Non è più mio il quartiere di Montmartre, che avevo cominciato a conoscere. Il suono del pianoforte che sentivo dalla finestra e la cupola del Sacro Cuore che spunta improvvisa, alzando gli occhi, quando tornavo dal supermercato. C’è ancora il mio nome sul campanello, ma non è più mia la porta verde della rue Norvins. Parigi è diventata una delle città invisibili di Calvino, dove la realtà si mescola con l’illusione, il sogno si muta in un incubo.

Affacciarmi dalla finestra oggi è come sporgermi sull’orlo di un abisso. Tutto quello che c’è fuori mi terrorizza. Vorrei restare in un luogo senza più spazio né tempo, senza passato o futuro, un limbo indolore, un’anestesia costante. Sparire e non sentire più niente.

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Sono qui, con le mie valigie fatte, con i cartoni pieni, e aspetto la partenza come il generale Bolivar, perso nel suo labirinto, aspettava un dolce oblio, sdraiato su un’amaca di fronte all’oceano. “Andiamocene, qui non siamo più desiderati”, diceva al suo maggiordomo. O forse siamo noi che, dopo tutti gli sforzi, i tentativi, le attese, non desideriamo più. E così, un altro trasloco, un altro treno, un’altra vita, forse. Questo è quello che mi consola, che sicuramente ci saranno altri indirizzi, altri aerei, altre biciclette, altre partenze più felici, altre lingue da imparare, altre esistenze da incrociare. Nuove possibilità di vita che ancora adesso non riesco a scorgere.

Mi piacerebbe guardarmi allo specchio, come Massimo Troisi, e dire che ricomincio da tre. Ma, questa volta, il vento cattivo ha soffiato troppo forte e ha sgretolato ogni cosa in mille frantumi e, anche volendo, non riuscirò a raccoglierli tutti. Fare scelte sbagliate e pagarne il prezzo: adesso penso di sapere davvero cosa voglia dire.

Parigi per me finisce qui. Migrazioni interne, o internazionali. Che tanto poco cambia.

Soundtrack: The Ribbon, Rodrigo Amarante

Image : © Witchoria

Morire per amore è bello, ma stupido

Irene ha 24 anni, studia antropologia all’École de Hautes Études en Sciences Sociales a Parigi e vive nel decimo arrondissement della città. Gioca qualche volta a pallavolo, lavora poche ore in una cartoleria, collabora con un’associazione di volontariato per le donne colpite da cancro al seno, si ferma a guardare da vicino i barboni di Parigi. Lei stessa ha dovuto farsi asportare un seno, “per assomigliare di più alle amazzoni”. I suoi obiettivi sono tre: realizzare un reportage a fumetti sui clochard a Parigi, diventare protagonista di un fumetto e suicidarsi. Un progetto che propone agli stessi autori Ruppert & Mulot, durante una sessione di dediche in una libreria in città. E i due rifiutano. È da questo fumetto nel fumetto, da questa sequenza metanarrativa che prende il via la storia, divisa in capitoli, di “Irene e i clochard”.

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“L’amore romantico è stato inventato per manipolare le donne”

“Un giorno dovrei mettermi a girare per strada con una pistola per far fuori tutti quelli con una faccia poco convincente”, si dice Irene, schivando le facce meschine dei parigini annoiati. Innamorata di Naïma, giornalista di Libération, Irene non riesce a liberarsi del disincanto, del pessimismo, dell’indifferenza che la accompagna e che lei stessa considera tra le migliori armi personali. Seduta sul divano del suo monolocale, davanti al cielo di Parigi, immagina di capitolare dal balcone, di mollare anche l’ultimo ormeggio che continua a tenerla legata a terra. Impastoiata in una vita metropolitana che ha perso ormai ogni luccichio, angosciata dalle conversazioni di chi le sta intorno, cammina portandosi dietro una katana, per uccidere, almeno nella testa, chi intavola discussioni arroganti, si sofferma su argomenti banali, la sua amante, che non è innamorata di lei ma ci esce lo stesso insieme anche se le sue amiche di Versailles “scopano meglio”. Un climax di violenza costante, a volte triviale, se non splatter, ma sempre effimero, instabile, in equilibrio tra comicità e disperazione.

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Intanto Irene si lascia trasportare dalla città, continua ad andare a letto con Naïma, perché senza anche quel minimo sussulto la vita sarebbe forse uguale a quella dei suoi clochard, in pieno sfacelo psico-emotivo. Si lascia andare a un’aggressività repressa, fin troppo riconoscibile e familiare, facendo affiorare un lato oscuro, che, sulla carta, diventa estremamente realistico e struggente. Sopravvive in un sentire acuto, come carne viva, afflitta da una realtà che vive di vita propria e della quale si ritrova spesso a essere semplice spettatrice, sfiancata da Parigi, dai suoi tentacoli di ferro, dall’inerzia delle sue strade e dal suo lancinante anonimato.

“L’indifferenza e la menzogna sono potenti armi personali”

Il tratto del disegno è nervoso, quasi asincronico, leggerissimo, senza alcuna campitura e la predominanza del bianco sulla pagina è solo un’illusione. Il disegno è una trama di linee nere che intessono la polifonia dei tetti di Parigi, le facciate liberty dei palazzi, il frontone barocco delle stazioni. Ma non solo, la traiettoria di una mosca sulle pareti, i volti confusi della noia in metropolitana, la scenografia di una Parigi muta e indifferente, che scorre via quasi senza far rumore. Jérôme Mulot, in un’intervista, ha parlato di “ligne claire fragile”, una linea labile e sottile, sincopata, quasi una trasposizione per matite dell’essenza di Irene.

Le sequenze sono precise, i movimenti esatti, senza alcun orpello o dettaglio ornamentale, lo stesso tratto fragile delimita corpi e palazzi, arti umani e strade, ancora una volta nel tentativo di annientare l’introspezione e la carica emotiva e affidare tutto all’essenzialità dell’azione e del movimento. Il volto in sé non esiste, al suo posto un anonimo accento circonflesso trionfa sull’ovale di ogni personaggio, per annullare la mimica facciale e sfuggire all’identificazione del lettore a tutti i costi. Come già avevano fatto nei loro libri precedenti, Ruppert e Mulot veicolano l’interiorità dei personaggi attraverso le azioni, la gestualità, lo slancio essenziale di un movimento, come in un intenso behaviorismo a fumetti.

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“Il disgusto è la risposta appropriata alla maggior parte delle situazioni”

“Irène et les clochards” è stato pubblicato in Francia nel 2009 dalla casa editrice indipendente L’Association, la stessa di Marjane Satrapi e David B. Florent Ruppert e Jérôme Mulot sono i due autori, presenti in una sequenza del fumetto, probabilmente in un episodio realmente accaduto della propria vita. Cammei improvvisi in tutte le loro storie, fantasmi privati messi su carta, Ruppert e Mulot non hanno rinunciato ad avere la loro parte anche nella vita di Irene. I due, rispettivamente classe 1979 e 1981, si conoscono all’École nationale supérieure d’arts di Dijon e iniziano a lavorare insieme dal 2002. Il loro sito è una miniera di piccoli tesori a fumetti, dai fenachistoscopi ispirati a Muybridge ai “Petits accidents sur commande“, incidenti mortali à la carte, realizzati dalla coppia su richiesta dei lettori che hanno inviato loro descrizione del bersaglio e morte desiderata.

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“A una certa età, gli ideali vengono rimpiazzati da obiettivi convenzionali”

Mi sono imbattuta la prima volta in Irene per caso, restando folgorata dalla sua figura che sorvola la città di Parigi, tratti bianchi su sfondo nero, con una katana in mano. Quell’immagine mi ha fatto compagnia per tanto tempo, senza sapere da dove venisse fuori, finché non me la sono ritrovata davanti sullo stand di Canicola Edizioni, associazione culturale e casa editrice di fumetti con sede a Bologna, durante l’edizione 2013 del Festival Lucca Comics & Games, al quale mi ci sono trovata sempre per puro caso. Prima di ritornare a Parigi, a seguire anche io traiettorie incerte e un sogno sempre più vicino allo sfacelo. Ma senza katane.

Il risveglio di Irene sul sito di Ruppert & Mulot.

Autumn Leaves

Oggi è la vigilia del mio compleanno. Che io lo scriva senza timori e riserve dimostra una certa consapevolezza, quella di aver fatto più o meno pace con quello che è stato sempre un avvenimento controverso del mio abbondante quarto di secolo. Non ho mai organizzato feste, né invitato gli amici a cena, né portato torte in ufficio e la minaccia che mia sorella è solita rivolgermi quando litighiamo è “guarda che ti faccio una festa a sorpresa per il tuo compleanno!”. Ora, non che sia in procinto di organizzare un party indimenticabile sotto la Tour Eiffel, ma non ho neanche l’impulso di nascondermi sotto le coperte e spegnere telefono, computer, cervello, come succedeva fino allo scorso anno.

Orbito alla giusta distanza tra sogno e realtà e penso di aver più o meno raggiunto un equilibro tra lavoro, studio, progetti, utopie e l’infinita burocrazia esistenziale di questa città, tra dichiarazioni di redditi inesistenti, soldi da recuperare qua e là, contratti, certificati e giustificazioni di domicilio da presentare anche per comprare una baguette. Inoltre, tra me e Parigi vige una tregua ormai duratura e abbiamo iniziato a volerci di nuovo reciprocamente bene. Questa città mi regala ogni giorno sorprese, me le ritrovo lungo la strada sotto forma di persone inattese da conoscere, percorsi (o ferrovie abbandonate) da esplorare, biblioteche e librerie che spuntano a ogni angolo, avventure da vivere. E un nuovo appartamento.

A Parigi, ho vissuto circa in 12 case diverse. Chi ha cercato un tetto nella capitale francese almeno una volta nella vita sa che cosa significa tutto questo, le dimensioni incommensurabili che prende quella che dovrebbe essere la semplice ricerca di un alloggio, conosce bene i brividi lungo la schiena alla parola “dossier”. L’idea di cercare un appartamento è stata una fonte di angoscia quotidiana per anni. Ho passato mesi a lasciare messaggi in segreteria, scrivere e-mail, spulciare annunci, inventarmi soluzioni provvisorie. Ho assistito a veri e propri colloqui dell’assurdo, e a volte ne sono stata la protagonista, se non la vittima, cercando di convincere il padrone di casa a fidarsi di me, supplicandolo di darmi una chance, corrompendolo promettendo dieci mensilità in anticipo, tutto per avere un misero posto letto in uno studio di 10 metri quadri, al prezzo di un normale appartamento per due nelle altre città.

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Sono volata da un subaffitto all’altro, vivendo permanentemente in condizioni temporanee. L’instabilità è diventata la normalità e ci si abitua giorno dopo giorno alla precarietà, a fare le valigie in pochi minuti, a organizzare i traslochi alla perfezione, ad avere almeno tre domicili, a ricevere la corrispondenza in posti diversi e andarsela a recuperare perdendo giornate intere, a prestare sempre attenzione quando si parla di alloggi e case. Però, alla fine, mi sono divertita e conosco benissimo quasi tutta la città di Parigi, anche per via di tutti gli indirizzi che ho accumulato negli anni. Quando un amico si trasferisce in un quartiere, so consigliargli negozi, bar e anche il supermercato meno caro e io ho collezionato ricordi in tantissimi posti diversi.

La mia prima casa è stata un bed & breakfast di Oberkampf, a casa di un’elegante donna in carriera. All’epoca ero una stagista dell’Ambasciata d’Italia a Parigi, passavo la maggior parte del tempo nei quartieri più ricchi, vicino alla Tour Eiffel e pensavo di essere lontana da tutti i centri nevralgici della città, ignara che tra Oberkampf e Ménilmontant avrei poi trascorso quasi tutte le serate dei quattro mesi a venire. L’anno scorso, invece, mi sono trasferita a Père-Lachaise e ho avuto l’ebbrezza di un appartamento tutto per me, con un contratto vero, dove alla fine ci sono rimasta solo per pochi mesi, prima di saltare dall’altra parte del cimitero, al sesto piano di un palazzo sgangherato. Qui, al secondo piano, abita un’anziana signora che pulisce tutte le mattine la porta di casa perché, un giorno mi ha detto incontrandomi per le scale, qualcuno viene a bussarle ogni giorno e le grida che è tutta sporca. Al primo piano, invece, c’è un bambino dagli occhioni nerissimi che vive con un’altra anziana signora e mi ricordano tantissimo Momo e Madame Rosa de La vita davanti a sé di Romain Gary.

Uno dei miei domicili preferiti è stato un piccolo studio a Bagnolet, vicino place Edith Piaf, l’appartamento di una giornalista che mi ha lasciato casa per tre settimane. Un rifugio accogliente, pieno di cuscini, abat-jour, libri, giornali, tazze una diversa dall’altra e una radio impermeabile da ascoltare sotto la doccia. Tra i peggiori, sicuramente il mese e mezzo in Avenue d’Italie, in una stanza di pochi metri quadri senza finestre, con un materasso buttato sulla moquette polverosa e libri e vestiti obbligatoriamente chiusi negli zaini per mancanza di spazio. I quartieri dove ho vissuto più a lungo sono il ventesimo e soprattutto il tredicesimo arrondissement, nei pressi di Place d’Italie. Conosco benissimo i ciottoli del quartiere Saint-Blaise e del villaggio della Butte aux Cailles, nonché due dei migliori ristoranti asiatici della città e ho scoperto un giorno per caso la Cité Floral, un micro-quartiere isolato del sud di Parigi, un gomitolo di vialetti, dove tutte le case hanno le pareti dipinte di colori pastello e aiuole fiorite e le strade hanno il nome di fiori e arbusti.

Maeve Brennan ha scritto che l’idea di casa è un luogo della mente. Per me, oggi questo luogo è un appartamento semi-vuoto ai piedi della basilica del Sacro-Cuore a Montmartre. Ha la porta verde, le pareti bianche e il soffitto con le travi a vista. Qui tra qualche giorno lascerò definitivamente le valigie e inizierò a sistemare tutti i miei libri secondo il colore delle copertine, come ho sempre voluto fare.

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Ricordo benissimo cosa avevo immaginato per i miei 27 anni quando ero più piccola. Pochi desideri, ma alcuni incredibilmente forti. Quando ho iniziato a lavorare in un pub a 19 anni, a Lecce, avevo ingenuamente pensato di mettere i soldi da parte per trasferirmi a Parigi il più presto possibile. Ero iscritta all’università, ma dopo qualche mese ho smesso di frequentare e ho cominciato subito a lavorare in un giornale. Sognavo di continuare a scrivere, di avere tanti libri intorno, almeno un gatto, di avere la possibilità di viaggiare e conoscere posti nuovi, che fosse anche una strada diversa per tornare a casa o andare al lavoro. Speravo di riuscire a stare sempre bene con la sola compagnia ingombrante della mia persona e di sentirmi in un modo o nell’altro libera di fare quello che mi piace.

A conti fatti, oggi penso di aver più o meno realizzato ogni cosa, con il bonus speciale di una variabile fissa, presente nella mia vita da almeno tre anni. Ancora non so che cosa voglia dire essere felici, sentirsi bene sotto tutti i punti di vista, semplicemente in pace, sicuri di sé, delle proprie scelte, ma alla fine le persone troppo sicure non mi sono mai piaciute, i dubbi sono molto più faticosi ma anche più eccitanti e mi sono sempre sottratta alla schiavitù della felicità a tutti i costi. Come diceva sempre Romain Gary, alla felicità preferisco la vita, e la mia, soprattutto negli ultimi tempi, è quella che mi sono sempre augurata di vivere.

Images © Emiliano Ponzi

Soundtrack: In my mind, Amanda Palmer

Paris, rue François Miron

L’intenzione era quella di stare lontana dal computer, parlare con almeno cinque persone diverse durante il giorno, tornare a casa stanca e addormentarmi subito, imparare nuove cose, abbandonare la scrittura, almeno per un po’. Così l’anno scorso, ho iniziato a lavorare in un negozietto di giocattoli e accessori nel Marais, nella parte sud del quartiere, quella più discreta, con meno kebab e più gallerie, meno bar alla moda e più palazzi residenziali.

Il negozio si trova in rue François Miron, accanto alle abitazioni medievali risalenti al Trecento, tre case dal tetto spiovente, con le travi in legno, tra le più vecchie di tutta Parigi, dove, incredibilmente, ho scoperto che hanno l’ascensore (chi sa dove abito capirà il motivo di tale sgomento)! Di fronte, gongola uno degli empori più famosi della capitale, Chez Izrael, un pittoresco bazar di spiriti e sapori da tutto il mondo, gestito da un’anziana coppia, Françoise e Izrael, canuti e schietti. Qui si fa la fila per comprare frutta secca e datteri, olive marinate e dolciumi turchi, spezie e riso, noci di macadamia, anice, tamarindo, acquavite di Borgogna, farine, tarama, pesto, acciughe, feta, canditi e ci si perde nella collezione di pepe e olio d’oliva.

Cercavamo proprio Chez Izrael, io e i miei genitori, quando abbiamo scorto l’annuncio di lavoro, esattamente un anno fa. Ho accettato il posto per sfuggire alla solitudine della scrittura in solitaria dietro a un computer e avere un minimo contatto con il mondo reale. Avendo debuttato nel periodo prenatalizio, più che un contatto, ho subito una vera e propria invasione barbarica, una sfrenata corsa al regalo, con più di 2000 scontrini al giorno e migliaia di clienti in un negozio di una ventina di metri quadri. In pochi mesi, ho imparato a fare i conti rapidissimamente, a confezionare pacchetti regalo impeccabili, a improvvisare un argomento a favore di ogni singolo articolo del negozio, a inventare parole in francese e a farmi anche capire.

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La clientela è abbastanza varia. Tanti turisti alla ricerca di un briciolo di Parigi da portare a casa, fidanzati smarriti alla ricerca di un braccialetto o un paio di orecchini da regalare, donne giapponesi che in 5 minuti escono con 300 euro di borsa appesi al braccio, eleganti signore del quartiere che vengono a controllare le novità, ragazzine appassionate di bricolage che collezionano nastri adesivi colorati, nonne con passeggini al seguito, indefessi arbitri del gusto che passano i fine settimana a cercare un vassoio per l’aperitivo che abbia la stessa sfumatura di verde del divano del salotto, studentelli in cerca di cover per i-phone, madri disperate che, alla vigilia delle vacanze, hanno un urgente bisogno di giochi, stampini, timbri, carillon e ninnoli per tenere occupata la prole.

Ho continuato a lavorare fino al mese di maggio e ho ripreso da poco, nonostante quest’anno sia in tutt’altre faccende affaccendata, per il piacere di tirarmi fuori dal mio bozzolo e andare al lavoro fuori dalle quattro mura di casa, perché alla fine chiacchierare con i clienti e aiutarli a fare un regalo mi piace, mi piace quando arrivo la mattina presto, da sola, faccio partire la musica e lascio la porta aperta e anche per guadagnare un po’ di soldi, da spendere in frivolezze senza tanti sensi di colpa.

Ogni giorno ho circa un’ora di pausa, che di solito impiego lanciandomi alla scoperta del quartiere. Se c’è bel tempo, invece, vado a sedermi vicino la Senna oppure sulle panchine di Square Marie Trintignant per leggere al sole. Scarto tutte le boulangerie di lusso e vado da Manon, una panetteria discreta vicino la metropolitana, tra le migliori della zona. Da qui, poi trattengo il fiato per attraversare la rue du Prévot, una sorta di toilette pubblica del quartiere, e sbuco dall’altro lato dell’isolato. Una settimana fa, c’era un sole insperato, mi sono seduta sul ciglio della Senna, mi sono sentita felice, pur non avendo nessun motivo in particolare. Mi sono detta che quando mi succede qualcosa di bello, resto sempre un po’ interdetta, non so come reagire, se esultare, se sorridere, se fare finta di niente e l’entusiasmo sfuma in quei pochi secondi. Invece, sentire affiorare la serenità, quasi la contentezza senza motivo è la forma di buon umore che mi riesce meglio, almeno finora.

Prima di tornare dietro il bancone, passo da Chez Mademoiselle, in rue Charlemagne, a prendere un caffè. È un ristorante accogliente, con una bella terrazza. L’anno scorso, avevo l’abitudine di andarci quasi tutti i giorni e hanno cominciato a chiamarmi “la petite” e a prepararmi un caffè già quando mi vedevano arrivare. Sono le gioie infinitesimali dell’essere straniero in una città e trovare un angolo di casa in un bar sconosciuto.

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Poco distante inizia il Village Saint-Paul, una serie di cortili collegati fra loro, dove si affacciano ristoranti, gallerie, mostre temporanee, negozietti di chincaglierie e antiquariato. Svoltando verso rue Saint-Paul, tornano le decorazioni improbabili, il Museo della Magia, l’Hotel della Settima Arte, con ninnoli e souvenir dal mondo del cinema, ristoranti di sushi e il famoso Thanksgiving, storico punto vendita americano, dove trovare cheesecake fatte in casa, cheddar, tutto l’occorrente per preparare i veri hot-dog e hamburger, bourbon e whiskey dalla California, tortilla di mais, birre americane e ovviamente tacchini e ingredienti del ripieno, il tradizionale “turkey stuffing”, per il Giorno del Ringraziamento. Tornando indietro, si passa per rue de Fourcy, dove troneggia la Maison Européenne de la Photographie, gigantesca istituzione della fotografia, che ha accolto le mostre, fra gli altri, di Lynch e Salgado. Poco lontano, un porticato con le vetrine di un negozio di biancheria intima è il rifugio di tre, quattro clochard, che ormai non chiedono neanche più l’elemosina. Prendendo invece rue de Jouy, ci s’imbatte in una delle librerie indipendenti più autorevoli di Parigi, gestita da madame Michèle Ignazi.

Il mio negozio è un po’ come il resto del quartiere: il trionfo del superfluo. Vendiamo guanti per le mezze stagioni, piccoli e costosissimi magneti da frigo, radioline che si caricano a manovella, portamonete in pelle d’anguilla, occhiali senza correzione, mini-cannoni usa e getta per esplosioni di coriandoli, timer per misurare il tempo d’infusione di tè e tisane, spugne da cucina ecologiche e biodegradabili. Si entra raramente trafelati, alla ricerca di un bene di prima necessità, ad eccezione degli sventurati turisti colpiti da un acquazzone che si affacciano chiedendo disperatamente un ombrello e se ne vanno moggi rifiutando la mia proposta di acquistare un ombrellino di design a 45 euro, l’unico che abbiamo.

Mi piace restarmene dietro il bancone e osservare chi si aggira tra gli scaffali, entrare per un attimo in collisione con altre esistenze. L’anno scorso, per ringraziarmi dei consigli nella scelta dei regali, un ragazzo è tornato a regalarmi un cd di Bruce Springsteen (!) e una lettera in italiano, visibilmente tradotta con Google, con annesso numero di telefono, dove mi scriveva che a Napoli, la statua del Cristo gli aveva promesso di inviare sulla sua strada una piacente donna italiana, che sarei io. Una signora della Carolina del Sud mi ha raccontato di una traversata in auto lungo tutta la Puglia a fotografare i siti archeologici, con suo marito, storico dell’arte medievale. Pochi giorni fa, entra precipitoso un signore. Mocassini di pelle, jeans leggermente cadenti tenuti su da un cinturone nero, una t-shirt viola attillata infilata dentro i pantaloni, un lungo cappotto grigio e una shopping bag bianca di tela. Aveva occhi vispi nascosti dietro un paio di occhiali evidenti dalla montatura nera pesante, pochi capelli e un accento straniero che me lo ha reso immediatamente simpatico. “Bonjour madame”, ha esordito, “avete cartoline per condoglianze?”. Ho fatto un veloce inventario in testa: noi abbiamo carte di compleanno psichedeliche, cartoline d’auguri in legno, cartoline di Parigi panoramiche, cartoline di Parigi acquerellate, cartoline con disegni giapponesi, nient’altro. “Ho fatto il giro di tutto il quartiere, ma non sono riuscito a trovarle. Sembra quasi che, da queste parti, morire sia proibito”.

Images: © Olimpia Zagnoli © Emiliano Ponzi

Soundtrack: Molly Nilsson, opera omnia