A cena sulla Place du Tertre

Abito a circa trenta metri dalla Place du Tertre, il quadrilatero più celebre di Parigi, regno di pittori e musicisti di strada, assediato dai venditori di souvenir e preso d’assalto dai turisti. Chi mi conosce, sa che spesso ai rumori della piazza, alla rue Norvins intasata, all’ennesima fisarmonica sotto la finestra che strimpella la colonna sonora del fantastico mondo di Amélie per tutto il pomeriggio, ai turisti che ti si sbattono contro nel tentativo di trovare l’inquadratura perfetta, sono più che insofferente. E, in un periodo di scarsa mobilità, le salite di Montmartre mi dissuadono anche dalla minima passeggiata.

Nonostante gli inconvenienti, tuttavia, il villaggio di Montmartre (attenzione a chiamarlo quartiere, gli abitanti storici potrebbero correggervi) riserva un suo particolare fascino, sconosciuto a chi ci si perde solo per il tempo di trovare il Moulin Rouge. Di notte, nelle strade cala il silenzio, la Basilica diventa quasi spettrale e, sabato scorso, per la prima volta dopo tanti anni a Parigi, ho sentito le campane annunciare la Pasqua a mezzanotte. Lungo la rue Lamarck, che abbraccia il Sacro Cuore, oppure più giù, seguendo la rue Caulaincourt, all’improvviso si aprono squarci d’incanto su tutta la città. Le strade disertate dai turisti nascondono i segreti più belli, come la rue Saint-Vincent, che costeggia i vigneti di Montmartre (sì, c’è un piccolo vigneto e ogni anno si producono circa 300 bottiglie di rosé), ospita alcune delle residenze più belle dell’intera area e cela un giardino selvatico, aperto solo due volte l’anno.

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Per sopravvivere forse alla concentrazione anomala di curiosi e viaggiatori, gli abitanti di Montmartre sono più inclini alla socialità del resto dei parigini, secondo la mia esperienza personale e dopo circa un anno di vita nei quartieri, almeno geograficamente, “alti”. Per preservare l’antico villaggio di un tempo, o salvaguardarne l’atmosfera, ci si saluta per le strade, i commercianti diventano conoscenti, nascono appuntamenti spontanei che diventano piacevoli abitudini, come il rendez-vous dei cani del quartiere, tutti i giorni dalle 18 in poi di fronte al celebre cabaret del Lapin Agile, sulla rue des Saules.

A volte, tra gli stessi parigini, ci si chiede se ci siano persone normali che abitano i dintorni della place du Tertre e se gli appartamenti con le travi a vista e i fiori alle finestre che ammiccano dalle viuzze di Montmartre non siano in realtà costosissime camere disponibili su AirBnb. Ecco perché, per dimostrare che, sì, ci sono normalissimi individui, dalla routine più che ordinaria, domiciliati nei dintorni della piazza, ma soprattutto per farli incontrare, nasce, dalla mente vulcanica di Frédéric Loup, farmacista di Montmartre nonché presidente dell’associazione dei commercianti della collina ai piedi della Basilica, l’iniziativa dei diners des riverains, ovvero la cena tra vicini.

A fare da padroni di casa, i ristoratori della place du Tertre, famigerato quadrilatero dove gli indigeni non osano avvicinarsi o, se proprio devono, lo fanno a occhi bassi e passo svelto (sottoscritta inclusa) per non essere avvicinati dal caricaturista di turno e schivare i selfie stick dei turisti ipnotizzati. “L’idea è quella di rimediare alla brutta reputazione della piazza e dei suoi esercizi commerciali”, spiega Frédéric, “di far sì che gli abitanti del quartiere si riapproprino di un luogo collettivo e, perché no, se hanno voglia di cenare fuori, senza prendere la funicolare, scoprire i tanti ristoranti e trattorie del posto”.

Un aperitivo in farmacia, a saracinesca mezza abbassata, inaugura la prima cena. Imbarazzi, risate, bicchieri di rosato dalle vigne di Montmartre e presentazioni per tutti. La prenotazione al Cadet de Gascogne, il ristorante prescelto per cominciare, è per 15 persone, ma alla fine siamo in 35, una lunga tavolata allestita al piano di sopra, con vista sulla piazza e atmosfera da chalet di montagna. Durante la cena ci si mescola e ci si conosce ancora di più. Scopro che nel palazzo che chiude la rue du Mont-Cenis, gli inquilini s’invitano a cena a vicenda già da tempo, si lasciano i croissant caldi sul pianerottolo e si conoscono tutti. Alexander, d’origini libanesi, seduto di fronte a me, abita nell’appartamento più alto di tutta Parigi, con un panorama a 360 gradi su tutta la città. Oggi commerciante di pietre preziose, è stato attivista in Libano, fisioterapista e, per un indimenticabile anno italiano, membro della giuria delle selezioni regionali di Miss Italia.

Accanto a me, invece, padre Sonnier, curato della piccola chiesa di Saint-Pierre che, ignota ai più, si nasconde discreta dietro le cupole imponenti della basilica. Da cinque anni padrone di casa, il curato conosce tutti gli abitanti del quartiere, ma soprattutto tutti conoscono lui, grazie al “footing del curato”: ogni domenica, durante la bella stagione, padre Sonnier raduna un gruppo di amici e corre intorno alla Basilica e nelle strade meno trafficate del quartiere, un itinerario aperto a tutti e per tutti.

“Restiamo solo per l’aperitivo e poi andiamo via”, ci siamo detti a casa prima di partire. Siamo rimasti fino a mezzanotte inoltrata. Perché, a volte, per riappropriarsi di uno spazio collettivo basta semplicemente andare a cena.

Per iscriversi e partecipare, bisogna recarsi alla farmacia di Frédéric, all’angolo tra rue du Mont-Cenis e rue Cortot (oppure passatemi parola). La prossima cena è giovedì 14 aprile, al ristorante Chez Eugène

Soundtrack: Chilly Gonzales, Gogol

Illustration © Sergey Kravchenko

Parigi, o la Nuova Atene

Esistono angoli di Parigi che ho attraversato per anni, di corsa, stazioni della metropolitana dove non ho mai avuto l’occasione di fermarmi, interi quartieri che vivono all’ombra di uno scorcio più celebre, offuscati dalla reputazione di un paio di strade e boulevard, viali anonimi, immersi nel silenzio dell’esistenza quotidiana, che non ha niente da spartire con gli itinerari turistici, li week-end nella Ville Lumière, e che assomiglia spesso a un tentativo di resistenza, più o meno originale, in una città in grado di fagocitare sogni, progetti ed energie. È il caso del nono arrondissement, ultima scoperta di uno di questi pomeriggi d’inverno.

Per inoltrarsi nel quartiere, basta prendere la giusta traversa, lasciarsi alle spalle i rumori e le boutique della rue des Martyrs, per immergersi nell’atmosfera della Nouvelle Athènes, la nuova Atene, una parte della città, alle spalle dello sgangherato boulevard de Clichy, a pochi metri dalle insegne chiassose di Pigalle e ritrovare il piacere di camminare nel passato, in una dimensione sospesa, dialogare con gli inquilini di una Parigi che fu, escludersi, per lo spazio di un quartiere, dalla contemporaneità.

Sulla soglia della square d’Anvers, alzando lo sguardo, si scorgono ancora le cupole della Basilica del Sacro-Cuore ma Montmartre, insieme ai suoi trenini turistici, le crêperie di dubbio gusto, i negozi ammiccanti, sembra lontanissima. Qui la vita di quartiere rallenta, alcune strade sono addirittura vuote e si può avanzare, da un isolato all’altro, seguendo le travagliate vicende delle residenze storiche, le targhe che indicano dove un tempo abitava uno scrittore o un musico, tuffarsi in un altro secolo e dimenticarsi del presente.

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La Basilica del Sacro-Cuore, vista dalla Square d’Anvers

È ai piedi del monumento allo scultore Paul Gavarni, cuore della place Saint-Georges, che si contano già tutti gli elementi tipici dell’architettura del quartiere: le residenze sontuose, le eleganti statue da strada, la presenza delle lorette, figura tipica, eufemismo da gentiluomini per definire le cortigiane del quartiere, ai tempi di Luigi Filippo, durante la Monarchia di Luglio, personaggio immortalato da Émile Zola nel suo romanzo Nana. Il busto di Gavarni fronteggia con irriverenza l’Hôtel Tiers, oggi centro di ricerche umanistiche e biblioteca, un tempo dimora di Adolphe Thiers, primo presidente della Terza Repubblica Francese, e l’Hôtel della marchesa di Païwa, celebre lorette, più fortunata delle sue consimili, a cui gli amanti dedicavano palazzi e pietre preziose, come questa residenza ricamata d’angeli, profili leonini e statue gotiche e rinascimentali.

Scendendo lungo rue Notre-Dame de Lorette, dove abitarono Eugène Delacroix e Paul Gauguin, si arriva alla chiesa omonima, dove Gauguin e Monet furono battezzati. Da qui si può iniziare a vagare nel quartiere, un tempo palpitante di guinguette e cabaret, che ha raggiunto il suo culmine tra il 1820 e il 1860 quando architetti e artisti lo hanno eletto come dimora, puntellandolo di splendide residenze e accendendolo di inediti slanci culturali, salotti letterari, una frizzante vita intellettuale di cui oggi resta una piccola eco nel Musée de la Vie Romantique, in rue Chaptal.

La calma delle strade invita a conversare con gli abitanti di una volta e, tra una residenza e un prospetto neoclassico, si può perdere la concezione del tempo e pensarsi come un’ospite, che si reca a fare visita a Chopin e George Sand, domiciliati a square d’Orléans, al civico 80 di rue Taitbout (aperta solo il sabato mattina). Sand aveva raggiunto Chopin ma, ben in anticipo sui dettami di Virginia Woolf, aveva preteso un appartamento tutto per sé, e la possibilità, non da poco, di vivere una vita in famiglia, ma con l’uscita di sicurezza e la propria solitudine sempre a portata di mano. Ci si può mettere in fila alla boutique del signor Tanguy, venditori di tele e pennelli e tra i primi mercanti di opere impressionniste, reso celebre dalla tela di Van Gogh, al civico 14 di rue Clauzel, oggi scarna galleria di stampe asiatiche.

Passa quasi inosservata, la rue de la Tour des Dames, ma un tempo doveva creare scompiglio se, come racconta la leggenda, almeno tre attrici di teatro si contendevano i favori degli inquilini e il domicilio nelle residenze, ancora oggi conservate in ottimo stato. Al civico 9, la dimora di Talma, attore del teatro tragico, mentre ai numeri 1 e 3 vivevano Mademoiselle Duchesnois e Mademoiselle Mars, capricciose teatranti. A pochi passi, la casa-atelier di Gustave Moreau è oggi un bellissimo museo, nonché un’occasione per entrare e osservare da vicino gli interni di una dimora ottocentesca nel quartiere più romantico di Parigi. Infine, tra le tante salite che riportano a Montmartre, scegliete la rue Rodier, tra antiquari, atelier e il piccolo rifugio della Baleine Bleue, un curioso atelier blu oltremare, dove l’arte della terracotta è accessibile a tutti.

Per ritornare al grigiore di una domenica pomeriggio d’inverno, basta poco, una breve salita e compaiono i bar fumosi di quella parte del quartiere ribattezzata infelicemente SoPi, South Pigalle, le boutique hipster di vinili, i bar un po’ tutti uguali, le gallerie stucchevoli di Montmartre, la solita vecchia Parigi, troppo impegnata a imitare se stessa, a farsi caricatura, mentre il tempo le scorre accanto.

Soundtrack: Malcolm Holcombe, Another Black Hole

Immagine: la sottoscritta

 

 

 

Fuga in Bretagna

Imparo in questi mesi come il viaggio sia soprattutto un ritorno, come scriveva Magris, “che insegna ad abitare più liberamente e poeticamente la propria casa”. Tornare in Francia, ricominciare da zero, riscoprire un posto già conosciuto, accorgersi di quello che ci era sfuggito. Per me, Parigi è diventata di nuovo una caccia al tesoro. Lo diceva anche Saramago, che non si arriva mai, che non c’è viaggio che finisca: “Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si era visto in estate, veder di giorno quel che si era visto di notte, con il sole dove prima pioveva”. Tuttavia, abbandono Parigi sempre più volentieri e comincio a scoprire una terra che avrei dovuto esplorare già da tempo: tutto il resto della Francia.

Da Parigi, ad esempio, bastano meno di tre ore per raggiungere Saint-Malo, punta bretone affacciata sulla Manica, città corsara abbracciata da possenti bastioni, dal litorale sfiorato dall’Atlantico ed esposto alle maree. Proprio come quello di Gallipoli, il centro storico di Saint-Malo è racchiuso in un’isola collegata alla città e, come ogni cittadina di mare che si rispetti, d’inverno è come un campo al riposo, un borgo in sordina, dal fascino austero e malinconico.

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Lucy, il cocker di casa sulla Grande Plage di Saint-Malo

Nonostante le rivendicazioni dei maluini, il bretone non è stato mai parlato in questo angolo selvaggio della Bretagna, dove invece si usava discorrere in gallo, antico dialetto neolatino, ma oggi entrambi gli idiomi sono insegnati nelle università locali e tenuti in altissima considerazione, così come tutte le altre tradizioni culturali della regione, dalla cucina, con l’onnipresente galette con la farina di grano saraceno (attenzione, a non confonderla con la crêpe, che è dolce e dall’impasto più chiaro), alla storia e la musica celtica fino agli eventi più recenti, come Quai des Bulles, celebre festival di fumetti in riva all’oceano, e la Route du Rhum, regata che ogni quattro anni vede salpare dal porto di Saint-Malo navigatori diretti verso le Antille in solitaria.

Prima di diventare una destinazione turistica, punto d’approdo di velisti e appassionati di cure termali, Saint-Malo, terra natale tra gli altri dello scrittore romantico Chateaubriand, era un forte in mano ai corsari, che lavoravano al servizio del re in lotta contro l’Inghilterra. Tra di loro, Robert Surcouf, la cui sagoma fronteggia ancora l’oceano dai bastioni, indicando il paese nemico. Pescatori di merluzzo e fedeli al sovrano, i corsari di Saint-Malo hanno fatto della città un importante polo commerciale, padrone dei traffici marittimi nei Mari del Sud e in quelli delle Indie Orientali, una prosperità che finisce nel 1713 con il Trattato di Utrecht e il ritorno della pace in Europa.

A febbraio Saint-Malo ha il piglio di un marinaio che si riposa in silenzio, davanti al tavolo di un’osteria, placida e calma come la bassa marea, ma imprevedibile come l’umore oceanico. Attraversare la spiaggia, eccezionalmente pulita, raccogliere conchiglie, cercare di contare gli scogli e le isolette che appaiono e scompaiono tra le onde all’orizzonte, immaginare le storie racchiuse nel maestoso Fort National che si scorge nei pressi del centro storico è un antidoto a ogni mal di mare emotivo, e se anche Baudelaire riusciva a distendersi alla vista del Mediterraneo, non c’è spirito che non riesca a rasserenarsi al rumore delle onde di Saint-Malo.

Dalle rive di Saint-Malo, inoltre, è possibile partire alla volta della scoperta della Bretagna, verso la magica foresta di Brocéliande o ancora Lorient, oppure affacciarsi in Normandia e visitare il Mont Saint-Michel. “Raggiungere il Mont Saint-Michel è un attimo”, ci assicurano all’ufficio Turismo. E anche con un cane, fatta eccezione per gli inflessibili autisti degli autobus di Saint-Malo, tutto il percorso è fattibilissimo anche con uno scanzonato cocker al seguito, dal treno alla navetta che porta fino ai piedi del monte. Inoltre, dato che il nostro fine-settimana coincide con i giorni lavorativi del resto del mondo, spesso usufruiamo di: meno code, più spazio nel treno, meno attesa, ristoranti liberi senza bisogno di prenotare, ma anche itinerari più difficili. In settimana, infatti, per arrivare al Mont Saint-Michel occorre cambiare tre mezzi diversi, con una sosta a Dol-de-Bretagne. Se siete fortunati, la coincidenza diretta al monte arriverà non più di mezz’ora dopo. Giusto il tempo di prendere un caffè al bar albergo della stazione, l’Hôtel de la Gare, uno sgangherato bar dello sport, con gli habitué in pensione, intenti a scommettere sui cavalli con un bicchiere di calva già dalle 11 del mattino.

Una volta arrivati, potete scegliere di proseguire a piedi lungo la passerella di legno che conduce ai piedi del monte oppure aspettare la navetta (anche questa dog-friendly) e giungere a destinazione in poco meno di cinque minuti, bypassando tutto l’apparato turistico che circonda l’abbazia, ristoranti giapponesi, brasserie un po’ scarne, trattorie di dubbio gusto, una scenografia che poco si adatta alla maestosità dello scenario.

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San Michele dall’alto della torre abbaziale sorveglia il flusso incessante di visitatori, lì dove un tempo era la ferrovia a condurre monaci e viaggiatori all’ingresso della cittadina. Annoverati nella lista dei beni patrimonio dell’Unesco, la spiaggia, il comune e l’abbazia sono tra i siti più visitati in tutta la Francia. Da qui l’efficace macchina turistica che circonda l’abbazia, tra negozietti di souvenir, ristorantini e fast food aperti 24 ore su 24 e pensioni con vista sull’oceano, frequentate anche d’inverno. Pare che ben poco sia lasciato ai soli 41 abitanti del villaggio, che ormai sembra essere costruito a misura di viaggiatore. Tuttavia, il proliferare di menu e promozioni non intacca il fascino del Mont Saint-Michel, terra di pellegrini e avamposto selvatico della natura, che incanta da secoli viandanti, letterati, monaci e artisti.

All’ingresso della cittadella, prendetevi un po’ di tempo per guardarvi intorno, per lasciarvi incantare dalle maree, dalle sabbie mobili, dai giochi dei gabbiani a filo d’acqua. Seguite la traiettoria del vento fino ai bastioni. Qui non serve affannarsi a rispettare un itinerario, il villaggio è talmente piccolo che si corre il rischio di rifare più volte le stesse viuzze. Divertitevi a salire, a scendere, a circumnavigare l’abbazia (avrete tempo per visitarla, alcuni ambienti non sono accessibili e la visita completa dura meno di un’ora) e a scoprire la vera storia della mère Poulard, catena alimentare che ha ormai il monopolio nell’intera cittadina, fondata dalla signora Poulard in persona, geniale imprenditrice, al secolo Anne Boutiaut, quando giunse nel 1872 ai piedi del monte. Le spoglie della signora Poulard riposano nel piccolo cimitero in cima al monte, pochi metri quadri di antichissime sepolture, un gioiello gotico con vista sui moti perenni delle maree.

Consacrato a San Michel nel 708, insieme al Santuario nel Gargano, quello del Mont Saint-Michel è tra i più antichi luoghi di culto in Europa, secondo la leggenda fatto erigere dal vescovo Aubert per ordine dell’Arcangelo. Dal romanico al gotico flamboyant, l’abbazia mescola gli stili architettonici, le altezze, i volumi, in un magistrale gioco di geometrie, vuoti e pieni, linee rette e curve. Poter ancora aggirarsi tra i corridoi vuoti, tra gli antichi refettori è sublime, tanto quanto affacciarsi alle terrazze che si allargano sui quattro angoli dell’abbazia, a strapiombo sulle sabbie, e immaginare un tempo altro, fatto di lenti pellegrinaggi, silenzi leopardiani, altre epoche dove ci si permetteva il lusso di escludersi dal mondo e ignorare cosa ci fosse al di là dell’orizzonte.

Il ritorno a casa, per una strana legge spazio-temporale, è sempre più breve. E Parigi ci mette poco a riguadagnare terreno, con le sue metropolitane affollate, gli orizzonti tagliati dagli ultimi piani in ardesia, l’andatura imbronciata di chi ha sempre qualcosa di meglio da fare.

Un paio di indirizzi testati:

  • a Saint-Malo, Le Chalut: nel centro storico, Intra-Muros, decoro semplice, pareti azzurre e un acquario dove vengono recuperati in tempo reale i crostacei serviti nel piatto, ottimo ristorante di pesce.
  • al Mont Saint-Michel, La Confiance: dal nome della nave del corsare Robert Surcouf, alle porte della cittadella, questa brasserie vi regalerà un’ottima accoglienza e galette buonissime, nonché un posto al caldo se avete la fortuna di accaparrarvi il tavolo vicino al camino.

Note a margine: sullo sfondo, dietro di noi, una ragazza ha percorso lo stesso itinerario. Dal vecchio Bar Hôtel a Dol-de-Bretagne, fino al Mont Saint-Michel e ritorno, per finire con un bicchiere nello stesso sgangherato caffè, alla stessa ora, davanti alle solite incessanti corse di cavalli. Zaino in spalla, taccuino, libro e borsa leggera. E io, dall’altro lato, con un po’ di nostalgia per le mie zingarate in solitaria.

Soundtrack: Tame Impala, Endors-Toi

Immagini: la sottoscritta

Allegria di naufragi

Il giorno di Natale, dalla finestra sulla rue Norvins, le strade di Montmartre sembravano tornate a brulicare di turisti, degli acuti dei musicanti, delle offerte per un ritratto dal caricaturista di turno. Odore di crêpe, vino caldo, il riflesso delle luci blu tra gli alberi della Place du Tertre, un rumoroso gomitolo di strade nel quale non avevo voglia di tuffarmi. Ho riaperto vecchi libri, ritrovato appunti dimenticati, sono tornata a leggere la storia di un poeta che aveva voglia di dimenticarsi di sé, proprio il giorno di Natale, sentirsi sull’orlo di un allegro naufragio e, per un attimo, lasciarsi volutamente scivolare.

Il fiume Nilo lo ha visto “nascere e crescere e ardere d’inconsapevolezza”, in una bollente Alessandria d’Egitto di fine Ottocento dove, da genitori originari di Lucca, venne al mondo Giuseppe Ungaretti. Qui, ancor prima di scoprirsi ermetico e poeta, cominciò ad amare la lingua francese, che imparò nella scuola svizzera Jacot, e ad apprezzarne la poesia, che leggeva sulle pagine della celebre rivista Mércure de France, innamorandosi di Baudelaire, Rimbaud e Mallarmé.

Era il 1912 quando il profilo italiano gli passa davanti agli occhi, dietro il finestrino di un treno diretto a Parigi, dove Ungaretti decide di continuare gli studi, frequentando il Collège de France, le lezioni di Bergson ma soprattutto accomodandosi ai tavolini dei più illustri circoli letterari della capitale, dove conosce Soffici, Palazzeschi, Papini, Marinetti, il suo amico Apollinaire.  Alloggia in una camera d’albergo, al civico 5 di rue des Carmes, “appassito vicolo in discesa”, nel cuore del Quartiere Latino, dove condivide la stessa quotidianità, il medesimo sradicamento con Moammed Sceab, che morirà suicida, incapace di ritrovarsi nel fermento di Parigi.

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La timidezza di Palazzeschi e lo charme di Apollinaire, grande estimatore di sigari toscani, lo conquistano più di tutti e si mescola in poche settimane alla folta schiera di habitué del Café de Flores, della Closerie des Lilas, una volta templi della cultura francese, oggi presi d’assalto dai turisti che ne hanno letto la storia sulle guide. Nel 1914, Ungaretti si arruola volontario per la Grande Guerra. Parte così per un viaggio dal quale non tornerà più, dove conoscerà la beffa del sentirsi vivo circondato dalla morte e dove concepirà il suo più famoso ossimoro, gli allegri naufragi.

Molte delle liriche raccolte ne Il Porto sepolto e in L’allegria sono state scritte in trincea, su pezzi di carta di fortuna, sugli involucri delle pallottole, riposti in fretta nel tascapane, nella giubba o nel berretto. Anche il tempo era scarso, in trincea, il linguaggio si doveva allora “rinnovare, rendere essenziale”, illuminarsi d’immenso e il senso stesso di quello stare lì, “come d’autunno sugli alberi le foglie”, si rinchiude nelle poche parole di un verso.

In trincea, Ungaretti modella la sua poesia, estremizza il verso libero, scopre l’analogia come via privilegiata all’intuizione poetica, all’illuminazione letteraria. Le sue figure retoriche sono ricercate epifanie linguistiche, alla base del suo personalissimo ermetismo, una poesia che si vuole erede dei segreti di Mallarmé e delle antiche primavere di Leopardi, rifiuta la facilità, la comprensione immediata, preferisce le vie traverse, le allusioni imprevedibili.

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Ungaretti amava le difficoltà. “Se la poesia è decifrabile nel modo più elementare, non è più poesia”. La poesia deve contenere un non detto, anche se “si è sempre scontenti” e la parola, strumento impotente, riesce solo ad avvicinarsi, per lente approssimazioni, al mistero dell’uomo. Senza caricarla di artifici, di orpelli barocchi, la poesia è tale quando contiene “un segreto inesauribile”, quello di essere “semplicemente una parola molto amorevole rivolta alla persona che la ascolta per indurla a sentirsi più umana”.

Un’umanità che resta tuttavia immagine utopica, quando la stessa poesia diventa “esplorazione di un personale continente d’inferno”, ritornare sui propri passi senza trovarli più, cronaca di uno sradicamento e di un esilio interiore. “A ogni nuovo clima che incontro mi trovo languente”, scrive Ungaretti nella poesia Girovago “e me ne stacco sempre straniero”. A ogni partenza, un naufragio, più o meno allegro. A ogni addio, riprende il viaggio, il “superstite lupo di mare”.

Nelle dichiarazioni pubbliche più recenti, all’età di ottant’anni, amava annunciarsi come “l’antico Ungaretti” e leggere le sue ultime poesie, sebbene se ne rammaricasse un po’, perché queste facevano parte di un “ciclo segreto” che non avrebbe voluto rivelare ai microfoni della televisione. Molte delle sue interviste si trovano on-line, e la sera di Natale, alla fine, sul divano ho lasciato andare le parole di Ungaretti e mi sono addormentata anche io, naufragata in una voce familiare, “come una cosa posata in un angolo e dimenticata”, al sicuro, al caldo buono, “con le quattro capriole di fumo del focolare”.

Giuseppe Ungaretti scrittore

Giuseppe Ungaretti scrittore

Soundtrack: Ashes to Ashes, David Bowie

Paris, rue de Rome

Nascosti e brulicanti, ai piedi dei palazzi a sei piani, al riparo dai grandi viali del barone Haussmann, a Parigi ci sono interi quartieri a tema. Utensili da cucina, costumi di teatro, pianoforti, cibo giapponese, ogni curiosità, vezzo, esigenza trova il suo angolo nella capitale.

Restando nei paraggi di Montmartre, ai piedi della Basilica, il quartiere intorno al Marché Saint-Pierre, con le piccole stradine intorno, come la rue Seveste, è il regno dei mercanti di tessuti, attraversato senza sosta da signore in cerca di stoffe, scenografi con un intero universo teatrale in costruzione e costumisti impegnati nelle prove. I marciapiedi sono ricoperti di lustrini e, soprattutto dopo il tramonto, cominciano a brillare. Nei dintorni di Barbès, invece, inizia il Boulevard de Magenta, con le boutique di abiti da sposa a buon mercato, costumi stravaganti per sposi sopra le righe e damigelle audaci.

Abbandonando il 18simo arrondissement per il tempo di un viale, percorrendo il Boulevard des Batignolles che si stacca dalla Place de Clichy, s’incrocia la Rue de Rome. Siamo già nel 17simo, le strade tornano piatte, non ci sono salite né passaggi impervi, ma grandi spazi, architetture più alte e un’aria borghese e tranquilla. La Rue de Rome, che si affaccia sui binari della stazione di Saint-Lazare, è il regno di liutai e musicisti. Da almeno due mesi, da quando me ne vado in giro per cliniche e laboratori, la percorro quasi una volta a settimana.

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Per ogni isolato, da un lato e dall’altro della strada, ci sono botteghe ricolme di violoncelli, negozi di spartiti e libri di musica, con i banchetti all’aperto per le partizioni a metà prezzo, l’atelier di un vecchio liutaio con un gatto in vetrina, file di violini e, di fretta sul marciapiede, ragazzini con sulle spalle una chitarra, una viola, un clarinetto. Appena prima di svoltare a destra, per la rue de Vienne, c’è forse la più bella boutique della strada, un atelier in legno rosso, saltato fuori dal secolo scorso, incorniciato di violini, dove ci sono al lavoro ogni giorno tre giovani liutai in grembiule.

Di ritorno a casa, una settimana fa mi sono fermata anche io a spulciare tra gli spartiti e ho portato con me tutte le partizioni di Erik Satie. Solo più tardi, ho scoperto che Satie ha abitato per anni a Montmartre, precisamente in una stanza ammobiliata nella rue Cortot, parallela alla rue Norvins, dove sono attualmente domiciliata. Oggi la rue Cortot è un elegante vialetto lastricato, con il Musée de Montmartre, a un passo dai vigneti della Butte e dal giardino selvatico della Rue Saint-Vincent. Appena qualche metro più in là, ai piedi della scalinata della rue de Mont-Cenis, abitava anche Hector Berlioz, che nel quartiere più alto di Parigi ha composto Benvenuto Cellini.

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Amico di tutti gli artisti di Montmartre, da Picasso a Tzara, autore di musiche di varietà per i cabaret del quartiere e raffinato intellettuale, non era improbabile, un secolo fa, imbattersi in Erik Satie, conosciuto anche come Velvet Gentleman, per l’abitudine di indossare sempre lo stesso costume di velluto grigio, di cui possedeva sette esemplari identici, saggia intuizione di chi la mattina non ha voglia di perdere tempo davanti all’armadio.

Inguaribile eccentrico, arrivato a Parigi, dopo l’adolescenza in Normandia, Satie aderisce all’ordine cabalistico dei Rosacroce, che abbandonerà per fondare una chiesa personale, di cui sarà l’unico adepto, l’Eglise Metropolitaine d’Art de Jésus Conducteur, confessione che, con estrema professionalità, doterà anche dei suoi propri Dieci Comandamenti, tra cui il primo: “Non adorerai altro che Debussy”. Nonostante l’attitudine religiosa, Satie non smise mai di domandarsi il perché del suo essere su questa terra, “così terrestre e così terrosa”, di chiedersi se fosse nato per “una missione, o una commissione?” e non esitò a riempirsi l’esistenza di rituali e stranezze, di fonografi e ombrelli, che collezionò per tutta la vita, per dare un senso ai suoi giorni, soprattutto dopo la fine dell’intensa storia d’amore con la pittrice Suzanne Valadon.

Ossessionato dal numero tre, Satie scrisse tre Gnossiennes, tre Gymnopédies, tre airs à fuir, tre danses de travers, tre Mélodies sans paroles. Ma non solo. Satie fu l’autore anche di tantissime arie da cabaret, melodie che definì triviali e di cui rifiutò a lungo la paternità. Scrisse, tra le altre, una Sonatine BureaucratiqueLa Belle Excentrique, due Rêveries NocturnesTrois morceaux en forme de poire, letteralmente Tre pezzi a forma di pera. Compose la musica per un balletto insieme a Jean Cocteau e un altro insieme al regista onirico e fantasmagorico per eccellenza, René Clair. Molto in anticipo sulle prime forme di musica ambientale, creò la musica da arredo, musique d’ameublement, e per beffarsi di critici e conservatori, mise insieme le sue Vexations, trentacinque battute ripetute 840 volte per una durata totale di circa venti ore, reinterpretato di recente da John Cage.

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Celebre per le abitudini stravaganti, per il suo senso dell’umorismo non di rado incompreso, Satie, che soffriva di amnesie e frequenti vuoti di spirito, ha riempito le sue partizioni di annotazioni e consigli per l’esecuzione ben distanti dalle classiche indicazioni di ritmo. Di ritorno a casa, cominciando a studiare la prima Gnossienne, mi è sembrato quasi di sentirlo, a pochi passi dalla mia finestra.

“Da soli, per un attimo”, si legge in cima a una battuta e poi, poco dopo, “aprite lo spirito”, “munitevi di lungimiranza”. Nota dopo nota, nelle tre Gnossiennes, Satie suggerisce di “consigliarci con cura”, seguendo una legatura, ci ricorda di “domandare a noi stessi”. Nel cuore di una strofa, ci accompagna “nel pensiero, fino in fondo“, per “abbandonare l’orgoglio” e sentire la più grande delle bontà. “Passo dopo passo”, con sempre maggiore intimità, come se, al di là del vuoto, dello sconforto, della mancanza di un faro e di una direzione, il segreto sia nel seguire la musica, senza staccarsi dal pianoforte.

“Perseguire un’estrema brillantezza“, senza tuttavia perdere l’occasione di imbatterci in un subitaneo stupore, ed essere, per il tempo di una dozzina di biscrome, “perdutissimi”.

Soundtrack: Erik Satie, Je te veux, una ballata d’amore dolcissima, probabilmente scritta per uno spettacolo di cabaret, priva del piglio intellettuale delle altre composizioni, e forse per questo rinnegata dallo stesso Satie.

Images: © Caitlin Richards

 

 

Le città invisibili

Le descrizioni di città visitate da Marco Polo avevano questa dote: che ci si poteva girare in mezzo col pensiero, perdercisi, fermarsi a prendere il fresco, o scappare via di corsa.

Succede spesso di andare lontano per smaltire un carico troppo ingombrante di nostalgia, come il Marco Polo di Italo Calvino. Di riuscire a realizzare quanto buio c’è tutto intorno solo aguzzando la vista sulle fioche luci lontane. Partire quasi per abitudine, per inerzia, per inseguire un desiderio che non ha forma, se non quella astratta e vaga del cambiamento, della svolta, il colore mai visto di una pagina bianca, ma non vuota.

Puntare il dito sul mappamondo e scegliere una nuova destinazione, solo per avere la possibilità di scappare via di corsa, di cambiare identità, immaginare una nuova vita, di godere del privilegio di sentirsi straniero e del caldo abbraccio del ritorno a casa.

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Viaggiando ci s’accorge che le differenze si perdono: ogni città va somigliando a tutte le città, i luoghi si scambiano forma ordine distanze, un pulviscolo informe invade i continenti.

Può succedere anche di impregnarsi di quell’abitudine di paragonare le città, di ritrovarle, una nell’altra, di riconoscerne schemi, meccanismi, patologie. Di parlare di una mentre ci si ricorda di un’altra. E a volte, all’estremo di quest’insana mania, si finisce per vivere altrove, pur continuando a ritrovarsi in un vecchio appartamento di qualche tempo fa. “Tutto è mio, niente mi appartiene, nessuna proprietà per la memoria, mio finché guardo”, scriveva Wislawa Szymborska, “Parigi dal Louvre fino all’unghia si vela d’una cateratta. Del boulevard Saint-Martin restano scalini e vanno in dissolvenza.”

Una dissolvenza che continua, fino ad avvolgere tutto l’orizzonte, fino a creare una città invisibile, dove ci si muove, ci si sposta, si cammina, in una dimensione spazio-temporale altra, sconosciuta. Risalendo la rue Saint-Eleuthère, che dalle scale della Basilica del Sacro-Cuore porta alla Place du Tertre, se ci si ricorda di guardare a sinistra, lontana, nascosta tra la bruma del mattino, si scorge la Tour Eiffel. Seguendo la rue Caulaincourt, tra un caffè e una boulangerie, si aprono affacci improvvisi sulla città di Parigi, sulle mansarde, sulle mani alzate dei comignoli, sulla distesa di tetti grigi, sulle cupole dorate in lontananza. Cosa è reale e cosa non lo è?

Non riconosco nulla, eppure niente è estraneo, ricordo a memoria i nomi delle strade, i colori delle insegne dei negozi, le canzoni dei musicisti sulla rue Norvins. Come una città invisibile, Parigi ha un altro nome e un’altra forma, deriva la sua figura dal deserto a cui si oppone, dalla risposta che ha dato, finalmente, alle mie domande, al cambiamento, giunto all’improvviso, una mattina americana come tante.

È delle città come dei sogni: tutto l’immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure.

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Parigi non ha indirizzi, non ha strade, non ha fermate della metropolitana. Oggi si compone di desideri e di paure, di entusiasmi ingiustificati, di timore, di meraviglia insignificante, di facce che rivedo per la prima volta. Mi sveglio la mattina senza l’impulso di andare via, di rincorrere quella dissolvenza, senza la voglia di sparire il più presto possibile. Sono esattamente dove dovrei essere, forse.

Come un cambio nell’armadio dei ricordi, ripongo tutto quello che è stato per fare spazio al nuovo, che è arrivato senza chiedere il permesso, senza preavviso. Metto da parte quello che ho accumulato durante anni di viaggi, di domicili incerti, di lettere che continuavano ad arrivare nella buca sbagliata. Mi guardo indietro senza capire bene dove tutto sia cominciato, “per questi porti non saprei tracciare la rotta sulla carta, né fissare la data dell’approdo”, ma riesco ad intravedere una direzione. Un disegno che inizia a formarsi, unendo i puntini, finalmente.

Alle volte mi basta uno scorcio che s’apre nel bel mezzo d’un paesaggio incongruo un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s’incontrano nel viavai, per pensare che da lì metterò assieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d’istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie. Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero.

Images © Thomas Campi

Soundtrack: Cat Power, No Sense

Quotes: Italo Calvino, Le città invisibili

Paris, rue Seveste

“Une bouteille de scotch pour coller le vide intérieur”

Parmi les plaisirs du voyage, il y a aussi celui du retour. Surtout, pour ce type de flâneurs qui se sentent chez eux dans des endroits qu’ils visitent pour la première fois. Ces étrangers qui se méfient des origines marquées sur leur carte d’identité et qui n’appartiennent qu’à ces villes où ils ont été heureux pour la première fois. Leur chez eux, c’est un lieu qui n’existe pas, qui n’est pas écrit sur le plan du centre, qui n’a pas d’arrêt de métro. C’est la table d’un café où ils sont allés diner plusieurs fois, c’est un cinéma désert dans l’après-midi ou les bras de quelqu’un, où ils avaient imaginé de rester quelques jours ou toute leur vie.

Il arrive très souvent aussi que le voyage du retour prenne la forme d’un saut dans le vide, pour aller voir si ces maisons éphémères sont toujours là, si la vie laissée à moitié nous a oubliés. C’est comme un pèlerinage dans le passé, pour aller dire bonjour à ces alter ego perdus sur le chemin, qui auraient bien continué à vivre notre ancienne vie, qui n’ont pas toujours envie de remplir des cartons et repartir. On a envie de sentir des odeurs qui nous manquent ou savoir si on est toujours capable de trouver les vieux raccourcis, de se souvenir de l’emplacement des boutiques et des restaurants ou si, par absurdité, notre nom est toujours sur la boîte à lettres. Pour la plupart des fois, la destination finale vaut bien le risque de se noyer parmi les souvenirs.

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« Je veux m’amuser à écrire. Personne ne comprend que c’est sérieux »

C’est peut-être pour cette raison que j’ai repris la rue Seveste quand je suis retournée à Paris il y a quelque temps. C’est une petite ruelle qui mène à la Basilique du Sacré-Cœur, juste à coté de la plus connue rue de Steinkerque, mais sans ses vendeurs, ses joueurs de cartes, ses touristes hypnotisés par les sacs et les Tour Eiffel en plastique, sans les crieuses qui se battent pour le dernier manteau en soldes chez Sympa, sans l’homme-poulet de Subway qui tourne sur lui même en vous rassurant parce que “votre prochain sandwich complet n’est pas loin”.

Sur la rue Seveste, il n’y a que de boutiques de rideaux et de tissus, de petits hôtels malfamés et les premiers vendeurs d’iPhone qui ont abandonné le quartier général chez Tati. Le métro Anvers n’est pas loin et Barbès avec ses cigarettes à bon marché vous attend quelques mètres à gauche. Personne ne vous arrête pour vous proposer des affaires à ne pas rater ou aucun selfie stick ne vous rentre dans le dos quand vous essayez d’éviter les couples qui s’embrassent en se prenant en photo. C’est pour ça que j’aimais bien la parcourir en descendant de chez moi.

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Cet après-midi d’avril sur la rue Seveste, il n’y a presque personne, que mes souvenirs peut-être, qui marchent sur le trottoir. Et si je suis là, c’est plutôt pour les remplacer, pour ramener chez moi de nouvelles images qui n’ont rien à voir avec le froid d’une soirée de janvier, une porte verte qui claque derrière moi, la pluie qui me mouille les cheveux, le piano qui sonne son dernier nocturne, le bruit d’une valise pleine à craquer, mon nez qui coule.

Il y a toujours la pluie, mais je n’ai plus de valise, mon nez ne coule même pas, ça je ne l’aurais jamais dit. Peu importe. Je remonte la rue. Je marche très vite. Je suis impatiente. Je ne prête même pas attention aux boutiques ouvertes qui débordent de tissus et d’habits colorés, aux gens que je croise. J’ai presque l’impression d’être heureuse. De ne pas m’être trompée de rue et de ne pas avoir de regrets. De retrouver ma ville sans aucune rancune et sans les larmes aux yeux.

“Mademoiselle !”, j’entends. Je m’arrête tout de suite. Personne ne m’avait jamais appelée sur cette rue. Je tourne la tête. C’est un vieux monsieur, depuis la porte de sa boutique de tissus. “Est-ce que vous êtes pressée ?”, me demande-t-il. Il a un petit bonnet pour se réparer de la pluie, une pair de lunettes à l’ancienne et une chemise à carreaux. “Non, je ne suis que contente”, je lui réponds, sans même pas penser à ce que je dis. Et lui : “Parfois, c’est un peu la même chose, vous ne trouvez pas ?”.

Image: © Shout

Soundtrack: Calexico, Bisbee Blue

Quotes: Fabienne Yvert

Coffee and cigarettes

Dedicated to all people thinking when I’m writing I’m talking about them.

I am. 

Lei: “Quindi non torni più a Parigi?”

V: “No, non credo, per ora no”.

Lei: “Dai…ma come si fa a lasciare Parigi, la città dell’amore?”

V: “…”

Lei: “Ma non ti manca Parigi?” (ndr, la stessa persona almeno un mese fa mi chiedeva se non mi mancasse l’Italia)

V: “Sì un po’, ma non voglio tornarci”

Lei: “No, secondo me menti a te stessa, vedrai che ci torni”

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Lui: “E cosa facevi a Parigi?”

V: “Un po’ di tutto, studiavo, lavoravo”

Lui: “E adesso passi le tue giornate a mandare curriculum, brutto no?”

V: “No, faccio anche altro”

Lui: “E cosa?”

V: “Cose mie”

Lui: “Se vuoi ti aiuto io a trovare lavoro, aspetta dammi il tuo numero…”

V: “No, non ti preoccupare”

Lui: “Sì, dai conosco un sacco di gente, senti, intanto vieni a cena da me stasera così ne parliamo?”

V: “…”

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Lei: “Io ho sempre voluto vivere a Parigi”

V: “Ah, davvero?”

Lei: “Sì, secondo me è la città ideale per vivere”

V: “Ma dai! Mi dev’essere sfuggito”

Lei: “Sì, davvero, io ci sono stata una settimana, mi ha cambiato la vita”

V: “Ok…”

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Lui: “Va bene, ma ora quali sono i tuoi progetti?”

V: “Ancora non lo so, mi guardo intorno, sto cercando di farmi venire un’idea”

Lui: “Secondo me dovresti scegliere un posto da cui cominciare”

V: “Sì, in realtà non mi dispiacerebbe vedere un posto nuovo…”

Lui: “Ma che dici! Per quanto tempo pensi ancora di prendere e partire? Hai 27 anni!”

V: “Prego?”

Lui: “Non hai altre esigenze adesso? Una casa, un ragazzo, una famiglia?”

V: “Ho preso un gatto”

Lui: “Parlavo seriamente”

V: “Me ne ordini un altro? Seriamente.”

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I dialoghi di cui sopra sono realmente avvenuti all’ombra di una piazza, tra un caffè e un pacchetto di sigarette sempre più vuoto, davanti a un salvifico campari soda, negli ultimi trenta giorni di vita italiana. A questo tipo di conversazioni ero abituata, sin dal mio secondo anno di vita all’estero: “Com’è Parigi? Come sono i francesi? Davvero non si lavano? Ma non ti manca la pasta? Ma quante volte a settimana la vedi la Tour Eiffel?”. C’è una particolare categoria di persone per le quali rappresenti una specie di alieno, non sanno bene se invidiarti o compatirti e, nell’attesa di decidere, ti bombardano di domande improbabili. Ora, niente è cambiato, le domande semplicemente sono volte al passato. E fanno solo un po’ più male.

Per chi non l’avesse intuito dal mio sopracciglio alzato, parlare di Parigi al passato mi fa venire un nodo in gola. Non ho mai considerato la Francia come una parentesi allegra prima di dedicarmi alla vita reale, anche se molti intorno a me la pensavano così. Per anni sono stata, anche agli occhi della mia famiglia, quella che aveva deciso di divertirsi ancora un po’ prima di “pensare alle cose serie” e a diventare grande. “Se vuoi stare ancora in Francia, prima di sistemarti, non fa niente, dai…”, commiserazioni di tale spessore mi sono giunte all’orecchio non poche volte. Per me non è stato mai così, invece. Mi sono impegnata sin dall’inizio perché Parigi diventasse la mia casa, per potermela meritare. E penso anche di esserci riuscita, almeno per un po’ di tempo.

Parlarne all’imperfetto non mi piace. Due giorni fa, nel treno, ho avuto un attimo di buio. Quando chiudo gli occhi, mi tornano in mente giorni che sto cercando di riporre in un cassetto, le mie strade, le mie parole francesi preferite, la musica, il Cafè Martin vicino casa a place Gambetta, i sei piani di scale, la rue d’Avron. Tutte le volte che sono stata felice e forse non me sono accorta. Parigi mi è sempre mancata tantissimo, non è una novità, ma adesso c’è qualcosa in più, o in meno forse. Tutto mi manca più di quanto avrei mai potuto immaginare, ma se potessi tornarci domani, non lo farei. Non mi sono mai sentita così, ma è quasi un sollievo, il fatto di struggermi per la mia vecchia città e poi realizzare, all’improvviso, di non doverci tornare, di non essere costretta ad atterrare all’aeroporto di Beauvais, aspettare una tristissima navetta, trascinarsi fino alla metro e poi a casa. Sarà pure un’illusione ma mi sento libera come non mi succedeva da almeno un paio d’anni.

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Please, don’t confront me with my failures,

I’ve not forgotten them.

Nico

“L’idea strana e terrificante che le si andava chiarendo riguardo al suo mondo futuro, mentre cercava di immaginarlo, era che lei in quel mondo non sarebbe esistita. Vi si sarebbe soltanto mossa, avrebbe aperto la bocca e parlato, facendo ora questo ora quello. Ma non sarebbe stata davvero presente.” Quando sono tornata in Italia, ho pensato che la mia vita sarebbe stata questa, un continuo parallelo con il passato, dove non sarei mai stata presente a me stessa, mi sarei solo mossa, costretta dalle esigenze, avrei solo aperto la bocca, senza pensare tanto ad argomentare le mie idee, “facendo ora questo ora quello”, accumulando distrazioni e amenità, come un personaggio dei racconti di Alice Munro, persa nelle coordinate spazio-temporali degli ultimi quattro anni.

Per fortuna non è stato così. In poco più di un mese, ho conosciuto almeno 50 persone nuove, ho una nuova bici, abbiamo adottato un gatto trovatello che dorme con noi, ho ripreso a correre lungo l’argine del Bassanello a Padova, ho comprato una tastiera pur non avendone lo spazio, ho chiuso gli occhi sotto il sole nella laguna di Venezia, ho preso parte a una riunione di redazione, sono tornata a fare teatro, ho letto tantissimi libri, scrivo molto di più, ho tante storie da raccontare, sono andata a scuola da una parte e dall’altra del banco, ho incrociato esistenze di cui vorrei fare parte. Mi sembra di aver ricominciato a respirare e a volte ho quasi l’impressione di essere felice, pur non avendone nessun motivo.

Non che tutto questo sia stato un processo naturale. Come Marion, la trapezista de Il cielo sopra Berlino, mi capita di pensare che se non facessi uno sforzo ogni mattina, vi sarei caduta sulla testa già da un pezzo e, soprattutto, che ho ancora il diritto di avere paura ma di non parlarne con nessuno. Alla fine, resto della convinzione che mi devo una vita, nonostante tutto, come scriveva Christopher Hitchens, tengo asciutte le polveri per le battaglie che ho di fronte, nella speranza di poterle riconoscere. E, per rispondere una volta per tutte, non ho progetti, non ho alcun piano B, né esigenze riproduttive. Per adesso, mi basterebbe andare a dormire senza avere paura di spegnere la luce, addormentarmi entro i primi 30 secondi. Poi potrò anche pensare al resto.

Se vi siete riconosciuti nei miei dialoghi, sappiate che ogni riferimento non è casuale. Fatevi qualche domanda, invece di rivolgerle alla sottoscritta, oppure non fatele affatto, in fondo conversare non è obbligatorio e un mondo più silenzioso sarebbe sicuramente un mondo migliore. Vi voglio bene.

Soundtrack: Days, The Drums

Images © WASTED RITA

Il primo giorno di scuola

“Vorresti che il tempo ti avvertisse. Degli ingranaggi che iniziano a cigolare, una lancetta che scorre più lenta. E invece il tempo si ferma così, senza un motivo, in modo brusco e non riprende mai più a ticchettare”. A scrivere è Ernest van der Kwast, nel suo libro Mama Tandoori, una sgangherata saga familiare, tra India, Canada, Olanda e Italia, letta in pochissimi giorni, su un divano padovano.

Oggi, lunedì 26 gennaio, nel cuore del quinto arrondissement di Parigi, sono ricominciate le lezioni, è ufficialmente iniziato il secondo semestre della Sorbona. Tutti saranno tornati sui banchi in legno degli splendidi anfiteatri dell’università, il basolato grigio della corte si sarà riempito di nuovi progetti, amici ritrovati, ansie per i risultati dei primi esami, le bacheche del corridoio di nuovo piene di annunci, locandine, manifesti. Ci sarei dovuta essere anche io su quei ciottoli grigi o incantata davanti agli affreschi dei soffitti. Ma, così è se mi piace, non c’ero e, chissà, forse non ci sarò più.

Eppure, anche io oggi sono andata a scuola. Non al mio adorato corso magistrale di letteratura comparata, ma nella piccola aula di musica dell’istituto comprensivo di Albignasego, comune alle porte di Padova, insieme a una decina scarsa di allievi e una delle migliori insegnanti che abbia mai visto all’opera. Alla mia destra, due ragazzi cinesi, alla mia sinistra, due moldave e di fronte una ragazza russa, una turca, una libica e due marocchine. E io, tra di loro, in qualità di osservatrice, a guardare uno sparuto gruppo di persone imparare la mia lingua. Ma questa è un’altra storia, di cui ancora conosco poco, ma altrettanto emozionante e, magari, tra qualche giorno la racconterò meglio, su altre pagine.

“Purtroppo non sempre riusciamo a essere quel che desideriamo. Molto più spesso siamo l’altro, l’ombra, l’invisibile, la speranza svanita. E se per una volta sfuggiamo al nostro destino, ci trasformiamo pian piano in un ammasso di puntini grigi che nessuno riconosce più”. Al risveglio, questa mattina, ho avuto paura di sentirmi così, come una speranza svanita, un grumo di amarezza, un ammasso di puntini grigi, incapace di vivere l’ora e il qui, continuamente proiettato nel passato. Stringo i denti e cerco di tenere fede al proposito di non cadere vittima della nostalgia di un altrove qualsiasi, di non cedere a facili spleen, di sfuggire ai madrigali tristi di Baudelaire, che amava ripetere: “A me sembra sempre che starei bene là dove non sono, e questa questione del traslocare è una di quelle che sto continuamente a dibattere con la mia anima.” Ma a volte non c’è forza di volontà che tenga.

Non è neanche tristezza, solo un crudele senso di spaesamento. Cammino e penso di trovarmi su una strada diversa, di veder passare il vecchio autobus che mi portava a casa, di guardarmi intorno e vedere una fermata della metro. Quello che è stato mi insegue dappertutto, anche quando sono a occhi chiusi, anche quando m’illudo di esserne guarita. Mi vengono in mente serate di cui avevo anche dimenticato l’esistenza, facce viste solo una volta, marciapiedi e panchine incontrate per caso che, di colpo, generano uno struggimento insensato, il nome curioso di una corte, il piglio delle statue di marmo nei giardini, le curve di un ponte sulla Senna. Oggi, però, a ritornare in mente è stato un siparietto ridicolo.

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The dream is collapsing

L’anno scorso, gennaio, abitavo da sola, con due gatti a carico e due lavori per mantenere me e la mia famiglia felina a Parigi. Ero sempre stanca e amareggiata, a interrogarmi continuamente sul senso delle mie giornate, ma a pensarci ora, avevo una vita piena di (dis)avventure e scoperte e non mi annoiavo neanche un secondo. Anzi, ero così gelosa del mio tempo libero da cercare di impiegarlo sempre nel migliore dei modi, andavo a teatro, passavo pomeriggi in biblioteca, leggevo tanti libri, il mio appartamento prendeva forma, a mia immagine e somiglianza. Altri tempi. Tornando al lavoro, di giorno, ero in un negozietto di giocattoli nel Marais, la sera in un ristorante italo-ebraico a Charenton. Un giorno racconterò del senso degli ebrei francesi per la cucina italiana, dei piatti improbabili che sono stata costretta a servire, dell’arredamento infelice della sala, dei grugni sgradevoli che ho fatto accomodare con i miei migliori sorrisi, della meravigliosa vigilia di Capodanno passata a riverire la famiglia allargata dei due proprietari e mandata giù a sorsi di grappa nascosta nelle tazzine di caffè, ma tutto questo merita una sessione di amarcord a parte.

Ho resistito solo qualche mese, grazie ai miei adorati amici-colleghi, Valentina, Salvatore, Alessandra, tra le poche persone conosciute a Parigi che spero un giorno di ritrovare sulla mia strada. E poi Antonio, pizzaiolo barese, posizionato al centro del ristorante, in bella vista, lui, il suo forno e i suoi coloriti apprezzamenti sulla clientela ebrea, alla quale rivolgeva i peggiori epiteti immaginabili, in salsa meridionale. Intorno, le risatine estasiate e ignare dei clienti inebetiti e lieti di mangiare la vera pizza italiana, proprio di fronte a un pittoresco esemplare di verace maschio italiano, sporco di farina, e che avrebbe voluto vederli tutti sparire. Sullo sfondo, le canzoni di Paolo Conte e il suono acuto del montacarichi che continuava a tintinnarmi nelle orecchie anche di notte.

A noi camerieri sconsolati, invece, Antonio, oltre a una pizza à la carte a fine serata (tra le migliori che abbia mangiato in Francia), riservava un incoraggiamento tutto personale. All’improvviso, ci batteva le mani a un millimetro dalla faccia, si metteva a ridere e gridava: “Daje, un paio de scarpe nove e giri il mondo!”. Oggi, mentre sceglievo un paio di scarpe nuove, in preparazione alla prossima partenza, è saltato fuori questo. E sono scoppiata a ridere nel negozio.

“Non sappiamo perché, ma ci aggrappiamo alle persone”. Anche quando è la cosa più inutile da fare. Io avevo intravisto la battaglia persa in partenza, la strada verso l’infelicità come condizione perenne dell’animo, la solitudine come stato di famiglia. Eppure mi ci sono aggrappata con tutte le mie forze, ma l’intreccio di illusioni e bugie non ha retto il colpo. Almeno per una volta, forse la prima, adesso mi piacerebbe aggrapparmi a quello che ho fatto, visto, scoperto, io, completamente da sola, a tutte le esperienze, anche le peggiori, anche agli improbabili dopo-serata alla chiusura del ristorante, anche agli sgangherati ritorni in metro a casa, con i guanti, il cappotto e la sciarpa impregnati dell’odore della cucina. Per oggi, primo giorno di scuola, come compiti per casa, voglio aggrapparmi a quello che è rimasto, di mio soltanto. Fosse anche uno stupido ammasso di puntini grigi.

Soundtrack: Il treno va, Paolo Conte

Image: © Witchoria

L’acqua al timo di casa

Bruce Chatwin era convinto che la casa fosse una perversione umana, che la vera dimora dell’uomo fosse la strada e che gli oggetti riempissero il cuore di paure e del timore di perdere tutto, costringendo gli uomini a passare la vita facendo la guardia ai propri possedimenti e ad accontentarsi di un’esistenza sedentaria e noiosa.

Purtroppo, però, di Chatwin ce n’è stato solo uno, la maggior parte dei comuni mortali sogna un appartamento in centro, soldi e posto fisso e, per fare i nomadi, come diceva Maria Perosino, spesso bisogna munirsi di una valida motivazione, “per chi ha bisogno di viaggiare e ha bisogno di una scusa per farlo, per non arrivare a chiedersi ‘che ci faccio io qui?’ che quando ci si fa queste domande e si è da soli e non si è Chatwin le risposte rischiano di essere un po’ imbarazzanti.”

In mancanza di valide motivazioni e per sfuggire a risposte imbarazzanti, circa due mesi fa ho messo fine al mio vagabondare e mi sono trasferita in quella che pensavo sarebbe stata una delle dimore più durature della mia vita. A pensarci, sembra ieri. Appena arrivata a casa, ho messo il mio nome sulla cassetta delle lettere e scritto a tutti con entusiasmo il mio nuovo indirizzo, dove potermi trovare da qui ad almeno altri tre anni.

Io, che ho da sempre sbandierato il vessillo del nomadismo, mi sono incredibilmente attaccata all’idea di casa e a tutto quello che questa si porta con sé: l’inevitabile restringersi di ogni orizzonte, le giornate quasi sempre uguali, il rassicurante comfort di sapere forse non quello che si farà tra un anno ma almeno il posto dove si starà dormendo. Tutta la dimensione domestica, con le sue piccole meschinità, i suoi infimi melodrammi, che odiavo e alla quale ho faticato ad abituarmi, mi è entrata nelle ossa e ancora adesso stenta ad andarsene. Mi guardo indietro, di certo non ero felice, sicuramente non ero io, ma avrei dato tutto per restare. Perché?

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Volevo delle abitudini, un ritmo sempre uguale, addormentarmi al sicuro. Sapere di avere un posto di cui fidarmi ciecamente, dove tornare e potermi rifugiare, perché il mondo non mi seguisse anche dopo la porta di casa. Come scriveva Perosino, le abitudini mi sembravano rassicuranti, un lusso che finalmente mi sarei potuta permettere “perché fanno risparmiare tempo e energia. Non abbiatene paura, c’è già la vostra vita che non è abitudinaria.”

Appena un mese e mezzo dopo, qualcuno mi ha ricordato che non era il momento di essere abitudinari e addormentarsi felici ai piedi della Basilica del Sacro Cuore. Un giorno, forse, racconterò anche del modo barbaro in cui sono stata riportata alla cruda realtà, ma questa è un’altra storia. Ho abbandonato una gabbia dorata, un inutile scontro quotidiano, una causa persa in partenza. Ho lasciato le chiavi sulla mia vecchia scrivania e ho chiuso la porta alle mie spalle. Il resto, ahimè, è noto. Eccomi qui: l’ultimo domicilio conosciuto è ormai lontano e il prossimo ancora non s’intravede.

Nel frattempo, vago tra una città e l’altra e mi fingo una del posto nelle residenze temporanee dove mi capita di sbarcare. Memorizzare le strade, imparare a trovare il senso dell’orientamento da sola, leggere il quotidiano locale, decifrare il dialetto del posto, scovare scorciatoie e piccole meraviglie nascoste: “è solo impadronendosi di un luogo che ci si può permettere di buttare tutto all’aria e ricominciare da capo. O almeno fare un sano reload dello stato d’animo”. Ne sono stata sempre convinta.

Ora, questa improvvisa libertà mi dà quasi le vertigini. Non riesco ancora a gestirla, non mi appartiene. Immagino destinazioni, ogni stazione, ogni nome di città mi appare come una possibilità di vita. Organizzo viaggi virtuali, mi proietto in centinaia di aeroporti e intanto sogno ancora di risalire la collina di Montmartre fino alla rue Norvins e abbandonarmi sul divano tra i gatti a fissare le travi a vista del soffitto, con il pianoforte di sottofondo.

La solitudine è tornata, senza diventare nostalgia struggente, né uno stato d’animo da cui fuggire o da ricercare. Più che altro uno stato di famiglia, di quelli che si ereditano dalla nascita e non si possono cambiare. Contro cui c’è ben poco da fare. Quasi ridicola, nel suo grottesco. Quasi comica, direi, se non ci fosse ancora un nodo allo stomaco a tenermi sveglia la notte. Ma non ho avuto molta scelta. Così, mi sono decisa a rimettere i miei 27 anni in uno zaino e a portarmelo sulle spalle e almeno a cercare di non pensarci più.

Bisogna solo capire da che parte fare il primo passo, da dove iniziare. Lasciare andare una volta per tutte gli ultimi mesi, anni, sbagli, indirizzi. Ripartire. Ieri sera, camminando per strada e raccontando le ultime disavventure, un amico mi ha detto: “sai, anche io avrei bisogno di un posto che fosse mio, di cui prendermi cura, ma non ci penso. Semplicemente ora non è il momento di dare l’acqua al timo di casa”.

Non avrei saputo dirlo meglio.

Soundtrack: In my life, The Beatles

Image: © Emiliano Ponzi