Salman Rushdie e Joseph Anton: vite immaginarie

Presso l’auditorium del Louvre, è una platea impaziente quella che aspetta l’ospite d’onore della serata conclusiva della prima edizione del Festival des Ecrivains du Monde 2013 a Parigi, organizzato dalla sede francese della Columbia University e dalla Bibliothèque Nationale de France. A mettere fine alla prima tappa del festival, domenica 22 settembre, è Salman Rushdie, autore di origini indiane naturalizzato britannico, universalmente noto per i suoi libri e, purtroppo, per la fatwa che il 14 febbraio del 1989 l’ayatollah Khomeini scagliò contro la sua persona in seguito alla pubblicazione del libro I versetti satanici.

“Come ci si sente a essere condannato a morte?”, aveva chiesto a bruciapelo una giornalista della BBC il giorno della fatwa, al telefono di casa Rushdie. “Non è molto piacevole”, la risposta di un uomo ignaro di quello che sarebbe successo nei dieci anni a venire.

Salman

Il suo ultimo libro Joseph Anton è l’autobiografia degli anni più bui, fino al 24 settembre 1998, giorno in cui Mohammed Katami dichiara che avrebbe rinunciato ad applicare la condanna. “Le biografie degli scrittori spesso sono noiose”, afferma Rushdie, “ma io ho avuto la sfortuna di avere una vita interessante”. Joseph Anton è lo pseudonimo scelto durante i suoi anni di cattività, ma è anche un omaggio a due dei suoi autori preferiti, Joseph Conrad e Anton Cechov. “Avrei potuto scegliere Marcel Beckett, ma non suonava poi così bene”, scherza Rushdie, che nel suo saggio Patrie immaginarie ha rivendicato il diritto a un paradigma culturale indipendente dalla propria nazionalità e la libertà di avere padri letterari europei, nonostante le origini indiane.

“Cechov per i suoi personaggi immersi nella solitudine e nell’amarezza di vivere dove non vorrebbero essere”, continua, “e Conrad per le sue storie di segregazioni e spie”, ma anche per la frase pronunciata da uno dei suoi personaggi (nel racconto The Nigger of the Narcissus, ndr): “I must live until I die”, “una filosofia di vita che, soprattutto negli anni della fatwa, è diventata il mio motto”.

“Negli studi della tv britannica dove ero stato catapultato il giorno della fatwa, ero guardato come un condannato a morte”, racconta, “e, nonostante il sentimento di disperazione, avevo un unico desiderio: correggere il lessico dei giornalisti, che continuavano a usare la parola condanna”. Una condanna è una sentenza emanata da un tribunale universalmente riconosciuto, e “non il delirio di un vecchio moribondo”. La fatwa è stata per Rushdie il primo segno tangibile di un terrorismo possibile.

“Tuttavia, almeno per i primi anni, ciò che mi era successo era percepito come la stravagante vicenda abbattutasi su un individuo bizzarro”, ricorda, “e solo dopo l’11 settembre è stato percepito come qualcosa di grave e reale”. Confrontato per anni alla violenza del radicalismo islamico, Rushdie si dichiara, comprensibilmente, non un grande fan dell’Islam. “Con la primavera araba, abbiamo tutti avuto un sentimento di speranza, ma adesso la rivoluzione ha preso una piega negativa”, afferma, “tuttavia ho imparato che la storia non segue i ritmi delle news settimanali ma ha tempi molto più lunghi”.

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“Dopo essere stato vittima della fatwa iraniana, non volevo più essere uno scrittore”, racconta, “avevo dedicato cinque anni della mia vita a un romanzo e ne avevo ricavato una condanna a morte”. A restituirgli il piacere dell’invenzione letteraria è il libro per ragazzi Harun e il mar delle storie, scritto per tenere fede alla promessa fatta a suo figlio. “È stato lui il mio primo, più che onesto, lettore”. Artefice di una delle più precise e schiette critiche letterarie mai ricevute, suo figlio, dopo aver letto le prime pagine, ha dichiarato: “io l’ho letto con piacere ma qualcuno potrebbe annoiarsi”, per poi aggiungere candidamente: “non ci sono abbastanza salti”. Alle risate della platea, segue la conclusione: “è per questo che adesso sono irrimediabilmente devoto ai salti narrativi”. Uno dei tanti artifici letterari che Rushdie ha adoperato anche nella redazione della sua autobiografia.

Con l’avvento della narrativa non-fiction, che ha avuto tra i suoi più grandi autori Truman Capote e Tom Wolfe, anche la verità ha dovuto tingersi di romanzesco. “Tuttavia Capote e Wolfe raccontavano vite altrui, io ho riportato la mia”, spiega Rushdie, “e ho dovuto adottare strategie letterarie per introdurre in modo intrigante personaggi che già conoscevo e che per me avevano fattezze, voci e abitudini reali”. E l’unico modo per gestire il parossismo narcisista dell’autobiografia è stato utilizzare la terza persona: “farcire il mio libro con il pronome di prima persona era insopportabile, assurdamente egocentrico”, spiega, “ho dovuto diventare uno dei tanti “lui” che popolano il mio romanzo e guadagnare così un po’ di distanza”.

“Il nuovo libro è completamente diverso”, spiega Rushdie, annunciando un ritorno violento al realismo magico e alla fantasia più sfrenata. “Sono tornato alle origini e ho ritrovato l’accesso al grande deposito di storie e racconti fantastici, che è poi il cuore della mia eredità indiana”, conclude, “quella che mi ha insegnato la più importante delle verità: che le storie, soprattutto quelle più belle, sono solo pura immaginazione”.

Qui l’articolo pubblicato lo scorso settembre su Doppiozero.

Pasolini alla Cinémathèque: una storia italiana a Parigi

Un giorno piovoso a Parigi. In mezzo alla settimana. Ora di pranzo. Le aspettative assomigliano a sale deserte e silenzio. Invece, sono gremiti anche negli orari meno probabili gli ambienti della Cinémathèque Française dove, dallo scorso 16 ottobre e fino al prossimo 26 gennaio, è allestita la mostra dedicata a Pier Paolo Pasolini, dal titolo “Pasolini Roma”, sottotitolo “Roma secondo l’artista italiano più scandaloso del XX secolo”, curata da Gianni Borgna, Alain Bergala e Jordi Balló.

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Iniziano con una corsa lungo i binari, gli anni romani di Pasolini, con vecchie foto d’epoca e i volti di Susanna, la madre, Carlo Alberto, il padre, e i due fratelli, Pier Paolo e Guido, che si sporgono dai finestrini di un treno, fino all’arrivo, presso la Stazione Termini, a 28 anni, nel 1950, dopo un involontario esilio dal Friuli materno.
Il percorso è diviso in 6 aree cronologiche, introdotte da un video che riproduce la Roma di oggi, dal Pigneto a Piazza del Popolo alle residenze dell’Eur, tenendo fede all’intenzione della mostra: dimostrare come le intuizioni di Pasolini rappresentino fedelmente non solo l’Italia del boom economico ma anche quella di oggi, nelle sue meschinità e piccolezze.

I filmati d’epoca, la corrispondenza con Godard e Bertolucci, la voce stessa di Pasolini che recita le proprie poesie, gli stornelli di Laura Betti, i dattiloscritti consumati dalle cancellature, gli articoli di giornale, contribuiscono a ricreare l’atmosfera di un’Italia in piena ebollizione culturale. Moravia, Morante, Maraini, Calvino, Ungaretti, danno vita a un’Italia sparita, quasi nostalgica, forte dei suoi luminari dell’intelletto, in continuo fermento, costellata d’ipocrisia e perbenismo, ma ancora impregnata di poesia. Nelle sale, un vociare continuo, le urla di ragazzini, come se gli echi delle borgate romane, dalle pagine ingiallite dei vecchi manoscritti esposti, dagli estratti delle pellicole, siano saltati giù per mescolarsi ai commenti scambiati sottovoce dei visitatori.

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Impaziente di vivere, e di conoscere, Pasolini sembra aver trovato nella capitale una terra promessa, una Roma sconosciuta, che si annidava sotto i tetti delle periferie, arsa da un sole antico di secoli, tutta da raccontare, con gli occhi vergini di un friulano.

Pasolini ha costruito così un immaginario inedito: quello dei suoi ragazzi di vita, raccontati attraverso i suoni ancora poco familiari di una lingua, quella romanesca, appena conosciuta, quello degli accattoni, visto attraverso lo sguardo di un dilettante del cinema che, per realizzare un primo piano, s’ispirava ai chiaroscuri di Masaccio e alle forme di Giotto. Ma, da miniera d’oro di gemme realiste e verità nascoste, Roma diventa presto la fonte involontaria di un disgusto supremo, verso la conformità intesa come dogma, verso il consumo ormai imperativo morale, verso l’arte ormai massificata dalla televisione.

Da qui la scoperta di altri orizzonti, prima in Italia, con l’inchiesta sulla sessualità degli immortali ‘Comizi d’Amore, poi nel terzo mondo, con i viaggi in Africa, in India e in Oriente, fino all’approdo a Parigi e a New York, capitali della cultura, dove Pasolini grida forte il suo disprezzo per lo stretto orizzonte intellettuale italiano. Segue, quindi, la triste abiura della sua ‘Trilogia della Vita‘, il gioioso trittico cinematografico costituito dal ‘Decameron’, ‘I racconti di Canterbury’ e ‘Le Mille e Una Notte’, rinnegato davanti all’ipocrita intolleranza dell’opinione pubblica, ma soprattutto, forse, dopo la fine della relazione con Ninetto Davoli, che fa da preludio al rifiuto radicale degli ultimi anni, al volto indurito, allo sguardo ormai disilluso su una società italiana disintegrata e invischiata nelle caste, e divorata da un’impellente attitudine al consumo.

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Ad attendere i visitatori, alla fine del percorso, l’ultimo video, il mare calmo, inconsapevole, di Ostia e la storia di un mistero tutto italiano di cui ancora non si è vista la luce e che fa ancora rumore. Come Accattone prima del salto, deve esserselo ripetuto tante volte Pasolini: “Daje va’, damo soddisfazione al popolo!”. Fuori, intanto, piove ancora.

Qui l’articolo pubblicato su FQParigi, il blog parigino del Fatto Quotidiano.

Summertime

My name is Renée. Maybe you better know me as “Aunt Renie”, even if I’m not really an aunt for you. I’ve been told that everyone has chosen for me a fictional personality so I get used to become a different person in every story. Well, in this story, written during a cold Parisian winter, I am looking for a guy called Damiel Parker.

Damiel used to live next to my place, in a little village in Arizona. His dad was rich and his mum was really good-looking but they were too busy in their little love affairs to care after him. So he used to hide in my garden, chasing butterflies and lizards. He was a smart child, a bit lonely, always riding his bike. I still remember our wonderful summer days when we got friends: living was easy, the cotton was high and we used to eat Aunt Jemima pancakes together in my veranda every afternoon, making jokes and creating stories about fantastic animals. Well, this was a few decades ago.

Damiel

Damiel

I have not seen him for years, since he moved to New York City to follow the decadent utopia of a sparkling life in the city. Well, his parents used to write me from time to time, and they told me Damiel is fine and still living in New York. He quit his ambitions as soon as he realized that, by growing, ideals and dreams inevitably turn into more conventional goals.

I’ve been told he is involved in a few meaningless jobs, since he’s looking for the smallest amount of responsibility and he just wants to have enough money and spare time to keep on writing. He should be around 32 now and I am sure he has still the same sad smile and the same green grass eyes. I wonder if maybe he got a girlfriend or a wife or a real ordinary family with crying children, trained dogs, a full fridge and ridiculous toys.

I guess I’ve found him on facebook but I don’t dare to contact him. Still, I managed to have his address so I can send him from time to time some fairy tales, the ones he used to read under the trees of my garden, just to offer him a last glimpse of dreamy childhood. He used to answer me with some postcards from New York, without any words. Then he stopped. I have a whole collection of them.

As a child, Damiel used to write stories inspired by songs his parents listened to. Once, he sent me a perfumed letter, with a story about summertime and jumping fishes. I’m still dreaming about this fabulous tale. I wonder where his inspiration comes from now.

Summertime

Summertime

I’m almost 75 right now and I would like to see Damiel one more time. If you manage to catch him sooner or later, tell him Indian summer in Arizona has never been that colorful like this fall and that old Aunt Renie is still waiting for him with hot pancakes.

Soundtrack: Summertime, Ella Fitzgerald & Louis Armstrong

Images: © Julie Morstad

This post is the first of a series of storytelling experiments, created for the on-line course “The Future of Storytelling” at Iversity

Street Food a Parigi

Il primo a gridare al pericolo è stato il Front National. Il partito francese d’estrema destra ha allertato i palati fini e le buone forchette nazionali del rischio imminente di “kebabizzazione”. La paternità del termine è stata rivendicata da Louis Aliot, vice-presidente del Front National, che ha puntato il dito contro una vera e propria invasione di kebab e negozi halal in suolo francese. Un’invettiva che ha trovato terreno fertile nel paese dove, qualche mese fa, l’esponente dell’UMP Jean-François Copé aveva espresso la propria preoccupazione per i ragazzini privati del proprio pain au chocolat durante il mese del Ramadan. Tuttavia, sembra che l’estrema destra allarmista non si sia accorta di un altro fenomeno, ben lontano dai kebab halal a 3 euro, che, prima nella capitale, poi a seguire nelle altre grandi città, da Marsiglia a Lione, sta modificando l’appetito e le abitudini alimentari dei francesi.

I primi food truck dagli Stati Uniti

Tutto è iniziato nel 2011, con il primo camioncino dell’americana Kristin, l’ormai leggendario Camion qui Fume, che allieta americani in vacanza e parigini alla ricerca del vero hamburger newyorchese, per una pausa pranza nutriente o una cena veloce prima del cinema. Poco tempo dopo, l’arrivo di un nuovo food truck in città: Cantine California, che abbina alla cucina americana di tradizione ingredienti biologici e d’origine controllata. Rassicurati dall’origine biologica degli ingredienti, i clienti si concedono un hamburger a cuor leggero, preparato e cotto davanti ai loro occhi, confortati dal mangiare sì americano, “ma almeno non è il MacDonald”. E, se il concetto è yankee, tutto il resto è più che francese. A partire dal prezzo: da Cantine California, un hamburger costa 9 euro, senza bevande, e 11 euro con l’aggiunta di patatine e maionese (fatta in casa). Una mossa vincente visto che la fila farebbe invidia ai migliori ristoranti della città.

Attesa al Camion qui Fume.

Attesa al Camion qui Fume.

In molti parlano di una vera e propria ristorazione concettuale, sintomo di un’evoluzione non solo culinaria, ma quasi socio-culturale, nonché commerciale, in atto per le strade di Parigi. Che, alla fine, non poteva fare a meno di contagiare anche il kebab, con l’apertura del primo kebab di lusso, all’angolo tra la rue Sainte-Anne e la rue Saints-Augustins, nel secondo distretto della città. Si chiama Grillé e la garanzia di qualità qui porta il nome di Fred Peneau, ex chef del ristorante Châteaubriand, storico bistrot di lusso di Parigi. Da Grillé, il kebab diventa nouvelle cuisine: il cuore è di vitellino di latte, proveniente dalla macelleria d’eccellenza, nota in tutta Parigi, di Hugo Desnoyer, poi marinato in salsa di rosmarino, soia e saké. Su richiesta, una seconda marinatura alla menta e coriandolo e una sfoglia di pane di farina di farro, per il kebab più lussuoso di Parigi, a soli 8, 50 euro. Senza patatine, cela va sans dire. Ci si alza certi di aver mangiato sì sano, ma senza la sensazione di pienezza che giunge puntuale dopo aver ingurgitato un kebab. “L’impressione è quella di aver fatto una colazione a base di soia e frutti rossi”, si legge tra i commenti.

La nouvelle cuisine scende in strada

Ma non di soli hamburger vive il cibo di strada qui a Parigi. E il food truck non è solo sinonimo di hot-dog, kebab e patatine. La cultura del cibo di strada, come alternativa, non necessariamente economica ma sempre di qualità, al ristorante, si è così diffusa nella capitale che lo scorso giugno nel sobborgo di Yvelines, nella periferia a ovest di Parigi, si è tenuto il primo Food Trucks Festival francese. Street food non fa più rima con junk food, quindi, in virtù anche di un cambiamento della clientela: non più squattrinati o adolescenti, ma impiegati e professionisti che, durante la pausa pranzo, sempre più corta, scoraggiati all’idea di doversi accomodare in un grigio ristorante in compagnia degli stessi colleghi, preferiscono un ambiente più conviviale, senza dover rinunciare alla qualità, anche spendendo qualche euro in più per dover mangiare in piedi e stare attenti a non sporcarsi la camicia.

Mozza & Co. : focacce e mozzarelle di bufala take away.

Mozza & Co. : focacce e mozzarelle di bufala take away.

Da qui, la nascita e la proliferazione di food truck di tutti i tipi, e per tutti i portafogli, dai bar a zuppe ai camioncini mozzarella, dalla nouvelle cuisine prêt-à-porter all’asiatico. La segnaletica da street food, il decoro informale, contribuiscono all’atmosfera disinvolta e poco impegnativa, dove, oltre all’assicurato risparmio economico (che, tuttavia, talvolta equivale solo a pochi euro), il cliente si convince di agire nel bene della comunità, di vivere finalmente il proprio quartiere e di essere un protagonista attivo del ritorno al locale e al mangiare sano e lento.

Siamo quindi lontani dal rischio “kebabizzazione” paventato dal Front National. Qui la cucina di strada diventa quasi di lusso, un’inedita esperienza sensoriale e una nuova tipologia di uscita. Basta seguire su facebook i propri camioncini preferiti e recarsi, con doveroso anticipo, all’appuntamento per addentare la novità del momento. Tra i food truck più seguiti, in tutti i sensi, nessuno dei tre è francese. Mozza & Co., scritta bianca su fondo nero, è italiano, ma gestito da due francesi, e delizia i palati della capitale con bufale, focacce e insalate alla fantasia dello chef, con nomi ispirati all’attualità italica, come Berlusconia. Tutto a partire da 7,50 euro. Di solito si avvista nei pressi della rive gauche, precisamente sul tetto della Cité de la Mode, il camioncino belga de La Frite, che promette le vere patatine fritte, fresche e croccanti, cotte due volte nel grasso di vitello, con vista sulla città di Parigi. Colori pastello, invece, per l’angolo di Vietnam ai piedi della Biblioteca nazionale François Mitterand. Si chiama Banh Mi Nomade, il camioncino asiatico che sforna pollo al caramello, pollo alle mandorle, pollo al latte di cocco e alte delizie orientali, racchiuse in una francesissima baguette, a partire da 9 euro.

Bahn Mi Nomade a Parigi.

Bahn Mi Nomade a Parigi.

Street food: nuovo motore di integrazione?

La cucina di strada, almeno secondo le parole dello chef Thierry Marx, sarebbe il miglior motore d’integrazione per le comunità straniere, il modo più gustoso per avvicinarsi all’altro e comprenderlo. E gli stessi chef si fanno novelli ambasciatori della cucina di strada, considerandola un vero e proprio terreno d’ispirazione, testando nuovi piatti e creando atelier di formazione. Tuttavia, c’è qualcosa che stona, e non è solo il grido di disperazione dei ristoratori tradizionali, affranti e impauriti da questa nouvelle vague culinaria.

Lontano dall’essere un’occasione d’integrazione, la street food esotica resta una semplice uscita a cena, o una pausa pranzo veloce, forse mossa sì da un impeto di curiosità e scoperta dell’altro, ma che si ferma al livello dello stomaco. Il vero rischio non è quello dell’invasione halal che spaventa la Francia islamofoba, e che convive da tempo immemore con la cucina francese, servendo richiestissimi e grassi kebab, ma l’omogeneizzazione dei gusti e dei sapori, oltre che dei comportamenti, inevitabile quando il bobun vietnamita si accompagna alla baguette. Ma soprattutto, un’ulteriore esclusione sociale, una nuova frenesia da consumazione, preludio all’ossessione di testare ogni settimana l’ultimo camioncino arrivato in città, fare un check-in su FourSquare e aggiungere l’ennesima foto su Instagram.

Qui l’articolo pubblicato da Lettera43.it.

 

 

Piccole librerie crescono

Davide contro Golia. Il piacere della piccola bottega contro lo spazio impersonale del centro commerciale. O, in altre parole, le librerie di quartiere contro il colosso Amazon. L’inedita battaglia arriva dalla Francia, dove pure il piacere di guadare e scegliere il proprio libro è ancora un vezzo comune: il 43% delle vendite, nel 2012, è stato effettuato da librai. Un dato rassicurante che, tuttavia, vacilla, dinanzi all’avanzata del mercato on-line che, in soli 15 anni, si è accaparrato l’11% delle vendite, di cui più della metà sono firmate da Amazon. È per questo che 65, per ora, librerie indipendenti di Parigi hanno deciso di coalizzarsi in Paris Librairies, network che permette ai lettori di localizzare il libro desiderato nella capitale, di ordinarlo presso la libreria che desiderano e di evitare lungaggini e inseguimenti letterari.

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Il sito è nato in occasione del Salone del Libro 2012 di Parigi ed è stato lanciato durante l’edizione di quest’anno, dove, circostanza non proprio casuale, Amazon ha deciso di rinunciare al proprio stand, per “problemi di immagine”, riscontrati in Francia e in Germania. Sono quattro i librai che hanno dato il via all’associazione: Philippe Touron della libreria Le DivanIsabelle Leclerc de L’ImagigrapheXavier Moni della libreria Comme un Roman, e Laura de Heredia dell’Arbre à Lettres. Ma, in realtà, il network, equivalente virtuale di una libreria di circa 8500 metri quadri, mette a disposizione 5000 librai professionisti e impazienti di consigliare il libro giusto. Isabelle Leclerc, da 10 anni libraia indipendente nel quartiere di Oberkampf, è entusiasta: “i lettori hanno capito che la prossimità è un asso nella manica e che, in fin dei conti, noi siamo molto più veloci di Amazon nelle consegne”. I suoi clienti hanno subito apprezzato l’iniziativa, per via del sito “pratico, veloce e intuitivo, e, soprattutto, per la solidarietà tra librai, sono abituati a vederci come individui solitari e questa nuova collaborazione li ha stupiti non poco”.

Dall’Est parigino a Seine-Saint-Denis

La capitale francese ha, tuttavia, un antecedente: prima di Paris Librairies, c’è stata, infatti, Librest, un’iniziativa che ha coinvolto nove librerie dell’Est parigino permettendo loro di condividere i propri depositi, fino a mettere a disposizione circa 800.000 titoli di cui 100.000 disponibili sin da subito. Con Librest è nato il sito lalibrairie.com, che raggruppa circa 800 librerie indipendenti in più di 600 comuni, con l’intenzione di dimostrare che, pur approfittando di internet, si può salvaguardare il tessuto sociale e preservare le librerie dal fallimento. Paris Librairies è, però, la prima rete estesa in tutta la città, grazie anche alla nuova applicazione di geo-localizzazione, che accomuna una procedura virtuale e un acquisto fisico, preceduto, perché no, da una salutare passeggiata tra gli scaffali della libreria di turno. L’avvento delle librerie on-line, infatti, se da un lato facilita al lettore la ricerca del proprio oggetto del desiderio, dall’altro lo priva di colpi di fulmine inattesi, incontri letterari casuali, piacevoli passeggiate senza alcuna direzione nei boschi narrativi.

libri2Dal 2007 al 2011, il numero di librerie a Parigi è diminuito del circa 7,6%, ma la capitale francese conserva lo status di città ad alta densità di tomi con una libreria ogni 4800 abitanti. A quelle già esistenti, si sono aggiunte di recente le prime librerie che hanno timidamente aperto i battenti nel dipartimento di Seine Saint-Denis, periferia disagiata a nord della città, che ha assistito all’inaugurazione di 6 nuove librerie solo negli ultimi 3 anni. E undici delle orgogliose 15 librerie che hanno ripopolato il distretto hanno anche dato vita all’associazione Librairies93 (dal numero che identifica questa parte della regione, ndr) per sostenersi tra colleghi, promuovere la lettura su tutto il territorio e dare un chiaro segno di dinamismo. “Chissà che anche queste non possano entrare a far parte del nostro network”, immagina Laura De Heredia, dell’Arbre à Lettres, “puntiamo a una soluzione collettiva e non individuale e a un network che vada oltre la nostra clientela di quartiere ma comprenda sempre più lettori”. I primi ritorni dell’iniziativa sono, a suo avviso, più che positivi, “soprattutto tra noi librai”, continua, “dodici colleghi fanno parte di un consiglio di amministrazione e le occasioni di incontro sono aumentate, così come le possibilità di scambiarci idee, conoscenze, pratiche e buoni consigli”.

Una buona notizia, questa, che lascia intravedere uno spiraglio per il mercato delle librerie, soprattutto dopo il notevole contributo da parte degli editori che, lo scorso giugno, in occasione dell’appuntamento Rencontres nationales de la librairie, hanno annunciato il progetto di devolvere 7 milioni in favore delle librerie indipendenti, ai quali, nel 2014, si aggiungeranno ulteriori 2 milioni da parte dello stato francese, al fine di sostenere la rete dei librai indipendenti e promuoverne la vendita on-line. Un segnale d’apertura considerevole, sommato a quello del ministro della Cultura francese Aurélie Filippetti che, durante lo scorso Salone del Libro, aveva accusato Amazon di dumping e annunciato un ulteriore aiuto finanziario pari a 9 milioni di euro per le librerie.

Qui l’estratto pubblicato su Lettera43.it

Photo: Shakespeare & Co. (cc) gadl/flickr; libri e Tour Eiffeil (cc) infraleve/flickr

Nei bains-douches di Parigi

L’ingresso in stato di ebbrezza è severamente proibito e l’utilizzo delle docce non è consentito oltre i venti minuti”. È quanto si legge all’ingresso dei 16 stabilimenti di docce municipali sparsi per la città di Parigi. Nati nel 19simo secolo, per affiancare le prime piscine comunali, i cosiddetti “bains-douches” sono oggi diventati la sala da bagno di senzatetto, pensionati in difficoltà e sempre più lavoratori poveri e precari.

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Joëlle, 58 anni, lavora da dieci anni presso la struttura di rue de la Bidassoa, nel 20simo distretto, tra gli stabilimenti più piccoli della città, con 30 cabine, che tuttavia conta tra le 250 e le 300 docce giornaliere. Da quando Jean Tiberi, ex sindaco di Parigi, ne ha reso l’accesso gratuito, nel mese di marzo del 2000, gli utenti delle docce municipali sono triplicati. Conseguenza immaginabile in una città le cui condizioni di vita non accennano alcun miglioramento, e i cui affitti salgono a vista d’occhio. “Ogni cliente è una storia”, racconta Joëlle, spiegando come siano in tanti ad attardarsi una volta finita la doccia per condividere malumori e miserie quotidiani. “I più numerosi sono gli anziani del quartiere, sui 70 anni, che di solito vivono in appartamenti minuscoli, con il bagno sul corridoio, sprovvisti di doccia, o ne hanno una talmente piccola da aver paura di entrarci dentro da soli”. Accanto a lei, sempre in rue de la Bidassoa, lavora Daniel, stessa età, stessi occhi stanchi a fine giornata: “spesso ci si riscalda per un nulla, per un bagnoschiuma finito, si arriva alle mani, o ai coltelli”, racconta, “prima erano solo gli abitanti del quartiere a frequentare l’edificio, oggi arrivano da ogni angolo del mondo”.

È come se la clientela delle docce pubbliche parigine rispecchiasse l’attualità: dopo le rivolte sono aumentati i turchi, gli afghani, i siriani e, con la crisi, si cominciano a vedere più studenti e lavoratori, con un tetto sulla testa, ma senza uno stipendio che permetta loro di pagarsi l’acqua calda. Mohammed, 65 anni, sigaretta già pronta tra le mani, scivola via dall’uscita, presso i bains-douches di rue des Pyrénées. “Vengo qui da 2 anni”, racconta, “ho il mio appartamento, ma il mio proprietario si rifiuta di riparare l’impianto idrico e non mi rimane che venire qui, purtroppo”.

“I bains-douches sono lo specchio dell’attualità, con sei mesi di scarto”

La capitale francese conta tra le 900.000 e un milione di docce all’anno, il triplo rispetto ai dati registrati un decennio fa. Tuttavia, secondo Patrick Leclère, responsabile della direzione per la Gioventù e lo Sport della città di Parigi, le ragioni di tale aumento non sono da ricercare nelle difficoltà economiche ma nella gratuità dei servizi. “La crisi non è la causa, ma è soprattutto una conseguenza”, afferma, come se il passaggio dal servizio pagante a quello gratuito fosse da intendersi come un segno dei tempi che cambiano. Nonostante la democratizzazione dell’abitudine, le docce pubbliche sono ancora frequentate per lo più da uomini, che costituiscono il 75% della clientela, e i due terzi degli utenti sono senzatetto. “La popolazione dei bains-douches è uno specchio dell’attualità, con sei mesi di scarto”, afferma Leclère, “se scoppia una rivolta in un paese vicino, qualche settimana o qualche mese più tardi, gli effetti sono chiaramente visibili nelle docce municipali di Parigi”.

E Leclère non parla solo di immigrazione, ma anche di smottamenti finanziari, pur con qualche riserva. “Penso che gli effetti della crisi a Parigi siano molto attenuati, i poveri sono sempre esistiti, così come le abitazioni senza acqua corrente e senza docce”, continua, “la grande causa dell’aumento degli utenti è semplicemente l’evoluzione della società: anche senza la crisi i bains-douches sarebbero pieni e, se fossimo in piena espansione economica, attireremmo stranieri da ogni parte del mondo, che avrebbero sicuramente fatto la prima doccia in una struttura municipale”.

I nuovi poveri di Parigi

Lo stesso aumento di beneficiari si riscontra nella distribuzione di cibo, a cura delle numerose associazioni umanitarie operanti a Parigi. E Olivier Raynaud, coordinatore dell’associazione umanitaria Une Chorba pour tous, attiva sin dal 1982, sembra fare eco all’opinione di Leclère. “Siamo i testimoni diretti dell’attualità”, racconta, “aiutiamo soggetti in grosse difficoltà economiche, quindi è difficile interrogarli sulle loro condizioni”, tuttavia occhi abituati a servire pasti caldi al freddo da più di vent’anni riconoscono che tipo di mani sono quelle che chiedono una zuppa a Stalingrad, nel nord della città, tra i quartieri più disagiati di Parigi, dove ogni sera sono distribuiti tra i 300 e i 600 pasti caldi. “Serviamo per lo più senzatetto o giovani che sono appena sbarcati in città e hanno serie difficoltà nell’integrarsi”. Sono differenti, invece, i volti che si presentano alla distribuzione dei pacchi: “si tratta di famiglie o dei cosiddetti lavoratori poveri, persone tra i 40 e i 45 anni, che con un semplice stipendio non arrivano alla fine del mese”. Solo nell’ultimo trimestre del 2012, su 362 pacchi distribuiti, 200 sono finiti nelle mani di minori.

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Poco più a nord, in un grigio prefabbricato nascosto nelle pieghe di Porte de la Villette, quartiere marginale di Parigi, ogni sabato e domenica, inizia alle 10 e 45 minuti, la distribuzione dei pasti a cura dell’associazione L’un est l’autre, nata dieci anni fa, che offre circa 600 coperti ai tanti che fanno la coda dietro la porta già dalle 9 e mezza del mattino. “Noi li chiamiamo i nostri ospiti”, dichiara Jean-Paul Lapeyre, co-fondatore dell’associazione, “sono persone che hanno guadagni modesti che non permettono loro di pagare vitto e alloggio”, continua, “e, siccome è più importante avere un tetto e conservare così la propria vita sociale, sono in molti a fare economia nel cibo, scegliendo di fare la fila per una manciata di cous-cous, una banana, un po’ di cioccolata, ma soprattutto un’accoglienza umana”. Scopo dell’associazione è differenziarsi dalle altre che operano sul territorio parigino, offrendo cibo di qualità, senza richiedere documenti, facendo quella che, in gergo, si chiama “distribuzione incondizionata”. In ogni caso, non ce ne sarebbe il tempo: dall’apertura delle porte, il traffico di vassoi, richieste, lamentele, sorrisi, è talmente veloce da non poter permettere alcun controllo. “Abbiamo assistito a un’evoluzione numerica dei nostri ospiti: dai 7000 pasti all’anno degli inizi ai 60.000 attuali”, racconta Lapeyre, “e, inevitabilmente, siamo il riflesso dei conflitti mondiali, delle ondate di immigrazione di persone che cercano un eldorado che non esiste, accogliamo le persone anziane in difficoltà ma anche sempre più lavoratori poveri, che costituiscono circa il 15% della popolazione, soprattutto a partire dal 2007”.

Non esistono grandi città senza migrazioni e senza persone che vanno in cerca di fortuna”, conclude Patrick Leclère, “e il ruolo della città di Parigi è offrire alla popolazione in difficoltà un servizio di igiene, assicurando dal punto di vista tecnico e umano la prima delle dignità: quella della pulizia personale e del sostentamento”. Tuttavia, è facile immaginare la tensione quando fare la fila per una mezza baguette diventa intollerabile e aspettare il proprio turno per venti minuti d’acqua calda un lusso quotidiano. Una routine che sembra quasi incisa nel dna della città. È per questo, forse, che, bussando alle porte delle mense popolari o affacciandosi con discrezione all’ingresso delle docce municipali, ci si rende conto che la povertà, al di là della crisi, sembra essere un elemento intrinseco alla natura stessa delle metropoli, più o meno evidente, a seconda delle congiunture socio-economiche, ma sempre presente, presso le bocche della metropolitana, in un prefabbricato di periferia, o nelle pieghe di una camicia più sgualcita del solito.

Per saperne di più: il web-documentario realizzato da France24

Qui il link all’estratto pubblicato da Lettera43.it

Paris is a good idea

Paris is always a good idea. Is it truly? They say Audrey Hepburn once said that in a movie. But was it one of her thoughts? Or a Sabrina‘s one? Or an Holly Golightly‘s wandering blues?

I was asking to myself if Paris was always a good idea or not while I was waiting for the metro in Barbès, carrying my second suitcase to my second flat where I’m going to stay only for one month and a half. I realized that I definitely don’t feel as lying in a warm Tiffany’s embrace as I used to feel here. And this town makes me stumble more and more.

hepburn

Is it rain? Is these apartment troubles? Is this cold French touch in relationships that makes me feel so down? No answers so far but I wanted so much to be here, to have this life, that Paris must be a good idea. And I will try to believe it. Above all, about changing flat, I’m getting used to. About rain, I threw my umbrella and accepted bravely this endless grisaille. About this French touch, unfortunately, it seems that I helplessly love it.

So let’s make it funnier and better. Changing flat means also discovering those clothes you forgot in the last drawer of your wardrobe and finding unexpected money in your bags. And finally realizing that even in Place de Clichy you can see the Eiffel Tower from your window.

Soundtrack: I love Paris, Ella Fitzgerald

(c) fred baby/flickr

Keeping going

(c) Thierry Murat and Rascal

(c) Thierry Murat and Rascal

It is a long time I did not write. Sometimes updating takes too much time. And it ends to be a simple meaningless report. That’s why I’d rather use silence and images. And comics.

Meanwhile, I’m keeping following my bad wind. Next stop will be Angoulême.

Le Boulevard du Crime

Nous étions plusieurs à la regarder ; j’étais le seul à la voir.

Les enfants du paradis. Ils ne savent que rire. Comme des enfants.

Les rêves, la vie, c’est pareil ! ou alors ça vaut pas la peine de vivre. Et puis qu’est-ce que vous voulez que ça me fasse la vie, c’est pas la vie que j’aime, c’est vous !

J’ai eu la chance d’être heureuse. Le bonheur, ça n’a rien a voir avec le temps.

– Venez !

– Où ça ?

– Je ne sais pas. N’importe où !

C’est beau oui, mais c’est loin et je n’aime que Paris.

Rideau_

Paris, le soir, la pluie et “Les Enfants du Paradis”_

En attendant d’aller à la Cinémathèque_