Parigi: allerta meteo e misure anti-inquinamento

Vagoni della metropolitana rigurgitanti di viaggiatori. Autobus pieni e, complice anche il bel tempo, biciclette e skate che invadono le strade della capitale. Tutta Parigi, lo scorso fine-settimana, si è mobilizzata per abbassare il livello di smog alla notizia che la quantità di polveri sottili provenienti dal Nord del paese avesse raggiunto un picco massimo nella regione Ile-de-France, nel Centro e nel Rodano.

La foto della Tour Eiffel avviluppata da una densa cortina di smog ha fatto il giro del mondo e, in tempi di municipali in arrivo, la città di Parigi è corsa subito ai ripari, con un provvedimento anti-inquinamento a effetto immediato. Da martedì 11, i residenti hanno usufruito del parcheggio gratuito. Durante il fine-settimana, i trasporti in comune, Autolib’ e Velib’ (il servizio di auto e biciclette pubbliche a noleggio della città) sono stati completamente gratuiti e, lunedì 17 marzo, la città ha indetto la circolazione a targhe alterne e il blocco dei veicoli a numero pari. Bambini e anziani sono stati invitati a restare a casa, le attività di manutenzione sono state ridotte al minimo indispensabile, per limitare la circolazione dei veicoli municipali non elettrici, e l’amministrazione ha sollecitato, infine, la consultazione di siti di car-sharing e la condivisione dell’auto tra colleghi. Misure che, almeno stando ai numeri, sembrano aver funzionato: nella sola giornata di venerdì 14 marzo, la locazione del Velib’ è aumentata del 130%, e in generale si è riscontrato un aumento del 61% del noleggio di corta durata nelle 4 giornate, e quella delle Autolib’ del 37%.

© Getty Images

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L’allerta inquinamento ha smorzato l’entusiasmo per questo primo scampolo di primavera. Anzi, sembra che sia stato proprio il caldo inatteso, con l’assenza di vento, a incrementare la concentrazione di smog in città, che ha sfiorato il record di Pechino. Le sere fredde e il riscaldamento elevato del mattino hanno contribuito a trattenere e intrappolare le particelle di smog, rimaste a galleggiare nell’atmosfera. Così, almeno tre quarti della Francia, capitale inclusa, hanno raggiunto e superato i livelli massimi di inquinamento per numerosi giorni. I meteorologi hanno annunciato temperature più fredde per le prossime settimane, fenomeno che dovrebbe ridurre il tasso di smog nell’atmosfera.

La città di Parigi si dichiara impegnata da 13 anni sul fronte della lotta all’inquinamento. La capitale vanta un sistema di trasporti pubblici capillare e invidiabile: almeno il 95% dei parigini, infatti, abita a meno di 600 metri da una stazione della metropolitana o della RER, il treno interurbano. Ma non solo, circa 371 km di piste ciclabili incorniciano le strade della città. L’operazione “Paris Respire” coinvolge 11 quartieri, bloccando la circolazione delle auto durante la giornate tutte le domeniche e i giorni festivi. Secondo uno studio del 2011 di Airparif, ente che vigila sulla qualità dell’aria a Parigi, almeno il 51% delle polveri sottili più pericolose proviene dal traffico automobilistico. Infine, i parigini sembrano coltivare da sé una vocazione al pollice verde, con giardini condivisi sparsi nella città e corsi di giardinaggio biologico. E, tra i provvedimenti presi dall’amministrazione, non si può certo dire che non si badi ai dettagli: dal 1° gennaio 2015, anche il fuoco di un semplice caminetto sarà proibito, per limitare la quantità di polveri sottili nell’aria. Tuttavia non sono state poche le critiche internazionali a un’amministrazione disattenta e corsa ai ripari solo all’ultimo minuto. E il malcontento trionfa anche tra i cittadini stessi. Su twitter, si rincara la dose, con frecciatine al sindaco, e c’è chi suggerisce, come unica soluzione possibile, il gas di scisto, fulcro delle più accese polemiche ambientaliste durante lo scorso anno, di cui la Francia possiede riserve considerevoli pari a circa 3.870 miliardi di metri cubi.

Intanto, in attesa delle municipali di fine marzo, dopo aver occupato il dibattito pubblico per una settimana, il tema dell’inquinamento diventa il banco di prova per le due candidate. Per Nathalie Kosciusko-Morizet, candidata dell’UMP, la soluzione si chiama Zapa (zona d’azione prioritaria per la qualità dell’aria), perimetri circoscritti, dove vietare la circolazione agli autobus turistici e ai veicoli pesanti. Per la candidata socialista, invece, Anne Hidalgo, si dovrebbe innanzitutto ridurre il limite di velocità e distinguere i veicoli con degli adesivi che ne indichino il livello potenziale di inquinamento. Sono tutti d’accordo nell’incoraggiare il car-sharing e i veicoli elettrici, ma soprattutto si schierano su un fronte comune contro l’avanzata del diesel. C’è chi rilancia con un investimento da capogiro sulla bicicletta, pensando a un incentivo economico per chi intende acquistarne una, e chi risponde con un sistema tecnologico per migliorare la ventilazione dell’aria nella metropolitana. Intanto, la reazione dei cittadini è scettica. La campagna stenta a mobilitare gli animi e a risvegliare le passioni. Serpeggia non poca delusione per questa allerta scattata solo quando la Tour Eiffel, improvvisamente, è scomparsa all’orizzonte. E, almeno finora, una propaganda che si combatte essenzialmente sui social network e non sui programmi politici non è di buon auspicio. In ultimo, la candidata di centro destra, intervistata di recente, ha ammesso, con non poca vergogna, di non conoscere nemmeno il prezzo di un biglietto della metro. Notizia che non lascia ben sperare.

Qui la versione dell’articolo pubblicata da Lettera43.it.

Pinguini gay e poliziotti nudi: caccia al libro proibito in Francia

In Francia, torna l’indice dei libri proibiti. Non contenti delle manifestazioni, del giorno della collera, dei cortei che hanno attraversato Parigi, i militanti contro la teoria del genere mettono sotto assedio le biblioteche municipali. Forti dell’incoraggiamento da parte di Jean-François Copé, a capo del partito di Sarkozy, che il 9 febbraio scorso si è scagliato contro “Tous à Poil !”, (edizioni Rouergue), un volumetto per bambini in cui gli autori si sono divertiti a mostrare in costume adamitico i personaggi che popolano la vita quotidiana dei più piccoli: dal cane alla babysitter, dal poliziotto al mago. Uscito nel 2011, il libro, e i suoi autori, hanno invaso di recente le prime pagine dei giornali in seguito alla polemica, dai toni non poco ridicoli, portata avanti dal presidente dell’UMP, che ha intravisto nei disegni di Marc Daniau e Claire Franek un oggetto di propaganda marxista e un’istigazione alla lotta di classe: “già dal titolo, non mi sembra un oggetto di alta letteratura per bambini”, ha dichiarato durante una conferenza stampa, “inoltre, gli autori svestono quelli che, agli occhi dei bambini, rappresentano l’autorità: la babysitter, il poliziotto, il presidente”, continua, “è come dire ai bambini: l’autorità non serve a niente”.

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Immagine da “Tous à poil !”

Preso alla lettera da un folto e agguerrito stuolo di manifestanti, che non aspettavano altro che la sua benedizione, Copé ha innescato una vera e propria caccia al libro. E, sull’indice dei militanti, sono finiti altri insospettabili libri per bambini, come “Tango à deux papas” (edizioni Le Baron Perché), la storia vera per immagini di una coppia omosessuale di pinguini, di Béatrice Boutignon, e “Jean a deux mamans” (Loulou et compagnie), un invito alla comprensione dell’omosessualità. Incriminato anche “Papa porte une robe” (Seuil), letteralmente “Papà indossa un vestito”, la storia di un pugile costretto a fare la ballerina per sfamare la famiglia. Si sfiora la pornografia, sempre secondo Copé, in “Les Chatouilles” (Thierry Magnier), le avventure notturne di una bimba insonne che, per svegliare il fratellino, decide di fargli il solletico. Finisce nella lista nera anche “Dînette dans la tractopelle” (Talents Hauts), fantasia per immagini intorno a un catalogo di giocattoli dove i giochi per i bambini non vogliano separarsi da quelli per le bambine. Infine, bollato come un’apologia del cambio di sesso, “Mademoiselle Zazie a-t-elle un zizi?”, letteralmente “Mademoiselle Zazie ha il pisellino?”, (Nathan), rievocazione delle più innocue domande infantili sulla sessualità.

Bibbia ufficiale dei difensori della moralità è il blog Salon Beige, affiliato al movimento Printemps Français, principale promotore delle manifestazioni contro il matrimonio omosessuale. Il sito, che si autodefinisce “blog quotidiano d’attualità laica cattolica”, aggiorna i lettori sulle ultime azioni, sulle marachelle dell’immigrato di turno, raccomanda agli utenti negozi e punti vendita di oggetti sacri, nonché corsi di religione per corrispondenza, e, dal mese di febbraio, è fiero di annunciare agli internauti un’altra novità: una lista di tutte le “biblioteche ideologiche” in Francia, dove bambini e genitori potrebbero correre il rischio d’imbattersi in opere che attentano all’innocenza infantile. Seguono le coordinate di tutte le biblioteche incriminate e suggerimenti su come agire: recarsi sulla scena del delitto e chiedere il ritiro dei libri, scrivere al sindaco, informare i genitori. La reazione del Ministro della Cultura, Aurélie Filippetti, è stata ferma sì ma poco efficace, limitandosi a denunciare tali “attacchi scandalosi” contro le biblioteche, che sono soprattutto degli “spazi di libertà”.

Immagine da "Tango à deux papas"

Immagine da “Tango à deux papas”

Lo stesso internet, spazio di libertà per eccellenza, è ormai preso di mira. E sulle schede amazon dei libri incriminati, si assiste al pullulare di commenti d’ogni tipo. Non manca chi si scaglia contro un sussidiario di matematica “tendenzioso”, per via di un problema posto ai bambini: gli abitanti di un paesino in un pianeta immaginario scelgono ogni giorno di poter essere maschi o femmine, calcolare le percentuali. E, in un clima alla Fahrenheit 451, dove i militanti hanno occhi e orecchie dappertutto, la reazione alla notizia che Arte, il canale televisivo franco-tedesco, avrebbe mandato in onda il film “Tomboy” (dove una ragazzina si fa passare per un maschietto) non si è fatta attendere. Centinaia di telefonate hanno intasato il centralino della tv, richiamando Arte alla sua vera missione, quella di trasmettere programmi culturali e non di fare propaganda alla teoria del genere.

Bersaglio dei militanti è, infine, il dispositivo “ABCD de l’Egalité”, messo a punto dal Ministero dell’Educazione Nazionale e dal Ministero per i Diritti delle Donne, per contrastare la formazione di stereotipi e pregiudizi sin dalla più tenera età, lanciato quest’anno in 600 classi elementari, per una prima valutazione preliminare. L’ABCD de l’Egalité consiste in una serie di testi, risorse e attività, a disposizione di alunni e insegnanti, dove figurava anche il terribile “Tous à poil !”. Per salvare le apparenze, e rendersi inattaccabile, il governo si è limitato a ripulire astutamente la lista delle opere facenti parte dell’ABCD dell’uguaglianza, lanciato dal Ministero dell’Educazione Nazionale. Ma, che non si dica in giro che il governo francese abbia finito per cedere alle pressioni dei manifestanti: “Tous à poil !” è ancora nella lista, non più tra le “attività pedagogiche” consigliate ma tra le “risorse complementari” indicative. E tali risorse non sono più “selezionate” e “da utilizzare in classe”, ma semplicemente “recensite” e “da consultare per gli insegnanti”.

Per ora, nonostante l’amarezza davanti a cotesto retrogrado esprit du temps, la polemica di Copé sembra esser caduta nel ridicolo, soprattutto dopo il suo ultimo (voluto?) gioco di parole, secondo il quale i partiti debbano mettersi a nudo per favorire la trasparenza, e “Tous à poil !”, grazie all’inaspettata pubblicità, è tra i libri più venduti dell’anno. Ma, tornando alle pagine incriminate, come finisce la storia? “Tutti si spogliano”, racconta l’autrice Claire Franek, “è la vita in tutta la sua più grande banalità”. Nessuna strage di mogli come in Barbablu, nessuna mela avvelenata, nessuna apologia della bellezza perfetta, come in Biancaneve, niente soprusi di sorellastre, niente fanciulle rinchiuse nelle torri e niente attesa del principe azzurro. Nell’ultima pagina, ci si tuffa nell’oceano, tutti nudi, in un’esplosione di gioia collettiva. Un lieto fine, più innocuo e forse ben più desiderabile dei tanti matrimoni e “vissero felici e contenti” ai quali il monopolio Disney, purtroppo, ci ha abituato.

Qui l’articolo pubblicato su Lettera43.

Montmartre, la notte

È un venerdì mattina come tanti altri ai piedi della Basilica del Sacro Cuore. Scalpiccio ininterrotto, cascate di selfie, ilarità generale per questo sole inatteso, svendite di Tour Eiffel in miniatura, basi musicali in formato midi che accompagnano il suonatore di turno in sottofondo. Sono seduta al lato destro della scalinata, gli occhi chiusi sotto la luce, ad assaporare la libertà di essere lì senza fare nulla. Un venerdì mattina come tanti altri, senza la frenesia del turista da week-end, senza la sufficienza del locale navigato e senza l’obbligo di essere da qualche parte dietro una scrivania.

Con la sua vista sulla città, il profilo elegante della Basilica alle spalle e le meraviglie di un suonatore d’arpa, la collina di Montmartre sembra un miracolo alla portata di tutti, con una semplice corsa sulla funicolare. Almeno fino al tramonto. Sono tornata alla Basilica a sera inoltrata, nella speranza di respirare la stessa atmosfera ma lo scenario era completamente cambiato.

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A mezzanotte, l’odore acre da bagno pubblico invade le narici sin dall’ingresso alla funicolare. Musica improbabile dagli i-phone, cori di sputi, pozze giallognole da evitare. Fischi e battutacce delle orde di cafoncelli orbitanti intorno ad Anvers m’inseguono sino all’inizio delle scale. Comincio a salire e già ho voglia di andarmene. Gli ultimi gradini sono i più ardui. Un branco di ragazzotti in giubbino di jeans cerca di accecarmi con un laser verde fosforescente, stordendomi con un “ça va?” che puzza di alcool sparato nelle orecchie. Io, intanto, procedo a testa bassa, e non per una strana forma di timore, che sarebbe anche giustificato, ma per scansare i tanti vetri e fondi di bottiglia disseminati per la divina scalinata. Intanto, sghignazzate di turisti nederlandesi si levano dai vari punti delle scale, slogan avvinazzati di giovinette in minigonna, l’ennesimo infrangersi di una bottiglia di birra.

Place du Tertre è avvolta da una strana foschia. Parigi è in piena allerta inquinamento. Il cielo è senza nuvole, ma coperto, quasi come se fosse una beffa a questa insolita primavera, arrivata in anticipo. Ma non credo sia lo smog ad assediare il quadrato più celebre della città. La piazza sembra un avamposto di un villaggio fantasma. Echi di pianoforti dai ristoranti vicini, un lontano chiacchiericcio di fondo, il “s’il vous plait” dell’ultima ritrattista notturna, le lavagne con il menu del giorno ormai sbiadito, le strade intorno completamente deserte.

Nelle cucine, ci si annoia. Gli orologi segnano quasi l’una di notte ma dai forni esausti continuano ad uscire escargot bollenti, pavé di salmone con contorno di patatine fritte, gelati e chantilly, caffè e tarte tatin per gli ultimi avventori. S’inizia a contare i soldi, a dividere le monete, a fare i turni e i carichi per il giorno successivo, ad aspettare che anche l’ultimo tavolo si alzi. I cuochi puliscono la cucina. Non ne ho mai visto uno francese. Sono di solito pakistani o indiani dai nomi difficilmente gestibili nel caos di una cucina nell’ora di punta. Gli ultimi che mi è capitato di incrociare erano stati ribattezzati Gérard e Richard, per facilità.

Frequento i ristoranti di notte da quasi tre anni. Mi guardo indietro e mi rivedo ad aspettare appoggiata a un bancone almeno un centinaio di volte, ad ascoltare i commenti dei camerieri, le imprecazioni dei cuochi, ad aspettare qualcosa di troppo vago per essere definito, a vedere che faccia ha la stanchezza quando è costretta a vestirsi in bretelle e camicia. Prima, a fare da sfondo, c’era la Gare du Nord, ora c’è la Basilica di Montmartre. Cambiano gli scenari, ma l’amarezza è la stessa, così come tutto quello che le sta intorno.

Soundtrack: Cocteau Twins, The Spangle Maker

Immagine © Julie Morstad

Paris sans le peuple

“Abitare a Parigi è un chiaro segno di dominazione sociale.” È la tesi, ampiamente dimostrata, della ricercatrice Anne Clerval, autrice del libro Paris sans peuple (edizioni La Découverte), pubblicato lo scorso settembre, dove la geografa esplora le dinamiche della gentrificazione nella capitale. Clerval prende in esame, in particolare, tre aree: il faubourg Saint-Antoine, il fauborg du Temple e Château Rouge. Quartieri centralissimi, brulicanti, la cui fauna umana è sì mista ma, sembrerebbe, quasi suo malgrado.

Perché Clerval usa il termine “gentrificazione”? Questo neologismo inglese, creato dalla parola “gentry”, che designa, in modo peggiorativo, le classi agiate, è stato inventato nel 1964 dalla sociologa marxista di origini tedesche Ruth Glass, a proposito di un quartiere di Londra. “A Parigi, si può parlare di imborghesimento per i quartieri ricchi”, spiega Clerval in un’intervista a Libération, “ma questo non ha niente a che vedere con la gentrificazione, una forma di imborghesimento che tocca i quartieri dove le classi popolari sono progressivamente rimpiazzate da una classe intermedia che potremmo definire come piccola borghesia intellettuale”.

Questa mutazione, essenzialmente sociale, le cui conseguenze sono però per lo più urbane, quando non architettoniche, ha coinvolto la capitale francese relativamente tardi rispetto ad altre metropoli, come Londra e New York, in virtù del controllo degli affitti che, fino agli anni ’80, ha posto un freno alla speculazione immobiliare. La gentrificazione ha mosso i primi passi negli anni ’60 e ’70, iniziando dalla rive gauche, fino a coinvolgere il Marais e la Bastille, spostandosi sempre più a destra. Oggi, secondo Clerval, quasi tutti i quartieri di Parigi hanno ormai un’inconfondibile aria borghese e la capitale, a differenza di quanto si vorrebbe pensare, è sempre meno mista. Tuttavia, la geografa ha individuato almeno sei “tipi umani” presenti in città, dal “molto borghese”, avvistato di preferenza nei pressi della Tour Eiffel e degli Champs-Elysées, al “molto popolare”, passando per il tipo “salariato del settore terziario” e il tipo “misto in via di gentrificazione”.

I gentrificatori sono descritti quasi come una specie a sé stante, avvistati solitamente in appartamenti con travi a vista e finestre aperte su raffinate corti interne, “attirati dagli spazi atipici, soprattutto dagli ex locali industriali, che possono essere riconfigurati per intero, ispirandosi ai loft di New York”. Sono fieri del proprio appartamento di 100 metri quadri ma tengono a distinguersi dai borghesi, quelli veri, secondo loro, che popolano i bei quartieri come il sedicesimo e il sesto arrondissement. Hanno scelto di abitare in quartieri come il decimo o, ancora, il ventesimo, nelle zone di Belleville, perché costretti dal mercato immobiliare. La scelta dietro tale residenza è il desiderio di abitare, costi quel che costi, a Parigi, dentro il boulevard périphérique. Sono le stesse persone che, sedute ai tavolini dei bar chic della place Sainte-Marthe o della rue Oberkampf, si vantano di abitare in un edificio colorato e multi-etnico, ma, come spiega benissimo Clerval, sarebbero ben contente se questa multietnicità si potesse limitare a una scenografia esotica e chiassosa, ben lontana dalla soglia d’ingresso. Sono soddisfatti e orgogliosi se possono sbandierare a conoscenti e colleghi di essere diventati amici della fruttivendola tunisina o del tabaccaio cinese, ma non esitano ad aggiungere che il loro condominio puzza di cumino o che ci sono troppe facce arabe per le scale.

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I commerci esotici sono guardati con sospetto, se non con ribrezzo, come nel caso delle macellerie halal, ma fanno parte di un colorato decoro, nel quale i gentrificatori amano trastullarsi, per sentirsi parte di un universo multiculturale, contribuendo a quello che il sociologo Patrick Simon chiamava “l’effetto-paesaggio”.

L’effetto-paesaggio, tuttavia, non influenza le scelte relative all’istruzione. I gentrificatori agiati evitano le scuole popolari di quartiere e conducono una vera e propria battaglia per permettere ai propri figli di accedere a istituti privati, lontani da casa. Infine, sono portatori attivi di una contraddizione: l’amore per il verde, che conciliano con l’ossessione di abitare in centro, o per lo meno, nei dintorni: “sebbene restino inguaribilmente cittadini e parigini, approfittando di tutte le amenità del centro di una capitale, li si sente talvolta farsi portavoce di alcuni discorsi che sembrano vicini all’ideologia americana anti-urbana, affermando chiaro e forte la loro preferenza per la natura, sebbene ridotta semplicemente a qualche sprazzo di verde”.

Gli stessi luoghi di cultura, installati in quartieri periferici o delicati, si rivelano ambigui e, addirittura, in qualche caso, controproducenti. Clerval propone l’esempio della Maison des Métallos, antica fabbrica di strumenti musicali, poi sede del sindacato dei metalmeccanici, ora, secondo la definizione presente su internet, “struttura culturale della città di Parigi”. Per quanto originale e ricercata, la programmazione della Maison è estremamente di nicchia, dal punto di vista economico e contenutistico.

Il risultato è, quindi, non quello di coinvolgere la popolazione dei quartieri nelle attività culturali locali, ma quello di attirare sempre gli stessi utenti anche in territori dove prima non osavano arrivare, ottenendo un appiattimento del pubblico e un’omogeneizzazione dell’offerta, mirata sempre allo stesso tipo di spettatori.

Un intrattenimento d’élite che passa anche per i caffè e i bar di quelli che una volta erano i quartieri popolari. La Bellevilloise nel 20° arrondissement, il Nouveau Casino, sulla rue Oberkamp, il caffè La Java, nella scapestrata rue du Faubourg du Temple, sono altrettanti luoghi per la jeunesse, se non dorée, certamente branchée della capitale, riservati a un certo tipo di clientela. Sembrerebbe addirittura che siano questi i veri ghetti, oasi chic impiantate in quartieri popolari, circondate da una barriera invisibile, e certamente non accessibili a tutti.

La gentrificazione è iniziata tramite iniziative private, spinta da esigenze economiche, mutandosi velocemente in fenomeno sociale, i cui attori sono ben individuabili. Dalla piccola borghesia intellettuale, dell’età di circa trent’anni, attiva nei settori della comunicazione, del marketing e dello spettacolo, ai proprietari di caffè alla moda, nuovi luoghi di ritrovo, dal decoro magistralmente studiato, tra antico e nuovo, fino ai promotori di beni immobiliari, le banche e le agenzie, che incoraggiano un certo tipo di persone, e di redditi, a popolare i quartieri presi di mira.

Basta vagabondare per la rue Oberkampf, dopo il tramonto, per rendersene conto. Dagli appartamenti, quasi tutti senza tende, è facile distinguere i muri scarni, con le lampadine penzolanti dal soffitto, dalla carta da parati che fa da sfondo a ricche biblioteche e plafoniere, di gran lunga in maggioranza, segno inequivocabile di un cambiamento della popolazione.

Tra i fattori che hanno favorito la gentrificazione, si annovera una smodata politica urbana di rinnovazione, definita, per l’appunto, “rinnovazione-bulldozer”, che ha distrutto intere aree per ricostruirle con immobili nuovi. Conseguenza questa, secondo il socio-demografo Patrick Simon, della disindustrializzazione di Parigi: “i nuovi settori del terziario non richiedono più il ricorso a una manodopera proletaria, diventa quindi inutile conservare le famose riserve di classi popolari”, relegate nelle vicine e sempre più temute banlieue, nonostante Valéry Giscard d’Estaing avesse promesso di arrestare la costruzione di torri nella capitale e Chirac avesse dichiarato la ferma intenzione di preservare la “Parigi dai cento villaggi”. Inoltre, troppo cari per i precedenti inquilini, i nuovi immobili corrono il rischio di restare parzialmente vuoti, dando ai quartieri un’aria di città fantasma, che Klapisch ha mostrato nel suo film del 1996 Ognuno cerca il suo gatto.

Oltre al fastidio nel ritrovarsi sempre i soliti volti in tutti i quartieri e al propagarsi di questa nuova specie sociale, una delle conseguenze più gravi della gentrificazione è sicuramente l’esclusione delle classi popolari e degli immigrati, privati del proprio spazio urbano. Il costo spropositato dei nuovi alloggi costruiti dalla città di Parigi, un’offerta commerciale e culturale che punta ad un altro tipo di clientela, sono solo alcuni dei fattori che contribuiscono all’emarginazione di una certa classe sociale. Lo spazio pubblico, per preservarne la tranquillità e il decoro, è sottoposto a una serie di regole che ne mettono in discussione l’accessibilità. Lo sgombero delle classi popolari prelude quindi al loro annullamento, se non alla loro invisibilità. E non c’è bisogno di spingersi fino al 19° arrondissement per rendersene conto.

Clerval cita ancora una volta l’esempio del centralissimo faubourg Saint-Antoine, a un passo da Bastille: un tempo regno degli artigiani del legno, ebanisti e corniciai, oggi solo un paio di atelier sono sopravvissuti all’avanzata delle nuove professioni liberali e, sul vicino parco della Cité Prost, si dilettano nel week-end i soliti noti, famiglie agiate sui trent’anni, bianchi, ben vestiti, equipaggiati di passeggini ad alta tecnologia per i bambini. Questo ripiego delle classi popolari è una diretta conseguenza della privatizzazione dello spazio pubblico. Un altro esempio è la place Sainte-Marthe a Belleville, un tempo regno incontrastato dei giovani del quartiere, nelle ore notturne anche scenografia di traffici illeciti, ma libera e pubblica, oggi colonizzata da caffè alla moda.

Ma esiste un modo per resistere alla gentrificazione? Clerval cita numerosi esempi di militanza contro questa nuova geografia urbana, uno fra tutti l’associazione Les Enfants de Don Quichotte, installata in riva al Canal Saint-Martin, luogo strategico dove i colori pastello dei negozietti chic e dei vestiti delle parigine poco si abbinano al grigio delle tende dei clochard che popolano le rive. L’associazione rivendica il diritto di abitare la città, di popolarla, andando controcorrente rispetto alla rivendicazione del “diritto alla calma” dell’omonima associazione di Château Rouge, che vuole fare del quartiere a prevalenza africana un quartiere “normale”. I movimenti di militanza mettono in guardia rispetto a un concetto illusorio di varietà sociale, che serve più che altro a mettersi a posto la coscienza con la propaganda di un finto “vivere insieme” tra borghesi e proletari.

L’arma contro la gentrificazione non sono gli alloggi sociali né una finta varietà etnica, ma è il diritto alla città, così come lo aveva concepito Henri Lefebvre, sociologo e filosofo marxista francese: la possibilità di auto-gestire la propria città e di averne accesso; il diritto di decidere come produrre lo spazio urbano; la libertà di scegliere che utilizzo farne e per quale società.

Qui l’articolo pubblicato su Doppiozero.

Paris Bashing: la stampa straniera e la capitale

John Laughland, sul The Spectator, scrive che vivere a Parigi significa “essere prigioniero di un Tupperware: il cielo grigio è più immobile di quello di Londra”. Stephen Clarke, del Daily Telegraph, scorge nella Tour Montparnasse “un simbolo dell’insoddisfazione della città, votata a una logica di auto-distruzione permanente”. Per non pochi corrispondenti stranieri, la capitale francese non è più la festa mobile descritta da Hemingway (lo è mai stata?), ma un ghetto dorato, fiaccata da numerosi problemi sociali e finanziari e attraversata da orde di hipster, sempre più borghesi e sempre meno bohémien. Dopo il “French Bashing”, il nuovo sport preferito dai giornalisti anglosassoni, che non esitano a ferire di penna l’orgoglio gallico, sembra che la stampa internazionale si sia consacrata al “Paris Bashing“, denunciando miti e illusioni della città più bella del mondo.

“Tutti cercano di creare la propria Parigi, carnale e spirituale”, scrive Steven Erlanger, corrispondente del New York Times, residente nella capitale francese per 5 anni, “ma vivere e lavorare in una città obbliga ad amarla diversamente, con molta più forza di volontà e meno passione”. Dal suo canto del cigno, viene fuori un ritratto amaro e lucido della Parigi contemporanea, “un’isola fortunata, chiusa e borghese, circondata da una strada circolare – il boulevard périphérique – una sorta di muro di Berlino, il muro di un ghetto”. Il basolato dei vicoli di Saint-Michel, l’illuminazione di Notre-Dame al calar del sole, la distesa della Senna e quella più placida del Canal Saint-Martin valgono ancora i pomeriggi di flânerie ma Parigi sembra quasi aver perso il suo charme da capitale europea: “è una città di ricchi, appagati, soprattutto bianchi, e di piaceri prudenti: musei, ristoranti, opera, balletto e piste ciclabili”.

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Intrappolata tra i cliché e la realtà quotidiana, Parigi sembra aver smarrito se stessa. Non a caso, infatti, assiste quasi inerme all’esplosione del feroce dibattito sull’identità francese. Simon Kuper, giornalista britannico del Financial Times, di casa a Parigi dal 2002, ne è convinto: “sotto una facciata snob e ostile, Parigi è una città snob e ostile”. E, per spiegarne le ragioni, ritorna al 1789. “La gran parte della maleducazione dei francesi nasce con la presa della Bastiglia e con lo slogan Liberté, Egalité, Fraternité”. Secondo Kuper, messa da parte la “fraternité”, i francesi hanno sviluppato un culto originale della libertà che, per molti, si traduce in un atteggiamento senza scrupoli, una lingua raramente tenuta a freno e nessuna traccia di amabilità, per paura che il prossimo possa scorgervi un atto di sottomissione. Il sovraffollamento della città (con una superficie di poco più di 105 chilometri quadrati e una popolazione che supera abbondantemente i 2 milioni, Parigi ha una densità abitativa tra le più alte al mondo) e il cielo plumbeo hanno fatto il resto. Ma non solo. Parigi sarebbe volgare, lo ha detto anche Scarlett Johannson, da poco arrivata nella capitale, per via della sua stessa perfezione: “Immaginate una capitale intellettuale su una capitale dell’arte e della moda, in un’antica capitale reale e il tutto in un paese che ha inventato le arti e la cucina e otterrete una quantità di comportamenti codificati tale che nessun dominio sfugge ormai alle esigenze della sofisticazione”. Una girandola di asfissianti buone maniere alla quale non resta che adattarsi, in un tentativo che, spesso, dura tutta la vita.

Gabriela Wiener, giornalista peruviana, scrive “un nuovo spettro si aggira per l’Europa, quello della guerra fredda tra hipster bio socialisti e liberali chic”, e Parigi ha tutta l’aria di esserne il campo di battaglia: una città, emblema della libertà, “dove è impossibile trovare un alloggio a meno di 1200 euro (e un croissant per meno di 3) e i pic-nic nel giardino delle Tuileries sembrano pubblicità di Chanel, Louis Vuitton o Gucci, o tutte e tre insieme”. La pensa allo stesso modo Thomas Chatterton Williams, del New York Times, che ha assistito dalla sua finestra alla lenta trasformazione di Pigalle in SoPi (abbreviazione alla newyorchese di South Pigalle) per via del dilagante gusto hipster, sempre più affamato di hot dog, tacos, avena, kale frittata e brunch bio. Parigi cambia e, in barba al barone Haussmann e alla prospettiva dei suoi edifici, sembra voler “organizzare il proprio spazio urbano come un blog di moda o una pagina di Pinterest, che rappresenti l’espressione unica, appagata ed estremamente protetta della classe media superiore”.

Forse è tutta colpa di Hemingway. Della sua Parigi che, secondo Christopher Hitchens, è stata l’origine dell’ossessione degli americani per la Ville Lumière, inevitabilmente delusa davanti alla realtà. Ma se è vero che Parigi non finisce mai, è vero anche che “Parigi non è più quello che era”, come scrive John Simpson, del Daily Telegraph, “ma questo succede ovunque e Parigi, almeno, resta quella che noi abbiamo sempre desiderato che sia”.

Qui l’articolo pubblicato su FQParigi, il blog parigino de Il Fatto Quotidiano.

Into the Wild con Chris

Sembra che tutto sia cominciato a Picton, villaggio sperduto in Nuova Zelanda, tra le pagine stropicciate di un libro che parlava di Chris McCandless, letto alla fermata del bus, in un paesino di poco più di 3000 persone. Poi ci sono state le ricerche, le discussioni con amici e compagni di viaggio, le mail scritte tra Italia e America, la scoperta che in Italia Chris McCandless fosse conosciuto solo come il personaggio di un film, “Into the Wild”, e che a nessuno era ancora venuto in mente di tradurre i suoi diari, la speranza che un’intuizione possa diventare realtà.

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Prende il via così, con una fortunata serie di eventi, l’avventura editoriale dei ragazzi di No Borders Magazine, rivista on-line di viaggi, che firmano “Back to the Wild”, la prima traduzione italiana dei diari di Christopher McCandless, disponibile dal 17 febbraio scorso. Il libro, 274 pagine, con 200 foto inedite, stampato in tiratura limitata di 1500 copie, acquistabili esclusivamente on-line sul sito dell’associazione (al prezzo di 15,90 euro più 2 euro di spese di spedizione; per informazioni, vedi il link in basso), contiene i diari, gli appunti, le lettere, ma soprattutto le immagini del viaggio di Chris attraverso l’America, gli autoscatti durante gli ultimi 100 giorni trascorsi in Alaska. E, sul sito di No Borders Magazine, è anche possibile ripercorrere per tappe la traversata negli Stati Uniti grazie a una mappa interattiva, e scoprire la genesi del libro, dal lungo carteggio di mail fino all’incontro emozionante con i genitori di Chris a Milano, i colori che colano nelle stampanti e il making-of del libro in tipografia.

LA DEVASTANTE CERTEZZA DEL FUTURO. Rileggere la storia di Chris McCandless è come tuffarsi nelle vite di tutti coloro che, almeno una volta nella vita, hanno deciso di fare i bagagli e avventurarsi senza un piano preciso, di chi ha deciso di lasciare al futuro la possibilità di sorprendere e ha avvertito, anche solo per un giorno, la necessità di liberarsi della propria quotidianità, di dire addio all’orizzonte sociale, di “prendere le distanze dal mondo, per capirlo meglio”, come scrive Rachele Maggiolini, tra i fondatori di No Borders Magazine, perché, scriveva Chris, “per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo” e “non c’è gioia più grande dell’avere l’orizzonte in continuo cambiamento”.

IL FATALE MAGIC BUS. La storia di Alex Supertramp è quella di chi parte con un quaderno dove annotare le proprie epifanie quotidiane, con una macchina fotografica, per raccontare, fosse anche solo a se stessi, qualche anno più in là, le emozioni di un viaggio. Perché, era Chris a dirlo, la felicità va condivisa, ignaro che per lui la condivisione sarebbe arrivata solo tanti anni dopo, attraverso un film, un libro, una memorabile colonna sonora. Morto in Alaska, nel suo Magic Bus, diventato luogo di pellegrinaggio, lascerà pochissime tracce, una manciata di appunti, una cartolina, un terribile registro di caccia, dove annotava i suoi pasti quotidiani, sempre più scarni, e un ultimo biglietto, autocelebrativo, quasi come se volesse dire, innanzitutto a se stesso, d’aver avuto ragione e d’aver vissuto a modo suo. Come scrive Paolo Cognetti nell’introduzione, McCandless aveva 24 anni quando morì, era solo un ragazzo e avrà sicuramente avuto bisogno di alzare la voce ogni tanto, mostrare il pugno al mondo, per scrollarsi di dosso la paura e ricordarsi di essere “il suo supereroe vagabondo”. “Chris era uno di quelli che cambiano le vite degli altri e non ha smesso di farlo nemmeno dopo”, continua Cognetti. Non è un caso che sia stata una rivista nata da un gruppo di amici a realizzare il sogno di dare una voce italiana ai pensieri di Chris, uno splendido viaggio in compagnia di un amico, un’avventura che, sicuramente, avrà cambiato anche le loro vite.

NESSUN CONFINE. No Borders Magazine è un’associazione culturale nata nel 2010, da un’idea di Christian Tognela, Maura Dettoni e Rachele Maggiolini, accomunati dalla passione del viaggio visto come scoperta dell’altro e del diverso. La rivista pubblica racconti, reportage fotografici e interviste, tratteggia le città mettendone in risalto il lato meno turistico, attraverso le preziose guide piccole, e, dal 2011, ha dato vita al primo database italiano di film sul viaggio. È arrivata lo scorso anno, invece, la prima applicazione per i-phone, Inside Milano, realizzata con la start-up danese Everplaces. Questa è la prima iniziativa editoriale di No Borders Magazine, realizzata in collaborazione con la Christopher Johnson McCandless Memorial Foundation, che, di comune accordo, devolveranno la metà dei proventi delle vendite in favore delle madri single negli Stati Uniti.

Qui l’articolo pubblicato su OggiViaggi.

In viaggio con Chatwin

copertina_Chatwin“La domanda cui cercherò di rispondere è la seguente: perché gli uomini invece di stare fermi se ne vanno da un posto all’altro?”, così scriveva nel 1969 Bruce Chatwin, il più instancabile dei viaggiatori del mondo contemporaneo, in una lettera indirizzata a Tom Maschler. Il suo grande progetto, incompiuto, era quello di dare vita a un inedito “libro nomade”, come si dice nell’introduzione, “destinato a scandagliare una personale inquietudine cui si univa una morbosa preoccupazione per le radici”. Il libro nomade, purtroppo, non vide mai la luce ma “Le Vie dei Canti” (Adelphi) raccoglie non poche delle sue scoperte e considerazioni. Chatwin s’inerpicò sulle pagine di questo libro per anni. Le spalmò su mille taccuini, sparpagliando appunti lungo le sue peregrinazioni, collezionando citazioni, nell’attesa di fermarsi, prima o poi, e mettere giù un personalissimo elogio del camminare che, in questo caso, s’intreccia con una ricostruzione del Tempio del Sogno australiano e con le labirintiche Vie dei Canti.

ODORE D’AUSTRALIA. Tra le pagine, volano folate di polvere rossa, si sparge il forte odore degli eucalipti, sgusciano goanna e canguri, si afferma una luce imperante, “il fulgore dell’Australia che fa sognare il buio”. La storia, però, inizia in una villetta nei dintorni di Stratford-upon-Avon, con un giovanissimo Bruce Chatwin in compagnia di zia Ruth e zia Katie. “Un giorno zia Ruth mi disse che un tempo il nostro cognome era ‘Chettewynde’, che in anglosassone significa ‘sentiero serpeggiante’, e cominciò a germinare nella mia testa l’idea che tra la poesia, il mio nome e la strada ci fosse un nesso misterioso”. Da qui comincia l’infinito “walkabout” di Chatwin, anche lui, come gli australiani in cammino rituale, partito per ritrovare le sue origini e dare una ragione all’irrequietezza dell’uomo. Capire perché si desidera sempre l’orizzonte che si è appena lasciato. “Tutte le volte che vado in Russia non vedo l’ora di andar via. Poi non vedo l’ora di ritornarci”, dice Arkady, la sua guida nell’intricato sogno australiano.

LA CIVILTA’ DEL DESERTO. “Di notte, mentre vegliavo sotto le stelle, le città dell’Occidente mi parevano tristi e aliene, e le pretese del ‘mondo dell’arte’ assolutamente idiote. Qui invece avevo la sensazione di essere tornato a casa”, scriveva Chatwin, dal buio di una notte nel deserto sudanese, ripensando al suo vecchio lavoro come esperto impressionista per Sotheby’s, la casa d’asta londinese, che abbandonò senza rimpianti quando il suo oculista gli consigliò di smettere di guardare i quadri da vicino e volgere lo sguardo a orizzonti più ampi. “Il deserto era un serbatoio di civiltà”, continua nei suoi taccuini, “e i popoli del deserto erano avvantaggiati rispetto agli altri perché erano più morigerati, più liberi, più coraggiosi, più sani, meno pingui, meno vili, meno disposti a sottostare a leggi infami, e, nel complesso, guarivano più facilmente dalle malattie”.

A PIEDI PER IL MONDO. Quando Arkady parte in missione, Chatwin decide di restare, risoluto a riaprire i vecchi taccuini e lasciar affiorare i ricordi. Le traversate in jeep si arrestano per fare spazio alle lente passeggiate di Chatwin, dalla Mauritania a Londra, dai caffè di Parigi al deserto del Gobi, dall’Afghanistan al treno Francoforte-Vienna, ma non solo. Il viaggio nello spazio s’accompagna a un girovagare temporale, attraverso le parole dei grandi letterati, inguaribili camminatori, viaggiatori per vocazione, nello spirito o sulla strada, da William Blake a Herman Melville, da Anatole France a Rimbaud, poeta dalle suole di vento, che per molto tempo si vantò “di possedere tutti i paesi possibili”. Chatwin morì poco dopo aver messo la parola fine al suo lungo itinerario australiano. Era rammaricato per la chiusura della fabbrica di Moleskine, il suo taccuino preferito. Se si fosse ormai rassegnato alla naturale irrequietezza dell’uomo, non ci è dato sapere. Forse, come Kipling, sarà giunto anche lui alla più serena delle conclusioni: “Tutto considerato, al mondo ci sono solo due tipi di uomini: quelli che stanno a casa e quelli che non ci stanno”.

Qui l’articolo pubblicato su OggiViaggi.

Of getting lost

field_guide“I love going out of my way, beyond what I know, and finding my way back a few extra miles, by another trail, with a compass that argues with a map, with strangers’ contrary anecdotal directions. Nights alone in motels in remote western towns where I am, nights with the strange paintings and floral spreads and cable television that furnish a reprieve from my own biography, when in Benjamin’s terms I have lost myself though I know where I am. Moments when I say to myself as feet or car clear a crest or round a bend, I have never seen this place before. Times when some architectural detail or vista has escaped me these many years says to me that I never did know where I was, even when I was home. Stories that make the familiar strange again, like those that revealed the lost landscapes, lost cemeteries, lost species around my home. Conversations that make everything around them disappear. Dreams that I forget until I realize they have colored everything I felt and did that day. Getting lost like that seems like the beginning of finding your way or finding another way, though there are other ways of being lost.”

“Never to get lost is not to live, not to know how to get lost brings you to destruction, and somewhere in the terra incognita in between lies a life of discovery.”

“The people thrown into other cultures go through something of the anguish of the butterflies, whose body must disintegrate and reform more than once in its life cycle.”

“[…] the places are what remain, are what you can possess, are what is immortal. They become the tangible landscape of memory, the places that made you, and in some way you too become them. They are what you can possess and what in the end possesses you.”

“I wondered then and now how I could give all this up for what cities and people have to offer, for it ought to be less terrible to be lonely than to have stepped out of this sense of a symbolic order that the world of animals and celestial light offers, but writing is lonely enough, a confession to which there will be no immediate or commensurate answer, an opening statement in a conversation that falls silent or takes place long afterward without the author. But the best writing appears like those animals, sudden, self-possessed, telling everything and nothing, words approaching wordlessness. Maybe writing is its own desert, its own wilderness.”

“It’s okay to realize that life has a mysterious quality to it, it has an element of uncertainty, it’s okay to realize that we do need help. that calling out for help is a very generous act because it allow others to help us and it allows us to be helped. Sometimes we’re offering help, and then this hostile world becomes a very different place.”

Rebecca SolnitA field guide to getting lost

Some other worthy readings: On a windy night I follow Yves into the void.

La New York di Maeve Brennan

copertinaMaeve Brennan è la scrittrice irlandese più celebre della quale molto probabilmente nessuno ha mai sentito parlare. Giornalista da Harper’s Bazaar prima, al New Yorker poi, newyorchese d’adozione, arrivata in America nel 1934, all’età di 17 anni, insieme al padre, sceglie di restare negli Stati Uniti, lasciando Dublino per sempre, ritrovandola solo di rado, nelle sue fantasie ad occhi aperti e in qualche rara visita alla famiglia in Europa. New York diventa così non la sua nuova casa, ma una sorta di residenza, in cui continua a sentirsi sempre una viaggiatrice, una sconosciuta. Straniera negli Stati Uniti, ormai lontana dai ritmi della sua Dublino, Brennan non riuscì mai a sentirsi a proprio agio e, dopo un po’, smise anche di tentarci. Forse è proprio qui che risiede l’inquietudine della sua scrittura, che palpita a ogni riga dei suoi romanzi, nei profili dei suoi personaggi lievi, e raggiunge il picco in questi racconti, un condensato della rubrica “The Talk of the Town”, apparsa sul New Yorker dal 1954 al 1981, e alla quale regalò indimenticabili bozzetti newyorchesi.

NELLA NEW YORK DEGLI ANNI ’60. Pubblicato per la prima volta nel 1969, con il titolo The Long-Winded Lady, la sua raccolta di affreschi metropolitani è uscita in Italia per i tipi di Rizzoli, nel 2010, con il titolo Racconti di New York. Sono parole che profumano di martini e sigarette, di hall eleganti e valigie, che dipingono la New York degli anni ’60, tra miserie e splendori. Tra le pagine, ci si aspetta di veder passare Dorothy Parker con una coppa di champagne o Audrey Hepburn in collier di perle. Infatti, secondo la leggenda, fu un’algida ed elegantissima Brennan a inspirare a Capote il personaggio di Holly Golightly. La sua vita, tuttavia, non ebbe un lieto fine. Dopo un matrimonio sgangherato, anni di solitudine, terapia, crisi, morì da sola e dimenticata dal mondo della letteratura. Bellissima, affascinante, malinconica e inquieta, Maeve Brennan era di quei giornalisti invischiati nella scrittura a ogni passo, che sapevano individuare un personaggio nella folla di Broadway e mettere insieme un racconto breve solo osservando i volti di Times Square. Se Walt Withman diceva di lavorare anche quando bivaccava nei caffè di Brooklyn, Brennan sicuramente collezionava spunti per la sua rubrica al tavolo de Le Steak de Paris, ristorante francese tra i suoi preferiti, o sulle panchine di Washington Square.

TRA UN HOTEL E L’ALTRO. Una viaggiatrice in residenza, amava definirsi. Di quelle che vivono perennemente in condizioni temporanee. Peregrinava da un hotel all’altro della città, indecisa su quale quartiere la facesse sentire più a casa, descrivendo le suite eleganti e le camere più o meno ordinarie degli sciatti alberghi di downtown, alla ricerca della stanza tutta per sé e della vista migliore su Manhattan. Intanto, descriveva il cambiamento desolante di New York, vittima del boom economico ed edilizio, che spariva, anno dopo anno, sotto i colpi delle ruspe. Bestiario della fauna umana newyorchese, dai primi insospettabili hipster alle polverose star del cinema, i racconti sono soprattutto un dispiaciuto ritratto di una città che scompare piano, quasi senza accorgersene, sotto i primi impulsi della gentrificazione.

LA SAUDADE DI NEW YORK. L’anima del libro, tuttavia, si nasconde tra le foglie dell’ailanto, l’albero del paradiso protagonista di uno dei racconti più intensi. New York qui luccica e disgusta, eccita e deprime, e l’unico modo per sfuggire all’inevitabile morsa di nostalgia è trovare il proprio posto nella città, aggrapparsi disperatamente a una, seppur vaga, sensazione di familiarità, individuare il proprio ristorante preferito, prendere sempre la stessa strada per andare al lavoro o per tornare a casa. Perché alla nostalgia di New York non ci sarà mai scampo, la città semplicemente ci tiene in pugno e noi non sappiamo perché. Ma i viaggiatori hanno nostalgie meno feroci. Il viaggio è di per sé un anestetico e, alla fine della strada, si accumulano troppi orizzonti per poter soffrire a ogni addio.

Qui l’articolo pubblicato su OggiViaggi.

Pesche a colazione

Zelda era libri contemporanei che parlavano di lei, come Il diavolo dagli occhi blu di Michael Muhammad Knight, o canzoni pop come Being Boring dei Pet Shop Boys, continuava a ispirare scrittori, musicisti, registi, ultimo Woody Allen con Midnight in Paris”. Fino ad arrivare a lei, Tiziana Lo Porto, giornalista, traduttrice, instancabile cercatrice di piccole perle letterarie, musicali e cinematografiche che dispensa sul web, e autrice, insieme a Daniele Marotta, della graphic novel Superzelda, edita da Minimum Fax, sulla vita della signora Fitzgerald.

Con Daniele ci siamo ritrovati a recensire a fumetti un romanzo che parlava proprio di Zelda, Alabama Song di Gilles Leroy, e la possibilità di raccontarne la vita a fumetti c’è sembrata reale, fascinosa e praticabile. Così è nato Superzelda, prima il titolo, poi tutto il resto”.

© Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta

Tratteggiata con l’ausilio dell’indaco, come fosse una variazione sul tema del bianco e nero, la vita di Zelda Fitzgerald inizia con un album di famiglia e una culla ricoperta da un velo, dove dorme Zelda Sayre, nata il 24 luglio del 1900 a Montgomery, in Alabama, sotto il segno della letteratura, con un nome ispirato alle eroine di due romanzi. Al chiaro di una luna del Sud, molle e focosa, che “mentre dorme diventa più grande”, Zelda cresce libera e spigliata, naso dritto, occhi azzurri e bicchiere di gin in mano.

Una maschietta che “vive soltanto della spuma in cima alla bottiglia“.

© Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta

“Il teatro, la letteratura, la musica e il cinema. Sono il lavoro che faccio, dieci e più ore al giorno. A volte anche la notte. Contaminano la mia vita, il giorno e la notte, e sì, ogni tanto m’appaiono anche in sogno, ma non potrebbe essere altrimenti”, racconta Tiziana, che in libreria custodisce i disegni di Robert Crumb, il suo fumettista preferito, insieme a quelli di Phoebe Gloeckner

Con Daniele, abbiamo lavorato in stato di grazia, continuamente affascinati da quello che andavamo scoprendo su Zelda. Lei ha vissuto la sua vita con leggerezza, è passata lieve anche attraverso la malattia, i continui ricoveri e poi la morte di Scott. Le tragedie a volte non le puoi schivare, si tratta solo di decidere come attraversarle”, continua. “Zelda non ha mai smesso di essere Zelda. Che cosa farebbe oggi? Direbbe cose fascinosissime e brillanti, probabilmente nei social network o in tv, vestirebbe senza seguire nessuna moda e farebbe innamorare tutti non per la sua bellezza”.

© Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta

La Bella del Sud incontra il luogotenente Francis Scott Fitzgerald ad un ballo. I due finiscono per innamorarsi perdutamente l’uno dell’altra. “Amo talmente quest’uomo e mi sento così vicina a lui, che inizio a distorcerne l’immagine, come quando ci si avvicina a uno specchio e ci si scrutano gli occhi”, confesserà Zelda. Il matrimonio si affaccia come un pensiero con cui bisogna fare i conti, uno spauracchio per una Zelda che non vuole vivere, ma solo “amare e poi incidentalmente vivere”, che non vuole che Scott la veda invecchiare, ma desidera fare suo quest’uomo diverso da tutti gli altri prototipi di marito, “un amante ardente e momentaneo, abbastanza saggio da capire quando è finita e che deve finire”.

© Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta

Scott e Zelda si sposano il 3 aprile 1920 a New York.

I coniugi Fitzgerald attraversano l’Europa e l’America, travolgendo ogni grand hotel in cui posano le valigie, trascinandosi dietro i merletti di Parigi e la polvere dei secoli di Roma, innamorandosi ogni giorno di più. Stringono le mani di Dorothy ParkerPablo PicassoErnest Hemingway, passando di coupé in coupé, viaggiando con il vento tra i capelli e il profumo di gin sulle labbra, sognando di pesche a colazione e facendo di se stessi i personaggi dei loro romanzi. Nel 1922, esce Belli e dannati, di Francis Scott Fitzgerald. Zelda diventa il prototipo della maschietta, irriverente e desiderata, una donna che “ricava più felicità dall’essere gaia, spensierata, anticonformista, padrona del proprio destino, che da una carriera che richieda duro lavoro, pessimismo intellettuale e solitudine”.

© Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta

Le pagine si rincorrono, colorandosi di follia, polvere di stelle, rimpianti, alcool e lettere d’amore. Zelda ama Scott e Scott ama Zelda ma “la vita procede indipendentemente dalle nostre intenzioni”, si dirà un triste Francis incapace di negare che qualcosa si è rotto nella sua storia d’amore. Zelda tenta il suicidio più volte mentre Scott si rifugia nella letteratura, nutrendosi di finzione e ricordi. “Si ha nostalgia delle loro nostalgie come abbiamo nostalgia delle nostre”, commenta Tiziana, “e di quei momenti in cui hai tutte le possibilità davanti e la sfrontatezza di fare del presente gli anni migliori della tua vita”.

© Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta

Tutte le immagini © Tiziana Lo Porto e Daniele Marotta