La New York di Maeve Brennan

copertinaMaeve Brennan è la scrittrice irlandese più celebre della quale molto probabilmente nessuno ha mai sentito parlare. Giornalista da Harper’s Bazaar prima, al New Yorker poi, newyorchese d’adozione, arrivata in America nel 1934, all’età di 17 anni, insieme al padre, sceglie di restare negli Stati Uniti, lasciando Dublino per sempre, ritrovandola solo di rado, nelle sue fantasie ad occhi aperti e in qualche rara visita alla famiglia in Europa. New York diventa così non la sua nuova casa, ma una sorta di residenza, in cui continua a sentirsi sempre una viaggiatrice, una sconosciuta. Straniera negli Stati Uniti, ormai lontana dai ritmi della sua Dublino, Brennan non riuscì mai a sentirsi a proprio agio e, dopo un po’, smise anche di tentarci. Forse è proprio qui che risiede l’inquietudine della sua scrittura, che palpita a ogni riga dei suoi romanzi, nei profili dei suoi personaggi lievi, e raggiunge il picco in questi racconti, un condensato della rubrica “The Talk of the Town”, apparsa sul New Yorker dal 1954 al 1981, e alla quale regalò indimenticabili bozzetti newyorchesi.

NELLA NEW YORK DEGLI ANNI ’60. Pubblicato per la prima volta nel 1969, con il titolo The Long-Winded Lady, la sua raccolta di affreschi metropolitani è uscita in Italia per i tipi di Rizzoli, nel 2010, con il titolo Racconti di New York. Sono parole che profumano di martini e sigarette, di hall eleganti e valigie, che dipingono la New York degli anni ’60, tra miserie e splendori. Tra le pagine, ci si aspetta di veder passare Dorothy Parker con una coppa di champagne o Audrey Hepburn in collier di perle. Infatti, secondo la leggenda, fu un’algida ed elegantissima Brennan a inspirare a Capote il personaggio di Holly Golightly. La sua vita, tuttavia, non ebbe un lieto fine. Dopo un matrimonio sgangherato, anni di solitudine, terapia, crisi, morì da sola e dimenticata dal mondo della letteratura. Bellissima, affascinante, malinconica e inquieta, Maeve Brennan era di quei giornalisti invischiati nella scrittura a ogni passo, che sapevano individuare un personaggio nella folla di Broadway e mettere insieme un racconto breve solo osservando i volti di Times Square. Se Walt Withman diceva di lavorare anche quando bivaccava nei caffè di Brooklyn, Brennan sicuramente collezionava spunti per la sua rubrica al tavolo de Le Steak de Paris, ristorante francese tra i suoi preferiti, o sulle panchine di Washington Square.

TRA UN HOTEL E L’ALTRO. Una viaggiatrice in residenza, amava definirsi. Di quelle che vivono perennemente in condizioni temporanee. Peregrinava da un hotel all’altro della città, indecisa su quale quartiere la facesse sentire più a casa, descrivendo le suite eleganti e le camere più o meno ordinarie degli sciatti alberghi di downtown, alla ricerca della stanza tutta per sé e della vista migliore su Manhattan. Intanto, descriveva il cambiamento desolante di New York, vittima del boom economico ed edilizio, che spariva, anno dopo anno, sotto i colpi delle ruspe. Bestiario della fauna umana newyorchese, dai primi insospettabili hipster alle polverose star del cinema, i racconti sono soprattutto un dispiaciuto ritratto di una città che scompare piano, quasi senza accorgersene, sotto i primi impulsi della gentrificazione.

LA SAUDADE DI NEW YORK. L’anima del libro, tuttavia, si nasconde tra le foglie dell’ailanto, l’albero del paradiso protagonista di uno dei racconti più intensi. New York qui luccica e disgusta, eccita e deprime, e l’unico modo per sfuggire all’inevitabile morsa di nostalgia è trovare il proprio posto nella città, aggrapparsi disperatamente a una, seppur vaga, sensazione di familiarità, individuare il proprio ristorante preferito, prendere sempre la stessa strada per andare al lavoro o per tornare a casa. Perché alla nostalgia di New York non ci sarà mai scampo, la città semplicemente ci tiene in pugno e noi non sappiamo perché. Ma i viaggiatori hanno nostalgie meno feroci. Il viaggio è di per sé un anestetico e, alla fine della strada, si accumulano troppi orizzonti per poter soffrire a ogni addio.

Qui l’articolo pubblicato su OggiViaggi.

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