All we ever wanted

A volte penso che qualche brandello di me sia ancora sparso là fuori. Se mi concentro, riesco ancora a sentire il freddo ai piedi mentre mi arrampicavo lungo una rue de Ménilmontant innevata, una sera di dicembre. Nelle narici torna il profumo dei polli arrosto della rue du Bac, il ventaglio di colori dei negozi di calzini e cappelli, la tuta mimetica di un mendicante, lì ogni mattina, chiedeva l’elemosina senza supplicare nessuno. Rivedo la giostra dell’Hotel de Ville e la timidezza feroce di un primo appuntamento. Mi ricordo perfettamente del bicchiere di vino rosso rovesciato sul bancone di un caffè di Buzenval, mentre annegavo nell’attesa fino alle 2 del mattino. Le corse notturne in rue de Tolbiac per trovare il primo taxi che mi portasse, nel minor tempo possibile, al di là della Senna. Le fughe, da Nation a place Monge, per dimenticare, il tempo di un caffè, piccole grandi decisioni inesorabili. La convinzione di vivere qualcosa di spaventosamente più grande e di terribilmente bello. Tutto aveva i contorni dell’assoluto. Pensavo che al mondo non potesse esistere qualcuno che non avesse voglia di abitare a Parigi. Di vivere nell’ebbrezza continua. Anche quando piove.

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Oggi sono qui, al centro di un buio salotto, sprofondato in un silenzio imbarazzato, quello delle case che vanno a letto presto, ma non riescono a dormire, sotto le coperte. A chiedermi se è possibile provare invidia per se stessi, per quello che eravamo un tempo, per le idee che ci illudevano di essere felici. Se fosse possibile, mi piacerebbe recuperare tutti i brandelli lasciati per strada, ricucirli, fare finta per un attimo che niente sia cambiato. Salire su un vecchio scooter nero e lasciarmi portare ovunque. Annuire sorridente durante le conversazioni concitate dei francesi di cui, appena sbarcata, intuivo a malapena il contenuto. Fare per la prima volta ogni cosa. Ma non posso. Di sera, quando il cielo è rosa e il sole insiste sui tetti grigi almeno fino alle dieci, penso d’essere ormai incapace di restare e, allo stesso modo, incapace di partire. La città adesso mi guarda dalla finestra. Mi sento quasi colpevole a scrivere con i tanti occhi accesi che mi guardano, le mille abat-jour nella cascata di appartamenti che si srotolano davanti a me. Parigi ha perso il suo velo, il suo mistero o, chissà, anche io per lei, forse, sono diventata uno dei suoi tanti individui annoiati, che raccontano a se stessi che Parigi non è abbastanza, mentre sono solo loro ad essere di troppo.

Soundtrack: All we ever wanted was everything, Bauhaus

 

Random thoughts of a fashion editor

know I said I had no other practical skills, but I don’t think I’ll ever be as good at anything as I was at selling clothes. Or enjoy anything as much. I was in my element. I would recommend it to any writer. Not just because of the number of people you get to meet, but because it forces you out of your shell. Because writing is so inherently solitary, it is nice to balance it with a job that involves some other socialization.”

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“I always felt like material success meant that you had one of those guys who meet you at the airport with a sign with your name on it. To not have to think about getting anywhere after a flight seemed to me the height of luxury. Being able to abdicate responsibility like that seems the height of luxury.”

“In New York everything is so strange. You can’t think in normal terms. If you think, One day I’d like to have a baby, then you immediately think, How can I live in an apartment that would accommodate a child? If we talk about getting married, we don’t know where we could afford to do a reception in the city. It would be nice to have those things not be a source of anxiety one day.”

“Be kind to everyone. Not because people can help you but because…it will pay dividends. It is the way you will have wanted to live your life in a couple of years and in a few more years even more so, I am sure. And, on a practical level, this is a small city and a small business and a small world. You see a lot of people being unkind for a cheap laugh or for a few page views. And it’s not a way to live your life.”

 

Sadie Stein, Deputy Editor at The Paris Review, on her days as a young unknown writer living between Paris and New York.

Ill wind

A ill wind is bringing me down these days. It’s a real ill one, since I’ve been coughing for days and still not able to leave the apartment or do something different than lay down with books, tea and cats. And a wicked one, ‘cause I’m pretty scared about following it. It’s not pushing me far away, just a few kilometers far from my beloved apartment next to Père Lachaise towards a bigger cozy house. It is not as strong as it used to. It is no more able to push me until another country, to make me eager about crossing the ocean, or even crossing the street. To make me hope for unknown and surprises.

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“Perhaps when we find ourselves wanting everything, it is because we are dangerously close to wanting nothing.” Sylvia Plath wrote these lines in her diaries. She used to feel still and empty, as the eye of a tornado “moving dully along in the middle of the surrounding hullabaloo”. This ill tornado is just leaving myself in the arms of someone else, ready to be shaped by someone else’s plans, since following mine has become that difficult and I’m just looking for simplicity and easiness.

This ill wind is messing with my wish-lists and dreams and I’m desperately fighting in order to spare something from this silent hurricane. But still. I’ve finally discovered myself just longing for this safe nothing. Anxious about trying on different lives, like different dresses, just to put them in a closet once again. As Sylvia Plath would do. Just willing “to lie with my hands turned up and be utterly empty. How free it is, you have no idea how free.”

Soundtrack: Ella Fitzgerald, Ill Wind

 

 

Un altro viaggio in Etiopia

“Ricognizioni approfondite in territori poco battuti”, racconti per testo e immagini di viaggi personali, che mescolino l’arte alla scoperta, la letteratura alla geografia, la ricerca dell’inquadratura con quella del semplice indirizzo. È quanto si propone di fare Humboldt Books, giovanissima casa editrice, nata il 14 febbraio del 2012, da un’idea di Giovanna Silva, fotografa e photo-editor, iniziativa fresca e raffinata, in un panorama editoriale difficile e settario come quello italiano, così battezzata in onore di Alexander von Humboldt, avventuroso esploratore ottocentesco. L’idea è quella di situarsi a metà tra la praticità della guida e lo stile lirico della narrativa, una sorta di non-fiction con variazioni, più o meno romanzate, sul tema del viaggio.

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IN VIAGGIO NEL CORNO D’AFRICA. Così è per “Narciso nelle colonie. Un altro viaggio in Etiopia”, il primo tra i libri di viaggio della Humboldt (in coedizione con Quodlibet), la cronaca di una traversata nel Corno d’Africa con i testi di Vincenzo Latronico, giovane penna italiana, e le immagini di Armin Linke, fotografo italo-tedesco. “Ciò che racconta è accaduto davvero”, scrive Vincenzo Latronico in apertura, “scontato di una scusabile misura di epica”. “I luoghi sono abbastanza esotici da evitare il déjà-vu”, continua, “il tutto, nonostante la drammaticità un po’ forzata, rispetta il carattere essenziale del racconto di viaggio, il suo essere portatore sano di panorami”. Una dichiarazione di poetica che si promette di evitare i cliché, il troppo facile, lo strettamente personale e tutti i facili trabocchetti del racconto di viaggio e che fa da preludio a una straordinaria esperienza a ritroso nel tempo.

LE TRACCE DELLA NOSTRA LINGUA. Il viaggio comincia durante i primi mesi del 2012, in Gibuti, sulle tracce di una leggendaria ferrovia, fatta costruire dai colonizzatori italiani. Passata la “Svizzera d’Africa”, Linke e Latronico si addentrano in Etiopia, passando per Dire Dawa, un tempo centro di snodo e manutenzione di treni, e arrivano ad Harar, “antica metropoli di temibili genti”, città di mercati e compravendite sin dall’Ottocento, dove un certo agente commerciale mise radici nella speranza di trovarvi una vita borghese, ma forse il vento, la polvere depositata nei polmoni, lo uccise, facendone un mito chiamato Arthur Rimbaud. Il viaggio abbandona la ferrovia, utopia incompiuta del sogno coloniale italiano, per seguire imprese cinesi alla testa di autostrade giganti, aerei privati gestiti da una misteriosa commerciante di oppiacei, e continua, destinazione Addis Abeba, con la storia di Hailé Selassié, la lingua italiana che fa capolino in quella amarica, le vestigia del nostro colonialismo, di cui nessuno parla più. “In Italia non parliamo di colonialismo”, scrive Latronico, “perché, in fondo, non ci riteniamo dei veri colonizzatori: sarà la convinzione, consolatoria e falsa, che sia stato in fondo poca cosa rispetto a quello di altri paesi europei; sarà l’illusione, comoda e falsa, che la nostra inettitudine bellica ci abbia impedito di commettere atti poi così gravi; sarà la coda lunga dell’apparato fascista che ha impedito elaborazioni collettive delle colpe”.

LA MAPPA INTERATTIVA. Come ogni libro di viaggio che si rispetti, “Narciso nelle colonie” riserva in coda una serie di appendici: un approfondimento sulla figura storica di Hailé Selassié con un’intervista al giornalista e storico Angelo Del Boca, che lo ha incontrato di persona, un excursus sul ruolo del negus nella musica giamaicana, un dizionario dei lasciti italiani nella lingua amarica e un prontuario di indirizzi. E per seguire il viaggio, su Google Maps c’è anche una mappa interattiva, tappa dopo tappa. Alla fine, resta un’ammissione di colpe. “Sono partito cercando una cosa, e non l’ho trovata”, ammette Latronico, perso davanti a quel “collasso della cronologia” che sono gli archivi del Corno d’Africa. E, tra le righe, la consapevolezza che, inevitabilmente, pur sfuggendo al soggetto imperante, si è finiti per parlare di se stessi, tra le polveri rosse delle autostrade, le sagome delle gazzelle e il retrogusto piccante delle cene etiopi. Sarà perché “siamo andati in Etiopia, da europei, cercando un’immagine di noi”, o “come Narciso nelle colonie, convinti di avere a che fare, in buona sostanza, con uno specchio, e di sapere già che immagine avrebbe restituito”.

Qui l’articolo pubblicato su OggiViaggi.

 

Hollande in stile gangsta

Si chiama Pierre-Yves Bocquet, ha 40 anni, ed è uno degli uomini in giacca e cravatta che ogni mattina attraversano la rue du Faubourg Saint-Honoré per arrivare puntuali in ufficio. E non in un ufficio qualunque, ma all’Eliseo, nel cuore dell’ottavo arrondissement di Parigi. C’è però una parte della Francia che lo conosce, anzi lo legge, sotto il nome di Pierre Evil, critico musicale gagliardo, di quelli che non la mandano a dire, appassionato e cultore di gangsta-rap. Da circa due settimane, tuttavia, Evil, la metà oscura, è stato messo in cantina, in favore di Bocquet, l’alto funzionario, nuovo paroliere di François Hollande, la cui missione sarà quella di impiegare il suo estro letterario al servizio dello stato e scrivere i discorsi, le prefazioni e gli interventi del primo uomo di Francia. Anche se, hanno precisato gli uomini del presidente, non si tratterà di redigerli dall’inizio alla fine ma solo di “preparare”, una sorveglianza speciale alla sintassi e allo stile, insomma, perché “Hollande ama scrivere da solo i suoi discorsi”.

Così Hollande cambia stile e, quando ha deciso di regalarsi un ghost writer nuovo di zecca, non ha dovuto fare molta strada. Bocquet era, infatti, già in carica presso il governo, precisamente agli affari sociali. La sua militanza negli ambienti politici, però, comincia durante gli studi, quando è tra gli eletti del più grande sindacato studentesco di Francia (UNEF). La carriera all’Eliseo debutta, invece, nel 2000, presso l’ufficio di Elisabeth Guigou, ministro del Lavoro ai tempi di Lionel Jospin. Adesso Bocquet prende il posto di Paul Bernard, che lascia il calamo di stato per ragioni personali, secondo quanto indicato dalle fonti ufficiali.

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Una notizia che ha destato l’attenzione, soprattutto per l’anima nascosta di Bocquet e per la sua doppia vita: alto funzionario discreto di giorno, critico musicale sovversivo di notte. Pur restando sempre anonimo, infatti, si era già fatto notare ai tempi in cui era redattore musicale per il magazine culturale Chronic’art, per lo stile hardcore e soggettivo, con incursioni inaspettate nella sociologia alla Bourdieu. Fred Hanak, giornalista e suo ex collega, nonostante non l’abbia mai incontrato di persona, ne dice meraviglie: “Evil sa di cosa parla, prende il tempo necessario per capire le parole, non fa mai errori, usa i riferimenti con maestria e non bada certo ad accattivarsi gli artisti”. Per lui, Bocquet anzi Evil, è tra i tre migliori critici francesi di rap, nonostante la sua conoscenza del rap domestico lasciasse a desiderare. “Evil è come Chirac”, continua Hanak, “un mago nella politica estera, scarso in politica interna”. Cyril de Graeve, che fu suo caporedattore sempre presso Chronic’art, lo ricorda come un uomo senza particolari stravaganze, vestito con poca fantasia ed eccentricità, tutto il contrario dei suoi articoli. “Si faceva vedere poco, lavorava per noi in maniera sporadica e come volontario”. Bocquet ha anche firmato con il suo pseudonimo (che, non ce ne voglia, fa un po’ sorridere) Pierre Evil, il libro Gangsta-Rap, pubblicato nel 2005 dalle edizioni Flammarion, il volume Detroit Sampler, in uscita, e un documentario per ARTE, nel 2008. Bocquet sarebbe quindi avvolto da un’aura di mistero. I suoi stessi colleghi non sapevano nulla della sua vita e, secondo quanto ha riportato Le Monde, gli anelli brillanti e massicci che sfoggiava alle mani hanno destato più di un pettegolezzo tra i corridoi.

Hollande, la cui presidenza era stata salutata con il terribile epiteto di “normale”, si sta rivelando ai francesi ben più stravagante di quanto abbia lasciato intuire due anni fa. Dopo l’affaire Gayet che ne ha rivelato le improbabili doti di tombeur de femme, adesso Hollande sembra seguito a vista dalla stampa che non perde occasione di metterne in rilievo stranezze e mondanità. Che sia uno stratagemma per recuperare terreno e affrontare il più basso tasso di popolarità nella storia della repubblica francese? I sondaggi hanno rivelato, infatti, come la love story con l’attrice francese abbia incrementato l’approvazione dei cittadini per il loro presidente, che non ha invertito la curva della disoccupazione ma almeno si è conquistato un po’ di spazio in più sui giornali. Questo non ha impedito, tuttavia, a Hollande di mantenere il record del 71% di impopolarità, soprattutto dopo la sonora sconfitta delle municipali, un tasso superato solo dal suo ex primo ministro Ayrault, in pole position con il 74%.

In ultimo, per quanto riguarda la sua nuova penna, che i sostenitori di François il Normale non si spaventino. Pierre Evil, ricercato disperatamente per portare un po’ di carisma nel grigio Eliseo, ha sì un nome d’arte da figlio del Bronx ma si presenta con un curriculum d’eccezione e ha gli assi nella manica necessari per ogni francese che voglia bussare alle porte dei palazzi importanti: la rispettabile Sciences Po e l’ENA, la scuola nazionale d’amministrazione, con sede a Strasburgo, che ha visto sui banchi di scuola anche Chirac, Valéry Giscard D’Estaing e lo stesso Hollande, biglietti da visita che di solito fanno brillare gli occhi a ogni francese vecchia scuola che si rispetti, ben più importanti anche della sua decantata ars oratoria.

 

Qui l’articolo pubblicato su Doppiozero.

Un pomeriggio con Jacques Le Goff

L’ho incontrato un pomeriggio d’agosto, nella sua casa affacciata sul Canal de la Villette, dalla quale non usciva ormai da tanti anni. La malattia lo costringeva, lui, letterato vagante, a una sola peregrinazione, quella nel suo studio, traboccante di libri e scritture. Le foto che accompagnano gli ultimi articoli mostrano un altro Jacques Le Goff, più giovane, anche forse più sbruffone. In realtà, era molto più magro, aveva perso quel ghigno da tempo, piegato dagli anni sulle spalle, dalla necessità del bastone, dalla convivenza di una memoria di ferro e un’intelligenza fervida in un corpo ormai logoro.

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Discutemmo del tempo, delle sue forme, dei corsi e ricorsi storici, degli anni che vanno a passo di gambero. “Il tempo è un fenomeno multiplo”, raccontava, “gli uomini hanno cercato di imprigionarlo, attraverso strumenti che si sono perfezionati nei secoli, dai tre minuti di sabbia della clessidra alla meridiana, all’invenzione rivoluzionaria dell’orologio meccanico. Ma il tempo umano sfugge a tali misurazioni. È il tempo sbiadito del ricordo, quello lento dell’attesa, è il tempo veloce della paura e dell’amore, è raramente solo naturale”.

Mentre le ore passavano, correvano anche i secoli. Dai campanili dei primi monasteri arrivammo all’Europa, all’oscurantismo di Angela Merkel, “se ci si sbarazzasse di lei sarebbe meglio per tutti”, alle lente conquiste dell’uomo che, forse, solo la prospettiva ampia di uno storico può cogliere. “Non siamo ancora usciti dall’effimero”, mi diceva, “credo che l’avvento di un’Unione Europea compatta e coesa si accompagnerà all’abbandono del reame dell’effimero per entrare in un’era di movimento e sviluppo, costante ed evolutivo. E questo non è l’unico retaggio dell’era moderna che pesa sull’umanità: siamo invischiati nei nostri angusti mondi quotidiani, nelle problematiche della vita personale, vittime di un certo narcisismo, diventato quasi un’ossessione per i nostri piccoli drammi. Novelli romantici, rannicchiati nel nostro sé, a confezionarci una perfetta immagine di noi stessi”.

Terrorizzato all’idea di dover un giorno insegnare via computer e piegarsi agli infernali utensili della vita contemporanea, Le Goff aveva ancora un’ultima ragione per sentirsi professore: “il rapporto con i miei studenti, con i quali ci scriviamo ancora adesso”. Una predilezione per il tempo decelerato, per la calma della notte, che concilia il ragionamento, la riflessione, la scrittura. Prima di salutarmi, mi regalò il “suo” San Luigi, la sua ultima grande opera, quasi 1000 pagine dedicate alla vita del santo, e mi disse: “Vivere al rallentatore è ancora possibile, soprattutto, nel senso più letterale. Pensiamo agli astronauti: corpi sparati nello spazio alla velocità della luce, costretti a muoversi come in una moviola una volta dentro l’astronave. Questo è un nuovo modo di vivere il tempo che di certo nel Medio Evo gli uomini non avrebbero neanche concepito. Sono sicuro che nuove forme di tempo ci aspettano, più veloci sicuramente, ma anche più lente, che adesso non riusciamo neppure a scorgere all’orizzonte, ma che verranno presto a sorprenderci”.

Jacques Le Goff (1° gennaio 1924, Tolone – 1° aprile 2014, Parigi)

A questo link, il numero di World, il magazine internazionale di Pirelli, con la mia intervista in inglese a Jacques Le Goff. Il mio nome, per ermetiche logiche di mercato, non c’è. Dovrete credermi sulla parola.

 

 

Parigi osa: Hidalgo la socialista vince la capitale

Orchestra, fiumi di champagne e la cornice maestosa dell’Hôtel de Ville. Per Anne Hidalgo, nuovo sindaco di Parigi, il primo strappo alla regola di una campagna all’insegna della moderazione e del rigore è la celebrazione della sua vittoria nel cuore della città, in quello che sarà il suo quartier generale per almeno altri 6 anni. Da ieri sera, Hidalgo è il primo sindaco donna della capitale francese. Origini spagnole, 54 anni, alle spalle una lunga militanza accanto al sindaco uscente e un passato da ispettrice del lavoro, la candidata socialista risolleva le sorti della sinistra, che fallisce miseramente nel resto della Francia, perdendo 155 comuni e offrendone 13 al Front National. Hidalgo, oltre a portarsi a casa il 54,5% dei voti, vale a dire 9 punti in più rispetto alla sua rivale, vince anche nei distretti chiave di Parigi, il 12esimo e il 14esimo (dove la candidata socialista Carine Petit ha battuto Nathalie Kosciusco-Morizet in persona). Una vittoria che, se non per il numero di voti, resta comunque significativa davanti alla sconfitta socialista e al disastro di Hollande.

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Seconda sul podio, dopo aver assaporato il brivido della vittoria domenica scorsa, Nathalie Kosciusco-Morizet è costretta a ricominciare quindi non da zero, ma almeno da due, salvando, tra quelli più importanti, il nono distretto, con la candidata Delphine Bürkli, e, suo malgrado, il quinto, con la vittoria di Dominique Tiberi, figlio dell’ex-sindaco Jean, candidato dissidente dell’Ump, uno di quelli che a Nkm non andava tanto a genio. Kosciusco-Morizet resta, tuttavia, la candidata più mediatizzata di Francia, con 5 biografie all’attivo redatte durante i mesi della sua campagna e, per lei, c’è chi parla di vittoria, “malgrado tutto”. La candidata UMP è, infatti, riuscita nell’obiettivo principale: farsi un nome, avvicinarsi al tavolo dei grandi della destra e sedervisi senza alcun timore reverenziale. Purtroppo, c’è chi è convinto, soprattutto tra i suoi militanti, che sia stata la vicinanza ai sempiterni baroni della destra ad affossare Nkm. Come a dire, gli elettori non vogliono Hollande, ma di certo non vogliono indietro Sarkozy.

Una sconfitta, quella della candidata Ump, forse, resa ancora più amara dalla virata generale a destra, o estrema destra, di tutta la Francia. Tolosa, Pau, Reims, Saint-Etienne, Limoges, Quimper sono solo alcune delle città che passano alla destra, da Ajaccio a Caen più di metà della Francia cambia bandiera e dà inizio a un nuovo corso. Su tutto il territorio nazionale, l’UMP ha totalizzato il 45,91% dei voti, mentre i socialisti si fermano a un risicato 40,57% e il Front National si ringalluzzisce del suo 6,84%e delle sue città, alcune conquistate già al primo turno, tra cui Béziers, Beaucaire e Fréjus. Nathalie Kosciusko-Morizet perde Parigi ma guadagna un’ampia fetta di elettorato, portandosi a casa non la fascia da sindaco ma una fiducia da cui poter ripartire. Come dichiara ai microfoni della stampa, senza nascondere un’innegabile amarezza, “un movimento si è creato e si annunciano altre battaglie, per la Francia, per Parigi”. E, sebbene Nkm punti ormai all’Eliseo, potrebbe rifarsi con un match di ritorno per la presidenza del cosiddetto “Grand Paris”, vale a dire la capitale e le sue numerose banlieue, tra le quali, da Yvelines a Seine Saint-Denis, non poche sono passate a destra.

Pascale Nivelle, giornalista politica di Libération, non acclama alcun cambiamento. “La novità per Parigi è un primo sindaco donna e socialista”, conferma, “ma l’elettorato della capitale resta eccezionalmente stabile da circa 12 anni, blu a ovest, rosa a est, (il blu è il colore della destra, il rosa della sinistra, ndr), uno scenario che sarà difficile da sradicare per la destra, anche in futuro”, al quale si aggiunge un tasso di partecipazione decisamente poco incoraggiante, che si attesta intorno al58%. Niente di nuovo quindi per la capitale, dove anche il consiglio municipale conserva quasi le stesse percentuali, con 91 consiglieri a sinistra e 71 a destra, ma si presenta più verde, con 16 consiglieri ecologisti contro i 9 del consiglio uscente, e un po’ più rosso, con 13 consiglieri comunisti.

All’Eliseo, intanto la vergogna è cocente. Il nome di Hollande, sulla stampa internazionale e nelle dichiarazioni dei politici, a destra e a sinistra, è ormai sinonimo di disastro e, all’indomani di quello che per molti era soprattutto un referendum per Hollande, il governo annuncia le dimissioni.

Nell’attesa, la sinistra francese riparte da Hidalgo e dalla sua “Paris qui ose”. Da domani, i 163 nuovi consiglieri comunali di Parigi seguiranno il consueto iter di accoglienza. Un vero e proprio cammino iniziatico che passa dalla biblioteca dell’Hôtel de Ville, dove verrà loro consegnato un dossier con le informazioni necessarie, alla Buvette, per sorseggiare il loro primo caffè da consiglieri fino alla consegna di saccoccia e sciarpa cittadine. L’elezione ufficiale del nuovo sindaco si terrà sabato 5 aprile. Poi, tutti gli occhi saranno puntati su Anne, impazienti di sapere se Parigi sarà finalmente in grado di osare, al di là di piste ciclabili, lungofiume e fontanelle d’acqua gassata.

 

Qui l’articolo pubblicato sulla pagina di FQParigi, blog de Il Fatto Quotidiano.

Israele a fumetti

Se fosse stato il semplice resoconto di un viaggio, probabilmente 60 giorni, in 200 pagine, non sarebbero bastati. Ma il viaggio di Sarah Glidden, autrice di “Capire Israele in 60 giorni (e anche meno)”, scava in profondità, ritorna in superficie, plana su dubbi, convenzioni e preconcetti. A ogni passo, esercita il diritto al dubbio, il rifiuto della propaganda acritica, ma anche la messa in discussione dei suoi stessi pregiudizi contro un paese che tutti conoscono solo attraverso il filtro della stampa.

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L’album, entrato direttamente nella classifica delle migliori 10 graphic novel del 2010 e pubblicato da Rizzoli Lizard nel 2011, è il primo libro di Glidden, classe 1980, ebrea americana di Brooklyn, e racconta la sua esperienza a ritroso nel tempo e nello spazio, alla ricerca delle proprie origini e della storia del suo popolo. A 26 anni, infatti, Sarah decide di partecipare al programma Taglit, una sorta di viaggio-studio, finanziato dagli ebrei di tutto il mondo, perché i più giovani possano visitare Israele e vedere da vicino le tappe del popolo eletto.

ISRAELE COME UNA CELEBRITY. Scegliendo di parlare in prima persona, come hanno fatto prima di lei grandi del fumetto autobiografico, da Marjane Satrapi a Joe Sacco fino ad Art Spiegelman, Glidden approccia la storia confrontando la versione israeliana della situazione al suo punto di vista personale, alle sue letture, rifiutando ogni sorta di propaganda e facile retorica. Ogni capitolo è introdotto da una mappa dell’area visitata e, a fine album, a completare le informazioni ci sono un piccolo glossario e una breve cronologia del conflitto israelo-palestinese, per decifrare più facilmente la storia del paese. Perché visitare Israele, scrive Sarah, “è come avvistare una celebrità in una strada affollata, qualcuno la cui vita folle ce la ritroviamo sempre sbattuta in prima pagina sui giornali, e poi alla fine è là, proprio di fronte a noi”.

LA SCONFITTA DEI BEDUINI. Il viaggio inizia dalle alture del Golan, il maestoso altopiano situato ai confini tra Giordania, Libano, Siria e Israele, tra i territori più contesi dell’area israeliana. La terra, vista fuori dal finestrino, appare come un piano susseguirsi di campi, tutti non edificabili per via delle centinaia di mine anti-uomo disperse. L’autobus trasporta il lettore di scoperta in scoperta, dal Lago di Tiberiade ai tanti kibbutz sperduti nelle campagne, dall’incontro con i soldati israeliani, giovanissimi e quasi inconsapevoli, al campo dei beduini nel deserto del Negev, nella parte meridionale dello stato d’Israele, una distesa di sabbia che occupa più della metà del paese stesso. Qui, la calma apparente delle dune dissimula una delle storie più tristi di Israele, quella dei beduini, la cui sconfitta, considerata ormai a livello internazionale come un fatto compiuto, non desta più interesse. Un tempo signori del deserto, dopo l’indipendenza di Israele, nel 1948, i beduini furono espulsi o confinati nel 2% del loro antico territorio, senza diritti sulla terra, acqua ed energia elettrica. Così oggi, per non soccombere alla miseria, guidano le caravane di turisti lungo i luoghi della loro sconfitta. “Per lo stato di Israele, siamo erbacce da sradicare”, conclude la guida.

QUELLO ZIO IMPAZZITO. “Ho sempre pensato di essere progressista, questo vorrebbe dire che sono anti-Israele”, rimugina Sarah, “ma sono ebrea, quindi dovrei sostenere il mio stato, invece sono pro-Palestina”. Lentamente, ogni convenzione sembra allentare le redini, ogni etichetta cancellarsi e svanire nel grande caos finale di Gerusalemme, della sua città vecchia dalle tre anime, cristiana, araba ed ebrea, dove i minareti si confondono con le stelle di David e le stazioni della via crucis, i bazar profumano di spezie e incenso sacro e i copricapi sono di tutte le forme e dimensioni. “Essere a Gerusalemme è un po’ come essere a New York o a Parigi”, ha dichiarato Glidden in un’intervista, “ci si sente al centro del mondo, si ha voglia di restare, inventarsi qualcosa per cambiare la realtà, ma sono fantasie un po’ ingenue, e anche un po’ egoiste”. Si finisce per non farsi più le stesse domande, per non cercare più risposte forse, per accettare le contraddizioni di un paese per quelle che sono. Come Sarah, che alla fine del viaggio, resta semplicemente a guardare. “Alcuni di noi vedono Israele come un povero zio impazzito… sul quale abbiamo ormai perso ogni controllo, ma del cui comportamento siamo in qualche modo responsabili, e rigettarlo pubblicamente sarebbe come sbandierare la vergogna della nostra famiglia”.

 

Qui la recensione pubblicata su OggiViaggi.

Ritratto del giornalista da giovane

“Ho vissuto nello stesso appartamento per 25 anni e sono consapevole che sono stata in grado di vivere della mia scrittura, sin da giovane, in parte grazie a un affitto moderato. Pagavo poche centinaia di dollari al mese e, se avessi dovuto pagarne anche 200 o 300 in più, avrei avuto bisogno di un lavoro regolare. Avrei dovuto relegare la scrittura al tempo libero o avrei dovuto avere dei coinquilini. Le mie circostanze, invece, erano ideali per fare di me una giovane autrice culturale. Gli autori che vivono adesso i loro vent’anni o anche trent’anni non hanno la stessa fortuna”.

A scrivere è Rebecca Solnit, autrice californiana, classe 1961, residente a San Francisco. Penna eclettica, che ha scritto di arte, economia, politica, antropologia, con pagine che vanno dall’attivismo ambientale contro gli esperimenti nucleari nel deserto del Nevada al ruolo del fotografo inglese Eadweard Muybridge nella cultura contemporanea. È lei a firmare il libro “A Field Guide to Getting Lost”, una guida al perdersi, in tutte le sue accezioni, dove, in un capitolo meravigliosamente intitolato “The Blue of Distance”, analizza il legame tra il colore blu e le distanza, nel tempo e nello spazio, passando dal blu di Yves Klein ai Nativi Americani ai nomadi, quelli veri, che non vagabondano senza meta ma hanno rotte ben precise.

Solnit è il mio autore feticcio da un po’ di tempo a questa parte. Come si definisce lei stessa, è una scrittrice indipendente dal 1988 e, sul suo blog, lascia ai suoi lettori un indizio per immaginare dove nascono le sue storie: una foto del suo studio.

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Definirsi “scrittrice indipendente”, poterlo fare da una finestra affacciata sull’Oceano Pacifico, potersi guadagnare da vivere scrivendo e donando se stessi nella scrittura, sono privilegi che Solnit riconosce consapevolmente di avere. Fosse vissuta in un’altra epoca, o forse semplicemente altrove, probabilmente non sarebbe andata così.

In questi giorni di malattia, di vita domestica coatta, ho scritto a una velocità di due articoli al giorno. Dal mio studio, che non si affaccia sull’oceano ma sulle cime verdeggianti del Père Lachaise, ho mandato mail in tutta Europa per articoli a venire, per prendere contatti, per avere informazioni, dettagli, conferme. Ho proposto nuove idee, ho discusso l’angolo degli articoli da scrivere, ho risposto a deadline urgenti per “stare sul pezzo”. Ecco, se solo potessi farlo tutti i giorni, se solo fossi pagata degnamente, se solo vivessi in un mondo non necessariamente ideale, ma giusto, semplicemente, non avrei bisogno di togliermi lo smalto colorato, infilarmi tacchi alti e tailleur e andare a distribuire badge e formulari ai convegni. Non avrei bisogno di vendere sciarpe, gioielli e bijou alla clientela snob del Marais. Non avrei avuto bisogno di indossare un grembiule verde fluorescente e servire pizze e pasta scotta alla periferia di Parigi.

Sì, è vero. Quando non c’è lavoro, ci si adatta e si fa il possibile. Ma il problema è proprio questo. Io un lavoro ce l’ho. Lavoro, dalla mattina a sera. E ne ho talmente tanto che si accumula, sulla scrivania, piena di libri iniziati e appunti, sul desktop del computer, sulla casella di posta, con le mail a cui faccio fatica a rispondere. Quando leggo, lavoro. Quando vado in giro per la città a raccogliere spunti, lavoro. Quando passo il giorno e la notte a scrivere, correggere, verificare, limare, lavoro. Io un lavoro ce l’ho. Ma non sono pagata per farlo.

Viviamo giorni strani. Tra un centinaio di anni, agli occhi delle generazioni future, verremo ricordati come quelli che, da un giorno all’altro, non sono più stati retribuiti. L’Italia (e non solo) sarà descritta come il paese in cui, all’improvviso, è stato deciso che certi lavori, pur continuando a essere richiesti, non saranno più pagati. Chi scrive non è pagato. Chi scatta fotografie non è pagato. Potrei continuare elencando almeno un’altra decina di mestieri scomparsi. Le professioni sono state divise in lavori di serie A (soprattutto manuali o estremamente tecnici, ci serve assolutamente una persona, stipendio superiore al salario minimo e giorni di ferie assicurati) e serie B (puro lavoro intellettuale e creativo, di cui si può fare a meno o se proprio lo vuoi fare fallo, ma non ti aspettare grandi cose…). E parlo soprattutto dell’Italia non per infierire, non per lodare le altre nazioni europee. Semplicemente perché è il paese con cui ancora continuo a lavorare per la maggior parte del tempo, e in cui noto, ahimè, una certa attitudine, un certo dare per scontato che “tanto non ti paghiamo”, la sicurezza, mentre si scrive una mail, di non avere una risposta, e in ultimo una certa idea di “selezione per nuova gente” che si traduce in: mandateci dati completi, cv e lettera di motivazione via mail, tanto non vi rispondiamo neanche per dirvi che ci fate schifo ma vi sommergiamo di spam e pubblicità.

Mi sono ritrovata a vivere in un’epoca in cui la scrittura raramente valica i confini dell’hobby, del tempo libero, nell’epoca in cui si sono diffusi sinonimi di compenso che suonano come “visibilità”, “contatti”, “passaparola”. Mi sono ritrovata a lavorare in un periodo in cui, nel migliore dei casi, per un pezzo di 8.000 battute sarò retribuita con 30 euro lordi (vale a dire 24 euro che arrivano sul conto corrente dopo 90 giorni). Di tutto questo, ne sono ben consapevole, si parla da anni. Non sono la prima a essermi svegliata e scoprire che, come si diceva in un vecchio articolo, questo non è un paese per giornalisti. Ho attraversato alti e bassi. Momenti di rigetto al solo avvicinarmi alla tastiera di un computer. Poi periodi di gloria in cui macinavo una decina di articoli a settimana. Per poco più di un mese, ho deciso di dire basta. E, quando ho iniziato a lavorare in un ristorante, e con le sole mance riuscivo a vivere degnamente (affitto escluso, ovviamente), ho sinceramente pensato di appendere penna e taccuino al chiodo. Poi ho iniziato a fare la hostess e sono passata da un’agenzia all’altra con una facilità che potrebbe, da sola, sollevare il tasso di mobilità giovanile in Europa. Sui saloni, le hostess più navigate mi presentavano ai loro datori di lavoro per nuove funzioni, lodando il mio savoir faire. Ho scoperto in pochi giorni di saper infilare i badge nelle fodere di plastica con uno stile invidiabile. Riempio i moduli alla velocità giusta, non troppo lentamente per non far annoiare il cliente, non troppo velocemente per non fargli credere di essere liquidato. Ho un sorriso che accoglie ma non invade. Un modo di fare competente ma non arrogante. Una lunga carriera potrebbe aprirsi di fronte a me.

Ma scrivere mi manca. E non è il solo atto di comporre periodi gradevoli, per quello c’è il blog. Ma è il contatto con le redazioni, il discutere del taglio di un articolo, il recarsi sul posto, il conoscere nuove persone, fare entrare in contatto il loro mondo con il mio, il momento della pubblicazione, le reazioni, il confronto. Ecco perché penso che la cosa peggiore che si possa dire a un giovane giornalista che cerca di farcela è “Se non ti pagano che scrivi a fare?”. Sul blog di un quotidiano più o meno conosciuto dove ho il piacere di scrivere, commenti di siffatta lega si sprecano. I blogger non sono pagati e vengono accusati di narcisismo. Ipocriti che vogliono combattere un sistema, ma poi fanno di tutto per sguazzarci dentro. Ecco, avete ragione. Vorrei tanto che il sistema fosse diverso, vorrei essere pagata onestamente per quello che faccio, ma non voglio tagliarmi fuori, non voglio rinunciare a farne parte. So che il massimo che una redazione possa darmi in questo momento (i 30 euro lordi di cui sopra) comunque non mi aiuteranno a pagare neanche i croccantini dei gatti. Ecco perché ho deciso di continuare. Per quel che mi riguarda, smettere di scrivere sarebbe cedere a un ricatto ancora più grave.

Sylvia Plath, sui suoi diari, scriveva “Voglio scrivere perché ho bisogno di eccellere in uno dei mezzi di interpretazione della vita”. Con le dovute differenze, è un po’ come mi sento anche io. Scrivo, nella speranza che un giorno possa diventare il mio lavoro a tempo pieno. Di riuscire, prima o poi, a liberarmi dalla tirannia dei clic e del “mi raccomando, non più di 5.000 battute altrimenti i lettori on-line si rompono le palle”, dei “non essere troppo didattica” e “usa parole più facili”. Lo farò finché avrò l’energia di scrivere nei ritagli di tempo e nelle giornate libere. Quando mi stancherò, chiuderò per sempre e abbandonerò ogni velleità. Un lavoro fuori, di quelli di serie A, lo troverò sicuramente.

 

Parigi: testa a testa senza passione tra UMP e socialisti

Faceva freddo ieri lungo il Boulevard Henri IV. Il quartier generale di “Oser Paris”, la lista di Anne Hidalgo, candidata socialista alle municipali di Parigi, invaso dai giornalisti, raggelati, e da un manipolo di militanti, cercava di salvare le apparenze e trovare qualcosa da dire alla stampa, dopo i primi positivi, ma illusori, auspici. Lei, l’andalusa, come la chiamano a Parigi, si è fatta vedere solo intorno alle 22, a scrutini ormai conclusi, con un discorso di circa 3 minuti.

Mentre dall’altra parte della città la sua rivale si rallegrava “dell’insurrezione democratica dei parigini”, Hidalgo si limitava a ringraziare tutti colori che si erano mobilitati, ben pochi a dir la verità visti i tassi di partecipazione in tutto il paese (l’astensione si attesta intorno al 38%, superando il record del 2008 del 33,4%), e ricordava a sostenitori e detrattori che le elezioni, si sa, si vincono su due turni e c’è ancora una settimana per recuperare terreno. Nessuna considerazione riguardo ai risultati su scala nazionale, alla minacciosa avanzata del Front National. “Sappiamo che il contesto nazionale non è facile”, questo il senso della litote per Hidalgo, e per i socialisti tutti che si mostrano, almeno in apparenza, sicuri, perché “dopo il successo strepitoso del 2008”, dicono, “ci aspettavamo di perdere qualche città”.

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Eppure, a inizio serata, la sconfitta non era all’orizzonte. Le prime voci davano Hidalgo vittoriosa con il 38% dei voti, contro il 35% della rivale dell’Ump Nathalie Kosciusko-Morizet. Ma i sorrisi hanno fatto presto a diventare smorfie, soprattutto alla notizia che nel 15esimo distretto, dove Hidalgo si era presentata personalmente, il candidato Ump annunciava già una riuscita insindacabile, con il 48,9% dei voti.

L’atmosfera era diversa al cafè Delaville, bar chic lungo i Grands Boulevards, a due passi dal quartier generale di Nathalie Kosciusko-Morizet, in rue de la Lune, affittato per metà dai militanti Ump, per seguire insieme lo scrutinio del primo turno. Si canta vittoria, un po’ troppo facilmente, considerata la sconfitta schiacciante in due distretti chiave di Parigi, il 12simo e il 14simo. Ma Nkm non se la prende, sceglie ancora una volta la metropolitana (con agenti di scorta e telecamere al seguito,cela va sans dire) per raggiungere il suo quartier generale e ringraziare i parigini. La stampa, tuttavia, non ci casca, e Hidalgo non ha tutti i torti nel riporre le sue speranze nel secondo turno. Il recupero dei voti degli ecologisti potrebbe apportare ai socialisti quei pochi punti in più necessari per ribaltare la situazione.

Un dato che non si presta a numerose interpretazioni è, invece, il tasso di astensione dei parigini. La campagna tutta al femminile per la corsa alle municipali non sembra, infatti, aver entusiasmato la città. “Si gioca a colpi di foto sui social network”, hanno denunciato i giornalisti locali, “ma non c’è nulla di rivoluzionario nei programmi”. Così è stato, infatti, soprattutto per la candidata Ump. Passerà alla storia il suo celebre tweet sul “momento di grazia” nella metro, e la conseguente reazione su twitter degli internauti. Non è stata da meno la pausa sigaretta con i senzatetto, il cui effetto sperato di arrivare a toccare il cuore più povero di Parigi è miseramente fallito, quando, sempre sui social network, occhi impietosi hanno riconosciuto la borsa di 2000 euro della candidata in questione, la quale, per la cronaca, ignora anche il prezzo di un biglietto della metropolitana.

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Anche aguzzando la vista, sono poche le differenze tra i programmi delle due candidate, entrambi ancorati si problemi cruciali della capitale francese: alloggio, economia in letargo, inquinamento e trasporti. “La sicurezza della città è tra le mie priorità”, puntualizza la candidata Ump, che intende potenziare il sistema di polizia e telecamere, per le strade e nei trasporti, “insieme all’economia”, con incentivi per le start-up e il proposito di diminuire la pressione fiscale. Kosciusko-Morizet annuncia inoltre una rivoluzione degli orari parigini, con biblioteche e asili nido aperti fino a tardi e la metropolitana attiva tutta la notte nel fine-settimana. Sembra puntare sul problema alloggio Hidalgo, con la promessa del 30% di alloggi sociali in più per il 2030 e la riconversione di 200.000 metri quadri di uffici vuoti in abitazioni. Segue il proposito di non aumentare le tasse e l’obiettivo di difendere il patrimonio culturale.

La chic Nkm e la pasionaria Hidalgo non sono riuscite, tuttavia, a infiammare gli animi parigini, almeno per ora. Del programma socialista, dal titolo eloquente “Paris qui ose”, circa 200 pagine in pdf, un lungo elenco di obiettivi e risoluzioni per la sua Parigi 2014-2020, illeggibile anche per i più interessati, i parigini ricordano soprattutto un proposito singolare: l’installazione di due fontanelle d’acqua gassata, gratuite, in ogni distretto di Parigi. Mentre l’idea di volertrasformare le stazioni deserte della metropolitana in piscine sotterranee e luoghi di ritrovo esclusivi, fantasia della candidata Ump, è stata oggetto di non poche parodie sul web.

Gli stessi commenti del giorno dopo sono più all’insegna del colore, che della vera e propria analisi politica. Soprattutto se, dietro lo scontro tra le due candidate donne alle comunali di Parigi, ne appare una terza, che non ha faticato a guadagnare le prime pagine dei giornali e che risponde al nome di Marine Le Pen. “I francesi si sono ripresi la loro libertà”, annuncia trionfante. E,secondo il direttore di Libération, Eric Decouty, c’è da scommettere il FN sarà l’arbitro del secondo turno delle municipali (il 30 marzo), ma non solo. In non poche città, il partito di Marine Le Pen potrebbe vincere già dal primo turno, indice di un’onda estremista che si è spinta ben oltre le aspettative. E anche le europee si tingono di nazionalismo dopo i risultati di ieri. “C’è sicuramente da temere”, continua Decouty, “e il secondo turno si prospetta sicuramente violento”, su scala nazionale e locale. Intanto, a Parigi, si aspetta il 30 marzo che, malgrado i cori al cafè Delaville, si annuncia a favore dei socialisti.

 

Qui l’articolo pubblicato su FQParigi, il blog parigino de Il Fatto Quotidiano.