All we ever wanted

A volte penso che qualche brandello di me sia ancora sparso là fuori. Se mi concentro, riesco ancora a sentire il freddo ai piedi mentre mi arrampicavo lungo una rue de Ménilmontant innevata, una sera di dicembre. Nelle narici torna il profumo dei polli arrosto della rue du Bac, il ventaglio di colori dei negozi di calzini e cappelli, la tuta mimetica di un mendicante, lì ogni mattina, chiedeva l’elemosina senza supplicare nessuno. Rivedo la giostra dell’Hotel de Ville e la timidezza feroce di un primo appuntamento. Mi ricordo perfettamente del bicchiere di vino rosso rovesciato sul bancone di un caffè di Buzenval, mentre annegavo nell’attesa fino alle 2 del mattino. Le corse notturne in rue de Tolbiac per trovare il primo taxi che mi portasse, nel minor tempo possibile, al di là della Senna. Le fughe, da Nation a place Monge, per dimenticare, il tempo di un caffè, piccole grandi decisioni inesorabili. La convinzione di vivere qualcosa di spaventosamente più grande e di terribilmente bello. Tutto aveva i contorni dell’assoluto. Pensavo che al mondo non potesse esistere qualcuno che non avesse voglia di abitare a Parigi. Di vivere nell’ebbrezza continua. Anche quando piove.

normal_night-rain-in-paris

Oggi sono qui, al centro di un buio salotto, sprofondato in un silenzio imbarazzato, quello delle case che vanno a letto presto, ma non riescono a dormire, sotto le coperte. A chiedermi se è possibile provare invidia per se stessi, per quello che eravamo un tempo, per le idee che ci illudevano di essere felici. Se fosse possibile, mi piacerebbe recuperare tutti i brandelli lasciati per strada, ricucirli, fare finta per un attimo che niente sia cambiato. Salire su un vecchio scooter nero e lasciarmi portare ovunque. Annuire sorridente durante le conversazioni concitate dei francesi di cui, appena sbarcata, intuivo a malapena il contenuto. Fare per la prima volta ogni cosa. Ma non posso. Di sera, quando il cielo è rosa e il sole insiste sui tetti grigi almeno fino alle dieci, penso d’essere ormai incapace di restare e, allo stesso modo, incapace di partire. La città adesso mi guarda dalla finestra. Mi sento quasi colpevole a scrivere con i tanti occhi accesi che mi guardano, le mille abat-jour nella cascata di appartamenti che si srotolano davanti a me. Parigi ha perso il suo velo, il suo mistero o, chissà, anche io per lei, forse, sono diventata uno dei suoi tanti individui annoiati, che raccontano a se stessi che Parigi non è abbastanza, mentre sono solo loro ad essere di troppo.

Soundtrack: All we ever wanted was everything, Bauhaus

 

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4 pensieri su “All we ever wanted

  1. Ilaria Moretti ha detto:

    La conosco quella sensazione. Essere sempre scostati di un poco rispetto al luogo, all’ambiente, alla situazione. E’ doloroso e disorientante. Ma forse questa materia che diviene scrittura è il mezzo che hai per raccontare storie, per riflettere sul mondo e, trasversalmente, anche su te stessa. Forse non è volontà di fuga. E’ ricerca di uno stato che renda giustizia a quello che sei, alle tue ispirazioni, a quello per cui sei nata. Ti prego, per quanto le tue mani siano imprigionate, continua a SCRIVERE. I.

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