Ritratto del giornalista da giovane

“Ho vissuto nello stesso appartamento per 25 anni e sono consapevole che sono stata in grado di vivere della mia scrittura, sin da giovane, in parte grazie a un affitto moderato. Pagavo poche centinaia di dollari al mese e, se avessi dovuto pagarne anche 200 o 300 in più, avrei avuto bisogno di un lavoro regolare. Avrei dovuto relegare la scrittura al tempo libero o avrei dovuto avere dei coinquilini. Le mie circostanze, invece, erano ideali per fare di me una giovane autrice culturale. Gli autori che vivono adesso i loro vent’anni o anche trent’anni non hanno la stessa fortuna”.

A scrivere è Rebecca Solnit, autrice californiana, classe 1961, residente a San Francisco. Penna eclettica, che ha scritto di arte, economia, politica, antropologia, con pagine che vanno dall’attivismo ambientale contro gli esperimenti nucleari nel deserto del Nevada al ruolo del fotografo inglese Eadweard Muybridge nella cultura contemporanea. È lei a firmare il libro “A Field Guide to Getting Lost”, una guida al perdersi, in tutte le sue accezioni, dove, in un capitolo meravigliosamente intitolato “The Blue of Distance”, analizza il legame tra il colore blu e le distanza, nel tempo e nello spazio, passando dal blu di Yves Klein ai Nativi Americani ai nomadi, quelli veri, che non vagabondano senza meta ma hanno rotte ben precise.

Solnit è il mio autore feticcio da un po’ di tempo a questa parte. Come si definisce lei stessa, è una scrittrice indipendente dal 1988 e, sul suo blog, lascia ai suoi lettori un indizio per immaginare dove nascono le sue storie: una foto del suo studio.

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Definirsi “scrittrice indipendente”, poterlo fare da una finestra affacciata sull’Oceano Pacifico, potersi guadagnare da vivere scrivendo e donando se stessi nella scrittura, sono privilegi che Solnit riconosce consapevolmente di avere. Fosse vissuta in un’altra epoca, o forse semplicemente altrove, probabilmente non sarebbe andata così.

In questi giorni di malattia, di vita domestica coatta, ho scritto a una velocità di due articoli al giorno. Dal mio studio, che non si affaccia sull’oceano ma sulle cime verdeggianti del Père Lachaise, ho mandato mail in tutta Europa per articoli a venire, per prendere contatti, per avere informazioni, dettagli, conferme. Ho proposto nuove idee, ho discusso l’angolo degli articoli da scrivere, ho risposto a deadline urgenti per “stare sul pezzo”. Ecco, se solo potessi farlo tutti i giorni, se solo fossi pagata degnamente, se solo vivessi in un mondo non necessariamente ideale, ma giusto, semplicemente, non avrei bisogno di togliermi lo smalto colorato, infilarmi tacchi alti e tailleur e andare a distribuire badge e formulari ai convegni. Non avrei bisogno di vendere sciarpe, gioielli e bijou alla clientela snob del Marais. Non avrei avuto bisogno di indossare un grembiule verde fluorescente e servire pizze e pasta scotta alla periferia di Parigi.

Sì, è vero. Quando non c’è lavoro, ci si adatta e si fa il possibile. Ma il problema è proprio questo. Io un lavoro ce l’ho. Lavoro, dalla mattina a sera. E ne ho talmente tanto che si accumula, sulla scrivania, piena di libri iniziati e appunti, sul desktop del computer, sulla casella di posta, con le mail a cui faccio fatica a rispondere. Quando leggo, lavoro. Quando vado in giro per la città a raccogliere spunti, lavoro. Quando passo il giorno e la notte a scrivere, correggere, verificare, limare, lavoro. Io un lavoro ce l’ho. Ma non sono pagata per farlo.

Viviamo giorni strani. Tra un centinaio di anni, agli occhi delle generazioni future, verremo ricordati come quelli che, da un giorno all’altro, non sono più stati retribuiti. L’Italia (e non solo) sarà descritta come il paese in cui, all’improvviso, è stato deciso che certi lavori, pur continuando a essere richiesti, non saranno più pagati. Chi scrive non è pagato. Chi scatta fotografie non è pagato. Potrei continuare elencando almeno un’altra decina di mestieri scomparsi. Le professioni sono state divise in lavori di serie A (soprattutto manuali o estremamente tecnici, ci serve assolutamente una persona, stipendio superiore al salario minimo e giorni di ferie assicurati) e serie B (puro lavoro intellettuale e creativo, di cui si può fare a meno o se proprio lo vuoi fare fallo, ma non ti aspettare grandi cose…). E parlo soprattutto dell’Italia non per infierire, non per lodare le altre nazioni europee. Semplicemente perché è il paese con cui ancora continuo a lavorare per la maggior parte del tempo, e in cui noto, ahimè, una certa attitudine, un certo dare per scontato che “tanto non ti paghiamo”, la sicurezza, mentre si scrive una mail, di non avere una risposta, e in ultimo una certa idea di “selezione per nuova gente” che si traduce in: mandateci dati completi, cv e lettera di motivazione via mail, tanto non vi rispondiamo neanche per dirvi che ci fate schifo ma vi sommergiamo di spam e pubblicità.

Mi sono ritrovata a vivere in un’epoca in cui la scrittura raramente valica i confini dell’hobby, del tempo libero, nell’epoca in cui si sono diffusi sinonimi di compenso che suonano come “visibilità”, “contatti”, “passaparola”. Mi sono ritrovata a lavorare in un periodo in cui, nel migliore dei casi, per un pezzo di 8.000 battute sarò retribuita con 30 euro lordi (vale a dire 24 euro che arrivano sul conto corrente dopo 90 giorni). Di tutto questo, ne sono ben consapevole, si parla da anni. Non sono la prima a essermi svegliata e scoprire che, come si diceva in un vecchio articolo, questo non è un paese per giornalisti. Ho attraversato alti e bassi. Momenti di rigetto al solo avvicinarmi alla tastiera di un computer. Poi periodi di gloria in cui macinavo una decina di articoli a settimana. Per poco più di un mese, ho deciso di dire basta. E, quando ho iniziato a lavorare in un ristorante, e con le sole mance riuscivo a vivere degnamente (affitto escluso, ovviamente), ho sinceramente pensato di appendere penna e taccuino al chiodo. Poi ho iniziato a fare la hostess e sono passata da un’agenzia all’altra con una facilità che potrebbe, da sola, sollevare il tasso di mobilità giovanile in Europa. Sui saloni, le hostess più navigate mi presentavano ai loro datori di lavoro per nuove funzioni, lodando il mio savoir faire. Ho scoperto in pochi giorni di saper infilare i badge nelle fodere di plastica con uno stile invidiabile. Riempio i moduli alla velocità giusta, non troppo lentamente per non far annoiare il cliente, non troppo velocemente per non fargli credere di essere liquidato. Ho un sorriso che accoglie ma non invade. Un modo di fare competente ma non arrogante. Una lunga carriera potrebbe aprirsi di fronte a me.

Ma scrivere mi manca. E non è il solo atto di comporre periodi gradevoli, per quello c’è il blog. Ma è il contatto con le redazioni, il discutere del taglio di un articolo, il recarsi sul posto, il conoscere nuove persone, fare entrare in contatto il loro mondo con il mio, il momento della pubblicazione, le reazioni, il confronto. Ecco perché penso che la cosa peggiore che si possa dire a un giovane giornalista che cerca di farcela è “Se non ti pagano che scrivi a fare?”. Sul blog di un quotidiano più o meno conosciuto dove ho il piacere di scrivere, commenti di siffatta lega si sprecano. I blogger non sono pagati e vengono accusati di narcisismo. Ipocriti che vogliono combattere un sistema, ma poi fanno di tutto per sguazzarci dentro. Ecco, avete ragione. Vorrei tanto che il sistema fosse diverso, vorrei essere pagata onestamente per quello che faccio, ma non voglio tagliarmi fuori, non voglio rinunciare a farne parte. So che il massimo che una redazione possa darmi in questo momento (i 30 euro lordi di cui sopra) comunque non mi aiuteranno a pagare neanche i croccantini dei gatti. Ecco perché ho deciso di continuare. Per quel che mi riguarda, smettere di scrivere sarebbe cedere a un ricatto ancora più grave.

Sylvia Plath, sui suoi diari, scriveva “Voglio scrivere perché ho bisogno di eccellere in uno dei mezzi di interpretazione della vita”. Con le dovute differenze, è un po’ come mi sento anche io. Scrivo, nella speranza che un giorno possa diventare il mio lavoro a tempo pieno. Di riuscire, prima o poi, a liberarmi dalla tirannia dei clic e del “mi raccomando, non più di 5.000 battute altrimenti i lettori on-line si rompono le palle”, dei “non essere troppo didattica” e “usa parole più facili”. Lo farò finché avrò l’energia di scrivere nei ritagli di tempo e nelle giornate libere. Quando mi stancherò, chiuderò per sempre e abbandonerò ogni velleità. Un lavoro fuori, di quelli di serie A, lo troverò sicuramente.

 

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2 pensieri su “Ritratto del giornalista da giovane

  1. Ilaria Moretti ha detto:

    Scrivere, come stare nell’arte, produrla, amarla e visitarla, è una forma di resistenza e di coraggio. Oggi più di ieri. Ma forse parliamo così perché non abbiamo conosciuto altre epoche, altre notti più difficili. Trovo bellissimo resistere, nel senso di fare comunque, di indignarsi ancora, di non smettere di crederci. Detto ciò, la bellezza con cui scrivi, è talmente un piacere per chi legge, che anche solo per i tuoi lettori, credimi, ne varrà sempre la pena.

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