Padova: un mese di Sherwood Festival

Una storica rassegna musicale e culturale che anima la bella stagione di Padova fino a luglio inoltrato. È lo Sherwood Festival, al parcheggio nord dello Stadio Euganeo che si trasforma in un’area viva e brulicante, con un programma fittissimo (dall’11 giugno al 19 luglio) di concerti, live, proiezioni, dibattiti, incontri, birra che scorre a fiumi e dance floor fino a notte fonda.

LE BIRRE ARTIGIANALI. L’edizione 2014 dello Sherwood Festival prevede non poche novità. Tra quelle più gustose i tre nuovi corner food and beverage: il festival itinerante Fermenti, dedicato alle birre artigianali, che fa tappa allo Sherwood il 4, 5 e 6 luglio, ma dispone di uno stand fisso con 150 birre a rotazione per tutta la durata del festival; la Barraca Do Sport Alla Rovescia, un chiosco ispirato alle capanne brasiliane; il ristorante etnico Teranga, con piatti esotici e posti a sedere per tutti. Un’offerta più ricca rispetto alle scorse edizioni è anche quella dell’enoteca Enolibrì, con vini, sapori da gustare, libri, una sezione tutta dedicata ai fumetti e lo spazio OGMfree, a cura dell’associazione Organismi Genuinamente Modificati, per promuovere il consumo di prodotti biologici e locali e il commercio equo e solidale, con la vendita di prodotti come l’Olio d’Argan prodotto dalle donne del Sud Marocco e il Caffè Rebelde delle comunità zapatiste. Sempre presso l’Enoteca si trovano i manufatti di legno grezzo recuperato e riutilizzato del Refugees Wood Project, realizzati dai 60 rifugiati nordafricani accolti presso la Casa dei Diritti Don Gallo a Padova.

sherwood

DAI MONDIALI AI FUMETTI. Sono quattro i fili conduttori che dirigono le attività collaterali del festival: i Mondiali di calcio (tutte le partite sono proiettate su schermo gigante), con successivo dibattito; una discussione intorno all’antiproibizionismo; dibattiti sugli abusi delle forze dell’ordine (3 luglio) e uno speciale sui fumetti (10 luglio), che vede come ospite d’onore ZeroCalcare, in occasione de “Il fumetto siamo noi – da underground a autoproduzione”, storia del fumetto sotterraneo italiano dal 1990 ad oggi. Come da tradizione, inoltre, ritornano corsi e workshop, quest’anno dedicati alla formazione dei pizzaioli, coltivazione biologica su terra in indoor, fotografia slow e hip hop.

I CONCERTI A UN EURO. Chi dice Sherwood, però, dice soprattutto musica e grandi appuntamenti live, a prezzi stracciati. Come dice lo slogan del festival, infatti, “un euro può bastare” per quasi tutte le performance. Tra gli ospiti italiani, nella seconda metà del festival, da non perdere la canzone d’autore romantica di Brunori Sas, sul palco principale dello Sherwood il 2 luglio, i Perturbazione, in scena il 5 luglio, e gli Afterhours, l’11 luglio (biglietto 15 euro più prevendita). Tra i protagonisti internazionali del festival ci sono, invece, i New York Ska Jazz Ensemble, di scena il 6 luglio, gli Slowdive (biglietto 26 euro), star della musica shoegaze, band britannica di culto negli anni ’90, in Italia in occasione del Radar Festival, in concerto il 16 luglio, mentre al concertone di Alborosie (biglietto 21 euro) è affidata la penultima serata del festival, il 18 luglio. La chiusura di quest’edizione, invece, è completamente targata Sherwood, con lo spettacolo “Electroswing Circus”, atmosfere vintage, echi anni Trenta, musica e travestimenti.

COS’E’ SHERWOOD. Realtà nata nel 1976 come “la migliore alternativa” all’appiattimento culturale e politico contemporaneo, Sherwood è cresciuto negli anni, ramificandosi, coinvolgendo sempre più progetti, volti, storie ed energie. Espressione della necessità di avere uno spazio di confronto libero, la storica Radio Sherwood ha abbandonato le onde FM per trasferirsi sul web. È attivo dal 2011 il portale multimediale Sherwood.it, vigilante e attivo 12 mesi all’anno sul fronte della produzione culturale indipendente, con video in streaming, web-radio e approfondimenti on-line. Dal desiderio di essere presenti e attivi sul campo, nascono anche i progetti collaterali Global Project, piattaforma multimediale di informazione, Melting Pot Europa, progetto dedicato al tema della cittadinanza e dell’immigrazione, principale veicolo e canale di diffusione delle iniziative sul campo a favore di rifugiati politici, clandestini e immigrati, e Wires-to, nato nell’intenzione di promuovere la “filiera corta” musicale, le label e gli artisti indipendenti locali.

MANGIARE. Una cena ma non solo. Una serata al Chiosco, club estivo al civico 10 di via Ludovico Ariosto, è musica, passeggiate nella sabbia, opere d’arte, tavolate di amici, lucine colorate, tutto sotto le stelle e ai piedi di una vecchia cascina di campagna. Inaugurato nel 2008, il Chiosco, versione estiva del Fish Market, propone una cucina leggera che profuma d’estate, a cura dello chef, Marzia Gallinaro, che firma insalate ricchissime, secondi di mare e grigliate miste. Una nota a parte merita la pizza, servita fino a notte fonda, preparata con farine selezionate, lasciata riposare per 72 ore e offerta anche nella versione integrale. Un menù comprensivo di pizza, bevanda, concerto e caffè costa 15 euro a persona. (Il chiosco è un club Arci, e come tale prevede anche una quota associativa annuale, pari a 10 euro). Per chi, invece, ha voglia di regalare al palato una cena memorabile a base di carne, l’indirizzo è uno solo: Al Vecchio Falconiere, in pieno centro storico di Padova, al civico 31 di via Umberto I. La cortesia del proprietario, i prezzi moderati (contare 35, 40 euro a persona per la cena, vino escluso), la vasta scelta di carni, dalla tartare al vitello canadese ai tagli di chianina fanno del Falconiere un indirizzo da custodire gelosamente. Un’esperienza da provare è sicuramente la chianina toscana, cotta direttamente sul tavolo su un piatto di pietra lavica incandescente. Nascosta nel ghetto ebraico, adorata dai padovani, l’Osteria Anfora è il posto giusto per deliziarsi con le ricette della tradizione culinaria veneta. Nel menu, bigoli all’anitra, baccalà alla vicentina, fegato alla veneziana, polenta al cucchiaio con la piovra e, presidio Slow Food, la gallina padovana, preparata secondo tradizione (alla “canevera”). L’osteria Anfora è al civico 13 di via dei Soncin, la prenotazione è consigliata (prezzi tra i 25 e i 35 euro a persona).

DORMIRE. Annoverato tra i migliori di Padova, l’hotel NH Mantegna (al civico 61 di via Tommaseo) è in pieno centro storico e offre una posizione strategica e la garanzia di qualità della rinomata catena spagnola, a prezzi moderati (da 70 euro a notte a persona). A pochi metri dalla Basilica, accogliente e pratico, il b&b Al Santo, gestito dalla famiglia Pittarello, offre ai suoi ospiti il confort di una villetta con giardino in pieno centro, la comodità di tre camere doppie, ognuna dotata di bagno in camera, prezzi modici (da 35 euro la doppia) e accoglienza familiare. Per chi cerca, invece, una sistemazione più economica in città, il principale ostello padovano, ostello Città di Padova, in via Aleardi, propone posti letto a partire da 17 euro (prima colazione inclusa) e una posizione invidiabile a un passo da Prato della Valle e dal centro storico.

ARRIVARE. Servita da ben tre aeroporti, quello di Bologna e i due di Venezia (Treviso e Marco Polo), Padova è facilmente raggiungibile dalle principali città italiane, con partenze da Roma Fiumicino e Napoli con easyjet (sui 60 euro, andata e ritorno), e da Brindisi e Trapani (sui 90 euro andata e ritorno) con Ryanair. Inoltre, Padova è ben collegata attraverso le Frecce di Trenitalia con corse, tra le altre, dirette da Roma, in sole tre ore (da 49 euro), da Milano, in due ore (treni a partire da 19 euro), da Firenze, in un’ora e mezza (con prezzi a partire da 29 euro).

 

Qui l’articolo pubblicato su OggiViaggi.

Tutta la solitudine che meritate

Dal finestrino dell’aereo, “ciò che si vede è ciò che si vedeva diecimila anni fa, ed è anche un annuncio di quella che, uscendo da Reykjavík, è la parte più memorabile di ogni esperienza islandese: ci si trova spesso da soli”. E, continuando a leggere le pagine di “Tutta la solitudine che meritate” (Humboldt Books/Quodlibet), l’idea stessa di solitudine si trasforma in qualcosa che forse non abbiamo mai assaporato, una sensazione sconosciuta, a volte quasi anelata.

Islanda_foto

A viaggiare sulle strade d’Islanda sono Claudio Giunta, storico della letteratura italiana, e Giovanna Silva, fotografa e fondatrice di Humboldt Books, che firmano il terzo libro di viaggi della giovane casa editrice. E la strada è quasi sempre una sola, la Route 1, l’arteria principale dell’isola che connette tra loro tutte le ragioni e attraversa il paese in modo circolare. Meglio fidarsi delle indicazioni, infatti, e non lasciare le strade segnate. L’itinerario è quindi regolare, con poche sorprese all’orizzonte, solo il tempo cambia a ogni tornante, e il paesaggio si fa foglio bianco dove Giunta intesse osservazioni su cosa voglia dire vivere quando l’orizzonte è solo fiordo, grigio, nebbia e pescherecci.

L’Islanda ha una densità abitativa che conta poco più di 3 persone per chilometro quadrato. La metà dei suoi 300.000 abitanti è concentrata nel distretto della capitale. Il resto è disperso in quelle immense distese di grigio cenere e lava, di assenze di boschi e cielo plumbeo. La strada “è l’unico manufatto umano che vedrete per gran parte della giornata”, un itinerario tra cittadine e villaggi isolati, dove aringhe e merluzzi sono più numerosi degli abitanti stessi, ma, piacevole conseguenza, l’attivismo a favore dell’arte è molto più concreto: i tanti appartamenti sfitti, abbandonati da chi è partito alla rotta della capitale, sono concessi agli artisti che, approfittando della calma e dell’ispirazione, riescono a rinvigorire la vita intellettuale di latitudini isolate e dimenticate.

Islanda_foto2

Nessuna fretta. La stessa capitale è “il paradiso del viaggiatore ansioso”. A Reykjavík il tempo basta sempre. “Nessun pittore veramente famoso, nessuno scultore veramente famoso, nessun principe-benefattore che ha donato le sue collezioni ai sudditi costringendo poi voi a passarci attraverso”. Il turista non ha obblighi, né vere e proprie guide, il viaggiatore non ha sensi di colpa per i grandi assenti nel suo tour. Nessuna grande insegna reclama attenzione, tutte le catene dello shopping sono rinchiuse nei centri commerciali. L’unico imperativo è godere della non-grandeur, dell’aria provinciale di una capitale europea. Si trova di rado quel cattivo gusto che è il frutto del mix letale tra agiatezza e ignoranza”. La categoria pertinente è quella del “desolato nordico”. Il vero piacere sembra essere l’andare stesso, immerso in quella luce che fa anche dei parcheggi e delle strade spoglie un’attrazione, che fa del tragitto in macchina il vero punto d’arrivo.

Lasciandosi alle spalle Reykjavík, l’Islanda si concede a tratti, si disperde e poi si lascia trovare, regalando meraviglie splendidamente isolate. Come Tjöruhúsid, letteralmente “la casa incatramata”, il ristorante migliore d’Islanda, situato a ĺsafjördur, il capoluogo dei fiordi nord-occidentali, dove la popolazione raddoppia quando arrivano le navi da crociera. Il caffè Simbahöllin, nel villaggio di dieci case di Thingeyri. La Biblioteca dell’Acqua di Stykkishólmur, residenza per scrittori in un villaggio di poco più di mille abitanti. Dopo i luoghi, vengono poi le persone. O meglio le storie. “Perché naturalmente un viaggio riuscito è fatto, al cinquanta per cento almeno, di cose che coi paesi attraversati non c’entrano molto, e c’entrano invece con gli incontri fortuiti”. E il periplo islandese si trasforma anche in racconto delle persone incontrate, dei camerieri che servono ai tavoli, degli osti e delle locandiere, degli italiani trapiantati in Islanda. Il viaggio diventa infine ipertesto, con dritte su come continuare il cammino, ma anche con link a video su YouTube e consigli di libri per arricchire il proprio immaginario. Come da tradizione, poi, le informazioni utili sono tutte alla fine. Si consiglia di prediligere il mese di maggio, anche se il viaggio in aereo potrebbe allungarsi un po’. E ancora, fidarsi degli uffici turistici, scegliere i ristoranti sul porto nella capitale, diffidare di North Face e 66North per proteggersi dal freddo e preferire invece la marca d’abbigliamento Cintamani.

Per chi volesse continuare il viaggio, verso altre solitudini, anche dall’Islanda partono voli low cost e l’aeroporto si raggiunge anche a piedi. “All’aeroporto di Reykjavík, voli locali, si arriva a piedi in un quarto d’ora dal centro. E, dato che dall’aeroporto di Reykjavík partono anche i voli per la Groenlandia, in sala d’attesa avrete l’emozione di trovarvi accanto famiglie di inuit che tornano chiassosamente a Kulusul, a Narsarsuaq, a Ittoqqortoormiit, verso deserti molto più deserti dell’Islanda, inimmaginabili”.

 

Qui la recensione pubblicata per OggiViaggi.

Fortezza Padova

“Da domenica scorsa, come forse sapete già, Padova ha un nuovo sindaco, si chiama Massimo Bitonci ed è della Lega Nord”. A parlare, in una calda mattinata d’inizio giugno a Padova, è Luca Bertolino, responsabile dell’associazione Razzismo Stop. Di fronte a lui sono almeno in 60, facce assonnate, occhiali da sole, canottiere di fortuna e accenti tutti diversi l’uno dall’altro. Sono gli inquilini della casa dei Diritti “Don Gallo”, palazzina pignorata, recuperata lo scorso dicembre dai volontari dell’associazione per dare un tetto e un punto di partenza ai rifugiati nord-africani. “La maggior parte di loro è arrivata qui nel 2011, dopo gli orrori della Libia”, spiega Luca, “per circa un anno e mezzo hanno vagabondato nei vari centri d’accoglienza, nel circuito emergenza Nord Africa, ma non è servito a nulla e alla fine del periodo di emergenza sono finiti per strada, di nuovo”. Per qualche mese hanno trovato un rifugio presso la sede dell’associazione, in via Gradenigo, ma lo spazio presto non è stato più sufficiente. I volontari di Razzismo Stop hanno dunque deciso di accoglierli in questa struttura in zona Fiera, abbandonata da anni, e dare loro un sostegno che vada oltre il minimo garantito, seppure neanche questo sia ormai scontato. La palazzina, ex sede della Meeting Service Spa, è stata messa all’asta dopo il pignoramento con una base d’asta di 1 milione e mezzo di euro. L’associazione ha partecipato a suo modo, una lettera con dentro un biglietto. Sopra una sola parola, l’unica offerta che i loro volontari sono in grado di fare: l’accoglienza. “Un gesto simbolico per spiegare che non tutto può essere messo in vendita e acquistato e che il nostro lavoro ha un’utilità sociale rilevante”.

orto_DonGallo

“Abbiamo istituito un corso d’italiano”, continua Luca, “e cerchiamo di farli lavorare quando è possibile”. Nel cortile accanto alla palazzina, c’è chi lavora il legno, “abbiamo riciclato delle tavole e loro ne fanno mobili, divani e sedie sdraio che poi rivendiamo a commerci o privati” e alcuni di loro saranno inseriti nell’organico dello Sherwood, il festival che anima l’estate padovana. “Nessuno vi ha mai regalato niente”, continua Luca davanti alla sua platea, “il vecchio sindaco non vi ha dato un lavoro, né una casa, ma il nuovo sarebbe felice di vedervi tutti in mare”. Silenzio. “Però noi non abbiamo paura, dobbiamo restare uniti, rimboccarci le maniche, essere forti”. Tutti annuiscono ma è un consenso carico di tensione, che si sfalda facilmente. Soprattutto quando si parla della bolletta della luce, altro punto all’ordine del giorno. Il consumo degli ultimi due mesi degli inquilini della casa don Gallo è di 1400 euro. La struttura occupata dai rifugiati è considerata come una seconda residenza, come una casa al mare. Le utenze sono intestate a Luca e la luce, quindi, costa il doppio e, se dovesse passare troppo tempo, una volta revocata, in virtù del nuovo piano casa Renzi, non sarà più possibile riallacciarla. Anche solo decidere chi sarà l’incaricato della raccolta dei soldi è non poco delicato. Si cerca di nominarne almeno tre, uno per regione nord-africana. “Sono sempre i ghanesi a pagare”, si grida da un lato del cortile e si fatica a placare gli animi. Ma questa è solo una delle tante possibili scintille che ogni giorno minano la tranquillità di casa Don Gallo. La convivenza di 60 persone, di origini e religioni diverse, non è facile. E, non sorprende, si conoscono tutti, ma nessuno ha amici. Abdullah, 24 anni, originario del Ciad, è in Italia da qualche anno, ma è arrivato in via Tommaseo da pochi mesi. Parla italiano e ogni tanto lavora come cameriere: “i miei amici sono partiti, uno è tornato in Africa, l’altro in Germania”, racconta, “io per ora resto qui ma la vita con tante persone così diverse è difficilissima”. Ha una nuvola di capelli ricci intorno al volto ed è l’unico elegante, in camicia, “se potessi andrei via anche io”. Lo ritrovo dopo poco nella sua stanza, intento a stirarsi un paio di pantaloni sul pavimento. È in Italia da più di vent’anni, invece, Alassane, senegalese, 53 anni, il falegname della casa. Per non sbagliare, mi scrive il nome su un’asse di legno. “Qui cerchiamo di essere tranquilli”, mi spiega, lui è il responsabile della sua stanza. “Ma basta un furtarello, una lite, si alzano i toni e ci si inizia a guardare con diffidenza”, continua, “i senegalesi, però, pagano sempre le bollette”.

Abdullah_DonGallo

I rifugiati della casa dei Diritti “Don Gallo” provengono dal Senegal, dal Togo, dalla Nigeria, dal Ghana, dal Mali, dall’Eritrea, dalla Libia, e da altri paesi dell’Africa sub-sahariana. Sono richiedenti asilo eppure, secondo lo studio sullo stato del sistema di asilo in Italia realizzato da ASGI, solo il 32,4% di loro trova un posto dove stare. E, tra chi è finito a Padova, non sono in pochi quelli che volevano cercare fortuna altrove, oltre i confini italiani ma sono rimasti intrappolati nell’incomprensibile burocrazia europea. Secondo i dati anagrafici dello scorso mese di aprile, consultabili sul sito del Comune di Padova, i cittadini stranieri rappresentano il 15% della popolazione della città. A Padova ci sono 32.099 stranieri su un totale di 210.093 cittadini, oltre il 30% dei bambini con meno di 5 anni è straniero e le tre principali comunità sono originarie della Romania, della Repubblica Moldova e della Nigeria. “Ridurli tutti, nell’opinione comune, a poche centinaia di spacciatori tunisini è ridicolo”, commenta Nicola Grigion, giornalista e tra i responsabili del progetto Melting Pot Europa. Ma Padova, città a vocazione universitaria, accogliente di natura, sembra avvertire un’insolita emergenza sicurezza. Parola che è sulla bocca di tutti, soprattutto dopo le ultime comunali.

manifesto-bitonci-lega-nord-imbrattato-centri-sociali1

Il programma di Bitonci è tutto un risuonare di crescita, sviluppo e patrimonio. Ma, chissà perché, a mezzanotte passata in piazza delle Erbe, è un unico imperativo a risuonare all’ombra del palazzo della Ragione: “Ripulire la città”. È quel verbo forse a disturbare di più. “Ripulire”, che dà l’idea di una gomma da cancellare passata sopra a tutto quello che infastidisce la gaia “patavinitas” della città. Nei giorni precedenti il ballottaggio, il neo-sindaco è stato tra i politici più popolari sui social network, grazie a un uso frenetico di twitter e facebook dove, tra incoraggiamenti e narcisismo, è impossibile non riscontrare una certa ricorrenza nei contenuti: la promessa di appendere un crocifisso in tutte le aule della città, episodi di cronaca nera imputati casualmente a extracomunitari, l’arrivo di nuovi clandestini sul suolo italiano, il video “scioccante” di una lite tra immigrati vicino la stazione. Un ritornello incessante che, si teme, diventerà parte della vita quotidiana qui a Padova. Tuttavia, le considerazioni a margine di questi risultati sono di altra natura. Passeggiando per le vie del centro, in questo inaspettato anticipo d’estate, ci si dispiace quasi che la terza città veneta possa mutarsi in una fortezza sorvegliata a vista. Il timore è che con il nobile e indovinato pretesto di preservare i piccoli commerci e l’economia cittadina si eliminino le zone a traffico limitato nel centro storico, argomento cardine di Bitonci, per permettere ai consumatori, la vera razza da preservare nell’era moderna, di arrivare in macchina fino alla soglia dei negozi. O ancora che quella “tutela del decoro e del buoncostume”, ripetuto nel suo programma, si traduca in un manipolo di ronde notturne di giovincelli annoiati. O che la “tutela assoluta della vita fin dal suo concepimento” favorisca un’attitudine medievale in tema di sanità e maternità a cui il Veneto, purtroppo, causa Zaia, era già abituato.

Bitonci, in materia di sicurezza, è preparatissimo, reduce dalle prove generali a Cittadella, comune della provincia di Padova, dove, nel 2007, in qualità di sindaco, ha introdotto quella che viene ancora ricordata come “l’ordinanza anti-sbandati”, una serie di procedimenti preliminari all’assegnazione della residenza anagrafica a un immigrato, come una soglia di reddito minimo, la verifica dell’idoneità dell’alloggio del richiedente e della sua pericolosità sociale. Un’ordinanza simbolo dell’ancora più rigido pacchetto sicurezza le cui norme prevedevano un vigile ogni mille abitanti, ronde notturne garantite da volontari e divieto di bere alcoolici in aree pubbliche. Al quale va aggiunto, per onor di cronaca, la sua strenua lotta al kebab, simbolo della decadenza della tradizione culinaria veneta. Tutto per un piccolo comune di poco meno di 20.000 abitanti. Un successone per Bitonci, lodato dai suoi colleghi più illustri, da Gobbo a Treviso a Tosi da Verona. Tuttavia, l’aver inserito una soglia di reddito (fissata intorno ai 420 euro) in uno dei pochi paesi d’Europa dove non è neanche previsto un salario minimo, ma soprattutto l’essere entrato in un campo di competenza del governo e non di un sindaco, suscitò il disappunto nazionale e Bitonci fu indagato per abuso di funzione pubblica. All’indomani della sua elezione a Padova, c’è tuttavia chi invoca una ricetta Cittadella anche per il capoluogo veneto.

assemblea_DonGallo

“Questa non è una vittoria di Bitonci”, spiega Luca, “ma è la sconfitta della sinistra, Ivo Rossi che non ha saputo vincere”. La stessa persona che ha votato Bitonci, secondo il responsabile dell’associazione, potrebbe appassionarsi alla storia personale di un immigrato incontrato per strada, ma quando ci si trova in un’urna entrano in gioco altri fattori. Lui e Nicola Grigion sono convinti che, purtroppo, abbia prevalso la logica dell’originale preferito alla brutta copia: “dopo vent’anni di sinistra, la città vuole cambiare e Bitonci è stato l’unico a proporsi come cambiamento”. Padova non è più rossa, quindi, e forse non lo era già da un po’. Da quando, precisamente, a meritarsi l’epiteto di “sceriffo”, è stato un sindaco di sinistra: Flavio Zanonato. L’episodio del muro di via Anelli, una recinzione lunga 84 metri e alta 3, soluzione escogitata dalla giunta di sinistra per isolare una zona di spaccio popolata prevalentemente da immigrati extracomunitari, è ancora vivo nella memoria di Padova. “L’amministrazione Zanonato ha voluto dare il bastone e la carota, il muro di via Anelli e blande politiche d’integrazione, come per dire, vi accontentiamo e isoliamo gli immigrati in un ghetto ma siamo pur sempre di sinistra”, spiega Nicola, “alla fine, l’integrazione non è avvenuta, la città è ancora in difficoltà e i padovani hanno deciso di votare a destra”. Sul risultato delle elezioni pesa inoltre la figura di Ivo Rossi, soprannominato dai seguaci di Bitonci “Ivo il Tardivo”, non eletto regolarmente attraverso il voto, ma succeduto a Zanonato, che ha abbandonato Padova per la carica di Ministro dello Sviluppo Economico nel governo Letta e in seguito per la corsa al Parlamento Europeo. A lui gli elettori di sinistra, delusi, tra i quali non pochi hanno votato Bitonci, imputano la colpa di non aver saputo portare la campagna elettorale su altri temi che non fossero la sicurezza. Incapacità sulla quale ha inferto l’ultimo colpo, forse involontariamente, anche Il Mattino, quotidiano padovano locale, principale organo di propaganda del candidato renziano, “tra i principali responsabili della vittoria di Bitonci” secondo Luca, poiché da un lato ha screditato con ogni mezzo il neo-sindaco leghista ma dall’altro ha alimentato l’isteria collettiva per la sicurezza cittadina. Infine, il recente scandalo del Mose, nel quale era coinvolto anche Galan, amico di Rossi, ha instillato il dubbio in non pochi elettori padovani, ma soprattutto diffuso il pericolosissimo adagio secondo il quale “ormai sono tutti uguali” e tra un tardivo e un leghista non valga nemmeno più la pena di scomodarsi e recarsi al seggio.

Ora resta un senso di imbarazzo generale, una vittoria temuta ma inaspettata, le due bottiglie di prosecco chiuse e dimenticate nella sede del Pd a due passi dalla Galleria Borromeo, in piazza Insurrezione, l’ironia sui social network, dove venerdì 13 giugno tutta la cittadinanza è stata invitata a mangiare un ultimo kebab. Ma, soprattutto, si fa sentire la necessità, finalmente, di creare una vera e solida opposizione a sinistra. “In realtà non è detto che le cose possano andare peggio”, continua Luca, “con una giunta della Lega, chissà che proprio un fronte comune a cui opporsi non faccia rinascere una sinistra più compatta”. È quanto Luca ha anche cercato di spiegare ai ragazzi questa mattina, durante l’assemblea generale. Ma i commenti sono stati pochi, per lo più qualche battuta. “Tu da dove vieni?”, dice un rifugiato a un volontario dell’associazione, “di Trento? Allora Bitonci ti manda a casa! Via gli stranieri!”, scherza. “Alcuni sono arrivati da poco in Italia, per loro non cambierà nulla”, conclude Luca. Hanno attraversato il Mediterraneo, perso la speranza, imparato una o più nuove lingue, cercato di ricostruirsi una vita, una o più volte. Un “sindaco di tutti”, con le sue lotte personali contro il kebab e il capriccio di fare dello Spritz una bevanda verde Lega, sembra non intimorirli più di tanto. Almeno per ora.

 

Qui il reportage pubblicato su Q Code Magazine.

Parigi-altrove: solo andata

La scorsa domenica, sono arrivata all’aeroporto di Bologna, con largo anticipo. Ripartivo per Parigi, dopo quattro giorni trascorsi tra Milano e Padova. In questa breve parentesi, ho capito che gli anni passano per tutti, ma non per alcune amicizie, ho visitato per la prima volta il cimitero monumentale di Milano e ho scoperto che ha il soffitto dipinto di un blu immenso, mi sono ricordata perché scrivo e perché voglio fare della scrittura il mio mestiere, dopo una breve chiacchierata in Stazione Centrale, ho fatto incredibilmente il bagno a Chioggia ma ho resistito non più di un quarto d’ora nell’acqua, ho imparato a riconoscere le piazze di Padova e orientarmi nel centro storico andando in bici per viottoli e riviere, ho fatto la tessera per la biblioteca comunale e per un chiosco notturno, ho pensato a Parigi pochissime volte.

Ho preso un caffè al bar dell’aeroporto, zaino in spalla. Ho atteso cinque minuti. Poi dieci. Ho tirato fuori la carta d’imbarco e l’ho lasciata sul bancone. Lussi da compagnie low cost. Torno in macchina e dopo due ore sono di nuovo a Padova. Senza programmi, senza biglietti di ritorno, con pochissimi vestiti nello zaino (per chi mi avesse scorto con la stessa camicia bianca da almeno 4 giorni) e un sollievo che forse non provavo da mesi. Qualche nuovo amico e forse un’idea nuova di me, delle mie giornate in altre latitudini, in un’altra lingua, la mia, e con abitudini differenti. Il sentirsi altrove, finalmente, pur essendo tornati nel proprio paese.

Che il giorno dopo Padova abbia incoronato sindaco un leghista è un’altra storia. Che comincia una mattina d’inizio estate, trascorsa presso la casa dei Diritti “Don Gallo” insieme ai ragazzi dell’associazione Razzismo Stop e del progetto Melting Pot Europa.

Qui qualche immagine.

La palazzina recuperata dai ragazzi di Razzismo Stop, occupata da 60 rifugiati nord-africani dallo scorso dicembre, al civico 90 di via Tommaseo, Padova.

ingresso_DonGallo

L’assemblea generale. Tra i punti all’ordine del giorno, la vittoria alle elezioni comunali di Massimo Bitonci, leghista, e l’iniziativa No Borders Train, manifestazione europea per l’abbattimento delle frontiere interne in Europa, prevista per il 21 giugno.

assemblea_DonGallo

Alassane, 53 anni, dal Senegal, il falegname della casa. Chiacchieriamo un po’ in francese.

Alassane_DonGallo

Abdullah, 24 anni, originario del Ciad, tra i più giovani inquilini della Casa dei diritti “Don Gallo”. Sicuramente il più elegante.

Abdullah_DonGallo

La mattinata finisce. Ormai è quasi mezzogiorno, il caldo è impietoso. Ci si rifugia tutti dentro.

orto_DonGallo

 

A breve il reportage.

 

Soundtrack: C’eravamo tanto sbagliati, Lo Stato Sociale 

Tra i santuari della Grecia

Riscoprire la Grecia partendo da quello che la Grecia non è, ma soprattutto visitando templi, oracoli e santuari, per liberarsi, finalmente, di pregiudizi e cliché: “sono i posti migliori per certi addii”. “Oracoli, santuari e altri prodigi. Sopralluoghi in Grecia” è il secondo libro di viaggio della casa editrice Humboldt Books, realizzato in collaborazione con Quodlibet, e racconta il pellegrinaggio nei luoghi di culto della Grecia continentale. A firmare i testi è Dino Baldi, filologo e scrittore, con le immagini di Marina Ballo Charmet, fotografa alla ricerca di una nuova prospettiva del “sempre visto”, che lei stessa definisce come “il rumore di fondo della nostra mente”.

grecia_foto

LA SUGGESTIONE DEL MITO. “La prima cosa che si impara da un viaggio in Grecia è che spesso nelle piccole cose abitano spiriti giganteschi”. Ma soprattutto che nella bassa stagione, e lontano dai luoghi più turistici, si nasconde la verità. Il processo di democratizzazione della cultura classica ha comportato la diffusione di timpani, colonne, vasellame e mitologia nel più remoto angolo dell’Ellade, ma forse, come scrive Baldi, “mi sembra che conservino di più la memoria dell’antichità questi negozi di souvenir […] delle pietre corrose che gli archeologi tirano fuori a fatica dalla terra. La cosa migliore è non pensarci, lasciarsi andare e godersi questo accogliente pessimo gusto senza troppi pensieri”. Al giallo delle spighe e all’odore di gomma bruciata si mescolano le suggestioni dei miti, delle leggende, le creature di poeti e scrittori, qui celebrati con mausolei e statue, come personaggi storici. Il viaggio si fa strada nell’erudizione di Baldi, nel suo amore del mito e nelle acute riflessioni che alla lettura fantastica delle leggende greche contrappongono l’esperienza diretta, il camminare sui sassi, il trovarsi di fronte alle rovine, alle facce rugose, ai nomi allitterati dei greci.

TORNARE AD OSSERVARE. “La Grecia reale era il luogo meno adatto per ospitare la Grecia ideale”, scrive Dino Baldi e la Grecia qui non è più un luogo ma una fede, una religione, una di quelle che sono inculcate da piccoli e poi, anche quando sono ormai un ricordo, restano come un sostrato di sensi di colpa e abitudini. Il mito ha costruito la Grecia per noi, tanto da farci illudere di conoscerla già. Adepti del continuo ripiegamento su noi stessi, “forse ci siamo scordati come si fa a vedere, scrive Baldi, “appagati dalla vista interiore, abbiamo dato in appalto la vista originaria, ci affidiamo a visioni da catalogo che sono di tutti e di nessuno, e non siamo più in grado di dire nulla su quello che ci circonda”. L’orizzonte greco è decostruito, passo dopo passo, raccontato attraverso la leggenda, ma reso agli occhi del viaggiatore nella sua totale interezza contemporanea. “La Corinto moderna sfoggia un benessere fuorimoda e goffo come un vestito troppo largo”. La stessa Arcadia, tramandata a noi come paesaggio docile e bucolico, si svela brutale. Nel museo di Olimpia, doverosa corvée, i paragoni dei turisti edotti dalle guide, da Michelangelo a Bacon, fanno da colonna sonora ai sentieri che si diramano tra le statue, alle storie che prendono vita dalle capigliature divine, da indovini panciute, da dee imbronciate.

UNA MISCELLANEA FINALE. Arrivati alla fine del viaggio, altri racconti aspettano il lettore: Marco Rinaldi, che racconta il viaggio in Grecia del pittore Gastone Novelli; Maria Giovanna Cicciari, giovane film-maker, con i suoi appunti per un film sulla Grecia ispirati al libro di Hölderlin, “Hyperion”, scritto senza mai muoversi della Germania; un’introduzione semiseria alla cucina greca firmata da Alberto Saibene, per le urgenze culinarie, anche se alla fine “si viene condotti in cucina e si addita quello che si vuole mangiare”; informazioni su tratte e biglietti aerei e consigli utili per viaggiare nell’Ellade. Ma soprattutto resta la voglia di camminare, di lasciare che il racconto, anche quello fantastico, prenda il sopravvento sulla realtà, di offrirsi altre immaginazioni. “I racconti del mito e le cosmogonie nascono nella noia dei lunghi percorsi fatti a piedi. Mano a mano che si cammina e ci si guarda intorno le cose crescono, diventano enormi e pieni di vita, mentre gli uomini si fanno sempre più piccoli, fino a riprendere la misura giusta”.

 

Qui l’articolo pubblicato su OggiViaggi.

The Drawer: il disegno contemporaneo a Parigi

Pensarsi come un cassetto pieno di schizzi e disegni. Immaginarsi come una collezione di immagini, di pezzi unici e rarità. È questa l’intenzione di The Drawer, rivista semestrale dedicata al disegno e all’immagine, distribuita da Les Presses du Réel, nata a Parigi nel 2011 dall’intuizione creativa di Barbara Soyer e Sophie Toulouse, mente e cuore del progetto, ma soprattutto occhi attenti ed esigenti.

thedrawer_copertina1

Le due editrici sono al lavoro ogni giorno nel loro atelier a due passi dalla Basilica del Sacro Cuore, a Montmartre, nel lato placido e meno chiassoso del quartiere, al di là del boulevard de Rochechouart, lontano dal clamore di turisti e venditori. La porta è sempre aperta, ma si entra solo su appuntamento o in occasione dei “rendez-vous”, occasioni speciali in cui gli artisti della rivista sono invitati a esporre le proprie opere anche sui muri dell’atelier, una programmazione saltuaria, senza calendari o orari fissi. Sin da subito, una dichiarazione di poetica: “la nostra è una rivista principalmente visiva”, spiega Barbara, “senza alcun proposito di analisi, interpretazione o critica del disegno: lasciamo carta bianca e terreno libero agli artisti, i soli protagonisti delle pagine”. Nel ricco panorama delle riviste dedicate all’illustrazione in Francia, come la decana Roven, incentrata sulla critica e l’estetica, o la nuova The Shelf, rivista grafica sull’oggetto-libro, The Drawer ha un’immediatezza visiva peculiare e si vota interamente al disegno come pratica democratica, raccogliendo insieme nelle stesse pagine disegnatori più o meno conosciuti, francesi e internazionali, professionisti dell’immagine disegnata e non. “In questi anni abbiamo coinvolto architetti, designer, stilisti, anche autori, specialisti della parola scritta”, raccontano le editrici, “non siamo alla ricerca di una destrezza particolare con la matita, né di un’originalità a ogni costo, ma di un’estasi della vista, di un’immagine che possa richiamarne altre”.

L’immagine disegnata occupa quindi il posto principale. Ma attenzione a parlare di illustrazione. “Noi evitiamo questa parola”, spiega Barbara, “l’illustrazione, solitamente, è realizzata su commissione. A noi interessa invece il disegno in quanto pratica spontanea, a sé stante, espressione libera dell’artista, senza alcun limite”. L’unica indicazione, infatti, data ai collaboratori è una sorta di fil rouge, una tematica scelta ispirandosi a un’opera cinematografica o letteraria, che possa evocare immaginari, corrispondenze, provocare interpretazioni e variazione multiple e inattese. Da qui la scelta di film o libri inevitabilmente presenti nella memoria collettiva, in grado di solleticare la fantasia, da Tempi Moderni, per il primo numero, a Le Metamorfosi, fino a 1984, soggetto dell’ultimo.

thedrawer_copertina2

La rivista si apre su un editoriale, unico testo presente, e continua srotolando immagini e sensazioni, intervallate solo da un questionario, una sorta di ritratto dell’artista, che si presenta in poche essenziali risposte. Per il resto, solo puro disegno. “Non badiamo più di tanto alla narrazione”, spiega Barbara, “come in un cassetto, si può aprire la rivista in una pagina a caso e apprezzarne l’immagine, oppure sfogliarla una pagina dopo l’altra”. Non ci sono storie, ma ritmi, frequenze: “la nostra principale preoccupazione editoriale è che i disegni siano ben calibrati, disposti secondo un ordine visivo e una logica estetica”. Coordinatrici a tutto tondo, Barbara e Sophie presentano la rivista come artigianale e 100% fatta a mano: “siamo solo in due e completamente indipendenti e ci concentriamo sempre di più sulla rivista, nonostante entrambe seguiamo percorsi paralleli come direttrici artistiche ed editoriali freelance”. Un’indipendenza, quella di The Drawer, inizialmente autofinanziata e poi mantenuta grazie ai ricavi dei primi volumi, ma soprattutto alla generosità dei collaboratori. “Non ci possiamo permettere di retribuire i disegnatori”, continua Barbara, ricorrendo a formule fin troppo familiari, “offriamo visibilità e una vetrina unica e fortunatamente ci hanno sempre detto di sì”.

Accanto al progetto della rivista, si affacciano nuove idee: “stiamo ripensando all’approccio espositivo del disegno”, continuano, “vogliamo sfuggire alla monotonia delle gallerie e dei musei e inventare un nuovo dispositivo per esporre le opere che non sia la solita affissione alle pareti”. Da questa esigenza di creatività, nasce The Drawer Unit, il primo pezzo unico firmato The Drawer, un vero e proprio mobile a cassetti, in legno, dove i disegni si lasciano consultare e apprezzare in un formato diverso, che, inoltre, gioca con l’intimità del disegno stesso, che spesso è solo una produzione laterale nel lavoro di un artista e, di frequente, è destinato all’oblio in un angolo della scrivania. “Vorremmo creare dei pezzi unici, grazie al lavoro di alcuni colleghi designer, e farli circolare nelle gallerie, nei musei, nei luoghi o centri d’arte”.

thedrawer_unit

Alla base c’è il desiderio di trovare qualcosa che non sia già visto, un’esigenza di varietà nelle discipline e, soprattutto, il voler dimostrare come il disegno nasca e attraversi più universi creativi, alcuni insospettabili. Sulle pagine di The Drawer, infatti, oltre a disegnatori di professione, tra tutti Ruppert & Mulot, sono finiti architetti, stilisti e anche scrittori. “Abbiamo voglia di autenticità”, interviene Sophie, “spesso anche una bozza intermedia, un lavoro preparatorio, uno schizzo distratto ci colpisce e lo scegliamo per la rivista”. Quelli di Barbara e Sophie sono occhi sempre più esigenti, alla ricerca di un guizzo particolare nel tratto o nel colore. “La selezione diventa sempre più difficile”, spiega Barbara, che non sembra attratta da quella che individua come una tendenza contemporanea, esageratamente preoccupata del dettaglio, della precisione della matita, del tratto fine e particolareggiato. Un realismo figurativo fin troppo perfetto, quasi un’emulazione della fotografia, o forse troppo poco sporcato dall’estro per destare emozioni. Una tendenza riscontrata di frequenza durante gli ultimi saloni o nelle mostre più recenti, abitualmente setacciate dalle due editrici. Lungi dal fare scouting, infatti, Sophie e Barbara si dilettano, tuttavia, nello scoprire nuovi talenti, alla ricerca di colpi di fulmine visivi. Così è stato, ad esempio, per il duo Florentine e Alexandre Lamarche-Ovize, giovanissimi creativi francesi, scultori, pittori, disegnatori e fotografi, artisti quasi rinascimentali, autori di una riflessione figurativa e pitturale incentrata sulla città e la memoria urbana, esposti di recente anche presso l’atelier della rivista.

Perfettamente inserito nel brulicante panorama francese, The Drawer resta tuttavia soddisfatto nella sua nicchia. “Siamo venduti in libreria ma sicuramente non siamo un prodotto da grande pubblico”, spiega Barbara, “i nostri lettori sono interessati all’arte contemporanea, alla creatività o sono addetti ai lavori”. Da parte loro, c’è sicuramente la volontà di dare vita a un oggetto di altissima qualità, a cominciare dalla carta, al fine di realizzare un prodotto dalle caratteristiche sempre più rare, da collezionare per la propria libreria. “Cerchiamo di dare quello che internet non può fornire”, continua, “ma non siamo in conflitto con il web: sicuramente ci evolveremo anche on-line, in un modo o nell’altro”. Per ora, a destare maggiore interesse è il disegno digitale: “abbiamo pubblicato immagini realizzate con l’iPad, disegni colorati al computer: è un modo per noi di dimostrare che si chiama ‘disegno’ anche ciò che non è necessariamente realizzato con carta e matita”.

Che cos’è il disegno oggi? Perché disegnare? Sono domande che tornano di frequente sulle pagine di The Drawer, a partire da alcuni questionari proposti agli artisti. Una domanda all’apparenza semplice e antica, eppure sempre più attuale nel contesto della creatività che attraversa tanti disegnatori quanto fumettisti, illustratori e grafici. “Ce lo chiediamo spesso anche noi”, conclude Barbara, “la rivista forse è il nostro tentativo di dare una risposta”.

 

Qui l’articolo pubblicato su Fumettologica.

Di interviste, fantascienza e meschinità

La prima volta che ho guardato negli occhi Dora e Raniero, protagonisti dell’ultimo album di Manuele Fior, è stato a Parigi, in un pomeriggio di pioggia a Gare de l’Est. Erano ancora spalmati sulle tavole, in attesa di essere impaginati, stampati e recapitati nelle librerie francesi e italiane. All’epoca il titolo era uno solo, “L’Intervista” (Coconino Press), pensato per rimanere in italiano anche nella versione francese, e la trama era un groviglio di fantasticherie che si sono animate in libertà nella mia testa, dopo l’intervista, quella vera, con Manuele Fior.

lintervista_clinica

È una storia di fantascienza”, raccontava, “che non ha nulla a che vedere con la mia vita”. “L’Intervista” è ambientato nell’Italia del 2048, in un futuro prossimo dove, in seguito ai moti del 2021, il paese ha subito la “disunificazione” e gli adolescenti delle ultime generazioni non sanno cosa sia una matita o un compasso, adepti della Nuova Convenzione, che “si basa sul principio di non esclusività emotiva e sessuale”. Una promiscuità discreta e comunemente accettata, che continua a turbare le menti più tradizionali ma sembra fatta apposta per salvaguardare dal male di vivere e dall’abisso dell’abbandono, che invece pare assediare Raniero.

Raniero, vittima di un incidente e di strane allucinazioni, e di un matrimonio caduto nelle grinfie della quotidianità più feroce, porta in giro la sua faccia rassegnata, con “l’aria di uno che soffre parecchio… ed è convinto per questo di meritarsi qualcosa”. “Perseguitato dal disgusto”, teme di intravedere in Dora, una delle sue pazienti, seguace della Nuova Convenzione e incapace di essere gelosa, una via d’uscita, fin troppo piacevole, alla sua grigia routine.

Voglio scoprire anche io, come un semplice lettore, come andrà a finire la storia“, aveva dichiarato Fior nella nostra intervista, “lasciarmi portare dai personaggi e seguirli“, raccontandomi di non avere alcun piano, alcuna trama in mente all’inizio di ogni bozza, ma solo il desiderio di creare un’opera di fantascienza, che, inevitabilmente, si è mescolata ai suoi temi ricorrenti: l’amore, la difficoltà di restare sulla stessa linea, senza un secondo, o più, di distanza. “Ho pensato molto ad Antonioni“, ha rivelato Fior ad un giornale francese, indicando come “La Notte”, con una splendida Monica Vitti, eroina romantica di un dramma borghese, l’abbia ispirato non poco.

vitti_fior

Abbandonati gli acquarelli di “Cinquemila chilometri al secondo”, Manuele Fior si perde in un chiaroscuro di ombre e tratti morbidi, in una fantasia di grigi e bianchi sfumati, tra un nero indeciso e un avorio timido, come un ritratto vintage di un futuro distopico, come una fotografia degli anni ’60 spedita nello spazio e nel tempo, quasi cento anni dopo.

Tra sinuosità umane e geometrie aliene, sul nero delle pagine de “L’Intervista” si stagliano finestre improvvise spalancate su un centro storico blindato, i fari delle auto nella notte, inattesi triangoli disegnati nel cielo, sintomo che una nuova era è vicina. La luce come forza creatrice di nuove forme inattese, come ne “La Guerra dei Mondi” di Steven Spielberg, pellicola che ha ispirato Fior, insieme a tutto il filone classico della fantascienza, da Asimov a Orwell.

intervista_chiaroscuro

Le tinte chiaroscurali, le sfumature del bianco e nero, raccontano un futuro prossimo ma intriso di mistero, dove l’umanità sembra decisa a semplificare ogni complicazione sentimentale, puntando alla trasparenza coatta, alla chiarezza ultima.

Nelle pagine finali dell’album, tale eccesso di franchezza diventa radicale e tutti i personaggi possono leggere nella mente altrui. Sembra di trovarsi davanti allo stadio evolutivo ultimo dell’essere umano, in cui bipedi previdenti hanno imparato a salvaguardarsi dai soprusi delle emozioni, dai nodi in gola della gelosia, dal male acuto del fallimento, sviluppando un nuovo istinto di sopravvivenza e rinunciando una volta per tutte alle emozioni dell’amore. E alle sue meschinità.

 

Parigi, Molitor: la piscina comunale diventa club privato

Chiusa per 25 anni, ha riaperto i battenti lunedì 19 maggio, in grande stile la piscina Molitor, luogo storico della città di Parigi, tra l’estasi collettiva, l’emozione soddisfatta del quartiere, ma soprattutto le accuse dei non pochi detrattori, davanti a questo nuovo imponente club privato d’élite, accessibile a pochi, l’ennesima porta che si chiude nella capitale.

Sì perché, lungi dall’essere la piscina comunale di un tempo, la piscina Molitor, situata nel ricco 16simoarrondissement, è oggi parte di un enorme complesso privato che include hotel a cinque stelle, ristorante e spa. Farsi un bagno è un lusso per pochi. L’accesso è, infatti, consentito solo ai clienti dell’hotel o ai fortunati membri di un club, la cui adesione annuale ammonta a 3300 euro, previa segnalazione da parte di un membro e diritto d’entrata di 1200 eurocela va sans dire. Per non peccare d’ingordigia, la struttura mette a disposizione tre striminzite mezze giornate a settimana, solo per i bambini, o meglio gli scolari, specificazione non irrilevante, del quartiere. Per tutti i comuni mortali, invece, un biglietto d’ingresso giornaliero è a 180 euro.

Il direttore del complesso, Vincent Mezard, appena trentenne, ha insistito perché la piscina conservasse l’aspetto dei suoi anni d’oro. Stessa sfumatura di giallo per le pareti, proprio come desiderava l’architetto che progettò l’edificio negli anni Venti, Lucien Pollet, i mosaici ristrutturati dallo stesso fabbricante che aveva fornito piastrelle e colori nel 1929, perfino le ringhiere sono le stesse. Chef del ristorante è Yannick Alléno, ex tre stelle nel celebre Meurice a Parigi, mentre la Spa è profumatamente, in tutti i sensi, firmata Clarins. Ultima immancabile precisione: per onorare il suo passato da tempio della street art, la nuova piscina Molitor, negli occhi sognanti di Mezard, si apre alla creazione contemporanea, ospitando mini-atelier d’artisti, dirette dall’Opera e sfilate di moda. Come a dire, ricchi sì ma pur sempre colti e raffinati. La terrazza, con vista sulla Tour Eiffel, il Bois de Boulogne e il campo del Roland Garros, è già tra i candidati ad essere “the place to be” per la jeunesse dorée parigina per l’estate imminente.E Mezard sembra incarnare perfettamente la filosofia della nuova piscina Molitor, aperta a tutti ma riservata a pochi.

Inaugurata nel 1929 dai campioni olimpici di nuoto Aileen Riggin e Johnny Weissmuller, la piscina diventa immediatamente un luogo di culto, centro dello sport cittadino e tempio della vita mondana nella capitale: party dorati, memorabili costumi da bagno, coppie celebri, la prima apparizione di un malizioso bikini, nel 1946, ma soprattutto una straordinaria cornice Art Déco, che ha reso sin da subito l’edificio un vero e proprio monumento storico. Piscina a vocazione democratica, come ogni stabilimento comunale che si rispetti, ogni inverno, fino alla fine degli anni ’70, l’immenso palazzo diventava pista di pattinaggio sul ghiaccio, aperta a tutti.

Chiusa nel 1989, la piscina finisce in mano ai writer, mutandosi, un murales dopo l’altro, nel cuore pulsante della street art a Parigi. Si mormora di un rave con circa 5000 persone, notti scatenate, ricordi di una Parigi che oggi sicuramente non esiste più, se non nei resti di murales, oggi conservati come cimeli all’interno del complesso. Le cose cominciano a cambiare già dopo il 2000, quando la piscina si lascia inevitabilmente influenzare dalla sua cornice, il quartiere più borghese della capitale, il 16simo per l’appunto, e anche le sue feste, per quanto pazze e alcolizzate, ma soprattutto gratuite, si fanno decisamente più esclusive. Si ricorda in particolare una serata Nike Sportswear Club, ben lontana dalle feste punk con cani al seguito di fine secolo.

Tutto finisce nel 2007, con la decisione dell’allora sindaco Bertrand Delanoë di voler restituire la piscina ai parigini e l’appello della Città di Parigi a capitali privati per finanziare la ristrutturazione del complesso. Vince l’appalto Colony Capital, che finanzia i lavori per circa due anni e mezzo, con la collaborazione di Bouygues e Accor, investendo 80 milioni di euro. L’ex ministro della Cultura francese Jack Lang si rammarica della distruzione dello spirito di Molitor: “E’ stata una buona idea fare appello a capitali privati, ma la piscina sarebbe dovuta restare un luogo accessibile a tutti”. Da qui il silenzio, che fa non poco rumore, da parte del nuovo sindaco, la socialista Anne Hidalgo, che, purtroppo, forse arrivata troppo tardi, anche animata da buona volontà non potrebbe fare granché. Oggi, la città di Parigi resta proprietaria del terreno ma ufficialmente è Colony Capital a detenere il monopolio del complesso, in virtù di un contratto d’affitto della durata di  54 anni, firmato nel 2008.

La piscina Molitor diventa quindi uno stabilimento privato, l’ultima conquista di pochi oligarchi a danno della collettività, ma soprattutto un simbolo più che eloquente della lenta ma inesorabile trasformazione della capitale francese in un paradiso esclusivo, spaventosamente noioso, solo per ricchi.

Qui, l’articolo pubblicato su FQParigi, il blog dalla capitale francese de Il Fatto Quotidiano.

Gonzo: una biografia di Hunter S. Thompson

“No More Games. No More Bombs. No More Walking. No More Fun. No More Swimming. 67. That is 17 years past 50. 17 more than I needed or wanted. Boring. I am always bitchy. No Fun – for anybody. 67. You are getting Greedy. Act your old age. Relax – This won’t hurt.”

Questo è quanto ha scritto Hunter S. Thompson prima di sparire a tutta velocità dalla terra e lasciare a quanti sono rimasti a guardarlo dal basso un’eredità e un mito difficili da gestire e comprendere.

gonzo-cover

Dopo l’epopea cinematografica e il rosario di pamphlet e scritti, nel 2011, Will Bingley e l’illustratore Anthony Hope-Smith danno vita alla prima graphic novel biografica su Hunter S. Thompson, radicale e inconsapevole apripista di quel gonzo journalism, ramo estremo del New Journalism che ha poi visto tra i suoi cultori anche Truman Capote e Tom Wolfe.

Le prime immagini sembrano confermare la forza scenica del mito. Hunter S. Thompson, il fuorilegge, l’alcolista, il giornalista scapestrato, il maledetto. Un’immagine di successo che ha trovato perfetto compimento nell’interpretazione di Johnny Depp in “Fear and Loathing in Las Vegas” e nell’ultimo “The Rum Diary”.

gonzo4

Le prime recensioni dai lettori d’oltreoceano, tuttavia, stroncano il libro: poca aderenza alla realtà, estrema caratterizzazione del personaggio, un elogio del mito più che della persona. La storia sembra appiattita tra aneddoti, curiosità e un inevitabile abuso di alcool e droga, con il rischio di fare del gonzo journalism una sorta di scrittura automatica che sgorga dal pugno dopo tre birre.

Non è improbabile che gli autori siano stati vittime di un certo timore reverenziale nei confronti di un mito. Così come Thompson, nel suo tentativo di sgretolare l’oggettività giornalistica attraverso un uso altro del linguaggio, era terribilmente a disagio con alcune specifiche parole, “the big ones”, come Felicità, Amore, da evitare o, al limite, manipolare con cautela.

La volontà degli autori era quella di liberarsi dai limiti di uno stereotipo che ha colonizzato la figura di Thompson, ma spesso la storia pare inciampare in facili cliché, rivelandosi una contestualizzazione storica di un mito.

gonzo1

Alan Rinzler, tra i migliori editor e strettissimo collaboratore del gonzo journalist, non manca di ricordare nella prefazione come la forza espressiva della scrittura di Thompson sia stata dimenticata a favore di una mitologia quasi adolescenziale. Il suo intervento è il vero squarcio dello stereotipo e mette a nudo Thomspon, descrivendone i blocchi dello scrittore, il carattere spigoloso e scostante, la difficoltà produttiva. Un eroe del giornalismo analizzato e decostruito anche nei suoi squallori e nelle sue infime bassezze quotidiane.

Tutti conoscono the big Hunter. Ma quanti l’hanno davvero letto? Da “Hell’s Angels”, studio etnografico sulle orde di centauri che attraversavano l’America intrisi di alcool e anarchia, a “Generation of Swine”, racconto ossessivo della degradazione del potere negli anni Ottanta, da “Fear and Loathing: On the Campaign Trail 72″, cronaca caustica della campagna elettorale statunitense del ’72, all’ultimo “Kingdom of Fear”, resoconto delle vicende politiche del secolo scorso, per andare oltre lo stereotipo del Dottor Gonzo, non resta che aprire uno dei suoi libri e perdersi nella sua scrittura altalenante, vertiginosa, visionaria e, tuttavia, inevitabilmente attaccata alla realtà.

gonzo3

Nonostante ciò, il libro contiene numerose citazioni dalle sue opere e può essere un ottimo punto di partenza per addentrarsi nell’universo del gonzo journalist per eccellenza e, perché no, lasciarsene affascinare. Anche grazie al tratto di Hope-Smith, che si discosta per scelta dall’espressionismo di Ralph Steadman, per un disegno realista e più aderente al genere biografico, basato su un meticoloso lavoro di studio a partire da immagini, foto e documentari.

“Some may never live, but the crazy never die.” -H. S. Thompson-

Qui, il booktrailer della graphic novel pubblicata da SelfMadeHero.

Soundtrack: Piece of my heart, Janis Joplin

Guerrilla store e vetrine effimere nel Marais

Si definisce “guerrilla store”, semplicemente perché “non cerchiamo di piacere a tutti i costi ma portiamo avanti una lotta estetica ben precisa”. A metà tra la boutique chic e l’atelier creativo per adulti, il punto vendita biologico e la libreria impegnata, Moratoire, ultima vetrina effimera nel cuore del Marais, intende preservare la sua anima pedagogica e proporsi come luogo di scoperta, di stimolo, intellettuale, culinario e anche modaiolo. Al civico 12 di rue du roi de Sicile, nel cuore del quartiere, spuntato quasi dal nulla lo scorso marzo, come ogni pop-up store che si rispetti, Moratoire resterà aperto ai visitatori per tutta la primavera.

UCE_6894

IN LOTTA CON LE GRANDI MARCHE. “La scelta del Marais non è casuale”, spiega Tristan Bera, classe 1984, storico dell’arte e artista, coinvolto nel progetto, “è un quartiere che manca crudelmente di spazi di lotta impegnati e indipendenti dalle grandi marche e inoltre è un’area internazionale, che pullula di nazionalità differenti, grazie al turismo di massa, al pubblico delle gallerie e dei tanti saloni”. Insieme a Bera, provenienti da ambiti ed esperienze completamente differenti, ci sono anche Matthieu Blancher e Karim Adjab, uniti nell’intento di cimentarsi in un progetto commerciale etico in un ambiente urbano completamente saturo. Da qui la scelta di un ventaglio di prodotti alimentari ispirati alla tradizione giapponese e vegetariani (in collaborazione con il catering Roulé Boulé), una selezione di testi impegnati e l’esposizione e la vendita di veri e propri abiti da lavoro, calzini da città, calzature adatte all’asfalto urbano e, soprattutto, punto forte della collezione, tute da lavoro risalenti agli anni Cinquanta, scovate qualche anno fa, riammodernate e adattate alle esigenze contemporanee. Così, anche se le porte chiuderanno il 15 luglio, Moratoire punta su uno stile di vita destinato a durare, che non passa di moda. E che, soprattutto, come precisa Bera, necessita di una riflessione, un’esigenza reale, un approfondimento. “I testi selezionati arrivano direttamente dalle nostre librerie”, continua, “si tratta di una sorta di biblioteca engagée”, con libri che vanno da Sartre al marchese De Sade, “letture non solo impegnate ma anche impegnative”. Mentre, per l’angolo culinario, la cucina nipponica si sposa con le esigenze della vita urbana, con comodi formati take away e curiosi mix tra Giappone e Francia, come le dolci roll-cake al gusto di tarte tatin.

UCE_6946

IL CAPOSTIPITE DELL’EFFIMERO. Sempre nel Marais, si trova la vetrina effimera per eccellenza. Nello spazio della galerie Joseph, al civico 7 di rue Froissart (per esempio nel weekend del 23, 24 e 25 maggio, con abbigliamento, gioielli, accessori, ceramiche, oggetti di design…) o al 116 di rue de Turenne, apre i battenti regolarmente, almeno una volta ogni due mesi, la Boutique Ephémère, luogo di ritrovo di creativi, modaioli e semplici curiosi, nata nel 2011 da un’idea della creatrice Marthe Lazarus. Dotata di una vetrina on-line dal 2013, resta lo spazio ideale per scambiare idee, contatti e passaparola, la cornice giusta per fare del semplice atto della vendita un evento esclusivo. Effimero quindi, per gusto sì, ma anche per necessità, data l’impossibilità, soprattutto per i creatori emergenti, di far fronte all’affitto mensile e aprire una boutique personale nel cuore della capitale. Di necessità, Parigi fa dunque virtù e l’effimero fa sempre più tendenza.

OGNI ACQUISTO UN PESCIOLINO. Un pizzico di novità insomma per un quartiere come il Marais che, nonostante l’apertura compulsiva di atelier e boutique, resta come impaludato nello stesso stile di sempre, con scarse differenze tra una vetrina e l’altra. A cimentarsi con l’effimero, di recente, ci si è messa anche la maison Kenzo con “No Fish No Nothing”, al civico 11 di rue Debelleyeme, spazio appositamente dedicato alle vetrine temporanee. Dal 21 al 27 marzo scorso, in collaborazione con la Blue Marine Foundation, Kenzo ha inaugurato una vera e propria boutique digitale, dove poter scegliere e ordinare da uno schermo i pezzi della nuova collezione. A ogni acquisto, un nuovo pesciolino raggiungeva i suoi simili in una sorta di acquario digitale esposto in vetrina. Un’idea per associare impegno per l’ambiente e passione per la moda, sensibilizzando anche i turisti più frivoli del Marais alla lotta contro la pesca selvaggia.

DORMIRE. Per un soggiorno dotato di ogni comfort, nel cuore del Marais, l’indirizzo giusto è l’Hotel Turenne (al civico 6 di rue de Turenne). Interamente climatizzato, l’hotel offre 41 camere con accesso internet gratuito, servizio in camera, possibilità di colazione (con un supplemento di 14 euro) e servizio lavanderia. Camera doppia a partire da 107 euro. Per viaggi più economici, il gruppo Mije ha il suo ostello di riferimento nel quartiere al civico 6 di rue de Fourcy, a due passi dalla Maison Européenne de la Photographie, in un antico palazzo che offre più di 200 camere, postazioni internet (ma wi-fi a pagamento), lenzuola e coperte. Contare circa 30 euro a notte.

MANGIARE. Il Marais offre un ventaglio invidiabile di sapori e curiosità culinarie, dai falafel della rue des Rosiers alle delizie delle coloratissime panetterie ebraiche sparse nel quartiere. Per chi avesse voglia, invece, di una pausa in uno dei raffinati ristoranti nascosti nelle viuzze del quarto arrondissement, a due passi dalla Senna, al civico 16 di rue Charlemagne, c’è Chez Mademoiselle, fresco bistrot, ammodernato di recente, dalla cucina semplice ma ricercata (circa 35 euro per un pasto completo), con ingredienti tutti di stagione, e carni rigorosamente di qualità, reinterpretati creativamente da uno giovane chef. È consigliato il filetto di salmone impanato al sesamo bianco. Per sentirsi impegnati invece, anche a cena, il posto giusto è Les Philosophes, al 28 di rue Vieille du Temple, albero maestro del gruppo Caféine, di cui fanno parte anche tutti gli altri bistrot della strada, impegnati nell’offrire una cucina eticamente sana sotto la guida dello chef e attivista politico Xavier Denamur (il piatto del giorno a partire da 12 euro).

ARRIVARE. Si arriva a Parigi, o giù di lì, con Ryanair, collegamenti quotidiani a partire da 30 euro (con Ryanair, meglio prenotare il più presto possibile) da tutte le principali città. Tuttavia, mettete in conto almeno altri 16 euro di bus, per arrivare, con una corsa di circa un’ora e un quarto, dall’aeroporto di Beauvais a Porte Maillot, alle porte della città. Da lì, una fila di taxi è costantemente in attesa a disposizione dei passeggeri, altrimenti basta girare l’angolo, oltrepassando il centro commerciale, per trovare l’entrata della metro (linea 1). Con easyjet, collegamenti quotidiani da tutte le importanti città italiane, tra cui Pisa e Milano, a partire da 37 euro.

Qui l’articolo pubblicato su OggiViaggi.