Paris is a good idea

Paris is always a good idea. Is it truly? They say Audrey Hepburn once said that in a movie. But was it one of her thoughts? Or a Sabrina‘s one? Or an Holly Golightly‘s wandering blues?

I was asking to myself if Paris was always a good idea or not while I was waiting for the metro in Barbès, carrying my second suitcase to my second flat where I’m going to stay only for one month and a half. I realized that I definitely don’t feel as lying in a warm Tiffany’s embrace as I used to feel here. And this town makes me stumble more and more.

hepburn

Is it rain? Is these apartment troubles? Is this cold French touch in relationships that makes me feel so down? No answers so far but I wanted so much to be here, to have this life, that Paris must be a good idea. And I will try to believe it. Above all, about changing flat, I’m getting used to. About rain, I threw my umbrella and accepted bravely this endless grisaille. About this French touch, unfortunately, it seems that I helplessly love it.

So let’s make it funnier and better. Changing flat means also discovering those clothes you forgot in the last drawer of your wardrobe and finding unexpected money in your bags. And finally realizing that even in Place de Clichy you can see the Eiffel Tower from your window.

Soundtrack: I love Paris, Ella Fitzgerald

(c) fred baby/flickr

Keeping going

(c) Thierry Murat and Rascal

(c) Thierry Murat and Rascal

It is a long time I did not write. Sometimes updating takes too much time. And it ends to be a simple meaningless report. That’s why I’d rather use silence and images. And comics.

Meanwhile, I’m keeping following my bad wind. Next stop will be Angoulême.

Le Boulevard du Crime

Nous étions plusieurs à la regarder ; j’étais le seul à la voir.

Les enfants du paradis. Ils ne savent que rire. Comme des enfants.

Les rêves, la vie, c’est pareil ! ou alors ça vaut pas la peine de vivre. Et puis qu’est-ce que vous voulez que ça me fasse la vie, c’est pas la vie que j’aime, c’est vous !

J’ai eu la chance d’être heureuse. Le bonheur, ça n’a rien a voir avec le temps.

– Venez !

– Où ça ?

– Je ne sais pas. N’importe où !

C’est beau oui, mais c’est loin et je n’aime que Paris.

Rideau_

Paris, le soir, la pluie et “Les Enfants du Paradis”_

En attendant d’aller à la Cinémathèque_

Noir et blanc

Photo Credits: Jérôme Briot

“Essere nati in un paese e vivere in un altro è un po’ come avere un amante senza rinunciare del tutto al vecchio e devoto marito. Se il primo ci scontenta c’è sempre l’altro e viceversa: un paese ufficiale e uno di scorta.”

Gabriela Wiener, Corpo a corpo

Oggi avrei voluto fare a meno del mio paese di scorta. Non aver mai conosciuto il mio amante. Solo un vecchio e devoto marito. Nessun rischio, nessuna sfida, nessuna amarezza, nessun compromesso. Nessuna serata passata da sola davanti al monitor freddo di un computer. Nessuna sigaretta lasciata a spegnersi tra le dita. Conversazioni di cui distinguo perfettamente ogni parola e ogni sfumatura di significato, qualcuno da chiamare che non sia a mille chilometri di distanza, orizzonti conosciuti, solo passi certi, cadute sì ma sempre con una rete di salvataggio ad aspettarmi. Il vuoto, non sapere neppure cosa sia.

Stato d’animo ideale per cercare un volo in Italia.

Soundtrack: Billie Holiday, I’m a Fool to Want You

Facce da Nuit Fatale

Paris, Nuit Fatale, sabato 20 ottobre. Festival du Burlesque à la Bellevilloise.

Lucia, 26 anni, alla porta del Peep Show, controlla la fila e assicura che nessuno abbia con sé la macchinetta fotografica prima di assistere alla performance di spogliarello burlesque, ovvero cinque minuti in una piccola sala buia, dove due ballerine si esibiscono per sole 15 persone alla volta.

Lucia è tra le ragazze dell’Ecole des Filles de Joie, la scuola che sostiene la cultura del Cabaret Moderno e del Burlesque e insegna alle donne di ogni età e carattere, e girovita, l’arte della seduzione. Diretta dall’ipnotica e divina Juliette Dragon, la scuola offre corsi di American Show Girls, Iniziazione al Burlesque, Danza orientale, Espressione Scenica e stage per imparare a indossare, e a sfilare, un reggiseno con le paillettes.

Oscar, raffinato anfitrione, parisien et sevillano. Guida ai locali branché della capitale, dall’International della rue Moret al minuscolo Gast. Amico prezioso sin dalla prima settimana di vita nella capitale, per chiassose chiacchierate in italiano e serate cinema in rue des Prairies. Volontario al Paris Festival du Burlesque, “per sorvegliare affinché gli artisti si ubriachino e si divertano”.

Ospite d’onore alla Fiesta de la Muerte. L’esquelette. Costui era all’ingresso dello studio tatuaggi, al piano superiore della Bellevilloise, dove per 1 euro si aveva in cambio una malabar, la caramella con tatuaggio temporaneo integrato.

Lustrini. Pois. Coriandoli. Copri-capezzoli colorati e frustini. Erotismo allo stato puro, con altissimi picchi trash. Serpenti intorno al collo e sangue che scivola su curve di pelle bianchissima. Calaveras e tarocchi, morsi di vampiri e trucchi da zombie. Al centro, un ring per le sfide delle prorompenti ballerine. La mia preferita, Mosquito contro Ouaish Ouaish, tipico approccio da banlieusard.

Inseguita per le scale della Bellevilloise da una splendida Julià in versione Burlesque, perché io potessi immortalare uno tra i volti più eleganti di tutto il festival. La signora è rimasta fino alle 3 del mattino, per il concerto-performance di Juliette Dragon. Una volta iniziato il dj-set, ha preso serafica la via di casa, a piedi.

Ci sarebbe un’ultima faccia, per dovere di cronaca, della mia più bella retrouvaille, ma, come per il peep show, in certe occasioni non si fanno fotografie.

 

To be continued_

 

 

 

 

Un dimanche soir

Undicesimo giorno a Parigi. Primo trasloco.

Arrivo nella mia nuova casa, a pochi metro dalla fermata Place de Clichy, una rotonda impazzita di ostriche, cozze fritte, Mac Doner, maroquinerie odoranti di cuoio, alberghetti senza pretese, Bonjour, ça va? a ogni svolta del marciapiede, parrucchieri africani, lingue magrebine, una piazza che di francese sembra avere solo la statua del maresciallo Moncey, che nel 1814 difese la barriera di Clichy contro i russi, e oggi, dal suo piedistallo alto 8 metri, veglia su questo frenetico girotondo della capitale, che sfiora quattro arrondissement della città.

Quartiere brulicante ai piedi di Montmartre, umile e dimesso, Place de Clichy non gode di ottima reputazione tra i francesi, soprattutto tra i naturalizzati parigini. A me viene in mente un solo autoctono che amava tanto questa parte del diciottesimo: Mano Solo, adorata ugola nazionale, morto nel 2009 di AIDS, che implorava Parigi di prenderlo tra le braccia, da Barbès fino a Place Clichy, l’unico posto dove avrebbe voluto perdere la sua vita.

M’improvviso seguace del je-m’en-foutisme (che in italiano suonerebbe volgarmente come ‘menefreghismo’, perdendo il piglio chic tutto francese), lascio le valigie, in un pomeriggio di fine ottobre inaspettatamente caldo, prendo al volo una felpa e scendo per strada, decisa a lanciarmi nell’esplorazione della parte più selvatica del quartiere, lontana dai cavalli delle giostre di Abbesses e dalle luci a intermittenza di Pigalle. Ma prima di scivolare lungo Boulevard de Clichy, uno dei quattro assi della piazza, una distesa impertinente di tavolini di zinco che soffocano l’intero viale, passo almeno mezz’ora nella mia strada, e scopro che, nascosta dall’insipida rue Forest, che la precede, rue Cavallotti è tra le strade più eleganti del quartiere, anche in una tranquilla domenica sera. Et ouais, je suis là. 

Negozi chiusi. Lampioni bassi. E ogni saracinesca è un quadro, un antico affiche di un cinema o di un teatro d’avanspettacolo. Dal Moulin de la Galette alla Cigale, dal Trianon a un gioioso Moulin Rouge. Di serrata in serrata, tutta la storia del varietà parigino, che adesso ancora continua pochi metri più in là sul Boulevard de Clichy, mi scorre davanti, passo dopo passo. Un can can silenzioso prende vita ogni sera. Non appena i negozi abbassano le saracinesche, le cosce tornano ad alzarsi, in questa pinacoteca a cielo aperto della Parigi di una volta, che sembra quasi profumare ancora di cipria.

Lasciata rue Cavallotti, riprendo i vecchi intenti e mi dirigo verso la piazza. Che attraverso indenne, se non fosse per l’odore penetrante delle ostriche annacquate di succo di limone e i gamberi pallidi, in vendita per strada, insieme alle pannocchie abbrustolite e ai kebab. Lungo il Boulevard de Clichy, a destra si apre rue des Dames, tra le più vivaci del quartiere, con bar all’inglese e invitanti boulangerie. E una boutique di dubbio gusto per le dames più eccentriche della rue intitolata alle signore.

Intanto, all’ombra del boulevard, gli esercizi di stile dei writer della zona costellano le mura dei palazzi più alti. Tappezzate di manifesti dei concerti delle star africane, in tournée in Francia, le traverse del viale sono il teatro della battaglia culturale tra gli immigrati nordafricani, ormai padroni di Clichy, e la nuova leva degli studenti francesi, che si rifugiano nei quartieri sempre più vicini alla periferia per sfuggire alla piaga delle chambre de bonne da 10 metri quadri in centro.

Alla fine della rue de Dames, dove c’è anche un più ordinario Franprix, termina la mia prima balade nel diciottesimo arrondissement, che mi piace sempre di più, e dove resterò almeno fino a fine gennaio, in un appartamento che mi ha fatto capitolare dalla prima volta in cui ci ho messo piede. Dei francesi che mi chiedono perplessi perché proprio da queste parti, da buona je-m’en-foutiste, non me ne curo più di tanto. Per adesso, la mia vita a Parigi si è persa qui.

Bonne nuit, place Clichy.

Tutte le altre foto, sulla mia pagina Flick: AuVentMauvais

Paris, le matin

Sono le sette del mattino. Parigi si sveglia fuori dalla finestra. Sempre la stessa. Grigia, dura e inafferrabile. Infreddolita e scontrosa, dopo una notte gelida. Intrappolata nella grisaille perenne, che fa di ogni rantolo d’azzurro quasi un miracolo. Dal mio balcone, la mattina presto, il cielo non si fa chiaro prima delle otto e le uniche luci sono le finestre che sbadigliano una alla volta, pigre abat-jour che rischiarano i vetri e i neon assonnati degli uffici più mattinieri.

Il lunedì mattina, anche Parigi fatica ad alzarsi.

Soundtrack: Yann Tiersen et Jane Birkin, Plus d’Hiver

 

 

 

 

Parigi in bicicletta

La Rue du Faubourg Saint-Antoine è una delle strade più antiche di Parigi. Deve il suo nome all’abbazia di Saint-Antoine des Champs, divenuta poi l’ospedale di Saint-Antoine, ed è una delle brulicanti arterie che si staccano dalla rotonda di place de la Nation e procedono dritto in discesa. Da grande asse del 20esimo arrondissement, elegante e popolare allo stesso tempo, si trasforma in frizzante strada dell’11esimo, con le boutique, le raffinate boulangerie e i caffè. Scendendo giù, e alzando lo sguardo, ci s’imbatte improvvisamente nell’angelo d’oro della Bastiglia, che compare al di là della grigia cortina dei tetti di Parigi. Fino ad arrivare ai suoi piedi, dopo quasi due chilometri di strada.

Come la città stessa, cela mille anime, ed è la strada dove ci sono l’Extra Old Cafè e la Liberté, i caffè dove mi sono seduta in compagnia di persone speciali, tra cui un amico incontrato per caso a uno di quei terribili e interminabili rendez-vous parigini, alla ricerca disperata di un appartamento, appuntamento che sarebbe dovuto durare un pomeriggio intero e si trasformò in un’avventurosa balade alla scoperta del decimo arrondissement.

Ma torniamo nel quartiere.

La Rue du Faubourg Saint-Antoine incrocia Avenue Ledru-Rollin, Rue des Boulets, Rue de Montreuil, è vicina a Rue de Charonne, a Boulevard Voltaire, si biforca, cambia carattere, colori e ampiezza.

Per tradizione, questo è il viale dove ebanisti e tappezzieri hanno aperto i propri atelier e l’arte del mobile è ancora di casa, ma è anche la strada dove perdersi in uno dei tanti misteriosi passages parisiens, gallerie urbane, collegamento tra una strada e l’altra, dove la città cela le sue meraviglie, nascoste in quelli che la lingua inglese chiama behinds, le quinte. Uno fra tutti, le passage de la Boule-Blanche, che ospita i celebri Cahiers du Cinéma. E poi la cour de Bel-Air, la Cour de l’Etoile d’Or et la Cour des Trois-Frères. E risalendo, verso Place de la Nation, si trova le passage de la Bonne Graine, che collega ad Avenue Ledru-Rollin, passaggio cantato da Edith Piaf, in una delle sue ballate, “J’m’en fous pas mal”.

Oggi, rampicanti si attorcigliano in molti di questi cortili, altri invece hanno assunto un aspetto decadente, in disuso, risvegliato solo dalle vecchie insegne delle attività di un tempo. Altri sono le residenze hype della nuova piccola borghesia intellettuale, in un crescendo di gentrification che ha stravolto l’anima di questo quartiere.

Un labirinto di tunnel, gallerie, corti e passaggi, alcuni vecchi di secoli, che hanno fatto di questo faubourg uno dei più rivoltosi, quando era tempo di ergere barricate e contrastare l’avanzata di un potere tiranno, nei moti che travolsero Parigi nel giugno del 1848. All’epoca, la città era ancora intrisa di echi d’Ancien Régime e costruita come un villaggio, un intreccio di viuzze e strettoie, prima che il Barone Haussmann spianasse quest’intricata meraviglia di ruelle dando vita ai grand boulevard.

vieilledame

Chi mi conosce almeno un po’ sa che ho vissuto a Parigi, forse l’anno più bello della mia vita. Il che mi ha reso incapace di vivere in maniera pienamente soddisfacente in qualsiasi altro posto che non sia ai piedi di una torre di ferro. Esagerata? Sì, forse, un po’. In ogni caso, ho precedenti illustri:

If you are lucky enough to have lived in Paris as a young man, then wherever you go for the rest of your life, it stays with you, for Paris is a moveable feast.

Ernest Hemingway, A moveable feast.

E non che sia stato un anno facile. Ma, come canta Yves Montand, “les ennuis” sono dappertutto, Parigi no. E anche il vento, quando arriva a specchiarsi nella Senna, non ha che una sola preoccupazione: andare a spassarsela nei bistrò più belli della città. Ma Montand era una di quelle anime perdutamente innamorate di Parigi, e non riusciva a spiegarsi perché fosse travolto dall’emozione, passeggiando lungo i quai de Seine.

Io ho vissuto uno splendido periodo rosa, proprio quando abitavo a Nation. Era aprile. E mi avevano appena regalato una bicicletta azzurra. Mi divertivo a girare intorno alle due colonne di place de la Nation e poi a pedalare giù per la rue du Faubourg Saint-Antoine. Erano giorni in cui camminavo sulle nuvole di Parigi, sprofondati improvvisamente in un periodo blu. Il cui strascico, dopo i tre mesi scintillanti passati a New York City, era ancora qui ad aspettarmi, una volta tornata.

“As it has never been”, avrebbe detto Susan Sontag.

Bon, tant pis. Se un giorno finirò di nuovo a Parigi, andrò a riprendere la mia vecchia bicicletta azzurra e, arrivata a Nation, girerò intorno alla piazza, lasciandomi alle spalle le due colonne e mi tufferò lungo la Rue du Faubourg Saint-Antoine. Sono sicura di riuscire ancora ad indovinare il momento esatto in cui, dai tetti grigi di Parigi, si stacca il profilo dell’angelo d’oro di Bastille. E forse smetterò di pretendere sempre qualcosa in più, perché mi sembrerà di avere di nuovo tra le mani tutto quello che ho sempre voluto, anche solo per il tempo di una discesa.

Intanto, mi diverto in bicicletta nelle giravolte del centro storico di Lecce. Qui dai tetti piatti dei palazzi, dai frontoni delle chiese e dai capricci del barocco, spunta all’improvviso Sant’Oronzo, con il suo corteo di angeli e santi, che se la ride dall’alto della sua colonna del brulichio affannoso della città. E forse anche di me.

Drawing © Vincent Gavarino

Soundtrack: Yves Montand, La ballade de Paris

Just a drawing

“Non esiste alcun modo di stabilire quale decisione sia la migliore, perché non esiste alcun termine di paragone. L’uomo vive ogni cosa subito per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza aver mai provato. Ma che valore può avere la vita se la prima volta è già la vita stessa? Per questo la vita somiglia sempre a uno schizzo. Ma nemmeno «schizzo» è la parola giusta, perché uno schizzo è sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è tutto uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro.

   «Einmal ist keinmal». Tomáš ripete tra sé il proverbio tedesco. Quello che avviene soltanto una volta è come se non fosse mai avvenuto. Se l’uomo può vivere una sola vita, è come se non vivesse affatto.” (da L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera)

Nello studio di Eugène Delacroix, a Parigi, furono ritrovati più di seimila schizzi. Il più tragico dei pittori francesi dipingeva senza sosta, disegnava ogni giorno, fregiandosi del tocco rapido e veloce della sua matita.

Se non sei capace di fare uno schizzo di un uomo che cade dalla finestra prima che dal quinto piano arrivi a terra, allora non sarai mai capace di produrre lavori monumentali. Si dice fosse tra le sue sentenze preferite.

Oggi i disegni più belli, gli schizzi più intensi di Delacroix, direttamente dal Louvre di Parigi, sono a New York per l’esposizione allestita presso la Morgan Library sugli artisti francesi e la Rivoluzione.

Faccio, disfaccio, ricomincio e non raggiungo mai il risultato che cerco”, scrive in una lettera del 21 febbraio 1821 indirizzata a Charles-Raymond Soulier.

Per ogni tela commissionata, Delacroix scriveva incessantemente, tratteggiava profili, curve, movimenti, e li trascriveva nelle lettere che spediva ai suoi amici pittori. Riversava il tormento dell’incompiutezza in un foglio bianco, sfogava il perenne senso di insoddisfazione che lo perseguitava, fino alla realizzazione finale, inevitabilmente superba, di ogni sua opera.

Stuck in a moment. Molti degli schizzi di Delacroix non sono mai più stati ripresi. Intrappolati in una sfumatura del carboncino, semplici testimoni di genesi controverse, restano immobili su fogli ormai ingialliti, racchiusi in un movimento sviluppatosi altrove. Primo passo a cui non è mai seguito un secondo.

Einmal ist keinmal. Ciò che succede una sola volta non è mai accaduto. Lo diceva Kundera. Se questo è vero, gli schizzi del pittore che usava colori dolenti sono scaramucce, come diceva Alexandre Dumas a fine Ottocento parlando di Delacroix. Bagatelle di poco conto, di cui la storia potrebbe fare a meno.

“Guai a chi in un bel quadro vede soltanto un’idea precisa e guai al quadro che a un uomo dotato d’immaginazione non fa veder nulla al di là del finito. Il pregio del quadro sta nell’indefinibile: è proprio ciò che sfugge alla precisione”, scriveva Delacroix nel suo diario.

Questi giorni a New York assomigliano a uno “schizzo di nulla”, un “abbozzo senza quadro”. Scappano a ogni pianificazione. A ogni tentativo isterico di dare un appuntamento alle meraviglie della città, nell’idea vana di non mancarne neanche una. Procedono senza la preoccupazione di prendere sempre e necessariamente la decisione migliore o seguire l’itinerario consigliato, alla ricerca costante del bello nell’imprevisto.

Io debutto ogni mattina. Vivo New York come se fosse la mia città e, allo stesso tempo, cerco di abituarmi alla temporaneità. Mi calo nella dimensione di uno schizzo.

“In pittura l’esecuzione deve sembrar sempre improvvisata, e in ciò sta la differenza capitale da quella dell’attor comico. L’esecuzione del pittore sarà bella soltanto se egli si sarà lasciato andare un po’, se ricercherà nel corso dell’elaborazione. Prendo esempio da Delacroix e improvviso a ogni risveglio. Ho la matita sempre in mano e imbastisco leggerezze più o meno sostenibili. E cerco di trattenere il carosello di facce che mi volteggia intorno.

Se tutto quello che ho fatto solo una volta non fosse vero e reale, secondo Kundera potrei non aver mai visto i ballerini di tango del West Village sulla riva dell’Hudson, teatro malinconico della domenica pomeriggio, la notte stellata di Van Gogh o quella tagliata dalle punte dei grattacieli che disegnano la High Line. Non ho mai sfiorato l’oceano a Coney Island e rubato le conchiglie giganti alla marea. Non ho mai cercato, e trovato, il duello tra gli angeli di Delacroix nella chiesa di Saint-Sulpice a Parigi, un giorno freddissimo di novembre.

Soltanto l’esperienza può dare, anche all’ingegno più grande, la fiducia d’aver fatto tutto quello che poteva esser fatto. Solo i pazzi e gli impotenti si tormentano per l’impossibile“, (dal diario di Delacroix).

Forse New York necessita un piano. Una strategia. Una seconda volta da programmare. Forse mi sto sbagliando. Ma, in fondo, questo è il mio schizzo, la mia brutta copia. Rimarrà una bozza, incapace per natura di colmare un’inquietudine. Ma nel migliore dei casi, sarà sublime come un disegno dimenticato di Delacroix. Come una scaramuccia. Un tormento da narratore contemporaneo imbevuto di ansie metropolitane, che non accenna a svanire, anche a costo di andare incontro a ogni rischio di incoerenza.

Images © Eugène Delacroix

Soundtrack: The Tempest, third movement, Beethoven