Montreuil: Silent University a Bamako-sur-Seine

A Montreuil piove. È una grigia mattinata di fine maggio e alle porte di Parigi inizia un lunedì come tutti gli altri. Montreuil, periferia a est della capitale, conta il 20% di stranieri su una popolazione di poco più di 100.000 abitanti.

L’altissima concentrazione di maliani le ha valso il soprannome di “Bamako-sur-Seine” tra gli autoctoni. Ci sono almeno 112 nazionalità diverse, tra cui almeno 31 paesi africani, e il 50% dei bambini è straniero. Un melting pot effervescente sostenuto da una rete associativa capillare che a Montreuil si occupa, in maniera più o meno efficace, d’integrazione, al quale si aggiunge un nuovo fenomeno demografico che, di recente, ha fatto di Montreuil una delle cittadine prese di mira dalle giovani coppie, stanche forse dei ritmi parigini, ma non così tanto da rinunciare alla metropolitana vicina, e sedotte dalla possibilità di affittare un appartamento di 60 metri quadri con giardino a una cifra, forse, inferiore ai 1000 euro. Montreuil, cittadina “bobo” e rifugio d’immigrati.

È in questo variegato tessuto sociale che ha messo radici la Silent University, una sorta di università parallela nata per favorire la circolazione e la messa in pratica del sapere e delle conoscenze, pensata per coinvolgere rifugiati e immigrati nella vita accademica e professionale del loro paese d’accoglienza, liberando gli invisibili contemporanei dalla rete vischiosa della burocrazia europea.

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Il progetto, nato nel 2012 a Londra presso la Tate Gallery, da un’idea dell’artista e attivista curdo Ahmet Öğüt, 33 anni, nasce dalla concezione del silenzio come forma di resistenza attiva, gesto di protesta e come condizione propedeutica all’ascolto. L’obiettivo è la creazione di una comunità di persone che abbiano voglia di condividere le proprie competenze con gli altri, attraverso una piattaforma autonoma on-line.

La modalità è semplice: ci s’iscrive indicando quali competenze si possiedono e quali possono essere condivise, si indica la quantità di ore da poter dedicare al progetto. Una volta registrati, è possibile proporre una serie di lezioni e tutti i corsi sono a disposizione, gratuitamente. Ogni docente elabora il corso nella lingua e nel formato che preferisce, abitualmente sotto forma di dispense e slide, con l’aggiunta di contributi video.

Per ora, è possibile seguire, tra gli altri, un corso sulla Storia della Letteratura curda, uno studio comparativo tra le leggi della Sharia e il sistema politico svedese, un corso pratico su come creare il proprio business personale, lezioni sulla calligrafia araba e una sessione sulle malattie sessualmente trasmissibili e la storia dell’HIV. Infine, ci sono i consulenti, avvocati, commercialisti o semplici cittadini, con un passato da immigrati illegali, ormai perfettamente inseriti nella comunità, che offrono a chi ancora arranca dritte e consigli.

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Dopo Londra, la Silent University ha aperto le porte a Stoccolma, presso la Tensta Konsthall, è in procinto d’apertura a Berlino e, dallo scorso ottobre, ha trovato casa a Parigi. “No, a Montreuil”, precisa Maya Mikelsone, 32 anni, di origine lettone, unica responsabile della Silent University francese. Una precisazione non da poco, visto che è la città di Montreuil a finanziare l’iniziativa per un anno e a permettere che il piccolo ufficio della Silent University sia accolto dal 116, un contenitore d’arte nuovo di zecca alle porte della città.

È al terzo piano di questo immenso centro d’arte contemporanea, ridipinto di bianco, che la Silent University ha aperto i battenti, accogliendo curiosi e visitatori in due stanzette, che odorano ancora di mobili nuovi e carta appena stampata. Sulla porta, il logo del progetto, uno scudo giallo e nero.

“Bisogna rivoltare il concetto di università dall’interno e presentarsi seriamente, a cominciare dal logo, volutamente istituzionale”, ha dichiarato Öğüt, “se ci presentassimo come un progetto troppo alternativo non saremmo neanche presi in considerazione”, l’idea è invece quella di fornire diplomi e attestati che abbiano la stessa validità delle istituzioni universitarie tradizionali. Come ha specificato Öğüt: “vogliamo creare una piattaforma che riattivi le competenze accademiche dei richiedenti asilo, ma è importante capire che la parte più importante del nostro processo è l’approccio iniziale a questo tipo di comunità, che, purtroppo, è fatta solo di ombre”.

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In ogni città, il progetto prende una forma diversa: “è inevitabile”, spiega Maya, “ogni stato prevede leggi diverse in materia di immigrazione e la popolazione è differente”. Ma l’intenzione resta la stessa. Dare voce a chi non ne ha. È per questo motivo che nel 2013 la Silent University ha vinto i Visible Awards, un riconoscimento che premia i progetti artistici impegnati nel sociale in grado di ripensare le città e gli spazi urbani.

Fulcro del progetto è, infatti, la riflessione sul concetto di visibilità e invisibilità, dell’immigrato percepito come risorsa o come problema o, semplicemente, come essere umano. “Penso ai moduli da completare per la registrazione degli immigrati”, chiarisce Maya, “la loro professione, i loro studi, non sono richiesti”. Eppure, nella maggior parte dei casi, si tratta di rifugiati costretti a venire in Europa, che vorrebbero tornare indietro o almeno fare quello per cui hanno studiato e in cui hanno investito.

Il paradosso, sebbene prevedibile, è che questo progetto, nato per immigrati e rifugiati, abbia attirato l’attenzione di intellettuali e artisti, almeno in quel di Parigi. In Francia, infatti, ci si ritrova con un’abbondanza di consulenti ma pochi conferenzieri: “ci rivolgiamo a persone in difficoltà e dovrebbero essere loro gli attori principali, invece sono contattata da tutt’altro tipo di persone”, spiega Maya.

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In Francia, la Silent University ha assunto contorni artistici, troppo idealisti forse, studiosi e professionisti dello spettacolo sono attratti dal progetto, dall’idea dell’impegno sociale, dalla possibilità di un’ulteriore vetrina o, più banalmente, dal pensiero di sentirsi utili e di mettere il proprio pensiero a disposizione della collettività, ma sembrano perdere di vista lo scopo principale, cioè quello di coinvolgere gli immigrati. “Credo che molti di loro abbiano problemi con i documenti e non vogliano mettere i propri dati on-line”, continua Maya.

E qui, forse, s’intuisce quella che è un po’ la falla di questo progetto, nobile nelle intenzioni, forse ancora troppo poco rodato. I luoghi, gli spazi, sembrano non corrispondere alla filosofia: internet, purtroppo ancora non accessibile a tutti, ma soprattutto i grandi centri d’arte, dalla Tate Gallery al 116, dove difficilmente si vedrà entrare un rifugiato. Così a Montreuil, città che conta una delle più alte concentrazioni di stranieri e immigrati nella periferia vicina alla capitale, non si trovano persone da aiutare.

Forse basterebbe anche solo fare un salto nella biblioteca comunale, enorme e attivissima, che da tempo organizza corsi di francese anonimi. Un banchetto della Silent University, all’entrata, sarebbe forse più utile di questo ufficetto patinato nascosto al terzo piano di un centro d’arte. Il progetto nasce effettivamente per muoversi da solo, indipendente, on-line, ma, tenendo conto dell’altissimo potenziale, lo si vorrebbe magari un po’ più concreto, con meno fili e piattaforme, più radicato nella realtà locale.

Probabilmente, alla fine del mandato di un anno, la Silent University cambierà posto, si parla del Centre Pompidou. Forse si dissolverà nella rete o diventerà, idealmente, itinerante, senza un vero ufficio. Senza fissa dimora e magari più vicino allo stile di vita dei suoi studenti.

Qui l’articolo pubblicato su Doppiozero.

Parigi-altrove: solo andata

La scorsa domenica, sono arrivata all’aeroporto di Bologna, con largo anticipo. Ripartivo per Parigi, dopo quattro giorni trascorsi tra Milano e Padova. In questa breve parentesi, ho capito che gli anni passano per tutti, ma non per alcune amicizie, ho visitato per la prima volta il cimitero monumentale di Milano e ho scoperto che ha il soffitto dipinto di un blu immenso, mi sono ricordata perché scrivo e perché voglio fare della scrittura il mio mestiere, dopo una breve chiacchierata in Stazione Centrale, ho fatto incredibilmente il bagno a Chioggia ma ho resistito non più di un quarto d’ora nell’acqua, ho imparato a riconoscere le piazze di Padova e orientarmi nel centro storico andando in bici per viottoli e riviere, ho fatto la tessera per la biblioteca comunale e per un chiosco notturno, ho pensato a Parigi pochissime volte.

Ho preso un caffè al bar dell’aeroporto, zaino in spalla. Ho atteso cinque minuti. Poi dieci. Ho tirato fuori la carta d’imbarco e l’ho lasciata sul bancone. Lussi da compagnie low cost. Torno in macchina e dopo due ore sono di nuovo a Padova. Senza programmi, senza biglietti di ritorno, con pochissimi vestiti nello zaino (per chi mi avesse scorto con la stessa camicia bianca da almeno 4 giorni) e un sollievo che forse non provavo da mesi. Qualche nuovo amico e forse un’idea nuova di me, delle mie giornate in altre latitudini, in un’altra lingua, la mia, e con abitudini differenti. Il sentirsi altrove, finalmente, pur essendo tornati nel proprio paese.

Che il giorno dopo Padova abbia incoronato sindaco un leghista è un’altra storia. Che comincia una mattina d’inizio estate, trascorsa presso la casa dei Diritti “Don Gallo” insieme ai ragazzi dell’associazione Razzismo Stop e del progetto Melting Pot Europa.

Qui qualche immagine.

La palazzina recuperata dai ragazzi di Razzismo Stop, occupata da 60 rifugiati nord-africani dallo scorso dicembre, al civico 90 di via Tommaseo, Padova.

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L’assemblea generale. Tra i punti all’ordine del giorno, la vittoria alle elezioni comunali di Massimo Bitonci, leghista, e l’iniziativa No Borders Train, manifestazione europea per l’abbattimento delle frontiere interne in Europa, prevista per il 21 giugno.

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Alassane, 53 anni, dal Senegal, il falegname della casa. Chiacchieriamo un po’ in francese.

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Abdullah, 24 anni, originario del Ciad, tra i più giovani inquilini della Casa dei diritti “Don Gallo”. Sicuramente il più elegante.

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La mattinata finisce. Ormai è quasi mezzogiorno, il caldo è impietoso. Ci si rifugia tutti dentro.

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A breve il reportage.

 

Soundtrack: C’eravamo tanto sbagliati, Lo Stato Sociale 

The Drawer: il disegno contemporaneo a Parigi

Pensarsi come un cassetto pieno di schizzi e disegni. Immaginarsi come una collezione di immagini, di pezzi unici e rarità. È questa l’intenzione di The Drawer, rivista semestrale dedicata al disegno e all’immagine, distribuita da Les Presses du Réel, nata a Parigi nel 2011 dall’intuizione creativa di Barbara Soyer e Sophie Toulouse, mente e cuore del progetto, ma soprattutto occhi attenti ed esigenti.

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Le due editrici sono al lavoro ogni giorno nel loro atelier a due passi dalla Basilica del Sacro Cuore, a Montmartre, nel lato placido e meno chiassoso del quartiere, al di là del boulevard de Rochechouart, lontano dal clamore di turisti e venditori. La porta è sempre aperta, ma si entra solo su appuntamento o in occasione dei “rendez-vous”, occasioni speciali in cui gli artisti della rivista sono invitati a esporre le proprie opere anche sui muri dell’atelier, una programmazione saltuaria, senza calendari o orari fissi. Sin da subito, una dichiarazione di poetica: “la nostra è una rivista principalmente visiva”, spiega Barbara, “senza alcun proposito di analisi, interpretazione o critica del disegno: lasciamo carta bianca e terreno libero agli artisti, i soli protagonisti delle pagine”. Nel ricco panorama delle riviste dedicate all’illustrazione in Francia, come la decana Roven, incentrata sulla critica e l’estetica, o la nuova The Shelf, rivista grafica sull’oggetto-libro, The Drawer ha un’immediatezza visiva peculiare e si vota interamente al disegno come pratica democratica, raccogliendo insieme nelle stesse pagine disegnatori più o meno conosciuti, francesi e internazionali, professionisti dell’immagine disegnata e non. “In questi anni abbiamo coinvolto architetti, designer, stilisti, anche autori, specialisti della parola scritta”, raccontano le editrici, “non siamo alla ricerca di una destrezza particolare con la matita, né di un’originalità a ogni costo, ma di un’estasi della vista, di un’immagine che possa richiamarne altre”.

L’immagine disegnata occupa quindi il posto principale. Ma attenzione a parlare di illustrazione. “Noi evitiamo questa parola”, spiega Barbara, “l’illustrazione, solitamente, è realizzata su commissione. A noi interessa invece il disegno in quanto pratica spontanea, a sé stante, espressione libera dell’artista, senza alcun limite”. L’unica indicazione, infatti, data ai collaboratori è una sorta di fil rouge, una tematica scelta ispirandosi a un’opera cinematografica o letteraria, che possa evocare immaginari, corrispondenze, provocare interpretazioni e variazione multiple e inattese. Da qui la scelta di film o libri inevitabilmente presenti nella memoria collettiva, in grado di solleticare la fantasia, da Tempi Moderni, per il primo numero, a Le Metamorfosi, fino a 1984, soggetto dell’ultimo.

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La rivista si apre su un editoriale, unico testo presente, e continua srotolando immagini e sensazioni, intervallate solo da un questionario, una sorta di ritratto dell’artista, che si presenta in poche essenziali risposte. Per il resto, solo puro disegno. “Non badiamo più di tanto alla narrazione”, spiega Barbara, “come in un cassetto, si può aprire la rivista in una pagina a caso e apprezzarne l’immagine, oppure sfogliarla una pagina dopo l’altra”. Non ci sono storie, ma ritmi, frequenze: “la nostra principale preoccupazione editoriale è che i disegni siano ben calibrati, disposti secondo un ordine visivo e una logica estetica”. Coordinatrici a tutto tondo, Barbara e Sophie presentano la rivista come artigianale e 100% fatta a mano: “siamo solo in due e completamente indipendenti e ci concentriamo sempre di più sulla rivista, nonostante entrambe seguiamo percorsi paralleli come direttrici artistiche ed editoriali freelance”. Un’indipendenza, quella di The Drawer, inizialmente autofinanziata e poi mantenuta grazie ai ricavi dei primi volumi, ma soprattutto alla generosità dei collaboratori. “Non ci possiamo permettere di retribuire i disegnatori”, continua Barbara, ricorrendo a formule fin troppo familiari, “offriamo visibilità e una vetrina unica e fortunatamente ci hanno sempre detto di sì”.

Accanto al progetto della rivista, si affacciano nuove idee: “stiamo ripensando all’approccio espositivo del disegno”, continuano, “vogliamo sfuggire alla monotonia delle gallerie e dei musei e inventare un nuovo dispositivo per esporre le opere che non sia la solita affissione alle pareti”. Da questa esigenza di creatività, nasce The Drawer Unit, il primo pezzo unico firmato The Drawer, un vero e proprio mobile a cassetti, in legno, dove i disegni si lasciano consultare e apprezzare in un formato diverso, che, inoltre, gioca con l’intimità del disegno stesso, che spesso è solo una produzione laterale nel lavoro di un artista e, di frequente, è destinato all’oblio in un angolo della scrivania. “Vorremmo creare dei pezzi unici, grazie al lavoro di alcuni colleghi designer, e farli circolare nelle gallerie, nei musei, nei luoghi o centri d’arte”.

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Alla base c’è il desiderio di trovare qualcosa che non sia già visto, un’esigenza di varietà nelle discipline e, soprattutto, il voler dimostrare come il disegno nasca e attraversi più universi creativi, alcuni insospettabili. Sulle pagine di The Drawer, infatti, oltre a disegnatori di professione, tra tutti Ruppert & Mulot, sono finiti architetti, stilisti e anche scrittori. “Abbiamo voglia di autenticità”, interviene Sophie, “spesso anche una bozza intermedia, un lavoro preparatorio, uno schizzo distratto ci colpisce e lo scegliamo per la rivista”. Quelli di Barbara e Sophie sono occhi sempre più esigenti, alla ricerca di un guizzo particolare nel tratto o nel colore. “La selezione diventa sempre più difficile”, spiega Barbara, che non sembra attratta da quella che individua come una tendenza contemporanea, esageratamente preoccupata del dettaglio, della precisione della matita, del tratto fine e particolareggiato. Un realismo figurativo fin troppo perfetto, quasi un’emulazione della fotografia, o forse troppo poco sporcato dall’estro per destare emozioni. Una tendenza riscontrata di frequenza durante gli ultimi saloni o nelle mostre più recenti, abitualmente setacciate dalle due editrici. Lungi dal fare scouting, infatti, Sophie e Barbara si dilettano, tuttavia, nello scoprire nuovi talenti, alla ricerca di colpi di fulmine visivi. Così è stato, ad esempio, per il duo Florentine e Alexandre Lamarche-Ovize, giovanissimi creativi francesi, scultori, pittori, disegnatori e fotografi, artisti quasi rinascimentali, autori di una riflessione figurativa e pitturale incentrata sulla città e la memoria urbana, esposti di recente anche presso l’atelier della rivista.

Perfettamente inserito nel brulicante panorama francese, The Drawer resta tuttavia soddisfatto nella sua nicchia. “Siamo venduti in libreria ma sicuramente non siamo un prodotto da grande pubblico”, spiega Barbara, “i nostri lettori sono interessati all’arte contemporanea, alla creatività o sono addetti ai lavori”. Da parte loro, c’è sicuramente la volontà di dare vita a un oggetto di altissima qualità, a cominciare dalla carta, al fine di realizzare un prodotto dalle caratteristiche sempre più rare, da collezionare per la propria libreria. “Cerchiamo di dare quello che internet non può fornire”, continua, “ma non siamo in conflitto con il web: sicuramente ci evolveremo anche on-line, in un modo o nell’altro”. Per ora, a destare maggiore interesse è il disegno digitale: “abbiamo pubblicato immagini realizzate con l’iPad, disegni colorati al computer: è un modo per noi di dimostrare che si chiama ‘disegno’ anche ciò che non è necessariamente realizzato con carta e matita”.

Che cos’è il disegno oggi? Perché disegnare? Sono domande che tornano di frequente sulle pagine di The Drawer, a partire da alcuni questionari proposti agli artisti. Una domanda all’apparenza semplice e antica, eppure sempre più attuale nel contesto della creatività che attraversa tanti disegnatori quanto fumettisti, illustratori e grafici. “Ce lo chiediamo spesso anche noi”, conclude Barbara, “la rivista forse è il nostro tentativo di dare una risposta”.

 

Qui l’articolo pubblicato su Fumettologica.

Parigi, Molitor: la piscina comunale diventa club privato

Chiusa per 25 anni, ha riaperto i battenti lunedì 19 maggio, in grande stile la piscina Molitor, luogo storico della città di Parigi, tra l’estasi collettiva, l’emozione soddisfatta del quartiere, ma soprattutto le accuse dei non pochi detrattori, davanti a questo nuovo imponente club privato d’élite, accessibile a pochi, l’ennesima porta che si chiude nella capitale.

Sì perché, lungi dall’essere la piscina comunale di un tempo, la piscina Molitor, situata nel ricco 16simoarrondissement, è oggi parte di un enorme complesso privato che include hotel a cinque stelle, ristorante e spa. Farsi un bagno è un lusso per pochi. L’accesso è, infatti, consentito solo ai clienti dell’hotel o ai fortunati membri di un club, la cui adesione annuale ammonta a 3300 euro, previa segnalazione da parte di un membro e diritto d’entrata di 1200 eurocela va sans dire. Per non peccare d’ingordigia, la struttura mette a disposizione tre striminzite mezze giornate a settimana, solo per i bambini, o meglio gli scolari, specificazione non irrilevante, del quartiere. Per tutti i comuni mortali, invece, un biglietto d’ingresso giornaliero è a 180 euro.

Il direttore del complesso, Vincent Mezard, appena trentenne, ha insistito perché la piscina conservasse l’aspetto dei suoi anni d’oro. Stessa sfumatura di giallo per le pareti, proprio come desiderava l’architetto che progettò l’edificio negli anni Venti, Lucien Pollet, i mosaici ristrutturati dallo stesso fabbricante che aveva fornito piastrelle e colori nel 1929, perfino le ringhiere sono le stesse. Chef del ristorante è Yannick Alléno, ex tre stelle nel celebre Meurice a Parigi, mentre la Spa è profumatamente, in tutti i sensi, firmata Clarins. Ultima immancabile precisione: per onorare il suo passato da tempio della street art, la nuova piscina Molitor, negli occhi sognanti di Mezard, si apre alla creazione contemporanea, ospitando mini-atelier d’artisti, dirette dall’Opera e sfilate di moda. Come a dire, ricchi sì ma pur sempre colti e raffinati. La terrazza, con vista sulla Tour Eiffel, il Bois de Boulogne e il campo del Roland Garros, è già tra i candidati ad essere “the place to be” per la jeunesse dorée parigina per l’estate imminente.E Mezard sembra incarnare perfettamente la filosofia della nuova piscina Molitor, aperta a tutti ma riservata a pochi.

Inaugurata nel 1929 dai campioni olimpici di nuoto Aileen Riggin e Johnny Weissmuller, la piscina diventa immediatamente un luogo di culto, centro dello sport cittadino e tempio della vita mondana nella capitale: party dorati, memorabili costumi da bagno, coppie celebri, la prima apparizione di un malizioso bikini, nel 1946, ma soprattutto una straordinaria cornice Art Déco, che ha reso sin da subito l’edificio un vero e proprio monumento storico. Piscina a vocazione democratica, come ogni stabilimento comunale che si rispetti, ogni inverno, fino alla fine degli anni ’70, l’immenso palazzo diventava pista di pattinaggio sul ghiaccio, aperta a tutti.

Chiusa nel 1989, la piscina finisce in mano ai writer, mutandosi, un murales dopo l’altro, nel cuore pulsante della street art a Parigi. Si mormora di un rave con circa 5000 persone, notti scatenate, ricordi di una Parigi che oggi sicuramente non esiste più, se non nei resti di murales, oggi conservati come cimeli all’interno del complesso. Le cose cominciano a cambiare già dopo il 2000, quando la piscina si lascia inevitabilmente influenzare dalla sua cornice, il quartiere più borghese della capitale, il 16simo per l’appunto, e anche le sue feste, per quanto pazze e alcolizzate, ma soprattutto gratuite, si fanno decisamente più esclusive. Si ricorda in particolare una serata Nike Sportswear Club, ben lontana dalle feste punk con cani al seguito di fine secolo.

Tutto finisce nel 2007, con la decisione dell’allora sindaco Bertrand Delanoë di voler restituire la piscina ai parigini e l’appello della Città di Parigi a capitali privati per finanziare la ristrutturazione del complesso. Vince l’appalto Colony Capital, che finanzia i lavori per circa due anni e mezzo, con la collaborazione di Bouygues e Accor, investendo 80 milioni di euro. L’ex ministro della Cultura francese Jack Lang si rammarica della distruzione dello spirito di Molitor: “E’ stata una buona idea fare appello a capitali privati, ma la piscina sarebbe dovuta restare un luogo accessibile a tutti”. Da qui il silenzio, che fa non poco rumore, da parte del nuovo sindaco, la socialista Anne Hidalgo, che, purtroppo, forse arrivata troppo tardi, anche animata da buona volontà non potrebbe fare granché. Oggi, la città di Parigi resta proprietaria del terreno ma ufficialmente è Colony Capital a detenere il monopolio del complesso, in virtù di un contratto d’affitto della durata di  54 anni, firmato nel 2008.

La piscina Molitor diventa quindi uno stabilimento privato, l’ultima conquista di pochi oligarchi a danno della collettività, ma soprattutto un simbolo più che eloquente della lenta ma inesorabile trasformazione della capitale francese in un paradiso esclusivo, spaventosamente noioso, solo per ricchi.

Qui, l’articolo pubblicato su FQParigi, il blog dalla capitale francese de Il Fatto Quotidiano.

Guerrilla store e vetrine effimere nel Marais

Si definisce “guerrilla store”, semplicemente perché “non cerchiamo di piacere a tutti i costi ma portiamo avanti una lotta estetica ben precisa”. A metà tra la boutique chic e l’atelier creativo per adulti, il punto vendita biologico e la libreria impegnata, Moratoire, ultima vetrina effimera nel cuore del Marais, intende preservare la sua anima pedagogica e proporsi come luogo di scoperta, di stimolo, intellettuale, culinario e anche modaiolo. Al civico 12 di rue du roi de Sicile, nel cuore del quartiere, spuntato quasi dal nulla lo scorso marzo, come ogni pop-up store che si rispetti, Moratoire resterà aperto ai visitatori per tutta la primavera.

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IN LOTTA CON LE GRANDI MARCHE. “La scelta del Marais non è casuale”, spiega Tristan Bera, classe 1984, storico dell’arte e artista, coinvolto nel progetto, “è un quartiere che manca crudelmente di spazi di lotta impegnati e indipendenti dalle grandi marche e inoltre è un’area internazionale, che pullula di nazionalità differenti, grazie al turismo di massa, al pubblico delle gallerie e dei tanti saloni”. Insieme a Bera, provenienti da ambiti ed esperienze completamente differenti, ci sono anche Matthieu Blancher e Karim Adjab, uniti nell’intento di cimentarsi in un progetto commerciale etico in un ambiente urbano completamente saturo. Da qui la scelta di un ventaglio di prodotti alimentari ispirati alla tradizione giapponese e vegetariani (in collaborazione con il catering Roulé Boulé), una selezione di testi impegnati e l’esposizione e la vendita di veri e propri abiti da lavoro, calzini da città, calzature adatte all’asfalto urbano e, soprattutto, punto forte della collezione, tute da lavoro risalenti agli anni Cinquanta, scovate qualche anno fa, riammodernate e adattate alle esigenze contemporanee. Così, anche se le porte chiuderanno il 15 luglio, Moratoire punta su uno stile di vita destinato a durare, che non passa di moda. E che, soprattutto, come precisa Bera, necessita di una riflessione, un’esigenza reale, un approfondimento. “I testi selezionati arrivano direttamente dalle nostre librerie”, continua, “si tratta di una sorta di biblioteca engagée”, con libri che vanno da Sartre al marchese De Sade, “letture non solo impegnate ma anche impegnative”. Mentre, per l’angolo culinario, la cucina nipponica si sposa con le esigenze della vita urbana, con comodi formati take away e curiosi mix tra Giappone e Francia, come le dolci roll-cake al gusto di tarte tatin.

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IL CAPOSTIPITE DELL’EFFIMERO. Sempre nel Marais, si trova la vetrina effimera per eccellenza. Nello spazio della galerie Joseph, al civico 7 di rue Froissart (per esempio nel weekend del 23, 24 e 25 maggio, con abbigliamento, gioielli, accessori, ceramiche, oggetti di design…) o al 116 di rue de Turenne, apre i battenti regolarmente, almeno una volta ogni due mesi, la Boutique Ephémère, luogo di ritrovo di creativi, modaioli e semplici curiosi, nata nel 2011 da un’idea della creatrice Marthe Lazarus. Dotata di una vetrina on-line dal 2013, resta lo spazio ideale per scambiare idee, contatti e passaparola, la cornice giusta per fare del semplice atto della vendita un evento esclusivo. Effimero quindi, per gusto sì, ma anche per necessità, data l’impossibilità, soprattutto per i creatori emergenti, di far fronte all’affitto mensile e aprire una boutique personale nel cuore della capitale. Di necessità, Parigi fa dunque virtù e l’effimero fa sempre più tendenza.

OGNI ACQUISTO UN PESCIOLINO. Un pizzico di novità insomma per un quartiere come il Marais che, nonostante l’apertura compulsiva di atelier e boutique, resta come impaludato nello stesso stile di sempre, con scarse differenze tra una vetrina e l’altra. A cimentarsi con l’effimero, di recente, ci si è messa anche la maison Kenzo con “No Fish No Nothing”, al civico 11 di rue Debelleyeme, spazio appositamente dedicato alle vetrine temporanee. Dal 21 al 27 marzo scorso, in collaborazione con la Blue Marine Foundation, Kenzo ha inaugurato una vera e propria boutique digitale, dove poter scegliere e ordinare da uno schermo i pezzi della nuova collezione. A ogni acquisto, un nuovo pesciolino raggiungeva i suoi simili in una sorta di acquario digitale esposto in vetrina. Un’idea per associare impegno per l’ambiente e passione per la moda, sensibilizzando anche i turisti più frivoli del Marais alla lotta contro la pesca selvaggia.

DORMIRE. Per un soggiorno dotato di ogni comfort, nel cuore del Marais, l’indirizzo giusto è l’Hotel Turenne (al civico 6 di rue de Turenne). Interamente climatizzato, l’hotel offre 41 camere con accesso internet gratuito, servizio in camera, possibilità di colazione (con un supplemento di 14 euro) e servizio lavanderia. Camera doppia a partire da 107 euro. Per viaggi più economici, il gruppo Mije ha il suo ostello di riferimento nel quartiere al civico 6 di rue de Fourcy, a due passi dalla Maison Européenne de la Photographie, in un antico palazzo che offre più di 200 camere, postazioni internet (ma wi-fi a pagamento), lenzuola e coperte. Contare circa 30 euro a notte.

MANGIARE. Il Marais offre un ventaglio invidiabile di sapori e curiosità culinarie, dai falafel della rue des Rosiers alle delizie delle coloratissime panetterie ebraiche sparse nel quartiere. Per chi avesse voglia, invece, di una pausa in uno dei raffinati ristoranti nascosti nelle viuzze del quarto arrondissement, a due passi dalla Senna, al civico 16 di rue Charlemagne, c’è Chez Mademoiselle, fresco bistrot, ammodernato di recente, dalla cucina semplice ma ricercata (circa 35 euro per un pasto completo), con ingredienti tutti di stagione, e carni rigorosamente di qualità, reinterpretati creativamente da uno giovane chef. È consigliato il filetto di salmone impanato al sesamo bianco. Per sentirsi impegnati invece, anche a cena, il posto giusto è Les Philosophes, al 28 di rue Vieille du Temple, albero maestro del gruppo Caféine, di cui fanno parte anche tutti gli altri bistrot della strada, impegnati nell’offrire una cucina eticamente sana sotto la guida dello chef e attivista politico Xavier Denamur (il piatto del giorno a partire da 12 euro).

ARRIVARE. Si arriva a Parigi, o giù di lì, con Ryanair, collegamenti quotidiani a partire da 30 euro (con Ryanair, meglio prenotare il più presto possibile) da tutte le principali città. Tuttavia, mettete in conto almeno altri 16 euro di bus, per arrivare, con una corsa di circa un’ora e un quarto, dall’aeroporto di Beauvais a Porte Maillot, alle porte della città. Da lì, una fila di taxi è costantemente in attesa a disposizione dei passeggeri, altrimenti basta girare l’angolo, oltrepassando il centro commerciale, per trovare l’entrata della metro (linea 1). Con easyjet, collegamenti quotidiani da tutte le importanti città italiane, tra cui Pisa e Milano, a partire da 37 euro.

Qui l’articolo pubblicato su OggiViaggi.

All we ever wanted

A volte penso che qualche brandello di me sia ancora sparso là fuori. Se mi concentro, riesco ancora a sentire il freddo ai piedi mentre mi arrampicavo lungo una rue de Ménilmontant innevata, una sera di dicembre. Nelle narici torna il profumo dei polli arrosto della rue du Bac, il ventaglio di colori dei negozi di calzini e cappelli, la tuta mimetica di un mendicante, lì ogni mattina, chiedeva l’elemosina senza supplicare nessuno. Rivedo la giostra dell’Hotel de Ville e la timidezza feroce di un primo appuntamento. Mi ricordo perfettamente del bicchiere di vino rosso rovesciato sul bancone di un caffè di Buzenval, mentre annegavo nell’attesa fino alle 2 del mattino. Le corse notturne in rue de Tolbiac per trovare il primo taxi che mi portasse, nel minor tempo possibile, al di là della Senna. Le fughe, da Nation a place Monge, per dimenticare, il tempo di un caffè, piccole grandi decisioni inesorabili. La convinzione di vivere qualcosa di spaventosamente più grande e di terribilmente bello. Tutto aveva i contorni dell’assoluto. Pensavo che al mondo non potesse esistere qualcuno che non avesse voglia di abitare a Parigi. Di vivere nell’ebbrezza continua. Anche quando piove.

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Oggi sono qui, al centro di un buio salotto, sprofondato in un silenzio imbarazzato, quello delle case che vanno a letto presto, ma non riescono a dormire, sotto le coperte. A chiedermi se è possibile provare invidia per se stessi, per quello che eravamo un tempo, per le idee che ci illudevano di essere felici. Se fosse possibile, mi piacerebbe recuperare tutti i brandelli lasciati per strada, ricucirli, fare finta per un attimo che niente sia cambiato. Salire su un vecchio scooter nero e lasciarmi portare ovunque. Annuire sorridente durante le conversazioni concitate dei francesi di cui, appena sbarcata, intuivo a malapena il contenuto. Fare per la prima volta ogni cosa. Ma non posso. Di sera, quando il cielo è rosa e il sole insiste sui tetti grigi almeno fino alle dieci, penso d’essere ormai incapace di restare e, allo stesso modo, incapace di partire. La città adesso mi guarda dalla finestra. Mi sento quasi colpevole a scrivere con i tanti occhi accesi che mi guardano, le mille abat-jour nella cascata di appartamenti che si srotolano davanti a me. Parigi ha perso il suo velo, il suo mistero o, chissà, anche io per lei, forse, sono diventata uno dei suoi tanti individui annoiati, che raccontano a se stessi che Parigi non è abbastanza, mentre sono solo loro ad essere di troppo.

Soundtrack: All we ever wanted was everything, Bauhaus

 

Random thoughts of a fashion editor

know I said I had no other practical skills, but I don’t think I’ll ever be as good at anything as I was at selling clothes. Or enjoy anything as much. I was in my element. I would recommend it to any writer. Not just because of the number of people you get to meet, but because it forces you out of your shell. Because writing is so inherently solitary, it is nice to balance it with a job that involves some other socialization.”

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“I always felt like material success meant that you had one of those guys who meet you at the airport with a sign with your name on it. To not have to think about getting anywhere after a flight seemed to me the height of luxury. Being able to abdicate responsibility like that seems the height of luxury.”

“In New York everything is so strange. You can’t think in normal terms. If you think, One day I’d like to have a baby, then you immediately think, How can I live in an apartment that would accommodate a child? If we talk about getting married, we don’t know where we could afford to do a reception in the city. It would be nice to have those things not be a source of anxiety one day.”

“Be kind to everyone. Not because people can help you but because…it will pay dividends. It is the way you will have wanted to live your life in a couple of years and in a few more years even more so, I am sure. And, on a practical level, this is a small city and a small business and a small world. You see a lot of people being unkind for a cheap laugh or for a few page views. And it’s not a way to live your life.”

 

Sadie Stein, Deputy Editor at The Paris Review, on her days as a young unknown writer living between Paris and New York.

Ill wind

A ill wind is bringing me down these days. It’s a real ill one, since I’ve been coughing for days and still not able to leave the apartment or do something different than lay down with books, tea and cats. And a wicked one, ‘cause I’m pretty scared about following it. It’s not pushing me far away, just a few kilometers far from my beloved apartment next to Père Lachaise towards a bigger cozy house. It is not as strong as it used to. It is no more able to push me until another country, to make me eager about crossing the ocean, or even crossing the street. To make me hope for unknown and surprises.

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“Perhaps when we find ourselves wanting everything, it is because we are dangerously close to wanting nothing.” Sylvia Plath wrote these lines in her diaries. She used to feel still and empty, as the eye of a tornado “moving dully along in the middle of the surrounding hullabaloo”. This ill tornado is just leaving myself in the arms of someone else, ready to be shaped by someone else’s plans, since following mine has become that difficult and I’m just looking for simplicity and easiness.

This ill wind is messing with my wish-lists and dreams and I’m desperately fighting in order to spare something from this silent hurricane. But still. I’ve finally discovered myself just longing for this safe nothing. Anxious about trying on different lives, like different dresses, just to put them in a closet once again. As Sylvia Plath would do. Just willing “to lie with my hands turned up and be utterly empty. How free it is, you have no idea how free.”

Soundtrack: Ella Fitzgerald, Ill Wind

 

 

Hollande in stile gangsta

Si chiama Pierre-Yves Bocquet, ha 40 anni, ed è uno degli uomini in giacca e cravatta che ogni mattina attraversano la rue du Faubourg Saint-Honoré per arrivare puntuali in ufficio. E non in un ufficio qualunque, ma all’Eliseo, nel cuore dell’ottavo arrondissement di Parigi. C’è però una parte della Francia che lo conosce, anzi lo legge, sotto il nome di Pierre Evil, critico musicale gagliardo, di quelli che non la mandano a dire, appassionato e cultore di gangsta-rap. Da circa due settimane, tuttavia, Evil, la metà oscura, è stato messo in cantina, in favore di Bocquet, l’alto funzionario, nuovo paroliere di François Hollande, la cui missione sarà quella di impiegare il suo estro letterario al servizio dello stato e scrivere i discorsi, le prefazioni e gli interventi del primo uomo di Francia. Anche se, hanno precisato gli uomini del presidente, non si tratterà di redigerli dall’inizio alla fine ma solo di “preparare”, una sorveglianza speciale alla sintassi e allo stile, insomma, perché “Hollande ama scrivere da solo i suoi discorsi”.

Così Hollande cambia stile e, quando ha deciso di regalarsi un ghost writer nuovo di zecca, non ha dovuto fare molta strada. Bocquet era, infatti, già in carica presso il governo, precisamente agli affari sociali. La sua militanza negli ambienti politici, però, comincia durante gli studi, quando è tra gli eletti del più grande sindacato studentesco di Francia (UNEF). La carriera all’Eliseo debutta, invece, nel 2000, presso l’ufficio di Elisabeth Guigou, ministro del Lavoro ai tempi di Lionel Jospin. Adesso Bocquet prende il posto di Paul Bernard, che lascia il calamo di stato per ragioni personali, secondo quanto indicato dalle fonti ufficiali.

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Una notizia che ha destato l’attenzione, soprattutto per l’anima nascosta di Bocquet e per la sua doppia vita: alto funzionario discreto di giorno, critico musicale sovversivo di notte. Pur restando sempre anonimo, infatti, si era già fatto notare ai tempi in cui era redattore musicale per il magazine culturale Chronic’art, per lo stile hardcore e soggettivo, con incursioni inaspettate nella sociologia alla Bourdieu. Fred Hanak, giornalista e suo ex collega, nonostante non l’abbia mai incontrato di persona, ne dice meraviglie: “Evil sa di cosa parla, prende il tempo necessario per capire le parole, non fa mai errori, usa i riferimenti con maestria e non bada certo ad accattivarsi gli artisti”. Per lui, Bocquet anzi Evil, è tra i tre migliori critici francesi di rap, nonostante la sua conoscenza del rap domestico lasciasse a desiderare. “Evil è come Chirac”, continua Hanak, “un mago nella politica estera, scarso in politica interna”. Cyril de Graeve, che fu suo caporedattore sempre presso Chronic’art, lo ricorda come un uomo senza particolari stravaganze, vestito con poca fantasia ed eccentricità, tutto il contrario dei suoi articoli. “Si faceva vedere poco, lavorava per noi in maniera sporadica e come volontario”. Bocquet ha anche firmato con il suo pseudonimo (che, non ce ne voglia, fa un po’ sorridere) Pierre Evil, il libro Gangsta-Rap, pubblicato nel 2005 dalle edizioni Flammarion, il volume Detroit Sampler, in uscita, e un documentario per ARTE, nel 2008. Bocquet sarebbe quindi avvolto da un’aura di mistero. I suoi stessi colleghi non sapevano nulla della sua vita e, secondo quanto ha riportato Le Monde, gli anelli brillanti e massicci che sfoggiava alle mani hanno destato più di un pettegolezzo tra i corridoi.

Hollande, la cui presidenza era stata salutata con il terribile epiteto di “normale”, si sta rivelando ai francesi ben più stravagante di quanto abbia lasciato intuire due anni fa. Dopo l’affaire Gayet che ne ha rivelato le improbabili doti di tombeur de femme, adesso Hollande sembra seguito a vista dalla stampa che non perde occasione di metterne in rilievo stranezze e mondanità. Che sia uno stratagemma per recuperare terreno e affrontare il più basso tasso di popolarità nella storia della repubblica francese? I sondaggi hanno rivelato, infatti, come la love story con l’attrice francese abbia incrementato l’approvazione dei cittadini per il loro presidente, che non ha invertito la curva della disoccupazione ma almeno si è conquistato un po’ di spazio in più sui giornali. Questo non ha impedito, tuttavia, a Hollande di mantenere il record del 71% di impopolarità, soprattutto dopo la sonora sconfitta delle municipali, un tasso superato solo dal suo ex primo ministro Ayrault, in pole position con il 74%.

In ultimo, per quanto riguarda la sua nuova penna, che i sostenitori di François il Normale non si spaventino. Pierre Evil, ricercato disperatamente per portare un po’ di carisma nel grigio Eliseo, ha sì un nome d’arte da figlio del Bronx ma si presenta con un curriculum d’eccezione e ha gli assi nella manica necessari per ogni francese che voglia bussare alle porte dei palazzi importanti: la rispettabile Sciences Po e l’ENA, la scuola nazionale d’amministrazione, con sede a Strasburgo, che ha visto sui banchi di scuola anche Chirac, Valéry Giscard D’Estaing e lo stesso Hollande, biglietti da visita che di solito fanno brillare gli occhi a ogni francese vecchia scuola che si rispetti, ben più importanti anche della sua decantata ars oratoria.

 

Qui l’articolo pubblicato su Doppiozero.

Un pomeriggio con Jacques Le Goff

L’ho incontrato un pomeriggio d’agosto, nella sua casa affacciata sul Canal de la Villette, dalla quale non usciva ormai da tanti anni. La malattia lo costringeva, lui, letterato vagante, a una sola peregrinazione, quella nel suo studio, traboccante di libri e scritture. Le foto che accompagnano gli ultimi articoli mostrano un altro Jacques Le Goff, più giovane, anche forse più sbruffone. In realtà, era molto più magro, aveva perso quel ghigno da tempo, piegato dagli anni sulle spalle, dalla necessità del bastone, dalla convivenza di una memoria di ferro e un’intelligenza fervida in un corpo ormai logoro.

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Discutemmo del tempo, delle sue forme, dei corsi e ricorsi storici, degli anni che vanno a passo di gambero. “Il tempo è un fenomeno multiplo”, raccontava, “gli uomini hanno cercato di imprigionarlo, attraverso strumenti che si sono perfezionati nei secoli, dai tre minuti di sabbia della clessidra alla meridiana, all’invenzione rivoluzionaria dell’orologio meccanico. Ma il tempo umano sfugge a tali misurazioni. È il tempo sbiadito del ricordo, quello lento dell’attesa, è il tempo veloce della paura e dell’amore, è raramente solo naturale”.

Mentre le ore passavano, correvano anche i secoli. Dai campanili dei primi monasteri arrivammo all’Europa, all’oscurantismo di Angela Merkel, “se ci si sbarazzasse di lei sarebbe meglio per tutti”, alle lente conquiste dell’uomo che, forse, solo la prospettiva ampia di uno storico può cogliere. “Non siamo ancora usciti dall’effimero”, mi diceva, “credo che l’avvento di un’Unione Europea compatta e coesa si accompagnerà all’abbandono del reame dell’effimero per entrare in un’era di movimento e sviluppo, costante ed evolutivo. E questo non è l’unico retaggio dell’era moderna che pesa sull’umanità: siamo invischiati nei nostri angusti mondi quotidiani, nelle problematiche della vita personale, vittime di un certo narcisismo, diventato quasi un’ossessione per i nostri piccoli drammi. Novelli romantici, rannicchiati nel nostro sé, a confezionarci una perfetta immagine di noi stessi”.

Terrorizzato all’idea di dover un giorno insegnare via computer e piegarsi agli infernali utensili della vita contemporanea, Le Goff aveva ancora un’ultima ragione per sentirsi professore: “il rapporto con i miei studenti, con i quali ci scriviamo ancora adesso”. Una predilezione per il tempo decelerato, per la calma della notte, che concilia il ragionamento, la riflessione, la scrittura. Prima di salutarmi, mi regalò il “suo” San Luigi, la sua ultima grande opera, quasi 1000 pagine dedicate alla vita del santo, e mi disse: “Vivere al rallentatore è ancora possibile, soprattutto, nel senso più letterale. Pensiamo agli astronauti: corpi sparati nello spazio alla velocità della luce, costretti a muoversi come in una moviola una volta dentro l’astronave. Questo è un nuovo modo di vivere il tempo che di certo nel Medio Evo gli uomini non avrebbero neanche concepito. Sono sicuro che nuove forme di tempo ci aspettano, più veloci sicuramente, ma anche più lente, che adesso non riusciamo neppure a scorgere all’orizzonte, ma che verranno presto a sorprenderci”.

Jacques Le Goff (1° gennaio 1924, Tolone – 1° aprile 2014, Parigi)

A questo link, il numero di World, il magazine internazionale di Pirelli, con la mia intervista in inglese a Jacques Le Goff. Il mio nome, per ermetiche logiche di mercato, non c’è. Dovrete credermi sulla parola.