Il vizio di parlare a me stessa

“Che cos’è la vita, se non ti fermi un attimo a ripensarla?”

Goliarda Sapienza

In queste giornate di tempo rubato al sonno, di tazze di tè verde per resistere qualche minuto in più nottetempo, di poche parentesi di solitudine, il pensiero della scrittura è diventato una delle tante cose da fare, come una lavatrice, la spesa, i vestiti da piegare sulla sedia, una necessità che rimando a giorni più silenziosi, a pomeriggi meno stridenti e nottate più lunghe. Prima di spegnere la luce, la sera, mi riprometto di pensarci domani, di ritagliare al volo una porzione di pomeriggio, che puntualmente finisce per essere impiegata altrimenti. Non solo. Il meccanismo a volte sembra essersi arrugginito. Le parole fanno fatica a mettersi in fila, arranco alla ricerca di una sfumatura, di un guizzo narrativo. La sindrome dell’impostore è dietro l’angolo: m’immagino scrittrice e poi chiudo il quaderno con un buco nell’acqua.

Nei suoi consigli agli scrittori, Rebecca Solnit insiste sull’importanza del tempo da consacrare interamente alla scrittura, ma soprattutto sulla necessità di cominciare. Di scrivere, di non aspettare il momento giusto. Leggo Rebecca Solnit ormai da anni. La sua scrittura limpida, sicura, autentica, mi ha sempre preso per mano e condotto fuori dal labirinto in cui m’ero cacciata, anche quando il suo era un invito a perdersi, un’altra volta, infinite volte. “La strada è fatta solo di parole” e non tutte saranno degne di essere pubblicate, ma il fallimento, la scrittura goffa, che stenta a camminare da sola, è una tappa obbligata. Ogni storia, anche la più articolata, comincia sempre e solo con un paragrafo che barcolla, con lo schizzo di una frase, con la riflessione intorno a un aggettivo, con una parola che si allunga davanti a un’altra, e poi un’altra ancora.

Ho ricominciato timidamente a scrivere. A guardarmi le spalle mentre butto giù qualche appunto, come se non fosse il mio posto, come se dovessi fare altro, di più sensato. Anche se qui riesco a esserci sempre meno, anche se, come mi ricorda il grande fratello, le poche sparute centinaia di persone che seguono i miei dispacci “non hanno mie notizie da un bel po’”, ho ripreso la penna e la mia agenda rossa ha finalmente intere pagine scritte a mano. Scrivo lontano dal clamore delle pubblicazioni, dall’ansia di esserci, nel silenzio di pochi istanti di calma nella giornata. Cerco di fissare un’idea quando arriva inaspettata e, se non ho con me nessun pezzo di carta, mi ci aggrappo con tutte le forze per non farla scappare. Scrivo poche righe ma sempre più spesso, l’intuizione di una storia, il baluginare di un personaggio, un gesto, l’inclinazione di una battuta, il ritmo di un dialogo. Le cose che vedo, che sento, le piccole minuzie quotidiane dell’esistenza ché, diceva Goliarda Sapienza, “che cos’è la vita, se non ti fermi un attimo a ripensarla?”.

cacher

Dai miei lunedì mattina a Odéon, fugaci e intense immersioni nel mondo esterno, torno a casa con una girandola di facce. Ho la vertigine da narrazione. Sono seduta nella metropolitana e la scrittura continua a lavorare da sola, segue una per una le persone che mi passano davanti, fino alla soglia di casa, le immagina riordinare i sacchetti della spesa, parlare al telefono, piangere, fare l’amore. Come precisa Solnit, scrivere non è battere i tasti di un computer. Si scrive anche leggendo. Osservando, mettendo insieme i puntini, allenando quella che Annie Ernaux, autrice scoperta negli ultimi mesi e che ha stravolto la mia concezione di scrittura autobiografica, chiama “l’abitudine di trasformare il mondo in parole”, di convertire la realtà in frasi, dialoghi, personaggi.

E così sono lì i miei personaggi in cerca d’autore. nell’agenda, nel quaderno degli appunti, in un foglio bianco del computer. Abbozzo un dialogo, metto in scena un pomeriggio d’estate, richiamo in superficie ricordi d’infanzia. Una signora che s’affretta e mi passa davanti, la mamma di una compagna di classe quando avevo cinque anni, una ragazza, vestita come me, della mia stessa età, che fa l’elemosina nella metropolitana una mattina d’inverno a Parigi. Sono tutti lì, a chiedere di essere raccontati e io a chiedere a loro di raccontarmi storie. Forse non usciranno mai dal cassetto, lì dove li ho rinchiusi a spiare la vita, ma intanto riempiono le mie giornate, assediano pacificamente i miei pensieri. Scrivere, l’unica cosa che ha popolato e incantato la mia vita, diceva Marguerite Duras, “Io ho scritto. E la scrittura non mi ha mai abbandonata”.

Illustrazione © Gabriella Giandelli

Soundtrack: The Piano Sonata No 16 in C Major, Mozart

La promessa dell’alba

So anche che esistono amori reciproci, ma io non vado in cerca del lusso.

Qualcuno da amare è un genere di prima necessità.

Ho conosciuto Romain Gary in un appartamento parigino del 20simo arrondissement, circa sei anni fa, un incontro inatteso tra gli scaffali di una libreria. Una storia sgualcita, ambientata a Belleville, letta in pochi giorni nel tratto di superficie della linea 6 della metropolitana, da Nation a Glacière. Un colpo di fulmine letterario, che mi ha trascinata nelle biblioteche, alla ricerca di altre parole, altri racconti, su questo scrittore che non avevo mai sentito nominare. E che poi avrei scelto come protagonista di una tesi di laurea. Ma questa è un’altra storia.

Romain Gary, pseudonimo di Roman Kacew, scrittore di origine lituana classe 1914, arriva in Francia ancora bambino, sbarca a Nizza, insieme alla madre, una semplice modista, e qui le promette di realizzare il suo sogno: diventare qualcuno, sbarazzarsi dell’accento dell’Est, dei ricordi dei pogrom polacchi, delle persecuzioni antisemite, della famiglia dispersa in quel limbo che era l’Europa orientale alla vigilia della seconda guerra mondiale. Si costruisce un’esistenza, a sua immagine, traccia un cammino. Si arruola tra le file dei resistenti e accede di diritto alla carriera diplomatica: Gary è stato militare e console, e uno dei più importanti autori di lingua francese. Ma anche regista, amante di innumerevoli compagne d’una notte, drammaturgo. Un estro impossibile da contenere in una sola personalità. Shatan Bogat, Fosco Sinibaldi, sono solo alcuni degli pseudonimi utilizzati da Gary, che ha riservato al suo alter ego Émile Ajar, una delle sue creazioni più riuscite, i suoi romanzi migliori.

Se l’austero Gary scriveva di elefanti, caccia all’avorio, inquinamento, protezione della natura, educazione europea, il travagliato e romantico Émile raccontava di bimbi perduti, mamme adoranti, ombrelli a cui ci si affeziona, cagnolini trovati per caso e un caro amico pitone, l’unico al quale ci si possa rivolgere quando la grigia e fredda Parigi è avara di abbracci. Due scrittori, una sola persona. Una magistrale pantomima letteraria, che ha gabbato anche i grandi critici dell’intellighenzia francese che, inconsapevoli di trovarsi di fronte allo stesso camaleontico autore, gli attribuirono due volte il prestigioso Premio Goncourt.

Ho imparato col tempo che l’abisso non ha fondo e che ognuno di noi può battere dei record di profondità senza esaurire mai le possibilità di quella interessante istituzione.

Firmandosi Émile Ajar, Romain Gary scrive anche La Promessa dell’Alba, una lettera d’amore alla madre che l’aveva condotto in Francia, che aveva sognato per lui un futuro radioso, tra i grandi della letteratura. Questo libro è come la pagella che non si vede l’ora di portare a casa alla fine dell’anno, il racconto di una vita di successi, che finalmente Gary offre alla madre, in ricompensa delle notti bianche trascorse a sognare un’esistenza degna per suo figlio, confezionando cappelli per le ricche dame della Francia del Sud.

Tanto vale dire subito, per chiarire questo racconto, che oggi sono console generale di Francia, membro della Liberazione, ufficiale della Legion d’Onore, e che se non sono diventato né Ibsen né D’Annunzio non è che non abbia tentato.

bs

Una sorta di autobiografia, che Gary scrive in California, davanti alla spiaggia di Big Sur, ormai adulto, orgoglioso di poter scrivere alla madre di aver vinto il dio della stupidità, il dio delle verità assolute, il dio della meschinità, quelli che lei gli aveva descritto come i nemici più infami. Racconta una vita intera, dalla bimba per cui inghiottì un pezzo di scarpa al matrimonio con Jean Seberg, alle lunghe notti di guerra. E d’improvviso, Gary spiega il perché di quel titolo, il senso di quella promessa, sciogliendosi in una dichiarazione d’amore e di rimpianto per un sentimento che non ritroverà mai più.

Non è bene essere tanto amati, così giovani, così presto. Ci vengono delle cattive abitudini. Si crede che ci sia dovuto. Si crede che un amore simile esista anche altrove e che si possa ritrovare. Ci si fa affidamento. Si guarda, si spera, si aspetta. Con l’amore materno la vita ci fa all’alba una promessa che non manterrà mai. In seguito si è costretti a mangiare gli avanzi fino alla fine. […] Abbiamo fatto, alla prima luce dell’alba, uno studio approfondito dell’amore e ci siamo documentati troppo bene. Dovunque andremo, porteremo con noi il veleno dei confronti; e passiamo il tempo aspettando ciò che abbiamo già avuto.

Oggi, con la giornata contratta in sfuggenti minuti liberi e diluita in lunghi pomeriggi di giochi (tanti) e sonno (poco), la promessa di Romain Gary ha per me un altro significato. Con l’arrivo di Émile, cinque mesi fa, la vita ha mantenuto la sua promessa, sono tornata anche io sui banchi di scuola e ogni giorno osservo da vicino il privilegio dei bambini, quello di fare tutto per la prima volta, di non conoscere la noia e il disincanto. Ogni giorno mi dedico a questo “studio approfondito dell’amore”, come non l’avevo mai conosciuto, tra tentativi e intuizioni, sbagli e incertezze, improvvisando strategie, in un salto nel buio quotidiano, una strana specie di alba perenne dove avanzo a tentoni, senza carte geografiche o indicazioni.

Amare è un’avventura senza mappa né bussola dove solo la prudenza porta fuori strada.

Illustrazione: © Matt Rockefeller

Citazioni: Romain Gary (o Émile Ajar)

L’analfabeta

Quando nel 2010 sono atterrata in Francia, la mia prima coinquilina è stata una ragazza di Marsiglia, studentessa in Infermeria. La sua cadenza del Sud, il ritmo più lento, le vocali più aperte, mi hanno illuso di poter afferrare con facilità, sin dal primo giorno, ogni conversazione nella lingua d’oltralpe, idioma che ho studiato con passione per quasi tredici anni. L’incontro con i parigini, invece, è stato sconfortante. Tra il verlan e l’argot, e la velocità tipica della parlata della capitale, sono tornata a casa più volte con la coda fra le gambe e il sogno infranto di una mancata integrazione linguistica.

Per arrivare a intervenire e conversare in ogni registro, con ogni tipo di interlocutore, ci sono voluti anni. Anni di “Pouvez-vous répéter, s’il vous plait ?”, di letture con la matita tra le mani per sottolineare i vocaboli sconosciuti, di film con i sottotitoli e, come scriveva Emil Cioran, “lettere d’amore scritte con il dizionario” in un’avventurosa educazione sentimentale che, per me, iniziava da un libro di grammatica. Ho corteggiato la lingua francese con testardaggine e abnegazione, senza essere sempre ricambiata. “Un desiderio non è altro che un bisogno folle. […] Ci sarà sempre qualcosa di squilibrato, di non corrisposto. Mi sono innamorata, ma ciò che amo resta indifferente. La lingua non avrà mai bisogno di me”, è quanto scrive Jhumpa Lahiri, scrittrice di origini indiane, cresciuta in America, innamorata dell’italiano, in esilio linguistico a Roma per essere circondata dal suo idioma straniero preferito.

L’ebbrezza di sentirsi analfabeti e di poter riscrivere la realtà, in altre parole. È come svegliarsi la prima mattina in una nuova città, mettere i piedi in un aeroporto sconosciuto, fare qualcosa per la prima volta, ritrovarsi in una situazione di disagio, certo, di scomodità, di voluta precarietà, ma anche di eccitazione, stupore, meraviglia. “Mi piace lo sforzo. Preferisco le limitazioni. So che mi serve, in qualche modo, la mia ignoranza. Nonostante le limitazioni, mi rendo conto di quanto l’orizzonte sia sconfinato”, scrive ancora Lahiri, “quando scopro un modo diverso per esprimermi provo una specie di estasi. Le parole sconosciute rappresentano un abisso vertiginoso, fecondo. Un abisso che contiene tutto ciò che mi sfugge, tutto il possibile”.

red

Oggi, il francese è diventata la lingua principale della mia quotidianità: i miei pensieri sono in francese, sogno in francese, quando discuto a tu per tu con lo specchio il più delle volte lo faccio in francese, per chiamare e giocare con gli animali di casa uso il francese, la persona che amo parla francese nonché la maggior parte dei miei autori preferiti. È come un’altra parte della mia personalità, la possibilità di un’altra versione di me stessa, che ho voluto salvaguardare anche quando Parigi, e con lei tutti i francesi, erano, pensavo, un capitolo chiuso. E non solo. Quando parlo con la mia famiglia, il francese è sempre dietro l’angolo, s’infila nelle frasi, inventa vocaboli nuovi, cambia gli accenti, stravolgendo il mio italiano e dando vita a una sorta di linguaggio ibrido, fatto di calchi, prestiti, adattamenti spesso improbabili.

Se, come diceva Rudolf Steiner, “ogni lingua dice il mondo a modo suo”, chi ne possiede più di una gode sicuramente di un mondo più intenso, un orizzonte più ampio. Oggi che un esserino di nome Émile è entrato nella mia vita, mi piacerebbe potergli insegnare la mia lingua, vorrei che domani avesse un mondo più grande, e almeno due aggettivi per descrivere ogni cosa, due nomi da poter dare a ogni emozione, esperienza, ricordo. Crescere un bambino bilingue, nella mia testa lo immaginavo già da tempo. Quello che non sapevo è che sarebbe stato così difficile. Tornare all’italiano ogni giorno, per raccontare le cose più semplici, dire ad alta voce il nome degli oggetti, contare fino a dieci, mi riesce più arduo di quanto pensassi. La voce risuona artificiale, quasi non la riconosco. Le parole scivolano, sono inadeguate, approssimative. Percepisco la stessa precarietà del muovermi nel buio in un continente sconosciuto. Non credevo ci si potesse sentire analfabeti nella propria madrelingua.

Agota Kristof, scrittrice ungherese, naturalizzata svizzera, racconta la precarietà di essere stranieri e incapaci di esprimersi nella breve autobiografia L’analfabeta, undici scarni e intensi episodi dove la lingua francese uccide lentamente la sua madrelingua, incuneandosi nella memoria, nelle abitudini, sul foglio bianco, stravolgendo le parole, l’udito, la percezione della realtà. Una lingua da imparare per necessità, per sopravvivere all’esilio e alla solitudine, per poter scrivere e salvarsi da un abisso inevitabile. Tuttavia, una lingua acquisita, che non si parlerà mai correttamente e non si scriverà mai senza errori: “Questa lingua , il francese, non l’ho scelta io. Mi è stata imposta dal caso, delle circostanze. So che non riuscirò mai a scrivere come scrivono gli scrittori francesi di nascita. Ma scriverò come meglio potrò. È una sfida. La sfida di un’analfabeta” , così scrive Agota. Una sfida che riuscirà a vincere: oggi Agota Kristof è considerata una delle più grandi esponenti della letteratura francofona, ma negli ultimi anni della sua vita non riusciva più a utilizzare l’ungherese, che aveva relegato a lingua della memoria.

Oggi torno indietro nel tempo a quando l’italiano era l’unica lingua che potessi immaginare, a quando gli oggetti, le emozioni, i colori avevano tutti un solo nome. Ho preparato un elenco di libri, di cartoni animati, di canzoni, di poesie, per tornare a studiare la mia lingua, per riportarla in vita e poi riuscire a insegnarla. La sfida dell’analfabeta. O meglio, ancora una volta una lettera d’amore che ha bisogno di un dizionario. E che non vedo l’ora di scrivere.

Soundtrack: Sharon Van Etten, You know me well

Ho stilato una piccola sitografia a uso dei neofiti del bilinguismo per bambini. Consigli, dritte e suggerimenti di altri siti o libri sono i benvenuti!

Olivia Snaije, freelance in bicicletta

Olivia Snaije è nata in Egitto, da madre statunitense e padre cinese, naturalizzato americano. Giornalista, editor e traduttrice, si occupa principalmente di Medio Oriente, multiculturalismo, letteratura e cucina. Dopo aver lavorato a Milano, Londra, Parigi, New York, è tornata nella capitale francese, “da dove”, dichiara, “non mi muoverò più”. 

Olivia in biciclettaIncontro Olivia un lunedì pomeriggio d’agosto, al caffè Le Select, nel cuore del 14simo arrondissement di Parigi. “Venendo qui, mi è venuta un’idea per una graphic novel“, esordisce in perfetto italiano, prima di accomodarsi in terrazza. E iniziare a raccontarmi della sua vita in Francia. “Mi definirei piuttosto una nomade globale, nonché una falsa americana”, ride, “ho ereditato uno stile di vita internazionale da un’infanzia itinerante e questo vuol dire che anche i miei amici sono nomadi come me”, conclude, “sembra quasi che ci si riconosca”. Trasferitasi a Parigi per motivi personali, Olivia oggi lavora da freelance nella capitale. “Ho scelto di circondarmi di persone con le quali posso parlare tre lingue, scivolare dal francese all’inglese all’italiano senza aver paura di essere percepita come una snob o con un’ammirazione fuori luogo quando dico che ho delle origini cinesi e americane e vivo a Parigi”.

Ho l’impressione di vivere più realtà allo stesso tempo”, continua, “sarà perché i miei amici sono sparsi per il mondo o perché cerco di restare aggiornata su quello che succede in varie città e perché ho vissuto in più continenti ma non mi sembra di vivere a Parigi”. Intrecciare legami e coltivarli nel tempo, spostarsi nell’arco di un clic da Beirut a New York, da Tangeri a Roma, transitare in una città, averne la residenza, ma restare viaggiatrice nello stile di vita e nel pensiero. “Qui a Parigi i miei amici sono quasi tutti viaggiatori, come me, affondano le radici in più parti del mondo”, continua, “ho una sola amica che è una francese puro-sangue, io la chiamo la mia amica esotica”.

Vanity Fair, o fact-cheking nello scantinato

Il giornalismo francese non assomiglia a quello inglese, secondo Olivia, dal lavoro sulle notizie alla scritture, decisamente meno asciutta e chiara. “Ho un background anglosassone che ha reso i miei articoli oggettivi, imparziali”, spiega, “sono ossessionata dal fact-checking”. Una deformazione professionale: “ricordo quando lavoravo a New York, da Vanity Fair, come fact-checker, in un ufficio buio al piano di sotto, mentre i giornalisti più conosciuti lavoravano nella redazione principale, luminosa, con uffici da star”.

Vivendo nella capitale francese, è impossibile ignorare Le Monde, ma “mi sembra di non ricavarci molto dalle lettura“, scherza Olivia. “Leggo The Guardian, Publishing Perspective (il giornale per cui collabora, ndr) e, tra le riviste on-line francesi, mi piace molto Rue89“. Pur lavorando principalmente per media tradizionali, Olivia si interessa non poco al magmatico mondo dei blog: “Ad esempio, seguo il blogChocolate & Zucchini, di Clotilde Dusoulier, una francese installatasi negli Stati Uniti, che ha fatto di se stessa un vero e proprio marchio, e, virando su argomenti completamente differenti, seguo il blog ArabLit, sulla letteratura araba“.

L’idea del libro di cucina è nata dal mio lavoro di giornalista culturale”, racconta Olivia, “parlando con gli artisti, gli scrittori, i musicisti, di origini differenti ma tutti di base qui a Parigi ho riscontrato che si assomigliano tutti in un punto: la nostalgia per il cibo della propria madrepatria”. Sembra quasi che le menti creative di tutto il mondo una volta giunte in riva alla Senna abbiano una sola preoccupazione: ritrovare gli ingredienti, i sapori che hanno lasciato a casa. Da qui l’idea di raccontare le disavventure per trovare radici, spezie, aromi, ma soprattutto i consigli, quelli di una viaggiatrice ormai parte della città, sui mercatini, le macellerie, le panetterie.

Di hall fumose a Beirut

coco_beirut

Coco, il pappagallo nella lobby del Commodore Hotel, di solito accoglieva gli ospiti cantando la Marsigliese. Rapito durante l’attacco di una milizia, non fu più ritrovato.

Quello che manca a Parigi è sicuramente un punto di ritrovo per la stampa estera”, continua Olivia, “non esiste un’associazione della stampa estera come quella di Londra o un posto come il celebre Commodore Hotel a Beirut”, mi spiega, raccontandomi di atmosfere forse perdute, club fumosi, chiacchierate infinite tra reporter, confronti sulla terrazza di un hotel dove per 16 anni i giornalisti hanno raccontato una delle guerre civili più cruente del Medio Oriente.

Il mio punto d’osservazione è la mia bicicletta”, afferma Olivia, “muoversi in sella alle due ruote mi permette di restare aggiornata sulla vita in città, se un nuovo bar apre, se una galleria chiude, se qualcosa è cambiato”, la bicicletta come radar, per respirare la brezza e le novità. “Abito nella rive gauche, ma continuo a preferire la rive droite, mi piace molto il quartiere vicino Gare du Nord, penso si stia sviluppando molto”, racconta, “mi piace visitare il 104 e andare a bere qualcosa al 61, l’unico posto di Parigi dove i giornalisti siedono allegramente insieme, in riva al canal de l’Ourcq”.

L’arte, la cultura, per me sono un modo di parlare in maniera più leggera di situazioni socio-politiche delicate”, e, in fondo, “essere giornalisti culturali significa anche avere una buona scusa per incontrare persone incredibili”, per imbattersi in progetti, luoghi, orizzonti, che senza il pretesto di un’intervista non sarebbero mai entrati in collisione con le nostre vite. Molti di questi incontri sono finiti nel suo vecchio blog, One Metropolis, un post dopo l’altro, ambientati tutti in una città differente, per esplorare i problemi della fauna metropolitana. “Sono convinta che un cittadino di Beirut e uno di New York abbiano più cose in comune di due connazionali che abitano nella campagna di una stessa nazione”.

Olivia ha di recente tradotto la graphic novel “Bye Bye Babylon di Lamia Ziadé, dal francese all’inglese e editato la pubblicazione del libro fotografico “Keep your eye on the wall“, sul simbolo del muro nel contesto palestinese. In cantiere, annuncia altri entusiasmanti progetti, nuove corse in bicicletta e, chissà, forse una graphic novel scritta da lei.

Fonti citate

The Guardian

Publishing Perspectives

Rue89

Chocolate & Zucchini

arablit

Spot preferiti

Le 104

Le 61 bar

A cena sulla Place du Tertre

Abito a circa trenta metri dalla Place du Tertre, il quadrilatero più celebre di Parigi, regno di pittori e musicisti di strada, assediato dai venditori di souvenir e preso d’assalto dai turisti. Chi mi conosce, sa che spesso ai rumori della piazza, alla rue Norvins intasata, all’ennesima fisarmonica sotto la finestra che strimpella la colonna sonora del fantastico mondo di Amélie per tutto il pomeriggio, ai turisti che ti si sbattono contro nel tentativo di trovare l’inquadratura perfetta, sono più che insofferente. E, in un periodo di scarsa mobilità, le salite di Montmartre mi dissuadono anche dalla minima passeggiata.

Nonostante gli inconvenienti, tuttavia, il villaggio di Montmartre (attenzione a chiamarlo quartiere, gli abitanti storici potrebbero correggervi) riserva un suo particolare fascino, sconosciuto a chi ci si perde solo per il tempo di trovare il Moulin Rouge. Di notte, nelle strade cala il silenzio, la Basilica diventa quasi spettrale e, sabato scorso, per la prima volta dopo tanti anni a Parigi, ho sentito le campane annunciare la Pasqua a mezzanotte. Lungo la rue Lamarck, che abbraccia il Sacro Cuore, oppure più giù, seguendo la rue Caulaincourt, all’improvviso si aprono squarci d’incanto su tutta la città. Le strade disertate dai turisti nascondono i segreti più belli, come la rue Saint-Vincent, che costeggia i vigneti di Montmartre (sì, c’è un piccolo vigneto e ogni anno si producono circa 300 bottiglie di rosé), ospita alcune delle residenze più belle dell’intera area e cela un giardino selvatico, aperto solo due volte l’anno.

au

Per sopravvivere forse alla concentrazione anomala di curiosi e viaggiatori, gli abitanti di Montmartre sono più inclini alla socialità del resto dei parigini, secondo la mia esperienza personale e dopo circa un anno di vita nei quartieri, almeno geograficamente, “alti”. Per preservare l’antico villaggio di un tempo, o salvaguardarne l’atmosfera, ci si saluta per le strade, i commercianti diventano conoscenti, nascono appuntamenti spontanei che diventano piacevoli abitudini, come il rendez-vous dei cani del quartiere, tutti i giorni dalle 18 in poi di fronte al celebre cabaret del Lapin Agile, sulla rue des Saules.

A volte, tra gli stessi parigini, ci si chiede se ci siano persone normali che abitano i dintorni della place du Tertre e se gli appartamenti con le travi a vista e i fiori alle finestre che ammiccano dalle viuzze di Montmartre non siano in realtà costosissime camere disponibili su AirBnb. Ecco perché, per dimostrare che, sì, ci sono normalissimi individui, dalla routine più che ordinaria, domiciliati nei dintorni della piazza, ma soprattutto per farli incontrare, nasce, dalla mente vulcanica di Frédéric Loup, farmacista di Montmartre nonché presidente dell’associazione dei commercianti della collina ai piedi della Basilica, l’iniziativa dei diners des riverains, ovvero la cena tra vicini.

A fare da padroni di casa, i ristoratori della place du Tertre, famigerato quadrilatero dove gli indigeni non osano avvicinarsi o, se proprio devono, lo fanno a occhi bassi e passo svelto (sottoscritta inclusa) per non essere avvicinati dal caricaturista di turno e schivare i selfie stick dei turisti ipnotizzati. “L’idea è quella di rimediare alla brutta reputazione della piazza e dei suoi esercizi commerciali”, spiega Frédéric, “di far sì che gli abitanti del quartiere si riapproprino di un luogo collettivo e, perché no, se hanno voglia di cenare fuori, senza prendere la funicolare, scoprire i tanti ristoranti e trattorie del posto”.

Un aperitivo in farmacia, a saracinesca mezza abbassata, inaugura la prima cena. Imbarazzi, risate, bicchieri di rosato dalle vigne di Montmartre e presentazioni per tutti. La prenotazione al Cadet de Gascogne, il ristorante prescelto per cominciare, è per 15 persone, ma alla fine siamo in 35, una lunga tavolata allestita al piano di sopra, con vista sulla piazza e atmosfera da chalet di montagna. Durante la cena ci si mescola e ci si conosce ancora di più. Scopro che nel palazzo che chiude la rue du Mont-Cenis, gli inquilini s’invitano a cena a vicenda già da tempo, si lasciano i croissant caldi sul pianerottolo e si conoscono tutti. Alexander, d’origini libanesi, seduto di fronte a me, abita nell’appartamento più alto di tutta Parigi, con un panorama a 360 gradi su tutta la città. Oggi commerciante di pietre preziose, è stato attivista in Libano, fisioterapista e, per un indimenticabile anno italiano, membro della giuria delle selezioni regionali di Miss Italia.

Accanto a me, invece, padre Sonnier, curato della piccola chiesa di Saint-Pierre che, ignota ai più, si nasconde discreta dietro le cupole imponenti della basilica. Da cinque anni padrone di casa, il curato conosce tutti gli abitanti del quartiere, ma soprattutto tutti conoscono lui, grazie al “footing del curato”: ogni domenica, durante la bella stagione, padre Sonnier raduna un gruppo di amici e corre intorno alla Basilica e nelle strade meno trafficate del quartiere, un itinerario aperto a tutti e per tutti.

“Restiamo solo per l’aperitivo e poi andiamo via”, ci siamo detti a casa prima di partire. Siamo rimasti fino a mezzanotte inoltrata. Perché, a volte, per riappropriarsi di uno spazio collettivo basta semplicemente andare a cena.

Per iscriversi e partecipare, bisogna recarsi alla farmacia di Frédéric, all’angolo tra rue du Mont-Cenis e rue Cortot (oppure passatemi parola). La prossima cena è giovedì 14 aprile, al ristorante Chez Eugène

Soundtrack: Chilly Gonzales, Gogol

Illustration © Sergey Kravchenko

Parigi, o la Nuova Atene

Esistono angoli di Parigi che ho attraversato per anni, di corsa, stazioni della metropolitana dove non ho mai avuto l’occasione di fermarmi, interi quartieri che vivono all’ombra di uno scorcio più celebre, offuscati dalla reputazione di un paio di strade e boulevard, viali anonimi, immersi nel silenzio dell’esistenza quotidiana, che non ha niente da spartire con gli itinerari turistici, li week-end nella Ville Lumière, e che assomiglia spesso a un tentativo di resistenza, più o meno originale, in una città in grado di fagocitare sogni, progetti ed energie. È il caso del nono arrondissement, ultima scoperta di uno di questi pomeriggi d’inverno.

Per inoltrarsi nel quartiere, basta prendere la giusta traversa, lasciarsi alle spalle i rumori e le boutique della rue des Martyrs, per immergersi nell’atmosfera della Nouvelle Athènes, la nuova Atene, una parte della città, alle spalle dello sgangherato boulevard de Clichy, a pochi metri dalle insegne chiassose di Pigalle e ritrovare il piacere di camminare nel passato, in una dimensione sospesa, dialogare con gli inquilini di una Parigi che fu, escludersi, per lo spazio di un quartiere, dalla contemporaneità.

Sulla soglia della square d’Anvers, alzando lo sguardo, si scorgono ancora le cupole della Basilica del Sacro-Cuore ma Montmartre, insieme ai suoi trenini turistici, le crêperie di dubbio gusto, i negozi ammiccanti, sembra lontanissima. Qui la vita di quartiere rallenta, alcune strade sono addirittura vuote e si può avanzare, da un isolato all’altro, seguendo le travagliate vicende delle residenze storiche, le targhe che indicano dove un tempo abitava uno scrittore o un musico, tuffarsi in un altro secolo e dimenticarsi del presente.

sq

La Basilica del Sacro-Cuore, vista dalla Square d’Anvers

È ai piedi del monumento allo scultore Paul Gavarni, cuore della place Saint-Georges, che si contano già tutti gli elementi tipici dell’architettura del quartiere: le residenze sontuose, le eleganti statue da strada, la presenza delle lorette, figura tipica, eufemismo da gentiluomini per definire le cortigiane del quartiere, ai tempi di Luigi Filippo, durante la Monarchia di Luglio, personaggio immortalato da Émile Zola nel suo romanzo Nana. Il busto di Gavarni fronteggia con irriverenza l’Hôtel Tiers, oggi centro di ricerche umanistiche e biblioteca, un tempo dimora di Adolphe Thiers, primo presidente della Terza Repubblica Francese, e l’Hôtel della marchesa di Païwa, celebre lorette, più fortunata delle sue consimili, a cui gli amanti dedicavano palazzi e pietre preziose, come questa residenza ricamata d’angeli, profili leonini e statue gotiche e rinascimentali.

Scendendo lungo rue Notre-Dame de Lorette, dove abitarono Eugène Delacroix e Paul Gauguin, si arriva alla chiesa omonima, dove Gauguin e Monet furono battezzati. Da qui si può iniziare a vagare nel quartiere, un tempo palpitante di guinguette e cabaret, che ha raggiunto il suo culmine tra il 1820 e il 1860 quando architetti e artisti lo hanno eletto come dimora, puntellandolo di splendide residenze e accendendolo di inediti slanci culturali, salotti letterari, una frizzante vita intellettuale di cui oggi resta una piccola eco nel Musée de la Vie Romantique, in rue Chaptal.

La calma delle strade invita a conversare con gli abitanti di una volta e, tra una residenza e un prospetto neoclassico, si può perdere la concezione del tempo e pensarsi come un’ospite, che si reca a fare visita a Chopin e George Sand, domiciliati a square d’Orléans, al civico 80 di rue Taitbout (aperta solo il sabato mattina). Sand aveva raggiunto Chopin ma, ben in anticipo sui dettami di Virginia Woolf, aveva preteso un appartamento tutto per sé, e la possibilità, non da poco, di vivere una vita in famiglia, ma con l’uscita di sicurezza e la propria solitudine sempre a portata di mano. Ci si può mettere in fila alla boutique del signor Tanguy, venditori di tele e pennelli e tra i primi mercanti di opere impressionniste, reso celebre dalla tela di Van Gogh, al civico 14 di rue Clauzel, oggi scarna galleria di stampe asiatiche.

Passa quasi inosservata, la rue de la Tour des Dames, ma un tempo doveva creare scompiglio se, come racconta la leggenda, almeno tre attrici di teatro si contendevano i favori degli inquilini e il domicilio nelle residenze, ancora oggi conservate in ottimo stato. Al civico 9, la dimora di Talma, attore del teatro tragico, mentre ai numeri 1 e 3 vivevano Mademoiselle Duchesnois e Mademoiselle Mars, capricciose teatranti. A pochi passi, la casa-atelier di Gustave Moreau è oggi un bellissimo museo, nonché un’occasione per entrare e osservare da vicino gli interni di una dimora ottocentesca nel quartiere più romantico di Parigi. Infine, tra le tante salite che riportano a Montmartre, scegliete la rue Rodier, tra antiquari, atelier e il piccolo rifugio della Baleine Bleue, un curioso atelier blu oltremare, dove l’arte della terracotta è accessibile a tutti.

Per ritornare al grigiore di una domenica pomeriggio d’inverno, basta poco, una breve salita e compaiono i bar fumosi di quella parte del quartiere ribattezzata infelicemente SoPi, South Pigalle, le boutique hipster di vinili, i bar un po’ tutti uguali, le gallerie stucchevoli di Montmartre, la solita vecchia Parigi, troppo impegnata a imitare se stessa, a farsi caricatura, mentre il tempo le scorre accanto.

Soundtrack: Malcolm Holcombe, Another Black Hole

Immagine: la sottoscritta

 

 

 

Fuga in Bretagna

Imparo in questi mesi come il viaggio sia soprattutto un ritorno, come scriveva Magris, “che insegna ad abitare più liberamente e poeticamente la propria casa”. Tornare in Francia, ricominciare da zero, riscoprire un posto già conosciuto, accorgersi di quello che ci era sfuggito. Per me, Parigi è diventata di nuovo una caccia al tesoro. Lo diceva anche Saramago, che non si arriva mai, che non c’è viaggio che finisca: “Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si era visto in estate, veder di giorno quel che si era visto di notte, con il sole dove prima pioveva”. Tuttavia, abbandono Parigi sempre più volentieri e comincio a scoprire una terra che avrei dovuto esplorare già da tempo: tutto il resto della Francia.

Da Parigi, ad esempio, bastano meno di tre ore per raggiungere Saint-Malo, punta bretone affacciata sulla Manica, città corsara abbracciata da possenti bastioni, dal litorale sfiorato dall’Atlantico ed esposto alle maree. Proprio come quello di Gallipoli, il centro storico di Saint-Malo è racchiuso in un’isola collegata alla città e, come ogni cittadina di mare che si rispetti, d’inverno è come un campo al riposo, un borgo in sordina, dal fascino austero e malinconico.

lucy

Lucy, il cocker di casa sulla Grande Plage di Saint-Malo

Nonostante le rivendicazioni dei maluini, il bretone non è stato mai parlato in questo angolo selvaggio della Bretagna, dove invece si usava discorrere in gallo, antico dialetto neolatino, ma oggi entrambi gli idiomi sono insegnati nelle università locali e tenuti in altissima considerazione, così come tutte le altre tradizioni culturali della regione, dalla cucina, con l’onnipresente galette con la farina di grano saraceno (attenzione, a non confonderla con la crêpe, che è dolce e dall’impasto più chiaro), alla storia e la musica celtica fino agli eventi più recenti, come Quai des Bulles, celebre festival di fumetti in riva all’oceano, e la Route du Rhum, regata che ogni quattro anni vede salpare dal porto di Saint-Malo navigatori diretti verso le Antille in solitaria.

Prima di diventare una destinazione turistica, punto d’approdo di velisti e appassionati di cure termali, Saint-Malo, terra natale tra gli altri dello scrittore romantico Chateaubriand, era un forte in mano ai corsari, che lavoravano al servizio del re in lotta contro l’Inghilterra. Tra di loro, Robert Surcouf, la cui sagoma fronteggia ancora l’oceano dai bastioni, indicando il paese nemico. Pescatori di merluzzo e fedeli al sovrano, i corsari di Saint-Malo hanno fatto della città un importante polo commerciale, padrone dei traffici marittimi nei Mari del Sud e in quelli delle Indie Orientali, una prosperità che finisce nel 1713 con il Trattato di Utrecht e il ritorno della pace in Europa.

A febbraio Saint-Malo ha il piglio di un marinaio che si riposa in silenzio, davanti al tavolo di un’osteria, placida e calma come la bassa marea, ma imprevedibile come l’umore oceanico. Attraversare la spiaggia, eccezionalmente pulita, raccogliere conchiglie, cercare di contare gli scogli e le isolette che appaiono e scompaiono tra le onde all’orizzonte, immaginare le storie racchiuse nel maestoso Fort National che si scorge nei pressi del centro storico è un antidoto a ogni mal di mare emotivo, e se anche Baudelaire riusciva a distendersi alla vista del Mediterraneo, non c’è spirito che non riesca a rasserenarsi al rumore delle onde di Saint-Malo.

Dalle rive di Saint-Malo, inoltre, è possibile partire alla volta della scoperta della Bretagna, verso la magica foresta di Brocéliande o ancora Lorient, oppure affacciarsi in Normandia e visitare il Mont Saint-Michel. “Raggiungere il Mont Saint-Michel è un attimo”, ci assicurano all’ufficio Turismo. E anche con un cane, fatta eccezione per gli inflessibili autisti degli autobus di Saint-Malo, tutto il percorso è fattibilissimo anche con uno scanzonato cocker al seguito, dal treno alla navetta che porta fino ai piedi del monte. Inoltre, dato che il nostro fine-settimana coincide con i giorni lavorativi del resto del mondo, spesso usufruiamo di: meno code, più spazio nel treno, meno attesa, ristoranti liberi senza bisogno di prenotare, ma anche itinerari più difficili. In settimana, infatti, per arrivare al Mont Saint-Michel occorre cambiare tre mezzi diversi, con una sosta a Dol-de-Bretagne. Se siete fortunati, la coincidenza diretta al monte arriverà non più di mezz’ora dopo. Giusto il tempo di prendere un caffè al bar albergo della stazione, l’Hôtel de la Gare, uno sgangherato bar dello sport, con gli habitué in pensione, intenti a scommettere sui cavalli con un bicchiere di calva già dalle 11 del mattino.

Una volta arrivati, potete scegliere di proseguire a piedi lungo la passerella di legno che conduce ai piedi del monte oppure aspettare la navetta (anche questa dog-friendly) e giungere a destinazione in poco meno di cinque minuti, bypassando tutto l’apparato turistico che circonda l’abbazia, ristoranti giapponesi, brasserie un po’ scarne, trattorie di dubbio gusto, una scenografia che poco si adatta alla maestosità dello scenario.

islands

San Michele dall’alto della torre abbaziale sorveglia il flusso incessante di visitatori, lì dove un tempo era la ferrovia a condurre monaci e viaggiatori all’ingresso della cittadina. Annoverati nella lista dei beni patrimonio dell’Unesco, la spiaggia, il comune e l’abbazia sono tra i siti più visitati in tutta la Francia. Da qui l’efficace macchina turistica che circonda l’abbazia, tra negozietti di souvenir, ristorantini e fast food aperti 24 ore su 24 e pensioni con vista sull’oceano, frequentate anche d’inverno. Pare che ben poco sia lasciato ai soli 41 abitanti del villaggio, che ormai sembra essere costruito a misura di viaggiatore. Tuttavia, il proliferare di menu e promozioni non intacca il fascino del Mont Saint-Michel, terra di pellegrini e avamposto selvatico della natura, che incanta da secoli viandanti, letterati, monaci e artisti.

All’ingresso della cittadella, prendetevi un po’ di tempo per guardarvi intorno, per lasciarvi incantare dalle maree, dalle sabbie mobili, dai giochi dei gabbiani a filo d’acqua. Seguite la traiettoria del vento fino ai bastioni. Qui non serve affannarsi a rispettare un itinerario, il villaggio è talmente piccolo che si corre il rischio di rifare più volte le stesse viuzze. Divertitevi a salire, a scendere, a circumnavigare l’abbazia (avrete tempo per visitarla, alcuni ambienti non sono accessibili e la visita completa dura meno di un’ora) e a scoprire la vera storia della mère Poulard, catena alimentare che ha ormai il monopolio nell’intera cittadina, fondata dalla signora Poulard in persona, geniale imprenditrice, al secolo Anne Boutiaut, quando giunse nel 1872 ai piedi del monte. Le spoglie della signora Poulard riposano nel piccolo cimitero in cima al monte, pochi metri quadri di antichissime sepolture, un gioiello gotico con vista sui moti perenni delle maree.

Consacrato a San Michel nel 708, insieme al Santuario nel Gargano, quello del Mont Saint-Michel è tra i più antichi luoghi di culto in Europa, secondo la leggenda fatto erigere dal vescovo Aubert per ordine dell’Arcangelo. Dal romanico al gotico flamboyant, l’abbazia mescola gli stili architettonici, le altezze, i volumi, in un magistrale gioco di geometrie, vuoti e pieni, linee rette e curve. Poter ancora aggirarsi tra i corridoi vuoti, tra gli antichi refettori è sublime, tanto quanto affacciarsi alle terrazze che si allargano sui quattro angoli dell’abbazia, a strapiombo sulle sabbie, e immaginare un tempo altro, fatto di lenti pellegrinaggi, silenzi leopardiani, altre epoche dove ci si permetteva il lusso di escludersi dal mondo e ignorare cosa ci fosse al di là dell’orizzonte.

Il ritorno a casa, per una strana legge spazio-temporale, è sempre più breve. E Parigi ci mette poco a riguadagnare terreno, con le sue metropolitane affollate, gli orizzonti tagliati dagli ultimi piani in ardesia, l’andatura imbronciata di chi ha sempre qualcosa di meglio da fare.

Un paio di indirizzi testati:

  • a Saint-Malo, Le Chalut: nel centro storico, Intra-Muros, decoro semplice, pareti azzurre e un acquario dove vengono recuperati in tempo reale i crostacei serviti nel piatto, ottimo ristorante di pesce.
  • al Mont Saint-Michel, La Confiance: dal nome della nave del corsare Robert Surcouf, alle porte della cittadella, questa brasserie vi regalerà un’ottima accoglienza e galette buonissime, nonché un posto al caldo se avete la fortuna di accaparrarvi il tavolo vicino al camino.

Note a margine: sullo sfondo, dietro di noi, una ragazza ha percorso lo stesso itinerario. Dal vecchio Bar Hôtel a Dol-de-Bretagne, fino al Mont Saint-Michel e ritorno, per finire con un bicchiere nello stesso sgangherato caffè, alla stessa ora, davanti alle solite incessanti corse di cavalli. Zaino in spalla, taccuino, libro e borsa leggera. E io, dall’altro lato, con un po’ di nostalgia per le mie zingarate in solitaria.

Soundtrack: Tame Impala, Endors-Toi

Immagini: la sottoscritta

La buona scuola

Ci sono pensieri e idee che arrivano nottetempo, intuizioni a cui bisogna stare attenti perché, come scriveva Least Heat-Moon nel suo meraviglioso Strade Blu, “non hanno la giusta direzione, arrivano a tradimento da luoghi remoti e son privi di senso e di limiti”. Ci sono itinerari della testa, traiettorie minori, che, a volte, ci si diverte giusto a immaginare, per gioco, come ha magistralmente scritto Maria Perosino, “le scelte che non hai fatto”, le strade che non hai preso, le vite che avremmo potuto avere e che forse ci aspettano ancora da qualche parte.

Così, eccomi qui a Parigi, in una notte d’inverno, come il viaggiatore di Calvino, a tornare indietro, ai tempi dell’università, quando, sotto i portici del chiostro della facoltà di Lingue e Letterature Straniere a Lecce, mi proposi saggiamente di lasciare aperta la possibilità a più strade. Ché “se mi va male con il giornalismo, almeno mi resta l’insegnamento”. Mi faccio quasi tenerezza. Erano giorni in cui mi emozionavo al mio nome pubblicato on-line, in cui credevo davvero che qualche mese di visibilità e lavoro gratis fossero il viatico per un posto in redazione, in cui scrivevo entusiasta per una decina di testate e la gloria mi bastava per non preoccuparmi troppo di quello che sarebbe successo dopo.

Poi, è venuto tutto il resto. In pochi anni, tutto è cambiato. I pagamenti inesistenti, trenta euro lordi dopo novanta giorni dalla pubblicazione; il blog di un quotidiano nazionale che non ti retribuisce “perché è un blog, scrivete quello che volete, come un diario”, e poi ti scrive la domenica mattina per chiederti di seguire le elezioni comunali a Parigi tutta la giornata; il portale di innovazione culturale che si fregia di professori e filosofi e scrive di dignità del lavoro intellettuale e poi non risponde alle mail e ti promette una retribuzione da anni, “almeno cento euro a reportage ma non da subito, intanto cominciamo”; le inchieste di cinque giorni lavorativi pagate 24 euro; l’agenzia di comunicazione veneta che ti paga dieci euro ad articolo, “di solito facciamo sette ma tu hai esperienza e arrotondiamo”, dove la caporedattrice, ignara dei miei trascorsi professionali nelle testate del Meridione, ti spiega il trucco per avere sempre foto d’attualità, “quando non ne ho di prima mano, spulcio sui quotidiani del Sud, tanto una rissa è sempre una rissa, gli incidenti poi si assomigliano tutti, chi vuoi che venga a controllare sul nostro sito, la Gazzetta del Mezzogiorno?”.

don

Anno dopo anno, la scrittura è diventata un oggetto estraneo, quasi nemico e, allo stesso tempo, ha iniziato a seguire un corso parallelo, a essere qualcosa di mio, da proteggere dalla mediocrità che mi circondava, da riservare ai miei tempi e ai miei spazi o a quelle poche testate che rispecchiano la mia filosofia, che hanno obiettivi simili ai miei, la stessa voglia di raccontare. Con gli anni, è sopraggiunto però anche l’imbarazzo, l’esitazione davanti alla domanda “che lavoro fai?”, sentirsi parte di tutto e di niente, senza una strada precisa, passare dal più sfrenato entusiasmo al più triste degli avvilimenti, guardare le offerte di lavoro come si guarda la televisione stanchi sul divano, senza la pretesa di trovarvi qualcosa di interessante.

Succede allora che una sera a Parigi, nonostante ogni prospettiva di impiego a lungo termine mi sia per ora preclusa, nonostante non abbia intenzione per ora di tornare in Italia, io ricominci a fantasticare su altre strade, altre possibilità e che nottetempo si faccia largo l’idea bislacca di qualche anno prima, che forse se non è un paese per giornalisti, forse lo è ancora per gli insegnanti, che se adesso si chiama buona scuola, l’insegnamento avrà pure qualcosa da offrire. Ebbene, dopo aver spulciato almeno tre siti ufficiali diversi, aver schivato insistenti pop-up a tradimento di offerte di un corso in Bulgaria per ottenere rapidamente, al solo costo di 3000 euro, l’abilitazione all’insegnamento in Italia, aver letto e riletto le dichiarazioni di Manuela Ghizzoni (prima firmataria dell’emendamento targato Pd e approvato dalla Commissione Cultura della Camera, con il quale viene riscritta la delega al Governo sul riordino delle modalità di reclutamento del personale docente all’interno della Buona scuola) sull’abolizione di ogni via secondaria all’accesso all’insegnamento, tirocinio formativo attivo compreso, ho realizzato che non ho alcuna possibilità di avvicinarmi al mondo della cosiddetta buona scuola: non posso partecipare al prossimo concorso, ma non posso nemmeno partire da zero e tentare di accedere all’anno di tirocinio formativo (a pagamento), che per il 2016 sarà aperto solo per le classi di concorso esaurite, per esempio matematica nella scuola secondaria. Posso sperare di entrare in qualche graduatoria minore per supplenze e maternità, ma come mi risposero già al Provveditorato lo scorso anno: “signorina, ma le graduatorie le abbiamo già riaperte nel 2014, ora tocca aspettare”.

Mi sono ricordata del mio piano di studi all’università, scelto con cura, per non precludermi né l’insegnamento del francese, né quello dell’inglese, né quello della letteratura italiana. Ricordo il mio primo anno a Parigi e una conversazione con un insegnante di storia, di 26 anni, in cui incredula lo ascoltavo mentre mi spiegava come dai banchi dell’università fosse passato alla cattedra, senza tappe intermedie. E ancora le chiacchierate con le mie colleghe di corso, contare i crediti per poter accedere alle classi di concorso, immaginarci per gioco dall’altra parte.

cappelli

In tutto questo, resta sconforto, smarrimento. Solidarietà con chi in questo percorso ha investito molto più tempo ed energia e, dopo anni di supplenze, precariato, master, tirocini, graduatorie si ritrova ancora alle prese con superconcorsi dall’esito incerto. Incredulità davanti al percorso a ostacoli che sembra quasi studiato minuziosamente per scoraggiare qualsiasi tipo di iniziativa professionale. E tanta perplessità davanti al linguaggio informale e friendly usato dal sito del Ministero dell’Informazione. “Non siete abilitati? Niente da fare per voi!”, mentre leggo da un momento all’altro mi aspetto che venga fuori una linguaccia da qualche parte.

Invece, il meglio lo riservano nella pagina sui consigli per trovare lavoro, in cui un solerte redattore propone come tecnica innovativa per trovare un impiego il “passaparola con amici e parenti”, siti antidiluviani dove ormai trovare un’offerta di lavoro che non sia un tentativo di vendita on-line è quasi impossibile, preoccupandosi di specificare che “è bene ricordarsi di fare una ricerca mirata, precisando regione e città”. Infine, “l’ultima tecnica, ma non per importanza, per trovare offerte di lavoro interessanti è legata alla motivazione. Mai perdere la speranza!”

Che dire di più? Mai perdere la speranza. In fondo, forse un prossimo concorso sarà previsto tra altri tre anni. Intanto ci sono questioni più importanti da risolvere, ci sono i presepi da rimettere nelle aule, c’è la teoria gender che avanza minacciosa, ci sono le unioni civili da scongiurare, il voto segreto, la libertà di coscienza, c’è Sanremo che è appena iniziato e Padre Pio in tournée a Roma. E l’Italia con un tasso bassissimo di laureati impiegati e con gli insegnanti più vecchi di tutta Europa.

Per saperne di più sulla nostra buona scuola, in maniera precisa e ordinata, e per farsi venire il mal di pancia, l’articolo di Christian Raimo su Internazionale, qui. Per leggere altre storie di lavoratori, o aspiranti tali, il blog della mia amica Valentina, AstrOccupati.

Illustrazioni © Emiliano Ponzi

Soundtrack: Mogwai, Take me somewhere nice

Allegria di naufragi

Il giorno di Natale, dalla finestra sulla rue Norvins, le strade di Montmartre sembravano tornate a brulicare di turisti, degli acuti dei musicanti, delle offerte per un ritratto dal caricaturista di turno. Odore di crêpe, vino caldo, il riflesso delle luci blu tra gli alberi della Place du Tertre, un rumoroso gomitolo di strade nel quale non avevo voglia di tuffarmi. Ho riaperto vecchi libri, ritrovato appunti dimenticati, sono tornata a leggere la storia di un poeta che aveva voglia di dimenticarsi di sé, proprio il giorno di Natale, sentirsi sull’orlo di un allegro naufragio e, per un attimo, lasciarsi volutamente scivolare.

Il fiume Nilo lo ha visto “nascere e crescere e ardere d’inconsapevolezza”, in una bollente Alessandria d’Egitto di fine Ottocento dove, da genitori originari di Lucca, venne al mondo Giuseppe Ungaretti. Qui, ancor prima di scoprirsi ermetico e poeta, cominciò ad amare la lingua francese, che imparò nella scuola svizzera Jacot, e ad apprezzarne la poesia, che leggeva sulle pagine della celebre rivista Mércure de France, innamorandosi di Baudelaire, Rimbaud e Mallarmé.

Era il 1912 quando il profilo italiano gli passa davanti agli occhi, dietro il finestrino di un treno diretto a Parigi, dove Ungaretti decide di continuare gli studi, frequentando il Collège de France, le lezioni di Bergson ma soprattutto accomodandosi ai tavolini dei più illustri circoli letterari della capitale, dove conosce Soffici, Palazzeschi, Papini, Marinetti, il suo amico Apollinaire.  Alloggia in una camera d’albergo, al civico 5 di rue des Carmes, “appassito vicolo in discesa”, nel cuore del Quartiere Latino, dove condivide la stessa quotidianità, il medesimo sradicamento con Moammed Sceab, che morirà suicida, incapace di ritrovarsi nel fermento di Parigi.

trincea

La timidezza di Palazzeschi e lo charme di Apollinaire, grande estimatore di sigari toscani, lo conquistano più di tutti e si mescola in poche settimane alla folta schiera di habitué del Café de Flores, della Closerie des Lilas, una volta templi della cultura francese, oggi presi d’assalto dai turisti che ne hanno letto la storia sulle guide. Nel 1914, Ungaretti si arruola volontario per la Grande Guerra. Parte così per un viaggio dal quale non tornerà più, dove conoscerà la beffa del sentirsi vivo circondato dalla morte e dove concepirà il suo più famoso ossimoro, gli allegri naufragi.

Molte delle liriche raccolte ne Il Porto sepolto e in L’allegria sono state scritte in trincea, su pezzi di carta di fortuna, sugli involucri delle pallottole, riposti in fretta nel tascapane, nella giubba o nel berretto. Anche il tempo era scarso, in trincea, il linguaggio si doveva allora “rinnovare, rendere essenziale”, illuminarsi d’immenso e il senso stesso di quello stare lì, “come d’autunno sugli alberi le foglie”, si rinchiude nelle poche parole di un verso.

In trincea, Ungaretti modella la sua poesia, estremizza il verso libero, scopre l’analogia come via privilegiata all’intuizione poetica, all’illuminazione letteraria. Le sue figure retoriche sono ricercate epifanie linguistiche, alla base del suo personalissimo ermetismo, una poesia che si vuole erede dei segreti di Mallarmé e delle antiche primavere di Leopardi, rifiuta la facilità, la comprensione immediata, preferisce le vie traverse, le allusioni imprevedibili.

ungarettiponte

Ungaretti amava le difficoltà. “Se la poesia è decifrabile nel modo più elementare, non è più poesia”. La poesia deve contenere un non detto, anche se “si è sempre scontenti” e la parola, strumento impotente, riesce solo ad avvicinarsi, per lente approssimazioni, al mistero dell’uomo. Senza caricarla di artifici, di orpelli barocchi, la poesia è tale quando contiene “un segreto inesauribile”, quello di essere “semplicemente una parola molto amorevole rivolta alla persona che la ascolta per indurla a sentirsi più umana”.

Un’umanità che resta tuttavia immagine utopica, quando la stessa poesia diventa “esplorazione di un personale continente d’inferno”, ritornare sui propri passi senza trovarli più, cronaca di uno sradicamento e di un esilio interiore. “A ogni nuovo clima che incontro mi trovo languente”, scrive Ungaretti nella poesia Girovago “e me ne stacco sempre straniero”. A ogni partenza, un naufragio, più o meno allegro. A ogni addio, riprende il viaggio, il “superstite lupo di mare”.

Nelle dichiarazioni pubbliche più recenti, all’età di ottant’anni, amava annunciarsi come “l’antico Ungaretti” e leggere le sue ultime poesie, sebbene se ne rammaricasse un po’, perché queste facevano parte di un “ciclo segreto” che non avrebbe voluto rivelare ai microfoni della televisione. Molte delle sue interviste si trovano on-line, e la sera di Natale, alla fine, sul divano ho lasciato andare le parole di Ungaretti e mi sono addormentata anche io, naufragata in una voce familiare, “come una cosa posata in un angolo e dimenticata”, al sicuro, al caldo buono, “con le quattro capriole di fumo del focolare”.

Giuseppe Ungaretti scrittore

Giuseppe Ungaretti scrittore

Soundtrack: Ashes to Ashes, David Bowie

Paris, rue de Rome

Nascosti e brulicanti, ai piedi dei palazzi a sei piani, al riparo dai grandi viali del barone Haussmann, a Parigi ci sono interi quartieri a tema. Utensili da cucina, costumi di teatro, pianoforti, cibo giapponese, ogni curiosità, vezzo, esigenza trova il suo angolo nella capitale.

Restando nei paraggi di Montmartre, ai piedi della Basilica, il quartiere intorno al Marché Saint-Pierre, con le piccole stradine intorno, come la rue Seveste, è il regno dei mercanti di tessuti, attraversato senza sosta da signore in cerca di stoffe, scenografi con un intero universo teatrale in costruzione e costumisti impegnati nelle prove. I marciapiedi sono ricoperti di lustrini e, soprattutto dopo il tramonto, cominciano a brillare. Nei dintorni di Barbès, invece, inizia il Boulevard de Magenta, con le boutique di abiti da sposa a buon mercato, costumi stravaganti per sposi sopra le righe e damigelle audaci.

Abbandonando il 18simo arrondissement per il tempo di un viale, percorrendo il Boulevard des Batignolles che si stacca dalla Place de Clichy, s’incrocia la Rue de Rome. Siamo già nel 17simo, le strade tornano piatte, non ci sono salite né passaggi impervi, ma grandi spazi, architetture più alte e un’aria borghese e tranquilla. La Rue de Rome, che si affaccia sui binari della stazione di Saint-Lazare, è il regno di liutai e musicisti. Da almeno due mesi, da quando me ne vado in giro per cliniche e laboratori, la percorro quasi una volta a settimana.

carnival

Per ogni isolato, da un lato e dall’altro della strada, ci sono botteghe ricolme di violoncelli, negozi di spartiti e libri di musica, con i banchetti all’aperto per le partizioni a metà prezzo, l’atelier di un vecchio liutaio con un gatto in vetrina, file di violini e, di fretta sul marciapiede, ragazzini con sulle spalle una chitarra, una viola, un clarinetto. Appena prima di svoltare a destra, per la rue de Vienne, c’è forse la più bella boutique della strada, un atelier in legno rosso, saltato fuori dal secolo scorso, incorniciato di violini, dove ci sono al lavoro ogni giorno tre giovani liutai in grembiule.

Di ritorno a casa, una settimana fa mi sono fermata anche io a spulciare tra gli spartiti e ho portato con me tutte le partizioni di Erik Satie. Solo più tardi, ho scoperto che Satie ha abitato per anni a Montmartre, precisamente in una stanza ammobiliata nella rue Cortot, parallela alla rue Norvins, dove sono attualmente domiciliata. Oggi la rue Cortot è un elegante vialetto lastricato, con il Musée de Montmartre, a un passo dai vigneti della Butte e dal giardino selvatico della Rue Saint-Vincent. Appena qualche metro più in là, ai piedi della scalinata della rue de Mont-Cenis, abitava anche Hector Berlioz, che nel quartiere più alto di Parigi ha composto Benvenuto Cellini.

fireworks

Amico di tutti gli artisti di Montmartre, da Picasso a Tzara, autore di musiche di varietà per i cabaret del quartiere e raffinato intellettuale, non era improbabile, un secolo fa, imbattersi in Erik Satie, conosciuto anche come Velvet Gentleman, per l’abitudine di indossare sempre lo stesso costume di velluto grigio, di cui possedeva sette esemplari identici, saggia intuizione di chi la mattina non ha voglia di perdere tempo davanti all’armadio.

Inguaribile eccentrico, arrivato a Parigi, dopo l’adolescenza in Normandia, Satie aderisce all’ordine cabalistico dei Rosacroce, che abbandonerà per fondare una chiesa personale, di cui sarà l’unico adepto, l’Eglise Metropolitaine d’Art de Jésus Conducteur, confessione che, con estrema professionalità, doterà anche dei suoi propri Dieci Comandamenti, tra cui il primo: “Non adorerai altro che Debussy”. Nonostante l’attitudine religiosa, Satie non smise mai di domandarsi il perché del suo essere su questa terra, “così terrestre e così terrosa”, di chiedersi se fosse nato per “una missione, o una commissione?” e non esitò a riempirsi l’esistenza di rituali e stranezze, di fonografi e ombrelli, che collezionò per tutta la vita, per dare un senso ai suoi giorni, soprattutto dopo la fine dell’intensa storia d’amore con la pittrice Suzanne Valadon.

Ossessionato dal numero tre, Satie scrisse tre Gnossiennes, tre Gymnopédies, tre airs à fuir, tre danses de travers, tre Mélodies sans paroles. Ma non solo. Satie fu l’autore anche di tantissime arie da cabaret, melodie che definì triviali e di cui rifiutò a lungo la paternità. Scrisse, tra le altre, una Sonatine BureaucratiqueLa Belle Excentrique, due Rêveries NocturnesTrois morceaux en forme de poire, letteralmente Tre pezzi a forma di pera. Compose la musica per un balletto insieme a Jean Cocteau e un altro insieme al regista onirico e fantasmagorico per eccellenza, René Clair. Molto in anticipo sulle prime forme di musica ambientale, creò la musica da arredo, musique d’ameublement, e per beffarsi di critici e conservatori, mise insieme le sue Vexations, trentacinque battute ripetute 840 volte per una durata totale di circa venti ore, reinterpretato di recente da John Cage.

horseraces

Celebre per le abitudini stravaganti, per il suo senso dell’umorismo non di rado incompreso, Satie, che soffriva di amnesie e frequenti vuoti di spirito, ha riempito le sue partizioni di annotazioni e consigli per l’esecuzione ben distanti dalle classiche indicazioni di ritmo. Di ritorno a casa, cominciando a studiare la prima Gnossienne, mi è sembrato quasi di sentirlo, a pochi passi dalla mia finestra.

“Da soli, per un attimo”, si legge in cima a una battuta e poi, poco dopo, “aprite lo spirito”, “munitevi di lungimiranza”. Nota dopo nota, nelle tre Gnossiennes, Satie suggerisce di “consigliarci con cura”, seguendo una legatura, ci ricorda di “domandare a noi stessi”. Nel cuore di una strofa, ci accompagna “nel pensiero, fino in fondo“, per “abbandonare l’orgoglio” e sentire la più grande delle bontà. “Passo dopo passo”, con sempre maggiore intimità, come se, al di là del vuoto, dello sconforto, della mancanza di un faro e di una direzione, il segreto sia nel seguire la musica, senza staccarsi dal pianoforte.

“Perseguire un’estrema brillantezza“, senza tuttavia perdere l’occasione di imbatterci in un subitaneo stupore, ed essere, per il tempo di una dozzina di biscrome, “perdutissimi”.

Soundtrack: Erik Satie, Je te veux, una ballata d’amore dolcissima, probabilmente scritta per uno spettacolo di cabaret, priva del piglio intellettuale delle altre composizioni, e forse per questo rinnegata dallo stesso Satie.

Images: © Caitlin Richards