Tutta la solitudine che meritate

Dal finestrino dell’aereo, “ciò che si vede è ciò che si vedeva diecimila anni fa, ed è anche un annuncio di quella che, uscendo da Reykjavík, è la parte più memorabile di ogni esperienza islandese: ci si trova spesso da soli”. E, continuando a leggere le pagine di “Tutta la solitudine che meritate” (Humboldt Books/Quodlibet), l’idea stessa di solitudine si trasforma in qualcosa che forse non abbiamo mai assaporato, una sensazione sconosciuta, a volte quasi anelata.

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A viaggiare sulle strade d’Islanda sono Claudio Giunta, storico della letteratura italiana, e Giovanna Silva, fotografa e fondatrice di Humboldt Books, che firmano il terzo libro di viaggi della giovane casa editrice. E la strada è quasi sempre una sola, la Route 1, l’arteria principale dell’isola che connette tra loro tutte le ragioni e attraversa il paese in modo circolare. Meglio fidarsi delle indicazioni, infatti, e non lasciare le strade segnate. L’itinerario è quindi regolare, con poche sorprese all’orizzonte, solo il tempo cambia a ogni tornante, e il paesaggio si fa foglio bianco dove Giunta intesse osservazioni su cosa voglia dire vivere quando l’orizzonte è solo fiordo, grigio, nebbia e pescherecci.

L’Islanda ha una densità abitativa che conta poco più di 3 persone per chilometro quadrato. La metà dei suoi 300.000 abitanti è concentrata nel distretto della capitale. Il resto è disperso in quelle immense distese di grigio cenere e lava, di assenze di boschi e cielo plumbeo. La strada “è l’unico manufatto umano che vedrete per gran parte della giornata”, un itinerario tra cittadine e villaggi isolati, dove aringhe e merluzzi sono più numerosi degli abitanti stessi, ma, piacevole conseguenza, l’attivismo a favore dell’arte è molto più concreto: i tanti appartamenti sfitti, abbandonati da chi è partito alla rotta della capitale, sono concessi agli artisti che, approfittando della calma e dell’ispirazione, riescono a rinvigorire la vita intellettuale di latitudini isolate e dimenticate.

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Nessuna fretta. La stessa capitale è “il paradiso del viaggiatore ansioso”. A Reykjavík il tempo basta sempre. “Nessun pittore veramente famoso, nessuno scultore veramente famoso, nessun principe-benefattore che ha donato le sue collezioni ai sudditi costringendo poi voi a passarci attraverso”. Il turista non ha obblighi, né vere e proprie guide, il viaggiatore non ha sensi di colpa per i grandi assenti nel suo tour. Nessuna grande insegna reclama attenzione, tutte le catene dello shopping sono rinchiuse nei centri commerciali. L’unico imperativo è godere della non-grandeur, dell’aria provinciale di una capitale europea. Si trova di rado quel cattivo gusto che è il frutto del mix letale tra agiatezza e ignoranza”. La categoria pertinente è quella del “desolato nordico”. Il vero piacere sembra essere l’andare stesso, immerso in quella luce che fa anche dei parcheggi e delle strade spoglie un’attrazione, che fa del tragitto in macchina il vero punto d’arrivo.

Lasciandosi alle spalle Reykjavík, l’Islanda si concede a tratti, si disperde e poi si lascia trovare, regalando meraviglie splendidamente isolate. Come Tjöruhúsid, letteralmente “la casa incatramata”, il ristorante migliore d’Islanda, situato a ĺsafjördur, il capoluogo dei fiordi nord-occidentali, dove la popolazione raddoppia quando arrivano le navi da crociera. Il caffè Simbahöllin, nel villaggio di dieci case di Thingeyri. La Biblioteca dell’Acqua di Stykkishólmur, residenza per scrittori in un villaggio di poco più di mille abitanti. Dopo i luoghi, vengono poi le persone. O meglio le storie. “Perché naturalmente un viaggio riuscito è fatto, al cinquanta per cento almeno, di cose che coi paesi attraversati non c’entrano molto, e c’entrano invece con gli incontri fortuiti”. E il periplo islandese si trasforma anche in racconto delle persone incontrate, dei camerieri che servono ai tavoli, degli osti e delle locandiere, degli italiani trapiantati in Islanda. Il viaggio diventa infine ipertesto, con dritte su come continuare il cammino, ma anche con link a video su YouTube e consigli di libri per arricchire il proprio immaginario. Come da tradizione, poi, le informazioni utili sono tutte alla fine. Si consiglia di prediligere il mese di maggio, anche se il viaggio in aereo potrebbe allungarsi un po’. E ancora, fidarsi degli uffici turistici, scegliere i ristoranti sul porto nella capitale, diffidare di North Face e 66North per proteggersi dal freddo e preferire invece la marca d’abbigliamento Cintamani.

Per chi volesse continuare il viaggio, verso altre solitudini, anche dall’Islanda partono voli low cost e l’aeroporto si raggiunge anche a piedi. “All’aeroporto di Reykjavík, voli locali, si arriva a piedi in un quarto d’ora dal centro. E, dato che dall’aeroporto di Reykjavík partono anche i voli per la Groenlandia, in sala d’attesa avrete l’emozione di trovarvi accanto famiglie di inuit che tornano chiassosamente a Kulusul, a Narsarsuaq, a Ittoqqortoormiit, verso deserti molto più deserti dell’Islanda, inimmaginabili”.

 

Qui la recensione pubblicata per OggiViaggi.

Tra i santuari della Grecia

Riscoprire la Grecia partendo da quello che la Grecia non è, ma soprattutto visitando templi, oracoli e santuari, per liberarsi, finalmente, di pregiudizi e cliché: “sono i posti migliori per certi addii”. “Oracoli, santuari e altri prodigi. Sopralluoghi in Grecia” è il secondo libro di viaggio della casa editrice Humboldt Books, realizzato in collaborazione con Quodlibet, e racconta il pellegrinaggio nei luoghi di culto della Grecia continentale. A firmare i testi è Dino Baldi, filologo e scrittore, con le immagini di Marina Ballo Charmet, fotografa alla ricerca di una nuova prospettiva del “sempre visto”, che lei stessa definisce come “il rumore di fondo della nostra mente”.

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LA SUGGESTIONE DEL MITO. “La prima cosa che si impara da un viaggio in Grecia è che spesso nelle piccole cose abitano spiriti giganteschi”. Ma soprattutto che nella bassa stagione, e lontano dai luoghi più turistici, si nasconde la verità. Il processo di democratizzazione della cultura classica ha comportato la diffusione di timpani, colonne, vasellame e mitologia nel più remoto angolo dell’Ellade, ma forse, come scrive Baldi, “mi sembra che conservino di più la memoria dell’antichità questi negozi di souvenir […] delle pietre corrose che gli archeologi tirano fuori a fatica dalla terra. La cosa migliore è non pensarci, lasciarsi andare e godersi questo accogliente pessimo gusto senza troppi pensieri”. Al giallo delle spighe e all’odore di gomma bruciata si mescolano le suggestioni dei miti, delle leggende, le creature di poeti e scrittori, qui celebrati con mausolei e statue, come personaggi storici. Il viaggio si fa strada nell’erudizione di Baldi, nel suo amore del mito e nelle acute riflessioni che alla lettura fantastica delle leggende greche contrappongono l’esperienza diretta, il camminare sui sassi, il trovarsi di fronte alle rovine, alle facce rugose, ai nomi allitterati dei greci.

TORNARE AD OSSERVARE. “La Grecia reale era il luogo meno adatto per ospitare la Grecia ideale”, scrive Dino Baldi e la Grecia qui non è più un luogo ma una fede, una religione, una di quelle che sono inculcate da piccoli e poi, anche quando sono ormai un ricordo, restano come un sostrato di sensi di colpa e abitudini. Il mito ha costruito la Grecia per noi, tanto da farci illudere di conoscerla già. Adepti del continuo ripiegamento su noi stessi, “forse ci siamo scordati come si fa a vedere, scrive Baldi, “appagati dalla vista interiore, abbiamo dato in appalto la vista originaria, ci affidiamo a visioni da catalogo che sono di tutti e di nessuno, e non siamo più in grado di dire nulla su quello che ci circonda”. L’orizzonte greco è decostruito, passo dopo passo, raccontato attraverso la leggenda, ma reso agli occhi del viaggiatore nella sua totale interezza contemporanea. “La Corinto moderna sfoggia un benessere fuorimoda e goffo come un vestito troppo largo”. La stessa Arcadia, tramandata a noi come paesaggio docile e bucolico, si svela brutale. Nel museo di Olimpia, doverosa corvée, i paragoni dei turisti edotti dalle guide, da Michelangelo a Bacon, fanno da colonna sonora ai sentieri che si diramano tra le statue, alle storie che prendono vita dalle capigliature divine, da indovini panciute, da dee imbronciate.

UNA MISCELLANEA FINALE. Arrivati alla fine del viaggio, altri racconti aspettano il lettore: Marco Rinaldi, che racconta il viaggio in Grecia del pittore Gastone Novelli; Maria Giovanna Cicciari, giovane film-maker, con i suoi appunti per un film sulla Grecia ispirati al libro di Hölderlin, “Hyperion”, scritto senza mai muoversi della Germania; un’introduzione semiseria alla cucina greca firmata da Alberto Saibene, per le urgenze culinarie, anche se alla fine “si viene condotti in cucina e si addita quello che si vuole mangiare”; informazioni su tratte e biglietti aerei e consigli utili per viaggiare nell’Ellade. Ma soprattutto resta la voglia di camminare, di lasciare che il racconto, anche quello fantastico, prenda il sopravvento sulla realtà, di offrirsi altre immaginazioni. “I racconti del mito e le cosmogonie nascono nella noia dei lunghi percorsi fatti a piedi. Mano a mano che si cammina e ci si guarda intorno le cose crescono, diventano enormi e pieni di vita, mentre gli uomini si fanno sempre più piccoli, fino a riprendere la misura giusta”.

 

Qui l’articolo pubblicato su OggiViaggi.

The Drawer: il disegno contemporaneo a Parigi

Pensarsi come un cassetto pieno di schizzi e disegni. Immaginarsi come una collezione di immagini, di pezzi unici e rarità. È questa l’intenzione di The Drawer, rivista semestrale dedicata al disegno e all’immagine, distribuita da Les Presses du Réel, nata a Parigi nel 2011 dall’intuizione creativa di Barbara Soyer e Sophie Toulouse, mente e cuore del progetto, ma soprattutto occhi attenti ed esigenti.

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Le due editrici sono al lavoro ogni giorno nel loro atelier a due passi dalla Basilica del Sacro Cuore, a Montmartre, nel lato placido e meno chiassoso del quartiere, al di là del boulevard de Rochechouart, lontano dal clamore di turisti e venditori. La porta è sempre aperta, ma si entra solo su appuntamento o in occasione dei “rendez-vous”, occasioni speciali in cui gli artisti della rivista sono invitati a esporre le proprie opere anche sui muri dell’atelier, una programmazione saltuaria, senza calendari o orari fissi. Sin da subito, una dichiarazione di poetica: “la nostra è una rivista principalmente visiva”, spiega Barbara, “senza alcun proposito di analisi, interpretazione o critica del disegno: lasciamo carta bianca e terreno libero agli artisti, i soli protagonisti delle pagine”. Nel ricco panorama delle riviste dedicate all’illustrazione in Francia, come la decana Roven, incentrata sulla critica e l’estetica, o la nuova The Shelf, rivista grafica sull’oggetto-libro, The Drawer ha un’immediatezza visiva peculiare e si vota interamente al disegno come pratica democratica, raccogliendo insieme nelle stesse pagine disegnatori più o meno conosciuti, francesi e internazionali, professionisti dell’immagine disegnata e non. “In questi anni abbiamo coinvolto architetti, designer, stilisti, anche autori, specialisti della parola scritta”, raccontano le editrici, “non siamo alla ricerca di una destrezza particolare con la matita, né di un’originalità a ogni costo, ma di un’estasi della vista, di un’immagine che possa richiamarne altre”.

L’immagine disegnata occupa quindi il posto principale. Ma attenzione a parlare di illustrazione. “Noi evitiamo questa parola”, spiega Barbara, “l’illustrazione, solitamente, è realizzata su commissione. A noi interessa invece il disegno in quanto pratica spontanea, a sé stante, espressione libera dell’artista, senza alcun limite”. L’unica indicazione, infatti, data ai collaboratori è una sorta di fil rouge, una tematica scelta ispirandosi a un’opera cinematografica o letteraria, che possa evocare immaginari, corrispondenze, provocare interpretazioni e variazione multiple e inattese. Da qui la scelta di film o libri inevitabilmente presenti nella memoria collettiva, in grado di solleticare la fantasia, da Tempi Moderni, per il primo numero, a Le Metamorfosi, fino a 1984, soggetto dell’ultimo.

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La rivista si apre su un editoriale, unico testo presente, e continua srotolando immagini e sensazioni, intervallate solo da un questionario, una sorta di ritratto dell’artista, che si presenta in poche essenziali risposte. Per il resto, solo puro disegno. “Non badiamo più di tanto alla narrazione”, spiega Barbara, “come in un cassetto, si può aprire la rivista in una pagina a caso e apprezzarne l’immagine, oppure sfogliarla una pagina dopo l’altra”. Non ci sono storie, ma ritmi, frequenze: “la nostra principale preoccupazione editoriale è che i disegni siano ben calibrati, disposti secondo un ordine visivo e una logica estetica”. Coordinatrici a tutto tondo, Barbara e Sophie presentano la rivista come artigianale e 100% fatta a mano: “siamo solo in due e completamente indipendenti e ci concentriamo sempre di più sulla rivista, nonostante entrambe seguiamo percorsi paralleli come direttrici artistiche ed editoriali freelance”. Un’indipendenza, quella di The Drawer, inizialmente autofinanziata e poi mantenuta grazie ai ricavi dei primi volumi, ma soprattutto alla generosità dei collaboratori. “Non ci possiamo permettere di retribuire i disegnatori”, continua Barbara, ricorrendo a formule fin troppo familiari, “offriamo visibilità e una vetrina unica e fortunatamente ci hanno sempre detto di sì”.

Accanto al progetto della rivista, si affacciano nuove idee: “stiamo ripensando all’approccio espositivo del disegno”, continuano, “vogliamo sfuggire alla monotonia delle gallerie e dei musei e inventare un nuovo dispositivo per esporre le opere che non sia la solita affissione alle pareti”. Da questa esigenza di creatività, nasce The Drawer Unit, il primo pezzo unico firmato The Drawer, un vero e proprio mobile a cassetti, in legno, dove i disegni si lasciano consultare e apprezzare in un formato diverso, che, inoltre, gioca con l’intimità del disegno stesso, che spesso è solo una produzione laterale nel lavoro di un artista e, di frequente, è destinato all’oblio in un angolo della scrivania. “Vorremmo creare dei pezzi unici, grazie al lavoro di alcuni colleghi designer, e farli circolare nelle gallerie, nei musei, nei luoghi o centri d’arte”.

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Alla base c’è il desiderio di trovare qualcosa che non sia già visto, un’esigenza di varietà nelle discipline e, soprattutto, il voler dimostrare come il disegno nasca e attraversi più universi creativi, alcuni insospettabili. Sulle pagine di The Drawer, infatti, oltre a disegnatori di professione, tra tutti Ruppert & Mulot, sono finiti architetti, stilisti e anche scrittori. “Abbiamo voglia di autenticità”, interviene Sophie, “spesso anche una bozza intermedia, un lavoro preparatorio, uno schizzo distratto ci colpisce e lo scegliamo per la rivista”. Quelli di Barbara e Sophie sono occhi sempre più esigenti, alla ricerca di un guizzo particolare nel tratto o nel colore. “La selezione diventa sempre più difficile”, spiega Barbara, che non sembra attratta da quella che individua come una tendenza contemporanea, esageratamente preoccupata del dettaglio, della precisione della matita, del tratto fine e particolareggiato. Un realismo figurativo fin troppo perfetto, quasi un’emulazione della fotografia, o forse troppo poco sporcato dall’estro per destare emozioni. Una tendenza riscontrata di frequenza durante gli ultimi saloni o nelle mostre più recenti, abitualmente setacciate dalle due editrici. Lungi dal fare scouting, infatti, Sophie e Barbara si dilettano, tuttavia, nello scoprire nuovi talenti, alla ricerca di colpi di fulmine visivi. Così è stato, ad esempio, per il duo Florentine e Alexandre Lamarche-Ovize, giovanissimi creativi francesi, scultori, pittori, disegnatori e fotografi, artisti quasi rinascimentali, autori di una riflessione figurativa e pitturale incentrata sulla città e la memoria urbana, esposti di recente anche presso l’atelier della rivista.

Perfettamente inserito nel brulicante panorama francese, The Drawer resta tuttavia soddisfatto nella sua nicchia. “Siamo venduti in libreria ma sicuramente non siamo un prodotto da grande pubblico”, spiega Barbara, “i nostri lettori sono interessati all’arte contemporanea, alla creatività o sono addetti ai lavori”. Da parte loro, c’è sicuramente la volontà di dare vita a un oggetto di altissima qualità, a cominciare dalla carta, al fine di realizzare un prodotto dalle caratteristiche sempre più rare, da collezionare per la propria libreria. “Cerchiamo di dare quello che internet non può fornire”, continua, “ma non siamo in conflitto con il web: sicuramente ci evolveremo anche on-line, in un modo o nell’altro”. Per ora, a destare maggiore interesse è il disegno digitale: “abbiamo pubblicato immagini realizzate con l’iPad, disegni colorati al computer: è un modo per noi di dimostrare che si chiama ‘disegno’ anche ciò che non è necessariamente realizzato con carta e matita”.

Che cos’è il disegno oggi? Perché disegnare? Sono domande che tornano di frequente sulle pagine di The Drawer, a partire da alcuni questionari proposti agli artisti. Una domanda all’apparenza semplice e antica, eppure sempre più attuale nel contesto della creatività che attraversa tanti disegnatori quanto fumettisti, illustratori e grafici. “Ce lo chiediamo spesso anche noi”, conclude Barbara, “la rivista forse è il nostro tentativo di dare una risposta”.

 

Qui l’articolo pubblicato su Fumettologica.

Un altro viaggio in Etiopia

“Ricognizioni approfondite in territori poco battuti”, racconti per testo e immagini di viaggi personali, che mescolino l’arte alla scoperta, la letteratura alla geografia, la ricerca dell’inquadratura con quella del semplice indirizzo. È quanto si propone di fare Humboldt Books, giovanissima casa editrice, nata il 14 febbraio del 2012, da un’idea di Giovanna Silva, fotografa e photo-editor, iniziativa fresca e raffinata, in un panorama editoriale difficile e settario come quello italiano, così battezzata in onore di Alexander von Humboldt, avventuroso esploratore ottocentesco. L’idea è quella di situarsi a metà tra la praticità della guida e lo stile lirico della narrativa, una sorta di non-fiction con variazioni, più o meno romanzate, sul tema del viaggio.

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IN VIAGGIO NEL CORNO D’AFRICA. Così è per “Narciso nelle colonie. Un altro viaggio in Etiopia”, il primo tra i libri di viaggio della Humboldt (in coedizione con Quodlibet), la cronaca di una traversata nel Corno d’Africa con i testi di Vincenzo Latronico, giovane penna italiana, e le immagini di Armin Linke, fotografo italo-tedesco. “Ciò che racconta è accaduto davvero”, scrive Vincenzo Latronico in apertura, “scontato di una scusabile misura di epica”. “I luoghi sono abbastanza esotici da evitare il déjà-vu”, continua, “il tutto, nonostante la drammaticità un po’ forzata, rispetta il carattere essenziale del racconto di viaggio, il suo essere portatore sano di panorami”. Una dichiarazione di poetica che si promette di evitare i cliché, il troppo facile, lo strettamente personale e tutti i facili trabocchetti del racconto di viaggio e che fa da preludio a una straordinaria esperienza a ritroso nel tempo.

LE TRACCE DELLA NOSTRA LINGUA. Il viaggio comincia durante i primi mesi del 2012, in Gibuti, sulle tracce di una leggendaria ferrovia, fatta costruire dai colonizzatori italiani. Passata la “Svizzera d’Africa”, Linke e Latronico si addentrano in Etiopia, passando per Dire Dawa, un tempo centro di snodo e manutenzione di treni, e arrivano ad Harar, “antica metropoli di temibili genti”, città di mercati e compravendite sin dall’Ottocento, dove un certo agente commerciale mise radici nella speranza di trovarvi una vita borghese, ma forse il vento, la polvere depositata nei polmoni, lo uccise, facendone un mito chiamato Arthur Rimbaud. Il viaggio abbandona la ferrovia, utopia incompiuta del sogno coloniale italiano, per seguire imprese cinesi alla testa di autostrade giganti, aerei privati gestiti da una misteriosa commerciante di oppiacei, e continua, destinazione Addis Abeba, con la storia di Hailé Selassié, la lingua italiana che fa capolino in quella amarica, le vestigia del nostro colonialismo, di cui nessuno parla più. “In Italia non parliamo di colonialismo”, scrive Latronico, “perché, in fondo, non ci riteniamo dei veri colonizzatori: sarà la convinzione, consolatoria e falsa, che sia stato in fondo poca cosa rispetto a quello di altri paesi europei; sarà l’illusione, comoda e falsa, che la nostra inettitudine bellica ci abbia impedito di commettere atti poi così gravi; sarà la coda lunga dell’apparato fascista che ha impedito elaborazioni collettive delle colpe”.

LA MAPPA INTERATTIVA. Come ogni libro di viaggio che si rispetti, “Narciso nelle colonie” riserva in coda una serie di appendici: un approfondimento sulla figura storica di Hailé Selassié con un’intervista al giornalista e storico Angelo Del Boca, che lo ha incontrato di persona, un excursus sul ruolo del negus nella musica giamaicana, un dizionario dei lasciti italiani nella lingua amarica e un prontuario di indirizzi. E per seguire il viaggio, su Google Maps c’è anche una mappa interattiva, tappa dopo tappa. Alla fine, resta un’ammissione di colpe. “Sono partito cercando una cosa, e non l’ho trovata”, ammette Latronico, perso davanti a quel “collasso della cronologia” che sono gli archivi del Corno d’Africa. E, tra le righe, la consapevolezza che, inevitabilmente, pur sfuggendo al soggetto imperante, si è finiti per parlare di se stessi, tra le polveri rosse delle autostrade, le sagome delle gazzelle e il retrogusto piccante delle cene etiopi. Sarà perché “siamo andati in Etiopia, da europei, cercando un’immagine di noi”, o “come Narciso nelle colonie, convinti di avere a che fare, in buona sostanza, con uno specchio, e di sapere già che immagine avrebbe restituito”.

Qui l’articolo pubblicato su OggiViaggi.

 

Israele a fumetti

Se fosse stato il semplice resoconto di un viaggio, probabilmente 60 giorni, in 200 pagine, non sarebbero bastati. Ma il viaggio di Sarah Glidden, autrice di “Capire Israele in 60 giorni (e anche meno)”, scava in profondità, ritorna in superficie, plana su dubbi, convenzioni e preconcetti. A ogni passo, esercita il diritto al dubbio, il rifiuto della propaganda acritica, ma anche la messa in discussione dei suoi stessi pregiudizi contro un paese che tutti conoscono solo attraverso il filtro della stampa.

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L’album, entrato direttamente nella classifica delle migliori 10 graphic novel del 2010 e pubblicato da Rizzoli Lizard nel 2011, è il primo libro di Glidden, classe 1980, ebrea americana di Brooklyn, e racconta la sua esperienza a ritroso nel tempo e nello spazio, alla ricerca delle proprie origini e della storia del suo popolo. A 26 anni, infatti, Sarah decide di partecipare al programma Taglit, una sorta di viaggio-studio, finanziato dagli ebrei di tutto il mondo, perché i più giovani possano visitare Israele e vedere da vicino le tappe del popolo eletto.

ISRAELE COME UNA CELEBRITY. Scegliendo di parlare in prima persona, come hanno fatto prima di lei grandi del fumetto autobiografico, da Marjane Satrapi a Joe Sacco fino ad Art Spiegelman, Glidden approccia la storia confrontando la versione israeliana della situazione al suo punto di vista personale, alle sue letture, rifiutando ogni sorta di propaganda e facile retorica. Ogni capitolo è introdotto da una mappa dell’area visitata e, a fine album, a completare le informazioni ci sono un piccolo glossario e una breve cronologia del conflitto israelo-palestinese, per decifrare più facilmente la storia del paese. Perché visitare Israele, scrive Sarah, “è come avvistare una celebrità in una strada affollata, qualcuno la cui vita folle ce la ritroviamo sempre sbattuta in prima pagina sui giornali, e poi alla fine è là, proprio di fronte a noi”.

LA SCONFITTA DEI BEDUINI. Il viaggio inizia dalle alture del Golan, il maestoso altopiano situato ai confini tra Giordania, Libano, Siria e Israele, tra i territori più contesi dell’area israeliana. La terra, vista fuori dal finestrino, appare come un piano susseguirsi di campi, tutti non edificabili per via delle centinaia di mine anti-uomo disperse. L’autobus trasporta il lettore di scoperta in scoperta, dal Lago di Tiberiade ai tanti kibbutz sperduti nelle campagne, dall’incontro con i soldati israeliani, giovanissimi e quasi inconsapevoli, al campo dei beduini nel deserto del Negev, nella parte meridionale dello stato d’Israele, una distesa di sabbia che occupa più della metà del paese stesso. Qui, la calma apparente delle dune dissimula una delle storie più tristi di Israele, quella dei beduini, la cui sconfitta, considerata ormai a livello internazionale come un fatto compiuto, non desta più interesse. Un tempo signori del deserto, dopo l’indipendenza di Israele, nel 1948, i beduini furono espulsi o confinati nel 2% del loro antico territorio, senza diritti sulla terra, acqua ed energia elettrica. Così oggi, per non soccombere alla miseria, guidano le caravane di turisti lungo i luoghi della loro sconfitta. “Per lo stato di Israele, siamo erbacce da sradicare”, conclude la guida.

QUELLO ZIO IMPAZZITO. “Ho sempre pensato di essere progressista, questo vorrebbe dire che sono anti-Israele”, rimugina Sarah, “ma sono ebrea, quindi dovrei sostenere il mio stato, invece sono pro-Palestina”. Lentamente, ogni convenzione sembra allentare le redini, ogni etichetta cancellarsi e svanire nel grande caos finale di Gerusalemme, della sua città vecchia dalle tre anime, cristiana, araba ed ebrea, dove i minareti si confondono con le stelle di David e le stazioni della via crucis, i bazar profumano di spezie e incenso sacro e i copricapi sono di tutte le forme e dimensioni. “Essere a Gerusalemme è un po’ come essere a New York o a Parigi”, ha dichiarato Glidden in un’intervista, “ci si sente al centro del mondo, si ha voglia di restare, inventarsi qualcosa per cambiare la realtà, ma sono fantasie un po’ ingenue, e anche un po’ egoiste”. Si finisce per non farsi più le stesse domande, per non cercare più risposte forse, per accettare le contraddizioni di un paese per quelle che sono. Come Sarah, che alla fine del viaggio, resta semplicemente a guardare. “Alcuni di noi vedono Israele come un povero zio impazzito… sul quale abbiamo ormai perso ogni controllo, ma del cui comportamento siamo in qualche modo responsabili, e rigettarlo pubblicamente sarebbe come sbandierare la vergogna della nostra famiglia”.

 

Qui la recensione pubblicata su OggiViaggi.

Pinguini gay e poliziotti nudi: caccia al libro proibito in Francia

In Francia, torna l’indice dei libri proibiti. Non contenti delle manifestazioni, del giorno della collera, dei cortei che hanno attraversato Parigi, i militanti contro la teoria del genere mettono sotto assedio le biblioteche municipali. Forti dell’incoraggiamento da parte di Jean-François Copé, a capo del partito di Sarkozy, che il 9 febbraio scorso si è scagliato contro “Tous à Poil !”, (edizioni Rouergue), un volumetto per bambini in cui gli autori si sono divertiti a mostrare in costume adamitico i personaggi che popolano la vita quotidiana dei più piccoli: dal cane alla babysitter, dal poliziotto al mago. Uscito nel 2011, il libro, e i suoi autori, hanno invaso di recente le prime pagine dei giornali in seguito alla polemica, dai toni non poco ridicoli, portata avanti dal presidente dell’UMP, che ha intravisto nei disegni di Marc Daniau e Claire Franek un oggetto di propaganda marxista e un’istigazione alla lotta di classe: “già dal titolo, non mi sembra un oggetto di alta letteratura per bambini”, ha dichiarato durante una conferenza stampa, “inoltre, gli autori svestono quelli che, agli occhi dei bambini, rappresentano l’autorità: la babysitter, il poliziotto, il presidente”, continua, “è come dire ai bambini: l’autorità non serve a niente”.

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Immagine da “Tous à poil !”

Preso alla lettera da un folto e agguerrito stuolo di manifestanti, che non aspettavano altro che la sua benedizione, Copé ha innescato una vera e propria caccia al libro. E, sull’indice dei militanti, sono finiti altri insospettabili libri per bambini, come “Tango à deux papas” (edizioni Le Baron Perché), la storia vera per immagini di una coppia omosessuale di pinguini, di Béatrice Boutignon, e “Jean a deux mamans” (Loulou et compagnie), un invito alla comprensione dell’omosessualità. Incriminato anche “Papa porte une robe” (Seuil), letteralmente “Papà indossa un vestito”, la storia di un pugile costretto a fare la ballerina per sfamare la famiglia. Si sfiora la pornografia, sempre secondo Copé, in “Les Chatouilles” (Thierry Magnier), le avventure notturne di una bimba insonne che, per svegliare il fratellino, decide di fargli il solletico. Finisce nella lista nera anche “Dînette dans la tractopelle” (Talents Hauts), fantasia per immagini intorno a un catalogo di giocattoli dove i giochi per i bambini non vogliano separarsi da quelli per le bambine. Infine, bollato come un’apologia del cambio di sesso, “Mademoiselle Zazie a-t-elle un zizi?”, letteralmente “Mademoiselle Zazie ha il pisellino?”, (Nathan), rievocazione delle più innocue domande infantili sulla sessualità.

Bibbia ufficiale dei difensori della moralità è il blog Salon Beige, affiliato al movimento Printemps Français, principale promotore delle manifestazioni contro il matrimonio omosessuale. Il sito, che si autodefinisce “blog quotidiano d’attualità laica cattolica”, aggiorna i lettori sulle ultime azioni, sulle marachelle dell’immigrato di turno, raccomanda agli utenti negozi e punti vendita di oggetti sacri, nonché corsi di religione per corrispondenza, e, dal mese di febbraio, è fiero di annunciare agli internauti un’altra novità: una lista di tutte le “biblioteche ideologiche” in Francia, dove bambini e genitori potrebbero correre il rischio d’imbattersi in opere che attentano all’innocenza infantile. Seguono le coordinate di tutte le biblioteche incriminate e suggerimenti su come agire: recarsi sulla scena del delitto e chiedere il ritiro dei libri, scrivere al sindaco, informare i genitori. La reazione del Ministro della Cultura, Aurélie Filippetti, è stata ferma sì ma poco efficace, limitandosi a denunciare tali “attacchi scandalosi” contro le biblioteche, che sono soprattutto degli “spazi di libertà”.

Immagine da "Tango à deux papas"

Immagine da “Tango à deux papas”

Lo stesso internet, spazio di libertà per eccellenza, è ormai preso di mira. E sulle schede amazon dei libri incriminati, si assiste al pullulare di commenti d’ogni tipo. Non manca chi si scaglia contro un sussidiario di matematica “tendenzioso”, per via di un problema posto ai bambini: gli abitanti di un paesino in un pianeta immaginario scelgono ogni giorno di poter essere maschi o femmine, calcolare le percentuali. E, in un clima alla Fahrenheit 451, dove i militanti hanno occhi e orecchie dappertutto, la reazione alla notizia che Arte, il canale televisivo franco-tedesco, avrebbe mandato in onda il film “Tomboy” (dove una ragazzina si fa passare per un maschietto) non si è fatta attendere. Centinaia di telefonate hanno intasato il centralino della tv, richiamando Arte alla sua vera missione, quella di trasmettere programmi culturali e non di fare propaganda alla teoria del genere.

Bersaglio dei militanti è, infine, il dispositivo “ABCD de l’Egalité”, messo a punto dal Ministero dell’Educazione Nazionale e dal Ministero per i Diritti delle Donne, per contrastare la formazione di stereotipi e pregiudizi sin dalla più tenera età, lanciato quest’anno in 600 classi elementari, per una prima valutazione preliminare. L’ABCD de l’Egalité consiste in una serie di testi, risorse e attività, a disposizione di alunni e insegnanti, dove figurava anche il terribile “Tous à poil !”. Per salvare le apparenze, e rendersi inattaccabile, il governo si è limitato a ripulire astutamente la lista delle opere facenti parte dell’ABCD dell’uguaglianza, lanciato dal Ministero dell’Educazione Nazionale. Ma, che non si dica in giro che il governo francese abbia finito per cedere alle pressioni dei manifestanti: “Tous à poil !” è ancora nella lista, non più tra le “attività pedagogiche” consigliate ma tra le “risorse complementari” indicative. E tali risorse non sono più “selezionate” e “da utilizzare in classe”, ma semplicemente “recensite” e “da consultare per gli insegnanti”.

Per ora, nonostante l’amarezza davanti a cotesto retrogrado esprit du temps, la polemica di Copé sembra esser caduta nel ridicolo, soprattutto dopo il suo ultimo (voluto?) gioco di parole, secondo il quale i partiti debbano mettersi a nudo per favorire la trasparenza, e “Tous à poil !”, grazie all’inaspettata pubblicità, è tra i libri più venduti dell’anno. Ma, tornando alle pagine incriminate, come finisce la storia? “Tutti si spogliano”, racconta l’autrice Claire Franek, “è la vita in tutta la sua più grande banalità”. Nessuna strage di mogli come in Barbablu, nessuna mela avvelenata, nessuna apologia della bellezza perfetta, come in Biancaneve, niente soprusi di sorellastre, niente fanciulle rinchiuse nelle torri e niente attesa del principe azzurro. Nell’ultima pagina, ci si tuffa nell’oceano, tutti nudi, in un’esplosione di gioia collettiva. Un lieto fine, più innocuo e forse ben più desiderabile dei tanti matrimoni e “vissero felici e contenti” ai quali il monopolio Disney, purtroppo, ci ha abituato.

Qui l’articolo pubblicato su Lettera43.

Into the Wild con Chris

Sembra che tutto sia cominciato a Picton, villaggio sperduto in Nuova Zelanda, tra le pagine stropicciate di un libro che parlava di Chris McCandless, letto alla fermata del bus, in un paesino di poco più di 3000 persone. Poi ci sono state le ricerche, le discussioni con amici e compagni di viaggio, le mail scritte tra Italia e America, la scoperta che in Italia Chris McCandless fosse conosciuto solo come il personaggio di un film, “Into the Wild”, e che a nessuno era ancora venuto in mente di tradurre i suoi diari, la speranza che un’intuizione possa diventare realtà.

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Prende il via così, con una fortunata serie di eventi, l’avventura editoriale dei ragazzi di No Borders Magazine, rivista on-line di viaggi, che firmano “Back to the Wild”, la prima traduzione italiana dei diari di Christopher McCandless, disponibile dal 17 febbraio scorso. Il libro, 274 pagine, con 200 foto inedite, stampato in tiratura limitata di 1500 copie, acquistabili esclusivamente on-line sul sito dell’associazione (al prezzo di 15,90 euro più 2 euro di spese di spedizione; per informazioni, vedi il link in basso), contiene i diari, gli appunti, le lettere, ma soprattutto le immagini del viaggio di Chris attraverso l’America, gli autoscatti durante gli ultimi 100 giorni trascorsi in Alaska. E, sul sito di No Borders Magazine, è anche possibile ripercorrere per tappe la traversata negli Stati Uniti grazie a una mappa interattiva, e scoprire la genesi del libro, dal lungo carteggio di mail fino all’incontro emozionante con i genitori di Chris a Milano, i colori che colano nelle stampanti e il making-of del libro in tipografia.

LA DEVASTANTE CERTEZZA DEL FUTURO. Rileggere la storia di Chris McCandless è come tuffarsi nelle vite di tutti coloro che, almeno una volta nella vita, hanno deciso di fare i bagagli e avventurarsi senza un piano preciso, di chi ha deciso di lasciare al futuro la possibilità di sorprendere e ha avvertito, anche solo per un giorno, la necessità di liberarsi della propria quotidianità, di dire addio all’orizzonte sociale, di “prendere le distanze dal mondo, per capirlo meglio”, come scrive Rachele Maggiolini, tra i fondatori di No Borders Magazine, perché, scriveva Chris, “per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo” e “non c’è gioia più grande dell’avere l’orizzonte in continuo cambiamento”.

IL FATALE MAGIC BUS. La storia di Alex Supertramp è quella di chi parte con un quaderno dove annotare le proprie epifanie quotidiane, con una macchina fotografica, per raccontare, fosse anche solo a se stessi, qualche anno più in là, le emozioni di un viaggio. Perché, era Chris a dirlo, la felicità va condivisa, ignaro che per lui la condivisione sarebbe arrivata solo tanti anni dopo, attraverso un film, un libro, una memorabile colonna sonora. Morto in Alaska, nel suo Magic Bus, diventato luogo di pellegrinaggio, lascerà pochissime tracce, una manciata di appunti, una cartolina, un terribile registro di caccia, dove annotava i suoi pasti quotidiani, sempre più scarni, e un ultimo biglietto, autocelebrativo, quasi come se volesse dire, innanzitutto a se stesso, d’aver avuto ragione e d’aver vissuto a modo suo. Come scrive Paolo Cognetti nell’introduzione, McCandless aveva 24 anni quando morì, era solo un ragazzo e avrà sicuramente avuto bisogno di alzare la voce ogni tanto, mostrare il pugno al mondo, per scrollarsi di dosso la paura e ricordarsi di essere “il suo supereroe vagabondo”. “Chris era uno di quelli che cambiano le vite degli altri e non ha smesso di farlo nemmeno dopo”, continua Cognetti. Non è un caso che sia stata una rivista nata da un gruppo di amici a realizzare il sogno di dare una voce italiana ai pensieri di Chris, uno splendido viaggio in compagnia di un amico, un’avventura che, sicuramente, avrà cambiato anche le loro vite.

NESSUN CONFINE. No Borders Magazine è un’associazione culturale nata nel 2010, da un’idea di Christian Tognela, Maura Dettoni e Rachele Maggiolini, accomunati dalla passione del viaggio visto come scoperta dell’altro e del diverso. La rivista pubblica racconti, reportage fotografici e interviste, tratteggia le città mettendone in risalto il lato meno turistico, attraverso le preziose guide piccole, e, dal 2011, ha dato vita al primo database italiano di film sul viaggio. È arrivata lo scorso anno, invece, la prima applicazione per i-phone, Inside Milano, realizzata con la start-up danese Everplaces. Questa è la prima iniziativa editoriale di No Borders Magazine, realizzata in collaborazione con la Christopher Johnson McCandless Memorial Foundation, che, di comune accordo, devolveranno la metà dei proventi delle vendite in favore delle madri single negli Stati Uniti.

Qui l’articolo pubblicato su OggiViaggi.

In viaggio con Chatwin

copertina_Chatwin“La domanda cui cercherò di rispondere è la seguente: perché gli uomini invece di stare fermi se ne vanno da un posto all’altro?”, così scriveva nel 1969 Bruce Chatwin, il più instancabile dei viaggiatori del mondo contemporaneo, in una lettera indirizzata a Tom Maschler. Il suo grande progetto, incompiuto, era quello di dare vita a un inedito “libro nomade”, come si dice nell’introduzione, “destinato a scandagliare una personale inquietudine cui si univa una morbosa preoccupazione per le radici”. Il libro nomade, purtroppo, non vide mai la luce ma “Le Vie dei Canti” (Adelphi) raccoglie non poche delle sue scoperte e considerazioni. Chatwin s’inerpicò sulle pagine di questo libro per anni. Le spalmò su mille taccuini, sparpagliando appunti lungo le sue peregrinazioni, collezionando citazioni, nell’attesa di fermarsi, prima o poi, e mettere giù un personalissimo elogio del camminare che, in questo caso, s’intreccia con una ricostruzione del Tempio del Sogno australiano e con le labirintiche Vie dei Canti.

ODORE D’AUSTRALIA. Tra le pagine, volano folate di polvere rossa, si sparge il forte odore degli eucalipti, sgusciano goanna e canguri, si afferma una luce imperante, “il fulgore dell’Australia che fa sognare il buio”. La storia, però, inizia in una villetta nei dintorni di Stratford-upon-Avon, con un giovanissimo Bruce Chatwin in compagnia di zia Ruth e zia Katie. “Un giorno zia Ruth mi disse che un tempo il nostro cognome era ‘Chettewynde’, che in anglosassone significa ‘sentiero serpeggiante’, e cominciò a germinare nella mia testa l’idea che tra la poesia, il mio nome e la strada ci fosse un nesso misterioso”. Da qui comincia l’infinito “walkabout” di Chatwin, anche lui, come gli australiani in cammino rituale, partito per ritrovare le sue origini e dare una ragione all’irrequietezza dell’uomo. Capire perché si desidera sempre l’orizzonte che si è appena lasciato. “Tutte le volte che vado in Russia non vedo l’ora di andar via. Poi non vedo l’ora di ritornarci”, dice Arkady, la sua guida nell’intricato sogno australiano.

LA CIVILTA’ DEL DESERTO. “Di notte, mentre vegliavo sotto le stelle, le città dell’Occidente mi parevano tristi e aliene, e le pretese del ‘mondo dell’arte’ assolutamente idiote. Qui invece avevo la sensazione di essere tornato a casa”, scriveva Chatwin, dal buio di una notte nel deserto sudanese, ripensando al suo vecchio lavoro come esperto impressionista per Sotheby’s, la casa d’asta londinese, che abbandonò senza rimpianti quando il suo oculista gli consigliò di smettere di guardare i quadri da vicino e volgere lo sguardo a orizzonti più ampi. “Il deserto era un serbatoio di civiltà”, continua nei suoi taccuini, “e i popoli del deserto erano avvantaggiati rispetto agli altri perché erano più morigerati, più liberi, più coraggiosi, più sani, meno pingui, meno vili, meno disposti a sottostare a leggi infami, e, nel complesso, guarivano più facilmente dalle malattie”.

A PIEDI PER IL MONDO. Quando Arkady parte in missione, Chatwin decide di restare, risoluto a riaprire i vecchi taccuini e lasciar affiorare i ricordi. Le traversate in jeep si arrestano per fare spazio alle lente passeggiate di Chatwin, dalla Mauritania a Londra, dai caffè di Parigi al deserto del Gobi, dall’Afghanistan al treno Francoforte-Vienna, ma non solo. Il viaggio nello spazio s’accompagna a un girovagare temporale, attraverso le parole dei grandi letterati, inguaribili camminatori, viaggiatori per vocazione, nello spirito o sulla strada, da William Blake a Herman Melville, da Anatole France a Rimbaud, poeta dalle suole di vento, che per molto tempo si vantò “di possedere tutti i paesi possibili”. Chatwin morì poco dopo aver messo la parola fine al suo lungo itinerario australiano. Era rammaricato per la chiusura della fabbrica di Moleskine, il suo taccuino preferito. Se si fosse ormai rassegnato alla naturale irrequietezza dell’uomo, non ci è dato sapere. Forse, come Kipling, sarà giunto anche lui alla più serena delle conclusioni: “Tutto considerato, al mondo ci sono solo due tipi di uomini: quelli che stanno a casa e quelli che non ci stanno”.

Qui l’articolo pubblicato su OggiViaggi.