Il rovescio e il diritto

Sbarcato a Praga, senza alcun appoggio, senza l’indirizzo di un hotel in tasca, un conoscente che lo aspetti a casa, pochi soldi nel portafoglio, sperduto nella fredda stazione mitteleuropea, Albert Camus si sente gonfio d’uno strano sentimento di libertà, perché le sue due valigie non pesano ormai più di tanto, il braccio è leggero, il passo veloce. Poco importa della solitudine, della paura di ritrovarsi in un paese sconosciuto, dove anche la lingua, il biglietto del tram, il gusto dei piatti tipici, si ignora, poco importa dell’apatia che sopraggiunge talvolta in quei viaggi solitari, in fondo “ogni paese dove non mi sono annoiato non mi ha mai insegnato niente”.

Camus scrive del suo arrivo a Praga, ma anche delle sue notti algerine, di sua madre silenziosa, della scoperta del sole italiano, dei cafè chantant spagnoli, nel suo primo libro L’envers et l’endroit, letteralmente Il rovescio e il diritto, una raccolta di cinque saggi autobiografici, scritti tra il 1935 e il 1936 e pubblicati nel 1937 ad Algeri, in pochissimi esemplari. Composti a soli 22 anni, rimasti introvabili a lungo, Camus ne ha consentito una nuova edizione solo dopo vent’anni, accompagnandoli con una prefazione, una vera e propria dichiarazione di poetica e di linea di pensiero.

“Nonostante viva adesso senza la preoccupazione del domani, quindi da privilegiato, non sono capace di possedere. Di tutto quello che ho, e che mi è stato offerto senza che io l’abbia cercato, non posso tenere nulla. Non per generosità, ma in virtù d’un’altra specie di parsimonia: sono avaro di quella libertà che sparisce non appena comincia l’eccesso delle proprietà. Il maggiore dei lussi non ha mai cessato di coincidere per me con una certa nudità. […] Non ho mai saputo abbandonarmi a quella che chiamano ‘vita d’interni’ (che spesso si rivela essere l’esatto opposto della vita interiore); la felicità cosiddetta borghese mi annoia e mi spaventa”.

Jusqu’où ira cette nuit où je ne m’appartiens plus ?

L’esperienza, la proprietà, la ricchezza, sono sopravvalutate, scrive Camus. Pochi sanno che, almeno una volta nella vita, bisogna aver perso tutto, restare da soli, andarsene. E offrirsi, ogni tanto, una prospettiva nuova, consentirsi un domani diverso, imprevedibile. La possibilità di perdersi, di fermarsi ad ascoltare il rumore della notte su un marciapiede arabo di Algeri, farsi sconvolgere dalla semplicità della cattiveria, insozzarsi per sempre della crudeltà e dello squallore delle periferie occidentali, la libertà di lasciarsi intimorire, spaventare dall’ignoto, da nuove destinazioni, chiedere alla propria madre “A cosa pensi?”, “A niente”, e sapere che è vero.

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A poco più di vent’anni, Camus intravede già nei caffè e nei giornali un elemento importante del viaggio. Qualche tempo fa, avevo letto in un articolo che l’odore del caffè e quello della carta stampata sono in grado di far sentire a casa chiunque. Fa parte dei trucchi del viaggiatore, quelli che si adoperano per mitigare la solitudine, per rinfrancarsi lo spirito. Ce n’è uno, classico, secondo Camus, quello di fare quattro passi in un museo, a tempo perso, continuare le proprie flânerie tra tele e sculture, per trasformare l’angoscia in malinconia. Trucco collaudato dallo scrittore francese, e tra i preferiti di chi ha vissuto a Parigi, aggiungo io. E poi c’è quello di infilarsi in un bar, di sedersi al bancone e svuotare i pensieri in una tazza di caffè, rifugiarsi in “un luogo”, scrive Camus, “in cui si può tentare di avvicinarsi agli altri, che ci permette di mimare in un gesto familiare l’uomo che eravamo a casa, e che, a distanza, ci sembra uno straniero”.

“Perché il pregio del viaggiare consiste nella paura. Spezza in noi una specie di apparato scenico interno. Non è più possibile barare – mascherarsi dietro ore di ufficio e di cantiere (quelle ore contro cui protestiamo tanto e che ci difendono con tanta sicurezza dalla sofferenza di esser soli). Per questo avrei sempre voglia di scrivere romanzi i cui personaggi dicano: ‘Che sarebbe di me senza le ore di ufficio?’ o anche: ‘Mia moglie è morta, ma per fortuna ho un gran fascio di atti da redigere per domani’. Il viaggio ci toglie questo rifugio. Lontano dai parenti, dalla lingua, strappati a tutti i nostri sostegni, privi delle nostre maschere (non si conoscono le tariffe dei tram ed è tutto così), siamo completamente alla superficie di noi stessi. Ma sentendoci male all’anima, restituiamo ad ogni essere, ad ogni oggetto, il suo valore di miracolo. Una donna che balla senza pensare, una bottiglia sul tavolo intravista dietro una tendina: ogni immagine diventa simbolo.”

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 Tornando a Praga, nelle fredde strade della capitale, Camus ricorda i suoi caldi viaggi in Italia, “terra fatta a immagine e somiglianza della mia anima”, le vigne profumate, le lunghezze dei cipressi, i nodi degli ulivi, l’odore forte dell’albero di fichi, le piazze ricolme d’ombra sotto un sole indifferente, il flauto acuto e tenero delle cicale, il silenzio che nasce dal rincorrersi lento delle giornate. Mettere a fuoco il linguaggio di un orizzonte nuovo, sentire finalmente che si accorda con il nostro, e non perché trovi una risposta alle nostre domande, ma perché queste domande le rende inutili.

Camus rivendica il diritto all’indifferenza, sprezza la ricerca della felicità a tutti i costi e a questa preferisce l’essere cosciente, la presenza a se stessi, il vivere il buono e il cattivo tempo, sperimentare tutto, il rovescio e il diritto di ogni momento, sfuggire il sonno, “avevo voglia d’amare come si ha voglia di piangere”, come qualcosa di forte e naturale, a cui bisogna solo lasciarsi andare. La sua indifferenza, assicura, è molto simile alla compassione, a un’empatia panica con il creato, con la bellezza dei paesaggi, del moto delle onde, del vento tra le spighe di granturco, con l’atteggiamento freddo della natura, che raramente s’accompagna ai moti dell’animo umano e che, proprio per questo, sembra comprenderli tutti.

“Adesso non desidero più di essere felice ma solo d’essere cosciente. Tra questo diritto e questo rovescio del mondo, non voglio più scegliere”.

Soundtrack: Scott Matthews, Myself Again

Images © Emiliano Ponzi

In altre parole

Jhumpa Lahiri è una scrittrice di origini indiane, cresciuta in America, innamorata dell’italiano. Se non bastasse questo straordinario mix di lingue e culture a travolgermi, a completare il quadro c’è il suo esilio volontario, come lo definisce lei. Anzi, un esilio linguistico, dagli Stati Uniti a Roma, inseguendo una folle infatuazione per un idioma straniero.

Lahiri si trasferisce in Italia lo scorso anno, e non per diventare una scrittrice italiana, ma per allontanarsi dalla sponda conosciuta, essere costretta a fare un passo indietro e privarsi di ogni attrezzo linguistico a sua disposizione, rinunciare alla sua materia prima, il linguaggio, mollare gli ormeggi dell’inglese e ritrovarsi nel mare aperto di una lingua altra, ma profondamente desiderata, senza alcun appiglio. Una direzione, che appare ostinata e contraria, alla quale però non riesce a sottrarsi. Partire, perché “non basta galleggiare senza la possibilità di annegare, di colare a picco.”

Da quando Jhumpa è a Roma, Internazionale le ha chiesto di raccontare la sua avventura con la lingua italiana in una rubrica, settimana dopo settimana, la storia di un vero e proprio corteggiamento linguistico, inguaribilmente a senso unico. “Un desiderio non è altro che un bisogno folle. […] Ci sarà sempre qualcosa di squilibrato, di non corrisposto. Mi sono innamorata, ma ciò che amo resta indifferente. La lingua non avrà mai bisogno di me”. La casa editrice Guanda ha deciso poi di raccogliere le rubriche settimanali e farne uno splendido libro, In altre parole, il primo vero libro che Jhumpa Lahiri scrive in italiano.

Mi sono imbattuta nella copertina del libro mentre vagavo alla ricerca di un fumetto, l’ho guardato, l’ho riconosciuto e l’ho preso, sapendo che sarebbe diventato uno di quelli che avrei voluto tenere sempre sul comodino, anche una volta finito di leggere, per sfogliarlo, ripetere delle frasi, convincermi della giustezza di qualche idea. In altre parole è uno di quei libri che si possono leggere in un pomeriggio, ma io ho cercato di diluirlo, pagina dopo pagina, per lasciarmi raccontare ancora una volta l’avventura di chi parte semplicemente “per cambiare strada”, per ritrovarsi in una situazione di disagio, certo, di scomodità, di voluta precarietà, ma anche di eccitazione, stupore, meraviglia.

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Ho già scritto altre volte di Jhumpa Lahiri e del bisogno di attraversare il lago e raggiungere la sponda sconosciuta ma, dopo aver letto il suo libro, ho capito che le sue riflessioni si spingono più lontano. Il bisogno di partire necessariamente da un passo indietro, di prendere la rincorsa di continuo, condizione indispensabile per restare in uno stato di ricettività, lasciarsi stupire da quello che stiamo creando, da un’idea. “Rinuncio alla perizia per sfidarmi. Baratto la certezza con l’incertezza”, scrive Lahiri. Il suo è un esilio appositamente studiato per calarsi in uno stato perpetuo di crescita e di possibilità, per diventare altro da sé, come succede ogni volta che si cambia città o si inizia a parlare una lingua altra, sfuggente, mai compresa fino in fondo. Perché “gli impedimenti mi stimolano”.

“Mi piace lo sforzo. Preferisco le limitazioni. So che mi serve, in qualche modo, la mia ignoranza. Nonostante le limitazioni, mi rendo conto di quanto l’orizzonte sia sconfinato”. Jhumpa Lahiri paragona il suo rincorrere l’italiano a una fatica di Sisifo, eterna e, allo stesso tempo, appassionante. Sisifo, infatti, era il più furbo tra i mortali e osò sfidare le divinità dell’Olimpo. Queste gli inflissero una punizione esemplare e lo condannarono a spingere un sasso fino alla cima di una montagna e a vederlo rotolare dall’altra parte, così per l’eternità. Ma Sisifo, come ricorda Albert Camus, non era un dio, solo un semplice umano, al quale può bastare, per sentirsi il cuore pieno di gioia, anche il solo fatto di spingere un sasso e vederlo arrivare sino in cima, seppure per un solo attimo:

“Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice”

Inutile dire di quante volte io abbia visto nello specchio il riflesso di un Sisifo felice. Sempre alla ricerca di qualcosa di più, forse anche consapevole di un fallimento, ma insensatamente emozionata. Ho sempre sostenuto di volermi appositamente catapultare in situazioni di precarietà. Di volermi mettere alla prova, per scoprire versioni altre, stati d’animo che forse non sarei mai riuscita a provare in condizioni di normalità. Quando cominciai ad afferrare pienamente il senso logico di un intero discorso in francese e saperne fare uno a mia volta, la sensazione che ho provato non era molto lontana da questa: “Quando scopro un modo diverso per esprimermi provo una specie di estasi. Le parole sconosciute rappresentano un abisso vertiginoso, fecondo. Un abisso che contiene tutto ciò che mi sfugge, tutto il possibile”.

Ho sempre difeso i vantaggi della mia precarietà e del mio essere in bilico, nonostante i piccoli ostacoli quotidiani, la lenta risalita per diventare una “locale” in una città come Parigi. Imparare dove si fermano gli autobus e dove portano, indovinare le parole giuste da dire agli uffici per farsi dare ascolto, distinguere l’argot e il verlan, uscire viva dal labirinto burocratico e con un sussidio statale in mano, decifrare il linguaggio sentimentale di chi mi stava accanto. Tutto andava imparato da zero. E io non vedevo l’ora di mettermi a studiare.

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In un racconto, “Lo scambio”, Jhumpa Lahiri traduce in finzione narrativa il suo desiderio di “generare un’altra versione di se stessa, […] rimuovere la sua presenza dalla terra, come se fosse un filo sull’orlo di un bel vestito”. Di voler scappare da casa per abitare quasi per strada e ricominciare da una voce imperfetta, scarna. “Come mai mi soddisfa la penuria?”, si chiede. “Forse perché dal punto di vista creativo non c’è nulla di tanto pericoloso quanto la sicurezza”.

Se dovessi mettere a fuoco una mancanza, forse è proprio quell’incertezza, l’equilibrio precario, l’alterità, quello scarto linguistico, la sensazione di scrivere ai margini, di vivere in una periferia figurata, rispetto al centro di quello che avrebbe dovuto essere la mia vita. Tendere verso il centro e sapere già in partenza di non raggiungerlo mai. “Davanti a tutto ciò che mi sembra irraggiungibile, mi meraviglio”, di conseguenza, scrivo, “per dimenticare le mie imperfezioni, per nascondermi sullo sfondo della vita”, l’unica zona a cui sento di appartenere, una retrovia costante, dalla quale io possa muovermi in incognito, in assoluta libertà. “Tutta la mia scrittura scaturisce da un luogo nel quale mi sento invisibile, inaccessibile”, un po’ come il sogno dell’invisibilità, che Italo Calvino diceva di aver realizzato per le vie di Parigi.

Ora sono tornata alla mia lingua italiana, alla mia sponda conosciuta. Quando mi capita, sempre più raramente, di parlare francese, le parole suonano naufraghe, nomadi, smarrite. “Quando si vive senza la propria lingua ci si sente senza peso e, allo stesso tempo, sovraccarichi. Si respira un altro tipo d’aria, a una diversa altitudine”. Io sono tornata alla mia altitudine, ma continuo ad avere l’impressione di vivere in uno spazio che non è il mio. “Chi non appartiene a nessun posto specifico non può tornare, in realtà, da nessuna parte”, scrive Lahiri, e a me piacerebbe un giorno sentire di non appartenere più a nessun luogo e a nessuna esistenza, raggiungere un’indipendenza emotiva, ma soprattutto geografica. Di restare in divenire, di trasformazione in trasformazione.

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Tra i verbi preferiti di Lahiri in italiano c’è ‘sondare’: “implica distacco, incertezza; implica uno stato di immersione. Significa ricerca, metodica e accanita, di qualcosa che resta sempre fuori portata. Un verbo azzeccato che spiega alla perfezione questo mio progetto”. E per ora, spiega alla perfezione anche le mie giornate.

“Dove mi porta, questo nuovo tragitto? Dove finisce la fuga, e quando? Dopo essere fuggita, cosa farò?”. Io non ho ancora nessuna risposta a queste domande. E, a dirla tutta, non so nemmeno se siano le domande giuste. So solo che rivoglio indietro quella possibilità di annegare, di colare a picco. Che le sponde conosciute non mi piacciono.

Images © Heather Gatley

Soundtrack: Sleeping Lessons, The Shins