The Drawer: il disegno contemporaneo a Parigi

Pensarsi come un cassetto pieno di schizzi e disegni. Immaginarsi come una collezione di immagini, di pezzi unici e rarità. È questa l’intenzione di The Drawer, rivista semestrale dedicata al disegno e all’immagine, distribuita da Les Presses du Réel, nata a Parigi nel 2011 dall’intuizione creativa di Barbara Soyer e Sophie Toulouse, mente e cuore del progetto, ma soprattutto occhi attenti ed esigenti.

thedrawer_copertina1

Le due editrici sono al lavoro ogni giorno nel loro atelier a due passi dalla Basilica del Sacro Cuore, a Montmartre, nel lato placido e meno chiassoso del quartiere, al di là del boulevard de Rochechouart, lontano dal clamore di turisti e venditori. La porta è sempre aperta, ma si entra solo su appuntamento o in occasione dei “rendez-vous”, occasioni speciali in cui gli artisti della rivista sono invitati a esporre le proprie opere anche sui muri dell’atelier, una programmazione saltuaria, senza calendari o orari fissi. Sin da subito, una dichiarazione di poetica: “la nostra è una rivista principalmente visiva”, spiega Barbara, “senza alcun proposito di analisi, interpretazione o critica del disegno: lasciamo carta bianca e terreno libero agli artisti, i soli protagonisti delle pagine”. Nel ricco panorama delle riviste dedicate all’illustrazione in Francia, come la decana Roven, incentrata sulla critica e l’estetica, o la nuova The Shelf, rivista grafica sull’oggetto-libro, The Drawer ha un’immediatezza visiva peculiare e si vota interamente al disegno come pratica democratica, raccogliendo insieme nelle stesse pagine disegnatori più o meno conosciuti, francesi e internazionali, professionisti dell’immagine disegnata e non. “In questi anni abbiamo coinvolto architetti, designer, stilisti, anche autori, specialisti della parola scritta”, raccontano le editrici, “non siamo alla ricerca di una destrezza particolare con la matita, né di un’originalità a ogni costo, ma di un’estasi della vista, di un’immagine che possa richiamarne altre”.

L’immagine disegnata occupa quindi il posto principale. Ma attenzione a parlare di illustrazione. “Noi evitiamo questa parola”, spiega Barbara, “l’illustrazione, solitamente, è realizzata su commissione. A noi interessa invece il disegno in quanto pratica spontanea, a sé stante, espressione libera dell’artista, senza alcun limite”. L’unica indicazione, infatti, data ai collaboratori è una sorta di fil rouge, una tematica scelta ispirandosi a un’opera cinematografica o letteraria, che possa evocare immaginari, corrispondenze, provocare interpretazioni e variazione multiple e inattese. Da qui la scelta di film o libri inevitabilmente presenti nella memoria collettiva, in grado di solleticare la fantasia, da Tempi Moderni, per il primo numero, a Le Metamorfosi, fino a 1984, soggetto dell’ultimo.

thedrawer_copertina2

La rivista si apre su un editoriale, unico testo presente, e continua srotolando immagini e sensazioni, intervallate solo da un questionario, una sorta di ritratto dell’artista, che si presenta in poche essenziali risposte. Per il resto, solo puro disegno. “Non badiamo più di tanto alla narrazione”, spiega Barbara, “come in un cassetto, si può aprire la rivista in una pagina a caso e apprezzarne l’immagine, oppure sfogliarla una pagina dopo l’altra”. Non ci sono storie, ma ritmi, frequenze: “la nostra principale preoccupazione editoriale è che i disegni siano ben calibrati, disposti secondo un ordine visivo e una logica estetica”. Coordinatrici a tutto tondo, Barbara e Sophie presentano la rivista come artigianale e 100% fatta a mano: “siamo solo in due e completamente indipendenti e ci concentriamo sempre di più sulla rivista, nonostante entrambe seguiamo percorsi paralleli come direttrici artistiche ed editoriali freelance”. Un’indipendenza, quella di The Drawer, inizialmente autofinanziata e poi mantenuta grazie ai ricavi dei primi volumi, ma soprattutto alla generosità dei collaboratori. “Non ci possiamo permettere di retribuire i disegnatori”, continua Barbara, ricorrendo a formule fin troppo familiari, “offriamo visibilità e una vetrina unica e fortunatamente ci hanno sempre detto di sì”.

Accanto al progetto della rivista, si affacciano nuove idee: “stiamo ripensando all’approccio espositivo del disegno”, continuano, “vogliamo sfuggire alla monotonia delle gallerie e dei musei e inventare un nuovo dispositivo per esporre le opere che non sia la solita affissione alle pareti”. Da questa esigenza di creatività, nasce The Drawer Unit, il primo pezzo unico firmato The Drawer, un vero e proprio mobile a cassetti, in legno, dove i disegni si lasciano consultare e apprezzare in un formato diverso, che, inoltre, gioca con l’intimità del disegno stesso, che spesso è solo una produzione laterale nel lavoro di un artista e, di frequente, è destinato all’oblio in un angolo della scrivania. “Vorremmo creare dei pezzi unici, grazie al lavoro di alcuni colleghi designer, e farli circolare nelle gallerie, nei musei, nei luoghi o centri d’arte”.

thedrawer_unit

Alla base c’è il desiderio di trovare qualcosa che non sia già visto, un’esigenza di varietà nelle discipline e, soprattutto, il voler dimostrare come il disegno nasca e attraversi più universi creativi, alcuni insospettabili. Sulle pagine di The Drawer, infatti, oltre a disegnatori di professione, tra tutti Ruppert & Mulot, sono finiti architetti, stilisti e anche scrittori. “Abbiamo voglia di autenticità”, interviene Sophie, “spesso anche una bozza intermedia, un lavoro preparatorio, uno schizzo distratto ci colpisce e lo scegliamo per la rivista”. Quelli di Barbara e Sophie sono occhi sempre più esigenti, alla ricerca di un guizzo particolare nel tratto o nel colore. “La selezione diventa sempre più difficile”, spiega Barbara, che non sembra attratta da quella che individua come una tendenza contemporanea, esageratamente preoccupata del dettaglio, della precisione della matita, del tratto fine e particolareggiato. Un realismo figurativo fin troppo perfetto, quasi un’emulazione della fotografia, o forse troppo poco sporcato dall’estro per destare emozioni. Una tendenza riscontrata di frequenza durante gli ultimi saloni o nelle mostre più recenti, abitualmente setacciate dalle due editrici. Lungi dal fare scouting, infatti, Sophie e Barbara si dilettano, tuttavia, nello scoprire nuovi talenti, alla ricerca di colpi di fulmine visivi. Così è stato, ad esempio, per il duo Florentine e Alexandre Lamarche-Ovize, giovanissimi creativi francesi, scultori, pittori, disegnatori e fotografi, artisti quasi rinascimentali, autori di una riflessione figurativa e pitturale incentrata sulla città e la memoria urbana, esposti di recente anche presso l’atelier della rivista.

Perfettamente inserito nel brulicante panorama francese, The Drawer resta tuttavia soddisfatto nella sua nicchia. “Siamo venduti in libreria ma sicuramente non siamo un prodotto da grande pubblico”, spiega Barbara, “i nostri lettori sono interessati all’arte contemporanea, alla creatività o sono addetti ai lavori”. Da parte loro, c’è sicuramente la volontà di dare vita a un oggetto di altissima qualità, a cominciare dalla carta, al fine di realizzare un prodotto dalle caratteristiche sempre più rare, da collezionare per la propria libreria. “Cerchiamo di dare quello che internet non può fornire”, continua, “ma non siamo in conflitto con il web: sicuramente ci evolveremo anche on-line, in un modo o nell’altro”. Per ora, a destare maggiore interesse è il disegno digitale: “abbiamo pubblicato immagini realizzate con l’iPad, disegni colorati al computer: è un modo per noi di dimostrare che si chiama ‘disegno’ anche ciò che non è necessariamente realizzato con carta e matita”.

Che cos’è il disegno oggi? Perché disegnare? Sono domande che tornano di frequente sulle pagine di The Drawer, a partire da alcuni questionari proposti agli artisti. Una domanda all’apparenza semplice e antica, eppure sempre più attuale nel contesto della creatività che attraversa tanti disegnatori quanto fumettisti, illustratori e grafici. “Ce lo chiediamo spesso anche noi”, conclude Barbara, “la rivista forse è il nostro tentativo di dare una risposta”.

 

Qui l’articolo pubblicato su Fumettologica.

Parigi, Molitor: la piscina comunale diventa club privato

Chiusa per 25 anni, ha riaperto i battenti lunedì 19 maggio, in grande stile la piscina Molitor, luogo storico della città di Parigi, tra l’estasi collettiva, l’emozione soddisfatta del quartiere, ma soprattutto le accuse dei non pochi detrattori, davanti a questo nuovo imponente club privato d’élite, accessibile a pochi, l’ennesima porta che si chiude nella capitale.

Sì perché, lungi dall’essere la piscina comunale di un tempo, la piscina Molitor, situata nel ricco 16simoarrondissement, è oggi parte di un enorme complesso privato che include hotel a cinque stelle, ristorante e spa. Farsi un bagno è un lusso per pochi. L’accesso è, infatti, consentito solo ai clienti dell’hotel o ai fortunati membri di un club, la cui adesione annuale ammonta a 3300 euro, previa segnalazione da parte di un membro e diritto d’entrata di 1200 eurocela va sans dire. Per non peccare d’ingordigia, la struttura mette a disposizione tre striminzite mezze giornate a settimana, solo per i bambini, o meglio gli scolari, specificazione non irrilevante, del quartiere. Per tutti i comuni mortali, invece, un biglietto d’ingresso giornaliero è a 180 euro.

Il direttore del complesso, Vincent Mezard, appena trentenne, ha insistito perché la piscina conservasse l’aspetto dei suoi anni d’oro. Stessa sfumatura di giallo per le pareti, proprio come desiderava l’architetto che progettò l’edificio negli anni Venti, Lucien Pollet, i mosaici ristrutturati dallo stesso fabbricante che aveva fornito piastrelle e colori nel 1929, perfino le ringhiere sono le stesse. Chef del ristorante è Yannick Alléno, ex tre stelle nel celebre Meurice a Parigi, mentre la Spa è profumatamente, in tutti i sensi, firmata Clarins. Ultima immancabile precisione: per onorare il suo passato da tempio della street art, la nuova piscina Molitor, negli occhi sognanti di Mezard, si apre alla creazione contemporanea, ospitando mini-atelier d’artisti, dirette dall’Opera e sfilate di moda. Come a dire, ricchi sì ma pur sempre colti e raffinati. La terrazza, con vista sulla Tour Eiffel, il Bois de Boulogne e il campo del Roland Garros, è già tra i candidati ad essere “the place to be” per la jeunesse dorée parigina per l’estate imminente.E Mezard sembra incarnare perfettamente la filosofia della nuova piscina Molitor, aperta a tutti ma riservata a pochi.

Inaugurata nel 1929 dai campioni olimpici di nuoto Aileen Riggin e Johnny Weissmuller, la piscina diventa immediatamente un luogo di culto, centro dello sport cittadino e tempio della vita mondana nella capitale: party dorati, memorabili costumi da bagno, coppie celebri, la prima apparizione di un malizioso bikini, nel 1946, ma soprattutto una straordinaria cornice Art Déco, che ha reso sin da subito l’edificio un vero e proprio monumento storico. Piscina a vocazione democratica, come ogni stabilimento comunale che si rispetti, ogni inverno, fino alla fine degli anni ’70, l’immenso palazzo diventava pista di pattinaggio sul ghiaccio, aperta a tutti.

Chiusa nel 1989, la piscina finisce in mano ai writer, mutandosi, un murales dopo l’altro, nel cuore pulsante della street art a Parigi. Si mormora di un rave con circa 5000 persone, notti scatenate, ricordi di una Parigi che oggi sicuramente non esiste più, se non nei resti di murales, oggi conservati come cimeli all’interno del complesso. Le cose cominciano a cambiare già dopo il 2000, quando la piscina si lascia inevitabilmente influenzare dalla sua cornice, il quartiere più borghese della capitale, il 16simo per l’appunto, e anche le sue feste, per quanto pazze e alcolizzate, ma soprattutto gratuite, si fanno decisamente più esclusive. Si ricorda in particolare una serata Nike Sportswear Club, ben lontana dalle feste punk con cani al seguito di fine secolo.

Tutto finisce nel 2007, con la decisione dell’allora sindaco Bertrand Delanoë di voler restituire la piscina ai parigini e l’appello della Città di Parigi a capitali privati per finanziare la ristrutturazione del complesso. Vince l’appalto Colony Capital, che finanzia i lavori per circa due anni e mezzo, con la collaborazione di Bouygues e Accor, investendo 80 milioni di euro. L’ex ministro della Cultura francese Jack Lang si rammarica della distruzione dello spirito di Molitor: “E’ stata una buona idea fare appello a capitali privati, ma la piscina sarebbe dovuta restare un luogo accessibile a tutti”. Da qui il silenzio, che fa non poco rumore, da parte del nuovo sindaco, la socialista Anne Hidalgo, che, purtroppo, forse arrivata troppo tardi, anche animata da buona volontà non potrebbe fare granché. Oggi, la città di Parigi resta proprietaria del terreno ma ufficialmente è Colony Capital a detenere il monopolio del complesso, in virtù di un contratto d’affitto della durata di  54 anni, firmato nel 2008.

La piscina Molitor diventa quindi uno stabilimento privato, l’ultima conquista di pochi oligarchi a danno della collettività, ma soprattutto un simbolo più che eloquente della lenta ma inesorabile trasformazione della capitale francese in un paradiso esclusivo, spaventosamente noioso, solo per ricchi.

Qui, l’articolo pubblicato su FQParigi, il blog dalla capitale francese de Il Fatto Quotidiano.

Guerrilla store e vetrine effimere nel Marais

Si definisce “guerrilla store”, semplicemente perché “non cerchiamo di piacere a tutti i costi ma portiamo avanti una lotta estetica ben precisa”. A metà tra la boutique chic e l’atelier creativo per adulti, il punto vendita biologico e la libreria impegnata, Moratoire, ultima vetrina effimera nel cuore del Marais, intende preservare la sua anima pedagogica e proporsi come luogo di scoperta, di stimolo, intellettuale, culinario e anche modaiolo. Al civico 12 di rue du roi de Sicile, nel cuore del quartiere, spuntato quasi dal nulla lo scorso marzo, come ogni pop-up store che si rispetti, Moratoire resterà aperto ai visitatori per tutta la primavera.

UCE_6894

IN LOTTA CON LE GRANDI MARCHE. “La scelta del Marais non è casuale”, spiega Tristan Bera, classe 1984, storico dell’arte e artista, coinvolto nel progetto, “è un quartiere che manca crudelmente di spazi di lotta impegnati e indipendenti dalle grandi marche e inoltre è un’area internazionale, che pullula di nazionalità differenti, grazie al turismo di massa, al pubblico delle gallerie e dei tanti saloni”. Insieme a Bera, provenienti da ambiti ed esperienze completamente differenti, ci sono anche Matthieu Blancher e Karim Adjab, uniti nell’intento di cimentarsi in un progetto commerciale etico in un ambiente urbano completamente saturo. Da qui la scelta di un ventaglio di prodotti alimentari ispirati alla tradizione giapponese e vegetariani (in collaborazione con il catering Roulé Boulé), una selezione di testi impegnati e l’esposizione e la vendita di veri e propri abiti da lavoro, calzini da città, calzature adatte all’asfalto urbano e, soprattutto, punto forte della collezione, tute da lavoro risalenti agli anni Cinquanta, scovate qualche anno fa, riammodernate e adattate alle esigenze contemporanee. Così, anche se le porte chiuderanno il 15 luglio, Moratoire punta su uno stile di vita destinato a durare, che non passa di moda. E che, soprattutto, come precisa Bera, necessita di una riflessione, un’esigenza reale, un approfondimento. “I testi selezionati arrivano direttamente dalle nostre librerie”, continua, “si tratta di una sorta di biblioteca engagée”, con libri che vanno da Sartre al marchese De Sade, “letture non solo impegnate ma anche impegnative”. Mentre, per l’angolo culinario, la cucina nipponica si sposa con le esigenze della vita urbana, con comodi formati take away e curiosi mix tra Giappone e Francia, come le dolci roll-cake al gusto di tarte tatin.

UCE_6946

IL CAPOSTIPITE DELL’EFFIMERO. Sempre nel Marais, si trova la vetrina effimera per eccellenza. Nello spazio della galerie Joseph, al civico 7 di rue Froissart (per esempio nel weekend del 23, 24 e 25 maggio, con abbigliamento, gioielli, accessori, ceramiche, oggetti di design…) o al 116 di rue de Turenne, apre i battenti regolarmente, almeno una volta ogni due mesi, la Boutique Ephémère, luogo di ritrovo di creativi, modaioli e semplici curiosi, nata nel 2011 da un’idea della creatrice Marthe Lazarus. Dotata di una vetrina on-line dal 2013, resta lo spazio ideale per scambiare idee, contatti e passaparola, la cornice giusta per fare del semplice atto della vendita un evento esclusivo. Effimero quindi, per gusto sì, ma anche per necessità, data l’impossibilità, soprattutto per i creatori emergenti, di far fronte all’affitto mensile e aprire una boutique personale nel cuore della capitale. Di necessità, Parigi fa dunque virtù e l’effimero fa sempre più tendenza.

OGNI ACQUISTO UN PESCIOLINO. Un pizzico di novità insomma per un quartiere come il Marais che, nonostante l’apertura compulsiva di atelier e boutique, resta come impaludato nello stesso stile di sempre, con scarse differenze tra una vetrina e l’altra. A cimentarsi con l’effimero, di recente, ci si è messa anche la maison Kenzo con “No Fish No Nothing”, al civico 11 di rue Debelleyeme, spazio appositamente dedicato alle vetrine temporanee. Dal 21 al 27 marzo scorso, in collaborazione con la Blue Marine Foundation, Kenzo ha inaugurato una vera e propria boutique digitale, dove poter scegliere e ordinare da uno schermo i pezzi della nuova collezione. A ogni acquisto, un nuovo pesciolino raggiungeva i suoi simili in una sorta di acquario digitale esposto in vetrina. Un’idea per associare impegno per l’ambiente e passione per la moda, sensibilizzando anche i turisti più frivoli del Marais alla lotta contro la pesca selvaggia.

DORMIRE. Per un soggiorno dotato di ogni comfort, nel cuore del Marais, l’indirizzo giusto è l’Hotel Turenne (al civico 6 di rue de Turenne). Interamente climatizzato, l’hotel offre 41 camere con accesso internet gratuito, servizio in camera, possibilità di colazione (con un supplemento di 14 euro) e servizio lavanderia. Camera doppia a partire da 107 euro. Per viaggi più economici, il gruppo Mije ha il suo ostello di riferimento nel quartiere al civico 6 di rue de Fourcy, a due passi dalla Maison Européenne de la Photographie, in un antico palazzo che offre più di 200 camere, postazioni internet (ma wi-fi a pagamento), lenzuola e coperte. Contare circa 30 euro a notte.

MANGIARE. Il Marais offre un ventaglio invidiabile di sapori e curiosità culinarie, dai falafel della rue des Rosiers alle delizie delle coloratissime panetterie ebraiche sparse nel quartiere. Per chi avesse voglia, invece, di una pausa in uno dei raffinati ristoranti nascosti nelle viuzze del quarto arrondissement, a due passi dalla Senna, al civico 16 di rue Charlemagne, c’è Chez Mademoiselle, fresco bistrot, ammodernato di recente, dalla cucina semplice ma ricercata (circa 35 euro per un pasto completo), con ingredienti tutti di stagione, e carni rigorosamente di qualità, reinterpretati creativamente da uno giovane chef. È consigliato il filetto di salmone impanato al sesamo bianco. Per sentirsi impegnati invece, anche a cena, il posto giusto è Les Philosophes, al 28 di rue Vieille du Temple, albero maestro del gruppo Caféine, di cui fanno parte anche tutti gli altri bistrot della strada, impegnati nell’offrire una cucina eticamente sana sotto la guida dello chef e attivista politico Xavier Denamur (il piatto del giorno a partire da 12 euro).

ARRIVARE. Si arriva a Parigi, o giù di lì, con Ryanair, collegamenti quotidiani a partire da 30 euro (con Ryanair, meglio prenotare il più presto possibile) da tutte le principali città. Tuttavia, mettete in conto almeno altri 16 euro di bus, per arrivare, con una corsa di circa un’ora e un quarto, dall’aeroporto di Beauvais a Porte Maillot, alle porte della città. Da lì, una fila di taxi è costantemente in attesa a disposizione dei passeggeri, altrimenti basta girare l’angolo, oltrepassando il centro commerciale, per trovare l’entrata della metro (linea 1). Con easyjet, collegamenti quotidiani da tutte le importanti città italiane, tra cui Pisa e Milano, a partire da 37 euro.

Qui l’articolo pubblicato su OggiViaggi.

All we ever wanted

A volte penso che qualche brandello di me sia ancora sparso là fuori. Se mi concentro, riesco ancora a sentire il freddo ai piedi mentre mi arrampicavo lungo una rue de Ménilmontant innevata, una sera di dicembre. Nelle narici torna il profumo dei polli arrosto della rue du Bac, il ventaglio di colori dei negozi di calzini e cappelli, la tuta mimetica di un mendicante, lì ogni mattina, chiedeva l’elemosina senza supplicare nessuno. Rivedo la giostra dell’Hotel de Ville e la timidezza feroce di un primo appuntamento. Mi ricordo perfettamente del bicchiere di vino rosso rovesciato sul bancone di un caffè di Buzenval, mentre annegavo nell’attesa fino alle 2 del mattino. Le corse notturne in rue de Tolbiac per trovare il primo taxi che mi portasse, nel minor tempo possibile, al di là della Senna. Le fughe, da Nation a place Monge, per dimenticare, il tempo di un caffè, piccole grandi decisioni inesorabili. La convinzione di vivere qualcosa di spaventosamente più grande e di terribilmente bello. Tutto aveva i contorni dell’assoluto. Pensavo che al mondo non potesse esistere qualcuno che non avesse voglia di abitare a Parigi. Di vivere nell’ebbrezza continua. Anche quando piove.

normal_night-rain-in-paris

Oggi sono qui, al centro di un buio salotto, sprofondato in un silenzio imbarazzato, quello delle case che vanno a letto presto, ma non riescono a dormire, sotto le coperte. A chiedermi se è possibile provare invidia per se stessi, per quello che eravamo un tempo, per le idee che ci illudevano di essere felici. Se fosse possibile, mi piacerebbe recuperare tutti i brandelli lasciati per strada, ricucirli, fare finta per un attimo che niente sia cambiato. Salire su un vecchio scooter nero e lasciarmi portare ovunque. Annuire sorridente durante le conversazioni concitate dei francesi di cui, appena sbarcata, intuivo a malapena il contenuto. Fare per la prima volta ogni cosa. Ma non posso. Di sera, quando il cielo è rosa e il sole insiste sui tetti grigi almeno fino alle dieci, penso d’essere ormai incapace di restare e, allo stesso modo, incapace di partire. La città adesso mi guarda dalla finestra. Mi sento quasi colpevole a scrivere con i tanti occhi accesi che mi guardano, le mille abat-jour nella cascata di appartamenti che si srotolano davanti a me. Parigi ha perso il suo velo, il suo mistero o, chissà, anche io per lei, forse, sono diventata uno dei suoi tanti individui annoiati, che raccontano a se stessi che Parigi non è abbastanza, mentre sono solo loro ad essere di troppo.

Soundtrack: All we ever wanted was everything, Bauhaus

 

Parigi osa: Hidalgo la socialista vince la capitale

Orchestra, fiumi di champagne e la cornice maestosa dell’Hôtel de Ville. Per Anne Hidalgo, nuovo sindaco di Parigi, il primo strappo alla regola di una campagna all’insegna della moderazione e del rigore è la celebrazione della sua vittoria nel cuore della città, in quello che sarà il suo quartier generale per almeno altri 6 anni. Da ieri sera, Hidalgo è il primo sindaco donna della capitale francese. Origini spagnole, 54 anni, alle spalle una lunga militanza accanto al sindaco uscente e un passato da ispettrice del lavoro, la candidata socialista risolleva le sorti della sinistra, che fallisce miseramente nel resto della Francia, perdendo 155 comuni e offrendone 13 al Front National. Hidalgo, oltre a portarsi a casa il 54,5% dei voti, vale a dire 9 punti in più rispetto alla sua rivale, vince anche nei distretti chiave di Parigi, il 12esimo e il 14esimo (dove la candidata socialista Carine Petit ha battuto Nathalie Kosciusco-Morizet in persona). Una vittoria che, se non per il numero di voti, resta comunque significativa davanti alla sconfitta socialista e al disastro di Hollande.

hidalgo

Seconda sul podio, dopo aver assaporato il brivido della vittoria domenica scorsa, Nathalie Kosciusco-Morizet è costretta a ricominciare quindi non da zero, ma almeno da due, salvando, tra quelli più importanti, il nono distretto, con la candidata Delphine Bürkli, e, suo malgrado, il quinto, con la vittoria di Dominique Tiberi, figlio dell’ex-sindaco Jean, candidato dissidente dell’Ump, uno di quelli che a Nkm non andava tanto a genio. Kosciusco-Morizet resta, tuttavia, la candidata più mediatizzata di Francia, con 5 biografie all’attivo redatte durante i mesi della sua campagna e, per lei, c’è chi parla di vittoria, “malgrado tutto”. La candidata UMP è, infatti, riuscita nell’obiettivo principale: farsi un nome, avvicinarsi al tavolo dei grandi della destra e sedervisi senza alcun timore reverenziale. Purtroppo, c’è chi è convinto, soprattutto tra i suoi militanti, che sia stata la vicinanza ai sempiterni baroni della destra ad affossare Nkm. Come a dire, gli elettori non vogliono Hollande, ma di certo non vogliono indietro Sarkozy.

Una sconfitta, quella della candidata Ump, forse, resa ancora più amara dalla virata generale a destra, o estrema destra, di tutta la Francia. Tolosa, Pau, Reims, Saint-Etienne, Limoges, Quimper sono solo alcune delle città che passano alla destra, da Ajaccio a Caen più di metà della Francia cambia bandiera e dà inizio a un nuovo corso. Su tutto il territorio nazionale, l’UMP ha totalizzato il 45,91% dei voti, mentre i socialisti si fermano a un risicato 40,57% e il Front National si ringalluzzisce del suo 6,84%e delle sue città, alcune conquistate già al primo turno, tra cui Béziers, Beaucaire e Fréjus. Nathalie Kosciusko-Morizet perde Parigi ma guadagna un’ampia fetta di elettorato, portandosi a casa non la fascia da sindaco ma una fiducia da cui poter ripartire. Come dichiara ai microfoni della stampa, senza nascondere un’innegabile amarezza, “un movimento si è creato e si annunciano altre battaglie, per la Francia, per Parigi”. E, sebbene Nkm punti ormai all’Eliseo, potrebbe rifarsi con un match di ritorno per la presidenza del cosiddetto “Grand Paris”, vale a dire la capitale e le sue numerose banlieue, tra le quali, da Yvelines a Seine Saint-Denis, non poche sono passate a destra.

Pascale Nivelle, giornalista politica di Libération, non acclama alcun cambiamento. “La novità per Parigi è un primo sindaco donna e socialista”, conferma, “ma l’elettorato della capitale resta eccezionalmente stabile da circa 12 anni, blu a ovest, rosa a est, (il blu è il colore della destra, il rosa della sinistra, ndr), uno scenario che sarà difficile da sradicare per la destra, anche in futuro”, al quale si aggiunge un tasso di partecipazione decisamente poco incoraggiante, che si attesta intorno al58%. Niente di nuovo quindi per la capitale, dove anche il consiglio municipale conserva quasi le stesse percentuali, con 91 consiglieri a sinistra e 71 a destra, ma si presenta più verde, con 16 consiglieri ecologisti contro i 9 del consiglio uscente, e un po’ più rosso, con 13 consiglieri comunisti.

All’Eliseo, intanto la vergogna è cocente. Il nome di Hollande, sulla stampa internazionale e nelle dichiarazioni dei politici, a destra e a sinistra, è ormai sinonimo di disastro e, all’indomani di quello che per molti era soprattutto un referendum per Hollande, il governo annuncia le dimissioni.

Nell’attesa, la sinistra francese riparte da Hidalgo e dalla sua “Paris qui ose”. Da domani, i 163 nuovi consiglieri comunali di Parigi seguiranno il consueto iter di accoglienza. Un vero e proprio cammino iniziatico che passa dalla biblioteca dell’Hôtel de Ville, dove verrà loro consegnato un dossier con le informazioni necessarie, alla Buvette, per sorseggiare il loro primo caffè da consiglieri fino alla consegna di saccoccia e sciarpa cittadine. L’elezione ufficiale del nuovo sindaco si terrà sabato 5 aprile. Poi, tutti gli occhi saranno puntati su Anne, impazienti di sapere se Parigi sarà finalmente in grado di osare, al di là di piste ciclabili, lungofiume e fontanelle d’acqua gassata.

 

Qui l’articolo pubblicato sulla pagina di FQParigi, blog de Il Fatto Quotidiano.

Parigi: testa a testa senza passione tra UMP e socialisti

Faceva freddo ieri lungo il Boulevard Henri IV. Il quartier generale di “Oser Paris”, la lista di Anne Hidalgo, candidata socialista alle municipali di Parigi, invaso dai giornalisti, raggelati, e da un manipolo di militanti, cercava di salvare le apparenze e trovare qualcosa da dire alla stampa, dopo i primi positivi, ma illusori, auspici. Lei, l’andalusa, come la chiamano a Parigi, si è fatta vedere solo intorno alle 22, a scrutini ormai conclusi, con un discorso di circa 3 minuti.

Mentre dall’altra parte della città la sua rivale si rallegrava “dell’insurrezione democratica dei parigini”, Hidalgo si limitava a ringraziare tutti colori che si erano mobilitati, ben pochi a dir la verità visti i tassi di partecipazione in tutto il paese (l’astensione si attesta intorno al 38%, superando il record del 2008 del 33,4%), e ricordava a sostenitori e detrattori che le elezioni, si sa, si vincono su due turni e c’è ancora una settimana per recuperare terreno. Nessuna considerazione riguardo ai risultati su scala nazionale, alla minacciosa avanzata del Front National. “Sappiamo che il contesto nazionale non è facile”, questo il senso della litote per Hidalgo, e per i socialisti tutti che si mostrano, almeno in apparenza, sicuri, perché “dopo il successo strepitoso del 2008”, dicono, “ci aspettavamo di perdere qualche città”.

hidalgo

Eppure, a inizio serata, la sconfitta non era all’orizzonte. Le prime voci davano Hidalgo vittoriosa con il 38% dei voti, contro il 35% della rivale dell’Ump Nathalie Kosciusko-Morizet. Ma i sorrisi hanno fatto presto a diventare smorfie, soprattutto alla notizia che nel 15esimo distretto, dove Hidalgo si era presentata personalmente, il candidato Ump annunciava già una riuscita insindacabile, con il 48,9% dei voti.

L’atmosfera era diversa al cafè Delaville, bar chic lungo i Grands Boulevards, a due passi dal quartier generale di Nathalie Kosciusko-Morizet, in rue de la Lune, affittato per metà dai militanti Ump, per seguire insieme lo scrutinio del primo turno. Si canta vittoria, un po’ troppo facilmente, considerata la sconfitta schiacciante in due distretti chiave di Parigi, il 12simo e il 14simo. Ma Nkm non se la prende, sceglie ancora una volta la metropolitana (con agenti di scorta e telecamere al seguito,cela va sans dire) per raggiungere il suo quartier generale e ringraziare i parigini. La stampa, tuttavia, non ci casca, e Hidalgo non ha tutti i torti nel riporre le sue speranze nel secondo turno. Il recupero dei voti degli ecologisti potrebbe apportare ai socialisti quei pochi punti in più necessari per ribaltare la situazione.

Un dato che non si presta a numerose interpretazioni è, invece, il tasso di astensione dei parigini. La campagna tutta al femminile per la corsa alle municipali non sembra, infatti, aver entusiasmato la città. “Si gioca a colpi di foto sui social network”, hanno denunciato i giornalisti locali, “ma non c’è nulla di rivoluzionario nei programmi”. Così è stato, infatti, soprattutto per la candidata Ump. Passerà alla storia il suo celebre tweet sul “momento di grazia” nella metro, e la conseguente reazione su twitter degli internauti. Non è stata da meno la pausa sigaretta con i senzatetto, il cui effetto sperato di arrivare a toccare il cuore più povero di Parigi è miseramente fallito, quando, sempre sui social network, occhi impietosi hanno riconosciuto la borsa di 2000 euro della candidata in questione, la quale, per la cronaca, ignora anche il prezzo di un biglietto della metropolitana.

nkm-paye-sa-clope-9e15c

Anche aguzzando la vista, sono poche le differenze tra i programmi delle due candidate, entrambi ancorati si problemi cruciali della capitale francese: alloggio, economia in letargo, inquinamento e trasporti. “La sicurezza della città è tra le mie priorità”, puntualizza la candidata Ump, che intende potenziare il sistema di polizia e telecamere, per le strade e nei trasporti, “insieme all’economia”, con incentivi per le start-up e il proposito di diminuire la pressione fiscale. Kosciusko-Morizet annuncia inoltre una rivoluzione degli orari parigini, con biblioteche e asili nido aperti fino a tardi e la metropolitana attiva tutta la notte nel fine-settimana. Sembra puntare sul problema alloggio Hidalgo, con la promessa del 30% di alloggi sociali in più per il 2030 e la riconversione di 200.000 metri quadri di uffici vuoti in abitazioni. Segue il proposito di non aumentare le tasse e l’obiettivo di difendere il patrimonio culturale.

La chic Nkm e la pasionaria Hidalgo non sono riuscite, tuttavia, a infiammare gli animi parigini, almeno per ora. Del programma socialista, dal titolo eloquente “Paris qui ose”, circa 200 pagine in pdf, un lungo elenco di obiettivi e risoluzioni per la sua Parigi 2014-2020, illeggibile anche per i più interessati, i parigini ricordano soprattutto un proposito singolare: l’installazione di due fontanelle d’acqua gassata, gratuite, in ogni distretto di Parigi. Mentre l’idea di volertrasformare le stazioni deserte della metropolitana in piscine sotterranee e luoghi di ritrovo esclusivi, fantasia della candidata Ump, è stata oggetto di non poche parodie sul web.

Gli stessi commenti del giorno dopo sono più all’insegna del colore, che della vera e propria analisi politica. Soprattutto se, dietro lo scontro tra le due candidate donne alle comunali di Parigi, ne appare una terza, che non ha faticato a guadagnare le prime pagine dei giornali e che risponde al nome di Marine Le Pen. “I francesi si sono ripresi la loro libertà”, annuncia trionfante. E,secondo il direttore di Libération, Eric Decouty, c’è da scommettere il FN sarà l’arbitro del secondo turno delle municipali (il 30 marzo), ma non solo. In non poche città, il partito di Marine Le Pen potrebbe vincere già dal primo turno, indice di un’onda estremista che si è spinta ben oltre le aspettative. E anche le europee si tingono di nazionalismo dopo i risultati di ieri. “C’è sicuramente da temere”, continua Decouty, “e il secondo turno si prospetta sicuramente violento”, su scala nazionale e locale. Intanto, a Parigi, si aspetta il 30 marzo che, malgrado i cori al cafè Delaville, si annuncia a favore dei socialisti.

 

Qui l’articolo pubblicato su FQParigi, il blog parigino de Il Fatto Quotidiano.

Pinguini gay e poliziotti nudi: caccia al libro proibito in Francia

In Francia, torna l’indice dei libri proibiti. Non contenti delle manifestazioni, del giorno della collera, dei cortei che hanno attraversato Parigi, i militanti contro la teoria del genere mettono sotto assedio le biblioteche municipali. Forti dell’incoraggiamento da parte di Jean-François Copé, a capo del partito di Sarkozy, che il 9 febbraio scorso si è scagliato contro “Tous à Poil !”, (edizioni Rouergue), un volumetto per bambini in cui gli autori si sono divertiti a mostrare in costume adamitico i personaggi che popolano la vita quotidiana dei più piccoli: dal cane alla babysitter, dal poliziotto al mago. Uscito nel 2011, il libro, e i suoi autori, hanno invaso di recente le prime pagine dei giornali in seguito alla polemica, dai toni non poco ridicoli, portata avanti dal presidente dell’UMP, che ha intravisto nei disegni di Marc Daniau e Claire Franek un oggetto di propaganda marxista e un’istigazione alla lotta di classe: “già dal titolo, non mi sembra un oggetto di alta letteratura per bambini”, ha dichiarato durante una conferenza stampa, “inoltre, gli autori svestono quelli che, agli occhi dei bambini, rappresentano l’autorità: la babysitter, il poliziotto, il presidente”, continua, “è come dire ai bambini: l’autorità non serve a niente”.

magicien

Immagine da “Tous à poil !”

Preso alla lettera da un folto e agguerrito stuolo di manifestanti, che non aspettavano altro che la sua benedizione, Copé ha innescato una vera e propria caccia al libro. E, sull’indice dei militanti, sono finiti altri insospettabili libri per bambini, come “Tango à deux papas” (edizioni Le Baron Perché), la storia vera per immagini di una coppia omosessuale di pinguini, di Béatrice Boutignon, e “Jean a deux mamans” (Loulou et compagnie), un invito alla comprensione dell’omosessualità. Incriminato anche “Papa porte une robe” (Seuil), letteralmente “Papà indossa un vestito”, la storia di un pugile costretto a fare la ballerina per sfamare la famiglia. Si sfiora la pornografia, sempre secondo Copé, in “Les Chatouilles” (Thierry Magnier), le avventure notturne di una bimba insonne che, per svegliare il fratellino, decide di fargli il solletico. Finisce nella lista nera anche “Dînette dans la tractopelle” (Talents Hauts), fantasia per immagini intorno a un catalogo di giocattoli dove i giochi per i bambini non vogliano separarsi da quelli per le bambine. Infine, bollato come un’apologia del cambio di sesso, “Mademoiselle Zazie a-t-elle un zizi?”, letteralmente “Mademoiselle Zazie ha il pisellino?”, (Nathan), rievocazione delle più innocue domande infantili sulla sessualità.

Bibbia ufficiale dei difensori della moralità è il blog Salon Beige, affiliato al movimento Printemps Français, principale promotore delle manifestazioni contro il matrimonio omosessuale. Il sito, che si autodefinisce “blog quotidiano d’attualità laica cattolica”, aggiorna i lettori sulle ultime azioni, sulle marachelle dell’immigrato di turno, raccomanda agli utenti negozi e punti vendita di oggetti sacri, nonché corsi di religione per corrispondenza, e, dal mese di febbraio, è fiero di annunciare agli internauti un’altra novità: una lista di tutte le “biblioteche ideologiche” in Francia, dove bambini e genitori potrebbero correre il rischio d’imbattersi in opere che attentano all’innocenza infantile. Seguono le coordinate di tutte le biblioteche incriminate e suggerimenti su come agire: recarsi sulla scena del delitto e chiedere il ritiro dei libri, scrivere al sindaco, informare i genitori. La reazione del Ministro della Cultura, Aurélie Filippetti, è stata ferma sì ma poco efficace, limitandosi a denunciare tali “attacchi scandalosi” contro le biblioteche, che sono soprattutto degli “spazi di libertà”.

Immagine da "Tango à deux papas"

Immagine da “Tango à deux papas”

Lo stesso internet, spazio di libertà per eccellenza, è ormai preso di mira. E sulle schede amazon dei libri incriminati, si assiste al pullulare di commenti d’ogni tipo. Non manca chi si scaglia contro un sussidiario di matematica “tendenzioso”, per via di un problema posto ai bambini: gli abitanti di un paesino in un pianeta immaginario scelgono ogni giorno di poter essere maschi o femmine, calcolare le percentuali. E, in un clima alla Fahrenheit 451, dove i militanti hanno occhi e orecchie dappertutto, la reazione alla notizia che Arte, il canale televisivo franco-tedesco, avrebbe mandato in onda il film “Tomboy” (dove una ragazzina si fa passare per un maschietto) non si è fatta attendere. Centinaia di telefonate hanno intasato il centralino della tv, richiamando Arte alla sua vera missione, quella di trasmettere programmi culturali e non di fare propaganda alla teoria del genere.

Bersaglio dei militanti è, infine, il dispositivo “ABCD de l’Egalité”, messo a punto dal Ministero dell’Educazione Nazionale e dal Ministero per i Diritti delle Donne, per contrastare la formazione di stereotipi e pregiudizi sin dalla più tenera età, lanciato quest’anno in 600 classi elementari, per una prima valutazione preliminare. L’ABCD de l’Egalité consiste in una serie di testi, risorse e attività, a disposizione di alunni e insegnanti, dove figurava anche il terribile “Tous à poil !”. Per salvare le apparenze, e rendersi inattaccabile, il governo si è limitato a ripulire astutamente la lista delle opere facenti parte dell’ABCD dell’uguaglianza, lanciato dal Ministero dell’Educazione Nazionale. Ma, che non si dica in giro che il governo francese abbia finito per cedere alle pressioni dei manifestanti: “Tous à poil !” è ancora nella lista, non più tra le “attività pedagogiche” consigliate ma tra le “risorse complementari” indicative. E tali risorse non sono più “selezionate” e “da utilizzare in classe”, ma semplicemente “recensite” e “da consultare per gli insegnanti”.

Per ora, nonostante l’amarezza davanti a cotesto retrogrado esprit du temps, la polemica di Copé sembra esser caduta nel ridicolo, soprattutto dopo il suo ultimo (voluto?) gioco di parole, secondo il quale i partiti debbano mettersi a nudo per favorire la trasparenza, e “Tous à poil !”, grazie all’inaspettata pubblicità, è tra i libri più venduti dell’anno. Ma, tornando alle pagine incriminate, come finisce la storia? “Tutti si spogliano”, racconta l’autrice Claire Franek, “è la vita in tutta la sua più grande banalità”. Nessuna strage di mogli come in Barbablu, nessuna mela avvelenata, nessuna apologia della bellezza perfetta, come in Biancaneve, niente soprusi di sorellastre, niente fanciulle rinchiuse nelle torri e niente attesa del principe azzurro. Nell’ultima pagina, ci si tuffa nell’oceano, tutti nudi, in un’esplosione di gioia collettiva. Un lieto fine, più innocuo e forse ben più desiderabile dei tanti matrimoni e “vissero felici e contenti” ai quali il monopolio Disney, purtroppo, ci ha abituato.

Qui l’articolo pubblicato su Lettera43.

Montmartre, la notte

È un venerdì mattina come tanti altri ai piedi della Basilica del Sacro Cuore. Scalpiccio ininterrotto, cascate di selfie, ilarità generale per questo sole inatteso, svendite di Tour Eiffel in miniatura, basi musicali in formato midi che accompagnano il suonatore di turno in sottofondo. Sono seduta al lato destro della scalinata, gli occhi chiusi sotto la luce, ad assaporare la libertà di essere lì senza fare nulla. Un venerdì mattina come tanti altri, senza la frenesia del turista da week-end, senza la sufficienza del locale navigato e senza l’obbligo di essere da qualche parte dietro una scrivania.

Con la sua vista sulla città, il profilo elegante della Basilica alle spalle e le meraviglie di un suonatore d’arpa, la collina di Montmartre sembra un miracolo alla portata di tutti, con una semplice corsa sulla funicolare. Almeno fino al tramonto. Sono tornata alla Basilica a sera inoltrata, nella speranza di respirare la stessa atmosfera ma lo scenario era completamente cambiato.

citywalk3

A mezzanotte, l’odore acre da bagno pubblico invade le narici sin dall’ingresso alla funicolare. Musica improbabile dagli i-phone, cori di sputi, pozze giallognole da evitare. Fischi e battutacce delle orde di cafoncelli orbitanti intorno ad Anvers m’inseguono sino all’inizio delle scale. Comincio a salire e già ho voglia di andarmene. Gli ultimi gradini sono i più ardui. Un branco di ragazzotti in giubbino di jeans cerca di accecarmi con un laser verde fosforescente, stordendomi con un “ça va?” che puzza di alcool sparato nelle orecchie. Io, intanto, procedo a testa bassa, e non per una strana forma di timore, che sarebbe anche giustificato, ma per scansare i tanti vetri e fondi di bottiglia disseminati per la divina scalinata. Intanto, sghignazzate di turisti nederlandesi si levano dai vari punti delle scale, slogan avvinazzati di giovinette in minigonna, l’ennesimo infrangersi di una bottiglia di birra.

Place du Tertre è avvolta da una strana foschia. Parigi è in piena allerta inquinamento. Il cielo è senza nuvole, ma coperto, quasi come se fosse una beffa a questa insolita primavera, arrivata in anticipo. Ma non credo sia lo smog ad assediare il quadrato più celebre della città. La piazza sembra un avamposto di un villaggio fantasma. Echi di pianoforti dai ristoranti vicini, un lontano chiacchiericcio di fondo, il “s’il vous plait” dell’ultima ritrattista notturna, le lavagne con il menu del giorno ormai sbiadito, le strade intorno completamente deserte.

Nelle cucine, ci si annoia. Gli orologi segnano quasi l’una di notte ma dai forni esausti continuano ad uscire escargot bollenti, pavé di salmone con contorno di patatine fritte, gelati e chantilly, caffè e tarte tatin per gli ultimi avventori. S’inizia a contare i soldi, a dividere le monete, a fare i turni e i carichi per il giorno successivo, ad aspettare che anche l’ultimo tavolo si alzi. I cuochi puliscono la cucina. Non ne ho mai visto uno francese. Sono di solito pakistani o indiani dai nomi difficilmente gestibili nel caos di una cucina nell’ora di punta. Gli ultimi che mi è capitato di incrociare erano stati ribattezzati Gérard e Richard, per facilità.

Frequento i ristoranti di notte da quasi tre anni. Mi guardo indietro e mi rivedo ad aspettare appoggiata a un bancone almeno un centinaio di volte, ad ascoltare i commenti dei camerieri, le imprecazioni dei cuochi, ad aspettare qualcosa di troppo vago per essere definito, a vedere che faccia ha la stanchezza quando è costretta a vestirsi in bretelle e camicia. Prima, a fare da sfondo, c’era la Gare du Nord, ora c’è la Basilica di Montmartre. Cambiano gli scenari, ma l’amarezza è la stessa, così come tutto quello che le sta intorno.

Soundtrack: Cocteau Twins, The Spangle Maker

Immagine © Julie Morstad

Paris sans le peuple

“Abitare a Parigi è un chiaro segno di dominazione sociale.” È la tesi, ampiamente dimostrata, della ricercatrice Anne Clerval, autrice del libro Paris sans peuple (edizioni La Découverte), pubblicato lo scorso settembre, dove la geografa esplora le dinamiche della gentrificazione nella capitale. Clerval prende in esame, in particolare, tre aree: il faubourg Saint-Antoine, il fauborg du Temple e Château Rouge. Quartieri centralissimi, brulicanti, la cui fauna umana è sì mista ma, sembrerebbe, quasi suo malgrado.

Perché Clerval usa il termine “gentrificazione”? Questo neologismo inglese, creato dalla parola “gentry”, che designa, in modo peggiorativo, le classi agiate, è stato inventato nel 1964 dalla sociologa marxista di origini tedesche Ruth Glass, a proposito di un quartiere di Londra. “A Parigi, si può parlare di imborghesimento per i quartieri ricchi”, spiega Clerval in un’intervista a Libération, “ma questo non ha niente a che vedere con la gentrificazione, una forma di imborghesimento che tocca i quartieri dove le classi popolari sono progressivamente rimpiazzate da una classe intermedia che potremmo definire come piccola borghesia intellettuale”.

Questa mutazione, essenzialmente sociale, le cui conseguenze sono però per lo più urbane, quando non architettoniche, ha coinvolto la capitale francese relativamente tardi rispetto ad altre metropoli, come Londra e New York, in virtù del controllo degli affitti che, fino agli anni ’80, ha posto un freno alla speculazione immobiliare. La gentrificazione ha mosso i primi passi negli anni ’60 e ’70, iniziando dalla rive gauche, fino a coinvolgere il Marais e la Bastille, spostandosi sempre più a destra. Oggi, secondo Clerval, quasi tutti i quartieri di Parigi hanno ormai un’inconfondibile aria borghese e la capitale, a differenza di quanto si vorrebbe pensare, è sempre meno mista. Tuttavia, la geografa ha individuato almeno sei “tipi umani” presenti in città, dal “molto borghese”, avvistato di preferenza nei pressi della Tour Eiffel e degli Champs-Elysées, al “molto popolare”, passando per il tipo “salariato del settore terziario” e il tipo “misto in via di gentrificazione”.

I gentrificatori sono descritti quasi come una specie a sé stante, avvistati solitamente in appartamenti con travi a vista e finestre aperte su raffinate corti interne, “attirati dagli spazi atipici, soprattutto dagli ex locali industriali, che possono essere riconfigurati per intero, ispirandosi ai loft di New York”. Sono fieri del proprio appartamento di 100 metri quadri ma tengono a distinguersi dai borghesi, quelli veri, secondo loro, che popolano i bei quartieri come il sedicesimo e il sesto arrondissement. Hanno scelto di abitare in quartieri come il decimo o, ancora, il ventesimo, nelle zone di Belleville, perché costretti dal mercato immobiliare. La scelta dietro tale residenza è il desiderio di abitare, costi quel che costi, a Parigi, dentro il boulevard périphérique. Sono le stesse persone che, sedute ai tavolini dei bar chic della place Sainte-Marthe o della rue Oberkampf, si vantano di abitare in un edificio colorato e multi-etnico, ma, come spiega benissimo Clerval, sarebbero ben contente se questa multietnicità si potesse limitare a una scenografia esotica e chiassosa, ben lontana dalla soglia d’ingresso. Sono soddisfatti e orgogliosi se possono sbandierare a conoscenti e colleghi di essere diventati amici della fruttivendola tunisina o del tabaccaio cinese, ma non esitano ad aggiungere che il loro condominio puzza di cumino o che ci sono troppe facce arabe per le scale.

publi-paris_sans_le_peuple

I commerci esotici sono guardati con sospetto, se non con ribrezzo, come nel caso delle macellerie halal, ma fanno parte di un colorato decoro, nel quale i gentrificatori amano trastullarsi, per sentirsi parte di un universo multiculturale, contribuendo a quello che il sociologo Patrick Simon chiamava “l’effetto-paesaggio”.

L’effetto-paesaggio, tuttavia, non influenza le scelte relative all’istruzione. I gentrificatori agiati evitano le scuole popolari di quartiere e conducono una vera e propria battaglia per permettere ai propri figli di accedere a istituti privati, lontani da casa. Infine, sono portatori attivi di una contraddizione: l’amore per il verde, che conciliano con l’ossessione di abitare in centro, o per lo meno, nei dintorni: “sebbene restino inguaribilmente cittadini e parigini, approfittando di tutte le amenità del centro di una capitale, li si sente talvolta farsi portavoce di alcuni discorsi che sembrano vicini all’ideologia americana anti-urbana, affermando chiaro e forte la loro preferenza per la natura, sebbene ridotta semplicemente a qualche sprazzo di verde”.

Gli stessi luoghi di cultura, installati in quartieri periferici o delicati, si rivelano ambigui e, addirittura, in qualche caso, controproducenti. Clerval propone l’esempio della Maison des Métallos, antica fabbrica di strumenti musicali, poi sede del sindacato dei metalmeccanici, ora, secondo la definizione presente su internet, “struttura culturale della città di Parigi”. Per quanto originale e ricercata, la programmazione della Maison è estremamente di nicchia, dal punto di vista economico e contenutistico.

Il risultato è, quindi, non quello di coinvolgere la popolazione dei quartieri nelle attività culturali locali, ma quello di attirare sempre gli stessi utenti anche in territori dove prima non osavano arrivare, ottenendo un appiattimento del pubblico e un’omogeneizzazione dell’offerta, mirata sempre allo stesso tipo di spettatori.

Un intrattenimento d’élite che passa anche per i caffè e i bar di quelli che una volta erano i quartieri popolari. La Bellevilloise nel 20° arrondissement, il Nouveau Casino, sulla rue Oberkamp, il caffè La Java, nella scapestrata rue du Faubourg du Temple, sono altrettanti luoghi per la jeunesse, se non dorée, certamente branchée della capitale, riservati a un certo tipo di clientela. Sembrerebbe addirittura che siano questi i veri ghetti, oasi chic impiantate in quartieri popolari, circondate da una barriera invisibile, e certamente non accessibili a tutti.

La gentrificazione è iniziata tramite iniziative private, spinta da esigenze economiche, mutandosi velocemente in fenomeno sociale, i cui attori sono ben individuabili. Dalla piccola borghesia intellettuale, dell’età di circa trent’anni, attiva nei settori della comunicazione, del marketing e dello spettacolo, ai proprietari di caffè alla moda, nuovi luoghi di ritrovo, dal decoro magistralmente studiato, tra antico e nuovo, fino ai promotori di beni immobiliari, le banche e le agenzie, che incoraggiano un certo tipo di persone, e di redditi, a popolare i quartieri presi di mira.

Basta vagabondare per la rue Oberkampf, dopo il tramonto, per rendersene conto. Dagli appartamenti, quasi tutti senza tende, è facile distinguere i muri scarni, con le lampadine penzolanti dal soffitto, dalla carta da parati che fa da sfondo a ricche biblioteche e plafoniere, di gran lunga in maggioranza, segno inequivocabile di un cambiamento della popolazione.

Tra i fattori che hanno favorito la gentrificazione, si annovera una smodata politica urbana di rinnovazione, definita, per l’appunto, “rinnovazione-bulldozer”, che ha distrutto intere aree per ricostruirle con immobili nuovi. Conseguenza questa, secondo il socio-demografo Patrick Simon, della disindustrializzazione di Parigi: “i nuovi settori del terziario non richiedono più il ricorso a una manodopera proletaria, diventa quindi inutile conservare le famose riserve di classi popolari”, relegate nelle vicine e sempre più temute banlieue, nonostante Valéry Giscard d’Estaing avesse promesso di arrestare la costruzione di torri nella capitale e Chirac avesse dichiarato la ferma intenzione di preservare la “Parigi dai cento villaggi”. Inoltre, troppo cari per i precedenti inquilini, i nuovi immobili corrono il rischio di restare parzialmente vuoti, dando ai quartieri un’aria di città fantasma, che Klapisch ha mostrato nel suo film del 1996 Ognuno cerca il suo gatto.

Oltre al fastidio nel ritrovarsi sempre i soliti volti in tutti i quartieri e al propagarsi di questa nuova specie sociale, una delle conseguenze più gravi della gentrificazione è sicuramente l’esclusione delle classi popolari e degli immigrati, privati del proprio spazio urbano. Il costo spropositato dei nuovi alloggi costruiti dalla città di Parigi, un’offerta commerciale e culturale che punta ad un altro tipo di clientela, sono solo alcuni dei fattori che contribuiscono all’emarginazione di una certa classe sociale. Lo spazio pubblico, per preservarne la tranquillità e il decoro, è sottoposto a una serie di regole che ne mettono in discussione l’accessibilità. Lo sgombero delle classi popolari prelude quindi al loro annullamento, se non alla loro invisibilità. E non c’è bisogno di spingersi fino al 19° arrondissement per rendersene conto.

Clerval cita ancora una volta l’esempio del centralissimo faubourg Saint-Antoine, a un passo da Bastille: un tempo regno degli artigiani del legno, ebanisti e corniciai, oggi solo un paio di atelier sono sopravvissuti all’avanzata delle nuove professioni liberali e, sul vicino parco della Cité Prost, si dilettano nel week-end i soliti noti, famiglie agiate sui trent’anni, bianchi, ben vestiti, equipaggiati di passeggini ad alta tecnologia per i bambini. Questo ripiego delle classi popolari è una diretta conseguenza della privatizzazione dello spazio pubblico. Un altro esempio è la place Sainte-Marthe a Belleville, un tempo regno incontrastato dei giovani del quartiere, nelle ore notturne anche scenografia di traffici illeciti, ma libera e pubblica, oggi colonizzata da caffè alla moda.

Ma esiste un modo per resistere alla gentrificazione? Clerval cita numerosi esempi di militanza contro questa nuova geografia urbana, uno fra tutti l’associazione Les Enfants de Don Quichotte, installata in riva al Canal Saint-Martin, luogo strategico dove i colori pastello dei negozietti chic e dei vestiti delle parigine poco si abbinano al grigio delle tende dei clochard che popolano le rive. L’associazione rivendica il diritto di abitare la città, di popolarla, andando controcorrente rispetto alla rivendicazione del “diritto alla calma” dell’omonima associazione di Château Rouge, che vuole fare del quartiere a prevalenza africana un quartiere “normale”. I movimenti di militanza mettono in guardia rispetto a un concetto illusorio di varietà sociale, che serve più che altro a mettersi a posto la coscienza con la propaganda di un finto “vivere insieme” tra borghesi e proletari.

L’arma contro la gentrificazione non sono gli alloggi sociali né una finta varietà etnica, ma è il diritto alla città, così come lo aveva concepito Henri Lefebvre, sociologo e filosofo marxista francese: la possibilità di auto-gestire la propria città e di averne accesso; il diritto di decidere come produrre lo spazio urbano; la libertà di scegliere che utilizzo farne e per quale società.

Qui l’articolo pubblicato su Doppiozero.

Paris Bashing: la stampa straniera e la capitale

John Laughland, sul The Spectator, scrive che vivere a Parigi significa “essere prigioniero di un Tupperware: il cielo grigio è più immobile di quello di Londra”. Stephen Clarke, del Daily Telegraph, scorge nella Tour Montparnasse “un simbolo dell’insoddisfazione della città, votata a una logica di auto-distruzione permanente”. Per non pochi corrispondenti stranieri, la capitale francese non è più la festa mobile descritta da Hemingway (lo è mai stata?), ma un ghetto dorato, fiaccata da numerosi problemi sociali e finanziari e attraversata da orde di hipster, sempre più borghesi e sempre meno bohémien. Dopo il “French Bashing”, il nuovo sport preferito dai giornalisti anglosassoni, che non esitano a ferire di penna l’orgoglio gallico, sembra che la stampa internazionale si sia consacrata al “Paris Bashing“, denunciando miti e illusioni della città più bella del mondo.

“Tutti cercano di creare la propria Parigi, carnale e spirituale”, scrive Steven Erlanger, corrispondente del New York Times, residente nella capitale francese per 5 anni, “ma vivere e lavorare in una città obbliga ad amarla diversamente, con molta più forza di volontà e meno passione”. Dal suo canto del cigno, viene fuori un ritratto amaro e lucido della Parigi contemporanea, “un’isola fortunata, chiusa e borghese, circondata da una strada circolare – il boulevard périphérique – una sorta di muro di Berlino, il muro di un ghetto”. Il basolato dei vicoli di Saint-Michel, l’illuminazione di Notre-Dame al calar del sole, la distesa della Senna e quella più placida del Canal Saint-Martin valgono ancora i pomeriggi di flânerie ma Parigi sembra quasi aver perso il suo charme da capitale europea: “è una città di ricchi, appagati, soprattutto bianchi, e di piaceri prudenti: musei, ristoranti, opera, balletto e piste ciclabili”.

imageParis

Intrappolata tra i cliché e la realtà quotidiana, Parigi sembra aver smarrito se stessa. Non a caso, infatti, assiste quasi inerme all’esplosione del feroce dibattito sull’identità francese. Simon Kuper, giornalista britannico del Financial Times, di casa a Parigi dal 2002, ne è convinto: “sotto una facciata snob e ostile, Parigi è una città snob e ostile”. E, per spiegarne le ragioni, ritorna al 1789. “La gran parte della maleducazione dei francesi nasce con la presa della Bastiglia e con lo slogan Liberté, Egalité, Fraternité”. Secondo Kuper, messa da parte la “fraternité”, i francesi hanno sviluppato un culto originale della libertà che, per molti, si traduce in un atteggiamento senza scrupoli, una lingua raramente tenuta a freno e nessuna traccia di amabilità, per paura che il prossimo possa scorgervi un atto di sottomissione. Il sovraffollamento della città (con una superficie di poco più di 105 chilometri quadrati e una popolazione che supera abbondantemente i 2 milioni, Parigi ha una densità abitativa tra le più alte al mondo) e il cielo plumbeo hanno fatto il resto. Ma non solo. Parigi sarebbe volgare, lo ha detto anche Scarlett Johannson, da poco arrivata nella capitale, per via della sua stessa perfezione: “Immaginate una capitale intellettuale su una capitale dell’arte e della moda, in un’antica capitale reale e il tutto in un paese che ha inventato le arti e la cucina e otterrete una quantità di comportamenti codificati tale che nessun dominio sfugge ormai alle esigenze della sofisticazione”. Una girandola di asfissianti buone maniere alla quale non resta che adattarsi, in un tentativo che, spesso, dura tutta la vita.

Gabriela Wiener, giornalista peruviana, scrive “un nuovo spettro si aggira per l’Europa, quello della guerra fredda tra hipster bio socialisti e liberali chic”, e Parigi ha tutta l’aria di esserne il campo di battaglia: una città, emblema della libertà, “dove è impossibile trovare un alloggio a meno di 1200 euro (e un croissant per meno di 3) e i pic-nic nel giardino delle Tuileries sembrano pubblicità di Chanel, Louis Vuitton o Gucci, o tutte e tre insieme”. La pensa allo stesso modo Thomas Chatterton Williams, del New York Times, che ha assistito dalla sua finestra alla lenta trasformazione di Pigalle in SoPi (abbreviazione alla newyorchese di South Pigalle) per via del dilagante gusto hipster, sempre più affamato di hot dog, tacos, avena, kale frittata e brunch bio. Parigi cambia e, in barba al barone Haussmann e alla prospettiva dei suoi edifici, sembra voler “organizzare il proprio spazio urbano come un blog di moda o una pagina di Pinterest, che rappresenti l’espressione unica, appagata ed estremamente protetta della classe media superiore”.

Forse è tutta colpa di Hemingway. Della sua Parigi che, secondo Christopher Hitchens, è stata l’origine dell’ossessione degli americani per la Ville Lumière, inevitabilmente delusa davanti alla realtà. Ma se è vero che Parigi non finisce mai, è vero anche che “Parigi non è più quello che era”, come scrive John Simpson, del Daily Telegraph, “ma questo succede ovunque e Parigi, almeno, resta quella che noi abbiamo sempre desiderato che sia”.

Qui l’articolo pubblicato su FQParigi, il blog parigino de Il Fatto Quotidiano.