In altre parole

Jhumpa Lahiri è una scrittrice di origini indiane, cresciuta in America, innamorata dell’italiano. Se non bastasse questo straordinario mix di lingue e culture a travolgermi, a completare il quadro c’è il suo esilio volontario, come lo definisce lei. Anzi, un esilio linguistico, dagli Stati Uniti a Roma, inseguendo una folle infatuazione per un idioma straniero.

Lahiri si trasferisce in Italia lo scorso anno, e non per diventare una scrittrice italiana, ma per allontanarsi dalla sponda conosciuta, essere costretta a fare un passo indietro e privarsi di ogni attrezzo linguistico a sua disposizione, rinunciare alla sua materia prima, il linguaggio, mollare gli ormeggi dell’inglese e ritrovarsi nel mare aperto di una lingua altra, ma profondamente desiderata, senza alcun appiglio. Una direzione, che appare ostinata e contraria, alla quale però non riesce a sottrarsi. Partire, perché “non basta galleggiare senza la possibilità di annegare, di colare a picco.”

Da quando Jhumpa è a Roma, Internazionale le ha chiesto di raccontare la sua avventura con la lingua italiana in una rubrica, settimana dopo settimana, la storia di un vero e proprio corteggiamento linguistico, inguaribilmente a senso unico. “Un desiderio non è altro che un bisogno folle. […] Ci sarà sempre qualcosa di squilibrato, di non corrisposto. Mi sono innamorata, ma ciò che amo resta indifferente. La lingua non avrà mai bisogno di me”. La casa editrice Guanda ha deciso poi di raccogliere le rubriche settimanali e farne uno splendido libro, In altre parole, il primo vero libro che Jhumpa Lahiri scrive in italiano.

Mi sono imbattuta nella copertina del libro mentre vagavo alla ricerca di un fumetto, l’ho guardato, l’ho riconosciuto e l’ho preso, sapendo che sarebbe diventato uno di quelli che avrei voluto tenere sempre sul comodino, anche una volta finito di leggere, per sfogliarlo, ripetere delle frasi, convincermi della giustezza di qualche idea. In altre parole è uno di quei libri che si possono leggere in un pomeriggio, ma io ho cercato di diluirlo, pagina dopo pagina, per lasciarmi raccontare ancora una volta l’avventura di chi parte semplicemente “per cambiare strada”, per ritrovarsi in una situazione di disagio, certo, di scomodità, di voluta precarietà, ma anche di eccitazione, stupore, meraviglia.

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Ho già scritto altre volte di Jhumpa Lahiri e del bisogno di attraversare il lago e raggiungere la sponda sconosciuta ma, dopo aver letto il suo libro, ho capito che le sue riflessioni si spingono più lontano. Il bisogno di partire necessariamente da un passo indietro, di prendere la rincorsa di continuo, condizione indispensabile per restare in uno stato di ricettività, lasciarsi stupire da quello che stiamo creando, da un’idea. “Rinuncio alla perizia per sfidarmi. Baratto la certezza con l’incertezza”, scrive Lahiri. Il suo è un esilio appositamente studiato per calarsi in uno stato perpetuo di crescita e di possibilità, per diventare altro da sé, come succede ogni volta che si cambia città o si inizia a parlare una lingua altra, sfuggente, mai compresa fino in fondo. Perché “gli impedimenti mi stimolano”.

“Mi piace lo sforzo. Preferisco le limitazioni. So che mi serve, in qualche modo, la mia ignoranza. Nonostante le limitazioni, mi rendo conto di quanto l’orizzonte sia sconfinato”. Jhumpa Lahiri paragona il suo rincorrere l’italiano a una fatica di Sisifo, eterna e, allo stesso tempo, appassionante. Sisifo, infatti, era il più furbo tra i mortali e osò sfidare le divinità dell’Olimpo. Queste gli inflissero una punizione esemplare e lo condannarono a spingere un sasso fino alla cima di una montagna e a vederlo rotolare dall’altra parte, così per l’eternità. Ma Sisifo, come ricorda Albert Camus, non era un dio, solo un semplice umano, al quale può bastare, per sentirsi il cuore pieno di gioia, anche il solo fatto di spingere un sasso e vederlo arrivare sino in cima, seppure per un solo attimo:

“Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice”

Inutile dire di quante volte io abbia visto nello specchio il riflesso di un Sisifo felice. Sempre alla ricerca di qualcosa di più, forse anche consapevole di un fallimento, ma insensatamente emozionata. Ho sempre sostenuto di volermi appositamente catapultare in situazioni di precarietà. Di volermi mettere alla prova, per scoprire versioni altre, stati d’animo che forse non sarei mai riuscita a provare in condizioni di normalità. Quando cominciai ad afferrare pienamente il senso logico di un intero discorso in francese e saperne fare uno a mia volta, la sensazione che ho provato non era molto lontana da questa: “Quando scopro un modo diverso per esprimermi provo una specie di estasi. Le parole sconosciute rappresentano un abisso vertiginoso, fecondo. Un abisso che contiene tutto ciò che mi sfugge, tutto il possibile”.

Ho sempre difeso i vantaggi della mia precarietà e del mio essere in bilico, nonostante i piccoli ostacoli quotidiani, la lenta risalita per diventare una “locale” in una città come Parigi. Imparare dove si fermano gli autobus e dove portano, indovinare le parole giuste da dire agli uffici per farsi dare ascolto, distinguere l’argot e il verlan, uscire viva dal labirinto burocratico e con un sussidio statale in mano, decifrare il linguaggio sentimentale di chi mi stava accanto. Tutto andava imparato da zero. E io non vedevo l’ora di mettermi a studiare.

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In un racconto, “Lo scambio”, Jhumpa Lahiri traduce in finzione narrativa il suo desiderio di “generare un’altra versione di se stessa, […] rimuovere la sua presenza dalla terra, come se fosse un filo sull’orlo di un bel vestito”. Di voler scappare da casa per abitare quasi per strada e ricominciare da una voce imperfetta, scarna. “Come mai mi soddisfa la penuria?”, si chiede. “Forse perché dal punto di vista creativo non c’è nulla di tanto pericoloso quanto la sicurezza”.

Se dovessi mettere a fuoco una mancanza, forse è proprio quell’incertezza, l’equilibrio precario, l’alterità, quello scarto linguistico, la sensazione di scrivere ai margini, di vivere in una periferia figurata, rispetto al centro di quello che avrebbe dovuto essere la mia vita. Tendere verso il centro e sapere già in partenza di non raggiungerlo mai. “Davanti a tutto ciò che mi sembra irraggiungibile, mi meraviglio”, di conseguenza, scrivo, “per dimenticare le mie imperfezioni, per nascondermi sullo sfondo della vita”, l’unica zona a cui sento di appartenere, una retrovia costante, dalla quale io possa muovermi in incognito, in assoluta libertà. “Tutta la mia scrittura scaturisce da un luogo nel quale mi sento invisibile, inaccessibile”, un po’ come il sogno dell’invisibilità, che Italo Calvino diceva di aver realizzato per le vie di Parigi.

Ora sono tornata alla mia lingua italiana, alla mia sponda conosciuta. Quando mi capita, sempre più raramente, di parlare francese, le parole suonano naufraghe, nomadi, smarrite. “Quando si vive senza la propria lingua ci si sente senza peso e, allo stesso tempo, sovraccarichi. Si respira un altro tipo d’aria, a una diversa altitudine”. Io sono tornata alla mia altitudine, ma continuo ad avere l’impressione di vivere in uno spazio che non è il mio. “Chi non appartiene a nessun posto specifico non può tornare, in realtà, da nessuna parte”, scrive Lahiri, e a me piacerebbe un giorno sentire di non appartenere più a nessun luogo e a nessuna esistenza, raggiungere un’indipendenza emotiva, ma soprattutto geografica. Di restare in divenire, di trasformazione in trasformazione.

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Tra i verbi preferiti di Lahiri in italiano c’è ‘sondare’: “implica distacco, incertezza; implica uno stato di immersione. Significa ricerca, metodica e accanita, di qualcosa che resta sempre fuori portata. Un verbo azzeccato che spiega alla perfezione questo mio progetto”. E per ora, spiega alla perfezione anche le mie giornate.

“Dove mi porta, questo nuovo tragitto? Dove finisce la fuga, e quando? Dopo essere fuggita, cosa farò?”. Io non ho ancora nessuna risposta a queste domande. E, a dirla tutta, non so nemmeno se siano le domande giuste. So solo che rivoglio indietro quella possibilità di annegare, di colare a picco. Che le sponde conosciute non mi piacciono.

Images © Heather Gatley

Soundtrack: Sleeping Lessons, The Shins

A volte si fissa un punto

Un po’ di tempo fa avevo scritto che questa improvvisa libertà e stravolgimento di prospettive mi avrebbe dato alla testa. Ecco, se un paio di giorni fa avete visto due scarpe rosse agitarsi nell’aria davanti a un’osteria affollata di Padova, ero io, che avevo perso miseramente i sensi, e non per la qualità dei vini dell’oste. Lo scrivo per esorcizzare un po’ l’accaduto, dato che è la prima volta che mi succede. Sto bene. Un amico mi ha prontamente afferrato per le spalle e adagiato sul marciapiede, salvando me stessa, quel che restava della mia dignità e anche il fermaglio di osso vietnamita che avevo tra i capelli. Penso sia la conseguenza di un po’ di confusione e soprattutto dell’ubriacatura da libri di questo periodo, in particolare dell’ultimo, ancora storie vicine alle mie, ancora Maria Perosino.

I suoi libri sono entrati discreti, in punta di piedi, nella categoria di libri a cui voglio bene, di cui mi piace sincerarmi dove siano, che siano in buono stato e non siano stati smarriti. Forse perché a leggerli mi ci sento sempre come se stessi parlando a un’amica con qualche anno in più di me, che ha già vissuto o almeno sentito raccontare uno dei miei piccoli drammi, davanti a una tazza di tè. “Le scelte che non hai fatto” racconta di storie parallele, di vite non vissute, appena sfiorate, che camminano qualche passo indietro e ci seguono senza far rumore. Secondo Perosino, ogni decisione non è mai frutto di un consenso unanime, ma di un risicatissimo 51%, che alla fine s’è fatto coraggio e ha fissato un punto. Il restante 49% rimane lì, a tormentarsi, a spingere per la direzione ostinata e contraria.

Maria invita le sue storie a cena, prepara loro da mangiare, le mette a proprio agio e in cambio chiede di farsi raccontare com’è andata. Se ci sono rimpianti, tormenti notturni, indecisioni, bugie, se, alla fine della partita, il bilancio è positivo o se almeno si è riusciti a pareggiare i conti. Chiede loro se il segreto non per la felicità ma almeno per la sopravvivenza sia fermarsi prima che i sogni s’infrangano o semplicemente svegliarsi una mattina e riporre nei cassetti dell’armadio aspirazioni, aspettative, desideri, come i vestiti estivi al cambio di stagione autunnale. “C’è un punto, nella vita, in cui s’infrangono i sogni? O di colpo si avverano?”

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Falling up

“Eccole lì, le mie vite in vetrina. Per un attimo, tutto è facile, mi basterebbe sceglierne una, impacchettarla e portarmela via. È una bella sensazione, per una che non ha mai imparato l’arte del rammendo”. Maria ha scelto di scegliere ma, di notte, ogni tanto, le viene all’orecchio l’irritante sospetto che lei una scelta vera e propria non l’ha mai fatta. Ma poi quand’era il momento di scegliere?: “Quando mai c’è stato un giorno in cui qualcuno (me stessa inclusa) mi ha chiesto se volevo diventare ricca o no? o se preferivo tenere un fidanzato per sempre o cambiarlo di tanto in tanto? se volevo un lavoro fisso o in comodato d’uso? E c’è mai stato un giorno in cui qualcuno ha aperto un atlante per chiedermi dove volevo vivere?” Come darle torto.

In questi giorni c’è una frase che mi rigira per la testa: “A volte si fissa un punto”. Si tratta del titolo di una raccolta di pensieri e poesie di Michelangelo Antonioni, ma, come diceva lui stesso, anche l’esemplificazione del suo lavoro: “senza fissare un punto, non si ha un film, non si ha sguardo, non c’è cinema”. Non ho mai letto questo libro, ma mi sono imbattuta nella copertina quand’ero in Francia circa tre anni fa, e quella frase poi me la sono scritta e appesa nella mia vecchia cameretta italiana su un post-it, come un promemoria che, ahimé, non è servito a molto. Me lo ricordo benissimo perché, senza leggere nulla, interpretai la frase in maniera completamente diversa. A volte si fissa un punto, e si perde tutto quello che c’è intorno, non si riesce ad andare più avanti. Come se l’orizzonte intorno sparisse, nessuna via d’uscita, nessuna possibile deviazione, solo un punto unico, come un’ipnosi. Non me ne sono mai accorta, ma per anni ho cambiato città, lavori, case, amicizie, ma ho sperato che nulla cambiasse davvero nella mia vita.

Succede poi a volte di fare scelte che rimangono sempre lì, a distanza di anni, come un punto fermo su una mappa. Come un trasloco internazionale. Che ne puoi tracciare il percorso su una cartina geografica. Ne puoi collegare insieme i punti e alla fine tirare fuori un disegno. “Se non mi lascio prendere dalla frenesia, un disegno lo vedo. Cioè, non di tipo rinascimentale, con la prospettiva, il centro, il punto di fuga e il punto di vista. Più un affresco medievale, quelli in cui tutte le scene stavano l’una accanto all’altra, un po’ come un fumetto, ma senza che l’artista si preoccupasse eccessivamente dei rapporti di causa-effetto. L’importante era squadernare tutto lì, in bella mostra, ognuno poteva ricomporsi la storia a suo piacimento, dentro la sua testa. Quello di cui invece si preoccupava era di rendere tutto il più espressivo possibile, penso ci tenesse che nessuno si annoiasse, mentre guardava quello che aveva dipinto. Ecco, io non mi sono annoiata”.

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Seapression

A volte si fissa un punto. Anche solo per mettere un traguardo, per avere un punto di partenza e non solo una cronologia indefinita di eventi. Dirsi almeno una volta “quello no, non più”. Io un punto non l’ho mai voluto fissare, ho sempre cercato di prendere una strada che mi consentisse, eventualmente, di poter tornare sui miei passi. Di correggere il tiro, di recuperare una chiave, di riaprire una porta. L’idea di ineluttabilità non mi fa dormire la notte. E a volte mi fa perdere i sensi sui ciottoli del centro storico di Padova.

Fissare un punto. Disdire l’abbonamento a una certa idea di vita. Mi ci devo un po’ abituare. Forse, prendere una tastiera, mi farebbe felice adesso. E poi fissare un altro punto, scegliere una città, affittare una casa solo per me, iniziare a lavorare. Un altro punto, voglio un paio di animali per casa e recuperare i miei libri sparsi per l’Italia. E poi unire i puntini e scoprire che disegno viene fuori. Tornare al cinema, riavvolgere la pellicola e scrivere un altro film.

Soundtrack: Keep the change, Molly Nilsson

Images: © Witchoria

Ad occhi chiusi

Questa è la storia di un libro trovato per caso sulla bancarella di una casa editrice al Salone del Libro di Parigi lo scorso anno. O forse la storia di un articolo tenuto in cantiere per tanto, troppo tempo ma non abbastanza da essermi sfuggito. Oppure è la storia di una risoluzione che stenta ad affermarsi ma c’è, chiara, nitida, mi scivola davanti agli occhi e io non riesco ad afferrarla, almeno per ora. Parole venute fuori qualche mese fa, dal desiderio impellente di volatilizzarmi per ricompormi altrove, lontano, parole di cui avrei voluto sbarazzarmi subito, ma che, per qualche motivo, sono ancora attuali, probabilmente lo saranno sempre. Di certo, è la storia di un anno che si chiude qui, con una porta in faccia alla manovalanza gratuita e, forse, anche a chi mi perseguita con la ricetta magica per migliorare la mia vita.

 

Si intitola Les yeux fermés, les yeux ouverts, letteralmente “Gli occhi chiusi, gli occhi aperti”, tra i gioielli della casa editrice indipendente Chemin de Fer, piccola iniziativa editoriale nata nel 2005 in Borgogna, con il proposito di ristabilire un ponte tra immagine e parola. Questa è una storia scritta su, o forse è meglio dire con, Francesca Woodman. A firmarla è Virginie Gautier, autrice francese, classe 1969, che insegna arti plastiche, fotografa, dipinge, scolpisce. E scrive. Le foto sono tutte della Woodman e compaiono quasi a intermittenza, si accendono e si spengono, lungo le poche pagine.

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Tutti penseranno di avermi inventata”, scrive Francesca, o forse è Virginie a parlare. La prima e la terza persona si avvicendano senza preavviso, le stanze, le autostrade scorrono come dietro il finestrino di un treno, l’orizzonte a volte profuma di bosco, altre volte semplicemente di oggetti vissuti, di quell’odore acuto, immediatamente riconoscibile, che hanno le case quando non sono le proprie.

“Prendere distanza, un piede dopo l’altro. Avere, come solo orizzonte, questa ripetizione”. Farsi fluido, illudere i confini del corpo. Virginie, o Francesca, scivola da una stanza all’altra, tra l’ombra e la luce, persa nel chiaroscuro di giornate liquide. “Gli interni, alla fine, si assomigliano tutti”. Le parole sono centellinate, “a volte si esauriscono”, inevitabilmente, “coltivo meglio un muro di silenzio che un giardino intorno a me. All’inizio, sicuramente, ci saranno stati dei ricordi, una durata. Adesso, so che niente si può conservare. Ci si risveglia un mattino e ci si rende conto che, da un giorno all’altro, tutto è sparito. Niente è più riconoscibile”. E non è più necessario essere gli stessi.

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La fuga è un motivo costante, come un memento che s’intrufola nel quotidiano. Il movimento, la partenza, l’atto di camminare, di andare, di disintegrarsi e riassemblarsi altrove. “A forza di aggiungere paesaggi nuovi, ci si dimentica di altri, li si trasforma, si dona loro un’impronta diversa”. Passare da un altrove all’altro, senza più farci caso, perdere l’abitudine alla permanenza, alla vita stessa, essere incapaci di restare e di partire. “Mi applico perché in ogni gesto ci sia attenzione. Come per avvicinarmi a quello che è impossibile ottenere. Perché è diventato troppo difficile restare, trovare in sé la persona adeguata”.

I passi sono quelli di un esilio volontario, di un addio alle città. Il decoro diventa indifferente, l’orizzonte sempre uguale, dormire da soli o in compagnia non provoca sconvolgimenti di sorta. L’incapacità di conservare una condizione di immobilità. Prendere la forma della fuga, della dissolvenza, correre il rischio di sparire, o di vivere, senza chiedere poi così tanto all’esistenza.

“Prendere quello che c’è, senza pensarci troppo […], convincere il corpo a ripartire. Ritrovare quella parte sicura e impaziente, nascosta in fondo a se stessi”.

 

Soundtrack: The Dresden Dolls, Bad Habit

Images © Francesca Woodman

Un altro viaggio in Etiopia

“Ricognizioni approfondite in territori poco battuti”, racconti per testo e immagini di viaggi personali, che mescolino l’arte alla scoperta, la letteratura alla geografia, la ricerca dell’inquadratura con quella del semplice indirizzo. È quanto si propone di fare Humboldt Books, giovanissima casa editrice, nata il 14 febbraio del 2012, da un’idea di Giovanna Silva, fotografa e photo-editor, iniziativa fresca e raffinata, in un panorama editoriale difficile e settario come quello italiano, così battezzata in onore di Alexander von Humboldt, avventuroso esploratore ottocentesco. L’idea è quella di situarsi a metà tra la praticità della guida e lo stile lirico della narrativa, una sorta di non-fiction con variazioni, più o meno romanzate, sul tema del viaggio.

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IN VIAGGIO NEL CORNO D’AFRICA. Così è per “Narciso nelle colonie. Un altro viaggio in Etiopia”, il primo tra i libri di viaggio della Humboldt (in coedizione con Quodlibet), la cronaca di una traversata nel Corno d’Africa con i testi di Vincenzo Latronico, giovane penna italiana, e le immagini di Armin Linke, fotografo italo-tedesco. “Ciò che racconta è accaduto davvero”, scrive Vincenzo Latronico in apertura, “scontato di una scusabile misura di epica”. “I luoghi sono abbastanza esotici da evitare il déjà-vu”, continua, “il tutto, nonostante la drammaticità un po’ forzata, rispetta il carattere essenziale del racconto di viaggio, il suo essere portatore sano di panorami”. Una dichiarazione di poetica che si promette di evitare i cliché, il troppo facile, lo strettamente personale e tutti i facili trabocchetti del racconto di viaggio e che fa da preludio a una straordinaria esperienza a ritroso nel tempo.

LE TRACCE DELLA NOSTRA LINGUA. Il viaggio comincia durante i primi mesi del 2012, in Gibuti, sulle tracce di una leggendaria ferrovia, fatta costruire dai colonizzatori italiani. Passata la “Svizzera d’Africa”, Linke e Latronico si addentrano in Etiopia, passando per Dire Dawa, un tempo centro di snodo e manutenzione di treni, e arrivano ad Harar, “antica metropoli di temibili genti”, città di mercati e compravendite sin dall’Ottocento, dove un certo agente commerciale mise radici nella speranza di trovarvi una vita borghese, ma forse il vento, la polvere depositata nei polmoni, lo uccise, facendone un mito chiamato Arthur Rimbaud. Il viaggio abbandona la ferrovia, utopia incompiuta del sogno coloniale italiano, per seguire imprese cinesi alla testa di autostrade giganti, aerei privati gestiti da una misteriosa commerciante di oppiacei, e continua, destinazione Addis Abeba, con la storia di Hailé Selassié, la lingua italiana che fa capolino in quella amarica, le vestigia del nostro colonialismo, di cui nessuno parla più. “In Italia non parliamo di colonialismo”, scrive Latronico, “perché, in fondo, non ci riteniamo dei veri colonizzatori: sarà la convinzione, consolatoria e falsa, che sia stato in fondo poca cosa rispetto a quello di altri paesi europei; sarà l’illusione, comoda e falsa, che la nostra inettitudine bellica ci abbia impedito di commettere atti poi così gravi; sarà la coda lunga dell’apparato fascista che ha impedito elaborazioni collettive delle colpe”.

LA MAPPA INTERATTIVA. Come ogni libro di viaggio che si rispetti, “Narciso nelle colonie” riserva in coda una serie di appendici: un approfondimento sulla figura storica di Hailé Selassié con un’intervista al giornalista e storico Angelo Del Boca, che lo ha incontrato di persona, un excursus sul ruolo del negus nella musica giamaicana, un dizionario dei lasciti italiani nella lingua amarica e un prontuario di indirizzi. E per seguire il viaggio, su Google Maps c’è anche una mappa interattiva, tappa dopo tappa. Alla fine, resta un’ammissione di colpe. “Sono partito cercando una cosa, e non l’ho trovata”, ammette Latronico, perso davanti a quel “collasso della cronologia” che sono gli archivi del Corno d’Africa. E, tra le righe, la consapevolezza che, inevitabilmente, pur sfuggendo al soggetto imperante, si è finiti per parlare di se stessi, tra le polveri rosse delle autostrade, le sagome delle gazzelle e il retrogusto piccante delle cene etiopi. Sarà perché “siamo andati in Etiopia, da europei, cercando un’immagine di noi”, o “come Narciso nelle colonie, convinti di avere a che fare, in buona sostanza, con uno specchio, e di sapere già che immagine avrebbe restituito”.

Qui l’articolo pubblicato su OggiViaggi.

 

Pinguini gay e poliziotti nudi: caccia al libro proibito in Francia

In Francia, torna l’indice dei libri proibiti. Non contenti delle manifestazioni, del giorno della collera, dei cortei che hanno attraversato Parigi, i militanti contro la teoria del genere mettono sotto assedio le biblioteche municipali. Forti dell’incoraggiamento da parte di Jean-François Copé, a capo del partito di Sarkozy, che il 9 febbraio scorso si è scagliato contro “Tous à Poil !”, (edizioni Rouergue), un volumetto per bambini in cui gli autori si sono divertiti a mostrare in costume adamitico i personaggi che popolano la vita quotidiana dei più piccoli: dal cane alla babysitter, dal poliziotto al mago. Uscito nel 2011, il libro, e i suoi autori, hanno invaso di recente le prime pagine dei giornali in seguito alla polemica, dai toni non poco ridicoli, portata avanti dal presidente dell’UMP, che ha intravisto nei disegni di Marc Daniau e Claire Franek un oggetto di propaganda marxista e un’istigazione alla lotta di classe: “già dal titolo, non mi sembra un oggetto di alta letteratura per bambini”, ha dichiarato durante una conferenza stampa, “inoltre, gli autori svestono quelli che, agli occhi dei bambini, rappresentano l’autorità: la babysitter, il poliziotto, il presidente”, continua, “è come dire ai bambini: l’autorità non serve a niente”.

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Immagine da “Tous à poil !”

Preso alla lettera da un folto e agguerrito stuolo di manifestanti, che non aspettavano altro che la sua benedizione, Copé ha innescato una vera e propria caccia al libro. E, sull’indice dei militanti, sono finiti altri insospettabili libri per bambini, come “Tango à deux papas” (edizioni Le Baron Perché), la storia vera per immagini di una coppia omosessuale di pinguini, di Béatrice Boutignon, e “Jean a deux mamans” (Loulou et compagnie), un invito alla comprensione dell’omosessualità. Incriminato anche “Papa porte une robe” (Seuil), letteralmente “Papà indossa un vestito”, la storia di un pugile costretto a fare la ballerina per sfamare la famiglia. Si sfiora la pornografia, sempre secondo Copé, in “Les Chatouilles” (Thierry Magnier), le avventure notturne di una bimba insonne che, per svegliare il fratellino, decide di fargli il solletico. Finisce nella lista nera anche “Dînette dans la tractopelle” (Talents Hauts), fantasia per immagini intorno a un catalogo di giocattoli dove i giochi per i bambini non vogliano separarsi da quelli per le bambine. Infine, bollato come un’apologia del cambio di sesso, “Mademoiselle Zazie a-t-elle un zizi?”, letteralmente “Mademoiselle Zazie ha il pisellino?”, (Nathan), rievocazione delle più innocue domande infantili sulla sessualità.

Bibbia ufficiale dei difensori della moralità è il blog Salon Beige, affiliato al movimento Printemps Français, principale promotore delle manifestazioni contro il matrimonio omosessuale. Il sito, che si autodefinisce “blog quotidiano d’attualità laica cattolica”, aggiorna i lettori sulle ultime azioni, sulle marachelle dell’immigrato di turno, raccomanda agli utenti negozi e punti vendita di oggetti sacri, nonché corsi di religione per corrispondenza, e, dal mese di febbraio, è fiero di annunciare agli internauti un’altra novità: una lista di tutte le “biblioteche ideologiche” in Francia, dove bambini e genitori potrebbero correre il rischio d’imbattersi in opere che attentano all’innocenza infantile. Seguono le coordinate di tutte le biblioteche incriminate e suggerimenti su come agire: recarsi sulla scena del delitto e chiedere il ritiro dei libri, scrivere al sindaco, informare i genitori. La reazione del Ministro della Cultura, Aurélie Filippetti, è stata ferma sì ma poco efficace, limitandosi a denunciare tali “attacchi scandalosi” contro le biblioteche, che sono soprattutto degli “spazi di libertà”.

Immagine da "Tango à deux papas"

Immagine da “Tango à deux papas”

Lo stesso internet, spazio di libertà per eccellenza, è ormai preso di mira. E sulle schede amazon dei libri incriminati, si assiste al pullulare di commenti d’ogni tipo. Non manca chi si scaglia contro un sussidiario di matematica “tendenzioso”, per via di un problema posto ai bambini: gli abitanti di un paesino in un pianeta immaginario scelgono ogni giorno di poter essere maschi o femmine, calcolare le percentuali. E, in un clima alla Fahrenheit 451, dove i militanti hanno occhi e orecchie dappertutto, la reazione alla notizia che Arte, il canale televisivo franco-tedesco, avrebbe mandato in onda il film “Tomboy” (dove una ragazzina si fa passare per un maschietto) non si è fatta attendere. Centinaia di telefonate hanno intasato il centralino della tv, richiamando Arte alla sua vera missione, quella di trasmettere programmi culturali e non di fare propaganda alla teoria del genere.

Bersaglio dei militanti è, infine, il dispositivo “ABCD de l’Egalité”, messo a punto dal Ministero dell’Educazione Nazionale e dal Ministero per i Diritti delle Donne, per contrastare la formazione di stereotipi e pregiudizi sin dalla più tenera età, lanciato quest’anno in 600 classi elementari, per una prima valutazione preliminare. L’ABCD de l’Egalité consiste in una serie di testi, risorse e attività, a disposizione di alunni e insegnanti, dove figurava anche il terribile “Tous à poil !”. Per salvare le apparenze, e rendersi inattaccabile, il governo si è limitato a ripulire astutamente la lista delle opere facenti parte dell’ABCD dell’uguaglianza, lanciato dal Ministero dell’Educazione Nazionale. Ma, che non si dica in giro che il governo francese abbia finito per cedere alle pressioni dei manifestanti: “Tous à poil !” è ancora nella lista, non più tra le “attività pedagogiche” consigliate ma tra le “risorse complementari” indicative. E tali risorse non sono più “selezionate” e “da utilizzare in classe”, ma semplicemente “recensite” e “da consultare per gli insegnanti”.

Per ora, nonostante l’amarezza davanti a cotesto retrogrado esprit du temps, la polemica di Copé sembra esser caduta nel ridicolo, soprattutto dopo il suo ultimo (voluto?) gioco di parole, secondo il quale i partiti debbano mettersi a nudo per favorire la trasparenza, e “Tous à poil !”, grazie all’inaspettata pubblicità, è tra i libri più venduti dell’anno. Ma, tornando alle pagine incriminate, come finisce la storia? “Tutti si spogliano”, racconta l’autrice Claire Franek, “è la vita in tutta la sua più grande banalità”. Nessuna strage di mogli come in Barbablu, nessuna mela avvelenata, nessuna apologia della bellezza perfetta, come in Biancaneve, niente soprusi di sorellastre, niente fanciulle rinchiuse nelle torri e niente attesa del principe azzurro. Nell’ultima pagina, ci si tuffa nell’oceano, tutti nudi, in un’esplosione di gioia collettiva. Un lieto fine, più innocuo e forse ben più desiderabile dei tanti matrimoni e “vissero felici e contenti” ai quali il monopolio Disney, purtroppo, ci ha abituato.

Qui l’articolo pubblicato su Lettera43.

Piccole librerie crescono

Davide contro Golia. Il piacere della piccola bottega contro lo spazio impersonale del centro commerciale. O, in altre parole, le librerie di quartiere contro il colosso Amazon. L’inedita battaglia arriva dalla Francia, dove pure il piacere di guadare e scegliere il proprio libro è ancora un vezzo comune: il 43% delle vendite, nel 2012, è stato effettuato da librai. Un dato rassicurante che, tuttavia, vacilla, dinanzi all’avanzata del mercato on-line che, in soli 15 anni, si è accaparrato l’11% delle vendite, di cui più della metà sono firmate da Amazon. È per questo che 65, per ora, librerie indipendenti di Parigi hanno deciso di coalizzarsi in Paris Librairies, network che permette ai lettori di localizzare il libro desiderato nella capitale, di ordinarlo presso la libreria che desiderano e di evitare lungaggini e inseguimenti letterari.

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Il sito è nato in occasione del Salone del Libro 2012 di Parigi ed è stato lanciato durante l’edizione di quest’anno, dove, circostanza non proprio casuale, Amazon ha deciso di rinunciare al proprio stand, per “problemi di immagine”, riscontrati in Francia e in Germania. Sono quattro i librai che hanno dato il via all’associazione: Philippe Touron della libreria Le DivanIsabelle Leclerc de L’ImagigrapheXavier Moni della libreria Comme un Roman, e Laura de Heredia dell’Arbre à Lettres. Ma, in realtà, il network, equivalente virtuale di una libreria di circa 8500 metri quadri, mette a disposizione 5000 librai professionisti e impazienti di consigliare il libro giusto. Isabelle Leclerc, da 10 anni libraia indipendente nel quartiere di Oberkampf, è entusiasta: “i lettori hanno capito che la prossimità è un asso nella manica e che, in fin dei conti, noi siamo molto più veloci di Amazon nelle consegne”. I suoi clienti hanno subito apprezzato l’iniziativa, per via del sito “pratico, veloce e intuitivo, e, soprattutto, per la solidarietà tra librai, sono abituati a vederci come individui solitari e questa nuova collaborazione li ha stupiti non poco”.

Dall’Est parigino a Seine-Saint-Denis

La capitale francese ha, tuttavia, un antecedente: prima di Paris Librairies, c’è stata, infatti, Librest, un’iniziativa che ha coinvolto nove librerie dell’Est parigino permettendo loro di condividere i propri depositi, fino a mettere a disposizione circa 800.000 titoli di cui 100.000 disponibili sin da subito. Con Librest è nato il sito lalibrairie.com, che raggruppa circa 800 librerie indipendenti in più di 600 comuni, con l’intenzione di dimostrare che, pur approfittando di internet, si può salvaguardare il tessuto sociale e preservare le librerie dal fallimento. Paris Librairies è, però, la prima rete estesa in tutta la città, grazie anche alla nuova applicazione di geo-localizzazione, che accomuna una procedura virtuale e un acquisto fisico, preceduto, perché no, da una salutare passeggiata tra gli scaffali della libreria di turno. L’avvento delle librerie on-line, infatti, se da un lato facilita al lettore la ricerca del proprio oggetto del desiderio, dall’altro lo priva di colpi di fulmine inattesi, incontri letterari casuali, piacevoli passeggiate senza alcuna direzione nei boschi narrativi.

libri2Dal 2007 al 2011, il numero di librerie a Parigi è diminuito del circa 7,6%, ma la capitale francese conserva lo status di città ad alta densità di tomi con una libreria ogni 4800 abitanti. A quelle già esistenti, si sono aggiunte di recente le prime librerie che hanno timidamente aperto i battenti nel dipartimento di Seine Saint-Denis, periferia disagiata a nord della città, che ha assistito all’inaugurazione di 6 nuove librerie solo negli ultimi 3 anni. E undici delle orgogliose 15 librerie che hanno ripopolato il distretto hanno anche dato vita all’associazione Librairies93 (dal numero che identifica questa parte della regione, ndr) per sostenersi tra colleghi, promuovere la lettura su tutto il territorio e dare un chiaro segno di dinamismo. “Chissà che anche queste non possano entrare a far parte del nostro network”, immagina Laura De Heredia, dell’Arbre à Lettres, “puntiamo a una soluzione collettiva e non individuale e a un network che vada oltre la nostra clientela di quartiere ma comprenda sempre più lettori”. I primi ritorni dell’iniziativa sono, a suo avviso, più che positivi, “soprattutto tra noi librai”, continua, “dodici colleghi fanno parte di un consiglio di amministrazione e le occasioni di incontro sono aumentate, così come le possibilità di scambiarci idee, conoscenze, pratiche e buoni consigli”.

Una buona notizia, questa, che lascia intravedere uno spiraglio per il mercato delle librerie, soprattutto dopo il notevole contributo da parte degli editori che, lo scorso giugno, in occasione dell’appuntamento Rencontres nationales de la librairie, hanno annunciato il progetto di devolvere 7 milioni in favore delle librerie indipendenti, ai quali, nel 2014, si aggiungeranno ulteriori 2 milioni da parte dello stato francese, al fine di sostenere la rete dei librai indipendenti e promuoverne la vendita on-line. Un segnale d’apertura considerevole, sommato a quello del ministro della Cultura francese Aurélie Filippetti che, durante lo scorso Salone del Libro, aveva accusato Amazon di dumping e annunciato un ulteriore aiuto finanziario pari a 9 milioni di euro per le librerie.

Qui l’estratto pubblicato su Lettera43.it

Photo: Shakespeare & Co. (cc) gadl/flickr; libri e Tour Eiffeil (cc) infraleve/flickr