“Mille radio a Parigi”: il Natale dei senzatetto

Non cibo, non coperte, non vestiti. Ma una semplice radiolina portatile, che funziona a pile e si ricarica con l’energia solare. Questo è il dono che hanno ricevuto i tanti, sempre di più, clochard della città di Parigi, grazie all’operazione “Mille radios à Paris”. L’idea è nata lo scorso anno, dall’associazione Les Enfants du Canal, fondata nel 2007, in riva al Canal Saint-Martin, quartiere scelto non a caso per via della sua allure chic e patinata.

“Un piccolo gesto per far sì che non siano, per l’ennesima volta, isolati”, hanno dichiarato i responsabili dell’associazione. Non è infrequente, infatti, che proprio nel periodo natalizio, i senzatetto della capitale si rifiutino di andare nei centri e nei luoghi d’accoglienza a loro destinati, per non sentirsi ancora più soli, circondati dalla folla.

C’è chi non vede l’ora di ascoltare il jazz al risveglio, chi invece è contento di poter finalmente essere informato sull’attualità, mattina e sera. “L’obiettivo è far sì che si sentano, per una volta, parte della realtà”, spiegano dall’associazione, “che possano approfittare anche loro della presenza della radio, di un po’ di calore umano, di una semplice voce”, ma soprattutto dare loro un piccolo oggetto che consenta alle interminabili e fredde giornate d’inverno di passare più in fretta. Le radio sono state distribuite nella maggior parte delle grandi città francesi, con l’aiuto di 30 associazioni locali e il contributo della Fondation Abbé Pierre, della Fondation de France e di RTL.

© Radio France - Nathanaël Charbonnier

© Radio France – Nathanaël Charbonnier

Secondo uno studio dell’Insee, pubblicato lo scorso luglio, i senzatetto a Parigi sono aumentati del 50% rispetto al 2001. Oggi (i dati sono aggiornati agli inizi del 2012), la città conta circa141.500 persone senza fissa dimora, tra cui 30.000 bambini. Lo studio ha, inoltre, evidenziato come almeno un quarto dei senzatetto della capitale fossero parte della categoria dei cosiddetti “lavoratori poveri”, aventi uno stipendio insufficiente a pagare un affitto.

All’indomani della pubblicazione del rapporto, le associazioni che si battono per il diritto all’alloggio hanno protestato contro una cattiva gestione politica, in grado solo di adottare misure improvvisate e stagionali, incapace di elaborare una soluzione a lungo termine e di più ampio respiro per uno dei problemi più gravi della capitale. I soli centri d’accoglienza, infatti, non sono più sufficienti: almeno il 10% dei senzatetto ha rifiutato di essere ospitato in una delle strutture di Parigi, per la grave mancanza d’igiene.

Per sensibilizzare la popolazione francese, forse ignara dei 3,6 milioni di “mal-logés” in tutto il paese, la Fondation Abbé Pierre ha lanciato lo scorso dicembre una nuova campagna di denuncia all’indifferenza e alla noncuranza, che ha raggiunto i cittadini attraverso circa 12000 manifesti pubblicitari per strada, messaggi radio e video diffusi sul web e in televisione. È il fotografo Hervé Plumet a firmare queste immagini, che affiancano il grigio della città, al quale queste persone sembrano quasi volersi fondere, al filtro vintage dei ricordi di giorni felici, secondo lo slogan “Ils ont eu un passé. Aidons-les à retrouver un avenir”, letteralmente “Hanno avuto un passato, aiutiamoli a ritrovare un futuro”.

© Hervé Plumet - Fondation Abbé Pierre

© Hervé Plumet – Fondation Abbé Pierre

Lo scorso anno, il quotidiano Le Monde aveva raccolto i commenti a caldo dei senzatetto che avevano appena ricevuto una radio. Luc40 anni, le sue giornate passate ai piedi dei grattacieli di Porte Maillot, a guardare i passi esitanti dei turisti appena sbarcati da Beauvais, si diceva felice di poter finalmente seguire meglio il governo di Hollande. Lionel60 anni, era finalmente entusiasta di poter continuare a girare il mondo: “ho lavorato per 24 anni al Club Med, ho vissuto in centinaia di paesi diversi, adesso posso tornare a sapere quello che succede nel mondo”.

Non c’è nulla di più indispensabile del superfluo, aveva scritto Oscar Wilde. E la storia sembra avergli dato ragione.

Qui l’articolo pubblicato su FQParigi, il blog sulla capitale francese de Il Fatto Quotidiano.

De Rome à Paris: il cinema indipendente sugli Champs-Elysées

I film italiani arrivano sugli Champs-Elysées. Questo lo slogan del festival cinematografico De Rome à Paris, giunto alla sesta edizione, organizzato da Unefa (Unione Nazionale Esportatori Film e Audiovisivi) e Anica (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive), con il sostegno del Ministero della Cultura e la collaborazione dell’Istituto Italiano a Parigi, che svela, in anteprima, al pubblico francese 8 lungometraggi italiani.

Ad ospitare il festival è il cinema Balzac, sala indipendente nascosta in un angolo della strada omonima, a un passo dall’Arco di Trionfo. Un’occasione per vedere a Parigi le pellicole italiane indipendenti che non hanno ancora trovato una distribuzione in Francia, da “La prima neve” di Andrea Segre a “Tutti contro tutti” di Rolando Ravello, ma soprattutto per saperne di più sulla situazione del cinema d’autore in Italia.

Locandina de "La Prima Neve"

Locandina de “La Prima Neve”

“Siamo fieri di annunciare la creazione di un fondo di sviluppo congiunto Italia-Francia, un aiuto finanziario alle co-produzioni italo-francesi di 500.000 euro all’anno”, esordisce durante la conferenza stampa Nicola Borrelli, direttore generale per il cinema al Ministero della Cultura, “un nuovo strumento che punta a favorire il cinema contemporaneo, valorizzando il legame con il nostro principale partner europeo”. Solo nell’ultimo anno, infatti, 20 su 37 co-produzioni cinematografiche sono state realizzate con la Francia.

Al di là, tuttavia, dell’aiuto finanziario, lo scopo ultimo della cooperazione italo-francese è la doppia nazionalità del film, sin dall’idea originale. “Purtroppo in Italia non siamo riusciti a far percepire al governo l’importanza del tema e l’unica soluzione è risalire la china con l’aiuto della Francia”, conclude Borrelli.

I toni si fanno più cupi quando parlano i protagonisti del cinema indipendente italiano, produttori e registi, ospiti della tavola rotonda sul “vigore ritrovato del cinema in Italia”, animata da Jean Gili, critico e storico del cinema, ideatore del festival del cinema italiano di Annecy. “In Italia, il cinema è l’unico settore della produzione dove, una volta portato a termine un lavoro, bisogna gettarlo in pasto ad altri”, esordisce Francesco Bonsembiante, produttore della pellicola di Segre, “quello italiano è un sistema di distribuzione desueto, viziato da agenzie regionali che gestiscono i film come fossero scarpe, in un’ottica di mercato quotidiano”.

“La situazione in Italia è complessa”, confermano Tommaso Arrighi e Stefano Lodovichi, produttore e regista del film Aquadro. “Ci si trova costantemente costretti a scegliere, tra un prodotto che vada incontro ai gusti del pubblico e la possibilità di inseguire, invece, un cinema diverso”. Giunti a metà tavola rotonda, si ha non solo un’impressione disastrata del cinema indipendente italiano, ma anche un quadro pessimo del pubblico, affamato, a quanto pare, esclusivamente di commedie leggere, di cinepanettoni e pellicole poco impegnative.

È Bruno Oliviero, regista de La variabile umana, ad aggiustare il tiro: “esiste una nouvelle vague di documentaristi passati alla finzione, con pellicole popolari nei contenuti e nelle intenzioni, definite indipendenti, o ancora, d’autore, solo per il tipo di distribuzione a cui ricorrono”. Oliviero, che ha aperto una società di produzione cinematografica in Francia, con il regista Leonardo Di Costanzo, sostiene la necessità di concepire film proiettati verso un mercato internazionale: “c’è la tendenza a imbastardire la pellicola per renderla appetibile davanti alle società di produzione, bisognerebbe invece fare leva sull’esportabilità del progetto e non avere paura di osare”.

Fotogramma dalla pellicola "Nina" di Lisa Fuksas.

Fotogramma dalla pellicola “Nina” di Lisa Fuksas.

Anche Lisa Fuksas, regista di Nina, una vita e una carriera divisa tra Italia e Cina, sembra aprire nuove prospettive e intravedere un bagliore: “in Cina stanno per costruire un nuovo centro di produzione e distribuzione cinematografica, molto più grande di Hollywood”, racconta, “ci sono stata di recente e sono rimasta a bocca aperta, sarò forse controcorrente, ma ci sono orizzonti inesplorati, che varrebbe la pena guardare più da vicino”.

Chissà, infatti, se di fronte ai confini domestici sempre più stretti, non bisogna rivolgersi altrove per poter superare un momento di crisi. Sembra, non a caso forse, che a parlare di fuga di cervelli, nel cinema come altrove, siano coloro rimasti in Italia. Chi è già fuggito, per scelta, in alcuni casi per piacere, più che un fuggitivo, o un orfano, si sente ormai cittadino del mondo e ha già imparato a coglierne il lato positivo.

Qui l’articolo pubblicato su FQParigi, blog parigino de Il Fatto Quotidiano.

Parigi: la Renaissance

A decretarlo è stata la Lonely Planet. È di questo mese la notizia che Parigi, secondo la celebre casa editrice specializzata nel turismo, è destinata ad essere la città che nel 2014 riuscirà a stuzzicare di più le fantasie dei viaggiatori, superando mete più esotiche come Trinidad a Cuba e Cape Town in Sudafrica. La Francia, infatti, con 80 milioni di presenze all’anno, resta il paese più visitato, e la sua capitale, con 33 milioni di arrivi, si conferma la metà più ambita al mondo. Il motivo? Parigi attraversa una fase di Rinascimento urbano: si parla di una vera e propria primavera, visti i numerosi lavori di rinnovamento che coinvolgono la Ville Lumière, per renderla ancora più attraente e appetibile per i visitatori, ma non solo.

LE NUOVE CAMPANE DI NOTRE-DAME. Parigi, non paga della reputazione di città più bella del mondo, pare, infatti, non voglia limitarsi a vivere sugli allori. Ecco allora che nove nuovissime campane rimpolpano i rintocchi di Notre-Dame de Paris, riproducendo il suono delle campane medievali e un magico “tappeto volante” diventa il tetto della sezione dedicata all’arte islamica del Louvre, visibile dal cortile interno. E questi sono solo alcuni dei lavori di rinnovamento giunti a conclusione di recente. Tra i lavori in corso di cui Parigi va sicuramente fiera, si conta l’opera di riduzione del traffico lungo le rive della Senna, circa 1,5 km di Rive Droite oggi divenuti aree pedonali e piste ciclabili. Ma soprattutto, a incantare i turisti sul bateau-mouche, sono i cosiddetti “jardins flottants”, che costellano i 2,5 km lungo la Rive Gauche, tra il Pont de l’Alma e il Musée d’Orsay, per un totale di 1800 metri quadri di aiuole galleggianti e aree pedonali, divisi in cinque isole collegate l’una all’altra attraverso un sistema di piccoli ponti e passerelle.

Halle Pajol

Halle Pajol

LES HALLES SI RINNOVA. Punta di diamante del rinnovamento, inoltre, sono le nuove terrazze, che incorniciano la Senna proponendo attività culturali, ricreative o semplicemente menu inediti da gustare. In particolare, si attende l’arrivo del Rosa Bonheur sur Seine, il celebre bar del parco Buttes Chaumont finalmente in versione marinara, e Le Flow, nuova terrazza del ponte Alessandro III, che conta 400 metri quadri di spiaggia e un menu di tapas con bar e sedute aperti tutti i giorni fino alle 2 del mattino. All’interno del progetto di rinnovamento, ha un posto d’onore, infine, l’elegante scalinata in legno che si srotola davanti al Musée d’Orsay arrivando direttamente nella Senna, raffinato punto di ritrovo e di sosta per parigini e turisti. A dicembre, inoltre, si conclude una parte di uno dei più grandi e longevi cantieri di Parigi, che avvolge il cuore di Les Halles ormai da anni. Ingresso principale della città, con circa 750.000 viaggiatori che vi transitano in media ogni giorno, Les Halles si rinnova, adeguandosi alle ultime norme di sicurezza, ma soprattutto ritrovando una nuova dinamicità. Il progetto comprende, infatti, un giardino interno, un’area pedonale più ampia, passaggi sotterranei più semplici e pratici, un nuovo ingresso per i treni regionali, un Forum più luminoso e moderno.

ALLA HALLE PAJOL. Parigi, tuttavia, è in pieno fermento urbano, non solo nei quartieri prettamente turistici. Sono sempre di più i cantieri che coinvolgono anche gli angoli meno frequentati della capitale, per appianare le barriere architettoniche, regalare agli autoctoni nuovi spazi verdi e rendere Parigi una città non solo più bella ma anche più vivibile nel quotidiano. Sebbene sia stata recentemente accusata di essere la docile vittima di un inevitabile processo di gentrificazione, soprattutto nelle aree tradizionalmente popolari, oggi prese d’assalto dalla piccola borghesia intellettuale, la capitale si dà da fare per incentivare la vita di quartiere e aumentare la fruibilità delle sue strutture. Risponde a queste esigenze, ad esempio, la nuova Halle Pajol, inaugurata lo scorso 7 novembre, dopo 3 anni di cantiere, nel 18simo arrondissement, comprendente la nuova biblioteca Vaclav Havel, il più grande ostello della gioventù della città, negozi e un giardino interno, tutto alimentato a energia solare con circa 3500 metri quadri di pannelli fotovoltaici. Sempre nello stesso quartiere, nell’area di Barbès, ha riaperto quest’anno l’elegante cinema Louxor, novella fenice dai decori neo-egiziani, che riserva agli spettatori un’invidiabile terrazza.

Cinema Louxor

Cinema Louxor

PROSSIMA TAPPA PORTE DE VINCENNES. È stata inaugurata lo scorso giugno, inoltre, la nuova place de la République, cuore della città, che offre ai parigini, ma non solo, un arredamento inedito, con poltrone, sedie e panchine per i più grandi, e un parco-giochi a disposizione dei più piccoli. Fa parte del nuovo look della piazza anche il caffè Monde et Média, circondato da un elegante specchio d’acqua. Risponde sempre a esigenze di vivibilità il cantiere che ben presto coinvolgerà l’area intorno a Porte de Vincennes, per un progetto di rinnovamento urbano, che punta a ristabilire una sorta di continuità tra la città e le aree limitrofe di Saint-Mandé, Montreuil e Vincennes, attraverso nuove strutture pubbliche pensate per restituire carattere e personalità a un quartiere considerato residenziale e monofunzionale. Sembra quasi un regalo agli autoctoni, invece, la riapertura della cosiddetta Petite Ceinture, antica linea ferroviaria, che conta circa 35 km e collega Balard alla rue Olivier de Serres, nel sud della città, che sarà accessibile, tratto dopo tratto, al pubblico, offrendo ai parigini paesaggi inediti e angoli dimenticati. Per rispettare la biodiversità unica di questo ecosistema, sviluppatasi autonomamente intorno ai vecchi binari e che oggi vanta circa 220 specie differenti di piante e animali, la Petite Ceinture non sarà illuminata artificialmente e resterà quindi chiusa durante le ore di buio.

La Petite Ceinture

La Petite Ceinture

DO YOU SPEAK TOURISTE? Parigi, senza aspettare la primavera, è già in procinto di sbocciare. La Senna diventa il nuovo salotto en plein air della capitale, le piazze si schiudono e s’inaugurano nuovi spazi urbani che, si spera, faranno riscoprire ai parigini più annoiati la propria città e riusciranno a far dimenticare ai turisti, almeno a quelli più navigati, i luoghi più inflazionati e ormai ben poco autentici della capitale, come la terribile rue de Steinkerque, passaggio obbligato tra il boulevard de Rochechouart e il verde di Montmartre, raduno di truffatori, rumorosi venditori di souvenir, accozzaglia di Torri Eiffel e dolciumi di discutibile gusto. La Francia punta quindi all’accoglienza e al turismo che, secondo le previsioni, dovrebbe esplodere nei prossimi dieci anni. Ma, fatta Parigi, purtroppo restano da fare i parigini. La dice lunga, infatti, il nuovo programma “Do you speak touriste?”, lanciato dalla Camera di Commercio di Parigi, una sorta di manuale, con tanto di schede per ogni nazionalità, per conoscere meglio, e di conseguenza accogliere meglio, la clientela turistica. L’obiettivo è quello di rispondere in maniera adeguata alle esigenze di un turismo sempre più internazionale, ma soprattutto riuscire a scrollarsi di dosso la reputazione di impazienti, maleducati e scontrosi, cucita addosso, e non senza motivo, alla fauna locale.

Qui, l’articolo nella versione pubblicata su Oggiviaggi.it. 

Squat Le Bloc: un’utopia pirata

“Non ho mai visto uno squat fare nulla del genere”, aveva dichiarato una residente del 19simo arrondissement, a proposito del contagioso entusiasmo de Le Bloc, edificio occupato situato al civico 58 di rue de la Mouzaïa. Un’enorme facciata grigia. Niente di più visto dalla strada.

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All’interno, invece, una miniera d’oro di creatività e idee. Ispirazione, dialogo e solidarietà. Visite guidate e porte sempre aperte al pubblico, a meno di un mese dall’apertura. Un coinvolgimento senza sosta del quartiere e dei cittadini. Recuperato lo scorso dicembre, questo vecchio edificio appartenente alla Direzione Regionale degli Affari Sanitari e Sociali (Drassif) comprende 7000 metri quadri distribuiti su 7 piani, occupati da quasi 200 persone, tra artisti, giornalisti, creativi, la maggior parte dei quali frequentavano l’edificio solo per approfittare dell’ingente potenziale creativo, conservando il proprio appartamento.

Tra i residenti di le Bloc, invece, c’erano anche, e soprattutto, quelli che i francesi, con un discutibile eufemismo, chiamano “mal-logés”, letteralmente “male alloggiati”, in realtà senzatetto, esclusi, padri di famiglia separati e improvvisamente senza più un letto e, in questo caso, anche un neo-nato di 6 mesi, lieti di poter usufruire del caldo, del cibo cucinato per tutti, delle docce e di un giaciglio. Sono queste le storie, le esistenze e i casi particolari messi alla porta venerdì 6 dicembre, dalle 7 del mattino, quando un centinaio di poliziotti ha effettuato l’evacuazione dello squat, nel giro di poche ore. “Tutto è avvenuto pacificamente, con calma”, hanno dichiarato gli ex occupanti. La decisione dello sgombero era, infatti, già stata annunciata lo scorso 13 novembre dal prefetto.

L’obiettivo era quello di diventare il 6b dell’Est parigino, almeno secondo le migliori intenzioni. Fare di questo edificio abbandonato un nuovo polmone della vita culturale nel 19simo, seguendo l’esempio dello squat che, nel giro di due anni, è riuscito ad imporsi come uno dei pilastri della scena artistica in un quartiere disagiato e periferico come Saint-Denis. Da qui, le visite guidate per i giornalisti e, soprattutto, per gli abitanti del quartiere, “i nostri principali nemici, ma anche i nostri maggiori alleati”, riferivano gli occupanti. Sin dal primo mese d’apertura, non sono mancate le occasioni di dialogo per entrare in contatto con il fermento creativo dello squat. “È necessario che la stampa e i nostri vicini sappiano cosa succede qui dentro”, continuano, “per poterci aiutare e difendere”.

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All’interno dell’edificio, i sei piani erano occupati per intero da artisti e persone in difficoltà, mentre il piano terra era aperto al pubblico, ogni giorno dalle 10 alle 22, per permettere a curiosi e passanti di sbirciare all’interno di uno dei più grandi squat della regione Ile-de-France. Ogni piano contava un responsabile e tutte le decisioni riguardanti l’estetica dell’edificio erano prese di comune accordo, in perfetta democrazia. Nonostante l’aura di utopia pirata, lo squat è stato, infatti, un perfetto esempio di anarchia strutturata e ben organizzata. Le Bloc, in fondo, sta per “Bâtiment libre Occupé Citoyennement”, vale a dire “Edificio libero occupato in maniera cittadina”. Ma non solo.

Le Bloc era anche 4 seminterrati e un tetto, nonché corridoi e scale esuberanti di sorprese e incontri fortuiti. Una vera e propria sinergia effervescente di creatività, animata da attori, ballerini, fotografi, scultori, musicisti, video-maker, ma anche falegnami, artigiani, scenografi, provenienti da tutto il mondo. “Qui le possibilità sono illimitate”, raccontava Tonio, uno dei residenti in un’intervista di qualche mese fa sull’Express. Ma la città di Parigi sembra non amare gli imprevisti e, nonostante la fervida programmazione dello squat, ha deciso di chiudere le porte di questa gigantesca scatola di sorprese.

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Richard Sennett, autore e sociologo statunitense, in un articolo per il Guardian pubblicato lo scorso dicembre, ha descritto l’evoluzione delle cosiddette “smart city”, ovvero città concepite “secondo una visione fordista”, dove “ogni attività è svolta in tempi e spazi ben precisi”, improntate alla filosofia “user friendly”, dove questa significa “scegliere all’interno di un meno di offerte e non comporre il menu”.

La città di Parigi, fiera delle rive della Senna, fresche di ristrutturazione, delle sue nuove attrazioni, di un intrattenimento sempre più disciplinato, sembra dirigersi verso questa direzione, sopprimendo escrescenze artistiche e imprevisti creativi, ignorando che, sempre secondo Sennett, “per creare qualcosa di davvero nuovo, oggi come ieri, bisogna trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato”.

La chiusura degli squat ha, infatti, tutta l’aria di una procedura di eliminazione di tutto ciò che si rivela incontrollabile e anarchico, pur dimostrandosi di utilità pubblica e sociale. Negli ultimi anni, l’inaugurazione di nuovi luoghi culturali, dove incasellare ed etichettare ogni forma di creatività, sembra aver privato sempre di più Parigi della possibilità della casualità, dell’incontro fortuito, dell’imbattersi in qualcosa di inatteso. La città propina itinerari già costruiti, mentre, “potendo scegliere, le persone preferiscono una città aperta e indeterminata nella quale potersi fare una strada. Così sentono di avere il controllo sulle loro vite”.

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Sono rimaste inascoltate le proteste della manifestazione del 4 dicembre, quando duecento persone hanno sfilato lungo la strada che porta al Municipio del 19simo arrondissement, sostenute dalle associazioni DAL (Droits au Logement), Médécins du Monde, Fondation Abbé Pierre e La Chorba. “Nessuno ha voglia di vedere il proprio vicino che si ritrova al freddo e per strada, in pieno inverno”, racconta Léa, artista, ex-residente dell’edificio, ai microfoni di Libération, “in più, qui si tratta di un bel po’ di vicini”. Inascoltata è stata, infatti, anche la richiesta di chiudere un occhio e applicare la cosiddetta “tregua invernale”, che tutela da sgomberi ed evacuazioni a partire dal 1° novembre, in teoria non valida per i cittadini occupanti un alloggio senza averne diritto, non avendo firmato alcun contratto.

“Vogliamo città che funzionino bene, ma che siano aperte alle trasformazioni, alle incertezze e alla confusione della vita reale”, conclude Sennett. “Chiude il contenitore, ma non il contenuto”, annunciano gli ex-residenti, “e per uno squat che chiude, altri 10 si apriranno”.

Foto recuperate dalla pagina fb dello squat.

Qui l’articolo pubblicato su Doppiozero per il debutto della rubrica Pavé de Paris.

Salman Rushdie e Joseph Anton: vite immaginarie

Presso l’auditorium del Louvre, è una platea impaziente quella che aspetta l’ospite d’onore della serata conclusiva della prima edizione del Festival des Ecrivains du Monde 2013 a Parigi, organizzato dalla sede francese della Columbia University e dalla Bibliothèque Nationale de France. A mettere fine alla prima tappa del festival, domenica 22 settembre, è Salman Rushdie, autore di origini indiane naturalizzato britannico, universalmente noto per i suoi libri e, purtroppo, per la fatwa che il 14 febbraio del 1989 l’ayatollah Khomeini scagliò contro la sua persona in seguito alla pubblicazione del libro I versetti satanici.

“Come ci si sente a essere condannato a morte?”, aveva chiesto a bruciapelo una giornalista della BBC il giorno della fatwa, al telefono di casa Rushdie. “Non è molto piacevole”, la risposta di un uomo ignaro di quello che sarebbe successo nei dieci anni a venire.

Salman

Il suo ultimo libro Joseph Anton è l’autobiografia degli anni più bui, fino al 24 settembre 1998, giorno in cui Mohammed Katami dichiara che avrebbe rinunciato ad applicare la condanna. “Le biografie degli scrittori spesso sono noiose”, afferma Rushdie, “ma io ho avuto la sfortuna di avere una vita interessante”. Joseph Anton è lo pseudonimo scelto durante i suoi anni di cattività, ma è anche un omaggio a due dei suoi autori preferiti, Joseph Conrad e Anton Cechov. “Avrei potuto scegliere Marcel Beckett, ma non suonava poi così bene”, scherza Rushdie, che nel suo saggio Patrie immaginarie ha rivendicato il diritto a un paradigma culturale indipendente dalla propria nazionalità e la libertà di avere padri letterari europei, nonostante le origini indiane.

“Cechov per i suoi personaggi immersi nella solitudine e nell’amarezza di vivere dove non vorrebbero essere”, continua, “e Conrad per le sue storie di segregazioni e spie”, ma anche per la frase pronunciata da uno dei suoi personaggi (nel racconto The Nigger of the Narcissus, ndr): “I must live until I die”, “una filosofia di vita che, soprattutto negli anni della fatwa, è diventata il mio motto”.

“Negli studi della tv britannica dove ero stato catapultato il giorno della fatwa, ero guardato come un condannato a morte”, racconta, “e, nonostante il sentimento di disperazione, avevo un unico desiderio: correggere il lessico dei giornalisti, che continuavano a usare la parola condanna”. Una condanna è una sentenza emanata da un tribunale universalmente riconosciuto, e “non il delirio di un vecchio moribondo”. La fatwa è stata per Rushdie il primo segno tangibile di un terrorismo possibile.

“Tuttavia, almeno per i primi anni, ciò che mi era successo era percepito come la stravagante vicenda abbattutasi su un individuo bizzarro”, ricorda, “e solo dopo l’11 settembre è stato percepito come qualcosa di grave e reale”. Confrontato per anni alla violenza del radicalismo islamico, Rushdie si dichiara, comprensibilmente, non un grande fan dell’Islam. “Con la primavera araba, abbiamo tutti avuto un sentimento di speranza, ma adesso la rivoluzione ha preso una piega negativa”, afferma, “tuttavia ho imparato che la storia non segue i ritmi delle news settimanali ma ha tempi molto più lunghi”.

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“Dopo essere stato vittima della fatwa iraniana, non volevo più essere uno scrittore”, racconta, “avevo dedicato cinque anni della mia vita a un romanzo e ne avevo ricavato una condanna a morte”. A restituirgli il piacere dell’invenzione letteraria è il libro per ragazzi Harun e il mar delle storie, scritto per tenere fede alla promessa fatta a suo figlio. “È stato lui il mio primo, più che onesto, lettore”. Artefice di una delle più precise e schiette critiche letterarie mai ricevute, suo figlio, dopo aver letto le prime pagine, ha dichiarato: “io l’ho letto con piacere ma qualcuno potrebbe annoiarsi”, per poi aggiungere candidamente: “non ci sono abbastanza salti”. Alle risate della platea, segue la conclusione: “è per questo che adesso sono irrimediabilmente devoto ai salti narrativi”. Uno dei tanti artifici letterari che Rushdie ha adoperato anche nella redazione della sua autobiografia.

Con l’avvento della narrativa non-fiction, che ha avuto tra i suoi più grandi autori Truman Capote e Tom Wolfe, anche la verità ha dovuto tingersi di romanzesco. “Tuttavia Capote e Wolfe raccontavano vite altrui, io ho riportato la mia”, spiega Rushdie, “e ho dovuto adottare strategie letterarie per introdurre in modo intrigante personaggi che già conoscevo e che per me avevano fattezze, voci e abitudini reali”. E l’unico modo per gestire il parossismo narcisista dell’autobiografia è stato utilizzare la terza persona: “farcire il mio libro con il pronome di prima persona era insopportabile, assurdamente egocentrico”, spiega, “ho dovuto diventare uno dei tanti “lui” che popolano il mio romanzo e guadagnare così un po’ di distanza”.

“Il nuovo libro è completamente diverso”, spiega Rushdie, annunciando un ritorno violento al realismo magico e alla fantasia più sfrenata. “Sono tornato alle origini e ho ritrovato l’accesso al grande deposito di storie e racconti fantastici, che è poi il cuore della mia eredità indiana”, conclude, “quella che mi ha insegnato la più importante delle verità: che le storie, soprattutto quelle più belle, sono solo pura immaginazione”.

Qui l’articolo pubblicato lo scorso settembre su Doppiozero.

Pasolini alla Cinémathèque: una storia italiana a Parigi

Un giorno piovoso a Parigi. In mezzo alla settimana. Ora di pranzo. Le aspettative assomigliano a sale deserte e silenzio. Invece, sono gremiti anche negli orari meno probabili gli ambienti della Cinémathèque Française dove, dallo scorso 16 ottobre e fino al prossimo 26 gennaio, è allestita la mostra dedicata a Pier Paolo Pasolini, dal titolo “Pasolini Roma”, sottotitolo “Roma secondo l’artista italiano più scandaloso del XX secolo”, curata da Gianni Borgna, Alain Bergala e Jordi Balló.

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Iniziano con una corsa lungo i binari, gli anni romani di Pasolini, con vecchie foto d’epoca e i volti di Susanna, la madre, Carlo Alberto, il padre, e i due fratelli, Pier Paolo e Guido, che si sporgono dai finestrini di un treno, fino all’arrivo, presso la Stazione Termini, a 28 anni, nel 1950, dopo un involontario esilio dal Friuli materno.
Il percorso è diviso in 6 aree cronologiche, introdotte da un video che riproduce la Roma di oggi, dal Pigneto a Piazza del Popolo alle residenze dell’Eur, tenendo fede all’intenzione della mostra: dimostrare come le intuizioni di Pasolini rappresentino fedelmente non solo l’Italia del boom economico ma anche quella di oggi, nelle sue meschinità e piccolezze.

I filmati d’epoca, la corrispondenza con Godard e Bertolucci, la voce stessa di Pasolini che recita le proprie poesie, gli stornelli di Laura Betti, i dattiloscritti consumati dalle cancellature, gli articoli di giornale, contribuiscono a ricreare l’atmosfera di un’Italia in piena ebollizione culturale. Moravia, Morante, Maraini, Calvino, Ungaretti, danno vita a un’Italia sparita, quasi nostalgica, forte dei suoi luminari dell’intelletto, in continuo fermento, costellata d’ipocrisia e perbenismo, ma ancora impregnata di poesia. Nelle sale, un vociare continuo, le urla di ragazzini, come se gli echi delle borgate romane, dalle pagine ingiallite dei vecchi manoscritti esposti, dagli estratti delle pellicole, siano saltati giù per mescolarsi ai commenti scambiati sottovoce dei visitatori.

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Impaziente di vivere, e di conoscere, Pasolini sembra aver trovato nella capitale una terra promessa, una Roma sconosciuta, che si annidava sotto i tetti delle periferie, arsa da un sole antico di secoli, tutta da raccontare, con gli occhi vergini di un friulano.

Pasolini ha costruito così un immaginario inedito: quello dei suoi ragazzi di vita, raccontati attraverso i suoni ancora poco familiari di una lingua, quella romanesca, appena conosciuta, quello degli accattoni, visto attraverso lo sguardo di un dilettante del cinema che, per realizzare un primo piano, s’ispirava ai chiaroscuri di Masaccio e alle forme di Giotto. Ma, da miniera d’oro di gemme realiste e verità nascoste, Roma diventa presto la fonte involontaria di un disgusto supremo, verso la conformità intesa come dogma, verso il consumo ormai imperativo morale, verso l’arte ormai massificata dalla televisione.

Da qui la scoperta di altri orizzonti, prima in Italia, con l’inchiesta sulla sessualità degli immortali ‘Comizi d’Amore, poi nel terzo mondo, con i viaggi in Africa, in India e in Oriente, fino all’approdo a Parigi e a New York, capitali della cultura, dove Pasolini grida forte il suo disprezzo per lo stretto orizzonte intellettuale italiano. Segue, quindi, la triste abiura della sua ‘Trilogia della Vita‘, il gioioso trittico cinematografico costituito dal ‘Decameron’, ‘I racconti di Canterbury’ e ‘Le Mille e Una Notte’, rinnegato davanti all’ipocrita intolleranza dell’opinione pubblica, ma soprattutto, forse, dopo la fine della relazione con Ninetto Davoli, che fa da preludio al rifiuto radicale degli ultimi anni, al volto indurito, allo sguardo ormai disilluso su una società italiana disintegrata e invischiata nelle caste, e divorata da un’impellente attitudine al consumo.

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Ad attendere i visitatori, alla fine del percorso, l’ultimo video, il mare calmo, inconsapevole, di Ostia e la storia di un mistero tutto italiano di cui ancora non si è vista la luce e che fa ancora rumore. Come Accattone prima del salto, deve esserselo ripetuto tante volte Pasolini: “Daje va’, damo soddisfazione al popolo!”. Fuori, intanto, piove ancora.

Qui l’articolo pubblicato su FQParigi, il blog parigino del Fatto Quotidiano.

Street Food a Parigi

Il primo a gridare al pericolo è stato il Front National. Il partito francese d’estrema destra ha allertato i palati fini e le buone forchette nazionali del rischio imminente di “kebabizzazione”. La paternità del termine è stata rivendicata da Louis Aliot, vice-presidente del Front National, che ha puntato il dito contro una vera e propria invasione di kebab e negozi halal in suolo francese. Un’invettiva che ha trovato terreno fertile nel paese dove, qualche mese fa, l’esponente dell’UMP Jean-François Copé aveva espresso la propria preoccupazione per i ragazzini privati del proprio pain au chocolat durante il mese del Ramadan. Tuttavia, sembra che l’estrema destra allarmista non si sia accorta di un altro fenomeno, ben lontano dai kebab halal a 3 euro, che, prima nella capitale, poi a seguire nelle altre grandi città, da Marsiglia a Lione, sta modificando l’appetito e le abitudini alimentari dei francesi.

I primi food truck dagli Stati Uniti

Tutto è iniziato nel 2011, con il primo camioncino dell’americana Kristin, l’ormai leggendario Camion qui Fume, che allieta americani in vacanza e parigini alla ricerca del vero hamburger newyorchese, per una pausa pranza nutriente o una cena veloce prima del cinema. Poco tempo dopo, l’arrivo di un nuovo food truck in città: Cantine California, che abbina alla cucina americana di tradizione ingredienti biologici e d’origine controllata. Rassicurati dall’origine biologica degli ingredienti, i clienti si concedono un hamburger a cuor leggero, preparato e cotto davanti ai loro occhi, confortati dal mangiare sì americano, “ma almeno non è il MacDonald”. E, se il concetto è yankee, tutto il resto è più che francese. A partire dal prezzo: da Cantine California, un hamburger costa 9 euro, senza bevande, e 11 euro con l’aggiunta di patatine e maionese (fatta in casa). Una mossa vincente visto che la fila farebbe invidia ai migliori ristoranti della città.

Attesa al Camion qui Fume.

Attesa al Camion qui Fume.

In molti parlano di una vera e propria ristorazione concettuale, sintomo di un’evoluzione non solo culinaria, ma quasi socio-culturale, nonché commerciale, in atto per le strade di Parigi. Che, alla fine, non poteva fare a meno di contagiare anche il kebab, con l’apertura del primo kebab di lusso, all’angolo tra la rue Sainte-Anne e la rue Saints-Augustins, nel secondo distretto della città. Si chiama Grillé e la garanzia di qualità qui porta il nome di Fred Peneau, ex chef del ristorante Châteaubriand, storico bistrot di lusso di Parigi. Da Grillé, il kebab diventa nouvelle cuisine: il cuore è di vitellino di latte, proveniente dalla macelleria d’eccellenza, nota in tutta Parigi, di Hugo Desnoyer, poi marinato in salsa di rosmarino, soia e saké. Su richiesta, una seconda marinatura alla menta e coriandolo e una sfoglia di pane di farina di farro, per il kebab più lussuoso di Parigi, a soli 8, 50 euro. Senza patatine, cela va sans dire. Ci si alza certi di aver mangiato sì sano, ma senza la sensazione di pienezza che giunge puntuale dopo aver ingurgitato un kebab. “L’impressione è quella di aver fatto una colazione a base di soia e frutti rossi”, si legge tra i commenti.

La nouvelle cuisine scende in strada

Ma non di soli hamburger vive il cibo di strada qui a Parigi. E il food truck non è solo sinonimo di hot-dog, kebab e patatine. La cultura del cibo di strada, come alternativa, non necessariamente economica ma sempre di qualità, al ristorante, si è così diffusa nella capitale che lo scorso giugno nel sobborgo di Yvelines, nella periferia a ovest di Parigi, si è tenuto il primo Food Trucks Festival francese. Street food non fa più rima con junk food, quindi, in virtù anche di un cambiamento della clientela: non più squattrinati o adolescenti, ma impiegati e professionisti che, durante la pausa pranzo, sempre più corta, scoraggiati all’idea di doversi accomodare in un grigio ristorante in compagnia degli stessi colleghi, preferiscono un ambiente più conviviale, senza dover rinunciare alla qualità, anche spendendo qualche euro in più per dover mangiare in piedi e stare attenti a non sporcarsi la camicia.

Mozza & Co. : focacce e mozzarelle di bufala take away.

Mozza & Co. : focacce e mozzarelle di bufala take away.

Da qui, la nascita e la proliferazione di food truck di tutti i tipi, e per tutti i portafogli, dai bar a zuppe ai camioncini mozzarella, dalla nouvelle cuisine prêt-à-porter all’asiatico. La segnaletica da street food, il decoro informale, contribuiscono all’atmosfera disinvolta e poco impegnativa, dove, oltre all’assicurato risparmio economico (che, tuttavia, talvolta equivale solo a pochi euro), il cliente si convince di agire nel bene della comunità, di vivere finalmente il proprio quartiere e di essere un protagonista attivo del ritorno al locale e al mangiare sano e lento.

Siamo quindi lontani dal rischio “kebabizzazione” paventato dal Front National. Qui la cucina di strada diventa quasi di lusso, un’inedita esperienza sensoriale e una nuova tipologia di uscita. Basta seguire su facebook i propri camioncini preferiti e recarsi, con doveroso anticipo, all’appuntamento per addentare la novità del momento. Tra i food truck più seguiti, in tutti i sensi, nessuno dei tre è francese. Mozza & Co., scritta bianca su fondo nero, è italiano, ma gestito da due francesi, e delizia i palati della capitale con bufale, focacce e insalate alla fantasia dello chef, con nomi ispirati all’attualità italica, come Berlusconia. Tutto a partire da 7,50 euro. Di solito si avvista nei pressi della rive gauche, precisamente sul tetto della Cité de la Mode, il camioncino belga de La Frite, che promette le vere patatine fritte, fresche e croccanti, cotte due volte nel grasso di vitello, con vista sulla città di Parigi. Colori pastello, invece, per l’angolo di Vietnam ai piedi della Biblioteca nazionale François Mitterand. Si chiama Banh Mi Nomade, il camioncino asiatico che sforna pollo al caramello, pollo alle mandorle, pollo al latte di cocco e alte delizie orientali, racchiuse in una francesissima baguette, a partire da 9 euro.

Bahn Mi Nomade a Parigi.

Bahn Mi Nomade a Parigi.

Street food: nuovo motore di integrazione?

La cucina di strada, almeno secondo le parole dello chef Thierry Marx, sarebbe il miglior motore d’integrazione per le comunità straniere, il modo più gustoso per avvicinarsi all’altro e comprenderlo. E gli stessi chef si fanno novelli ambasciatori della cucina di strada, considerandola un vero e proprio terreno d’ispirazione, testando nuovi piatti e creando atelier di formazione. Tuttavia, c’è qualcosa che stona, e non è solo il grido di disperazione dei ristoratori tradizionali, affranti e impauriti da questa nouvelle vague culinaria.

Lontano dall’essere un’occasione d’integrazione, la street food esotica resta una semplice uscita a cena, o una pausa pranzo veloce, forse mossa sì da un impeto di curiosità e scoperta dell’altro, ma che si ferma al livello dello stomaco. Il vero rischio non è quello dell’invasione halal che spaventa la Francia islamofoba, e che convive da tempo immemore con la cucina francese, servendo richiestissimi e grassi kebab, ma l’omogeneizzazione dei gusti e dei sapori, oltre che dei comportamenti, inevitabile quando il bobun vietnamita si accompagna alla baguette. Ma soprattutto, un’ulteriore esclusione sociale, una nuova frenesia da consumazione, preludio all’ossessione di testare ogni settimana l’ultimo camioncino arrivato in città, fare un check-in su FourSquare e aggiungere l’ennesima foto su Instagram.

Qui l’articolo pubblicato da Lettera43.it.

 

 

Piccole librerie crescono

Davide contro Golia. Il piacere della piccola bottega contro lo spazio impersonale del centro commerciale. O, in altre parole, le librerie di quartiere contro il colosso Amazon. L’inedita battaglia arriva dalla Francia, dove pure il piacere di guadare e scegliere il proprio libro è ancora un vezzo comune: il 43% delle vendite, nel 2012, è stato effettuato da librai. Un dato rassicurante che, tuttavia, vacilla, dinanzi all’avanzata del mercato on-line che, in soli 15 anni, si è accaparrato l’11% delle vendite, di cui più della metà sono firmate da Amazon. È per questo che 65, per ora, librerie indipendenti di Parigi hanno deciso di coalizzarsi in Paris Librairies, network che permette ai lettori di localizzare il libro desiderato nella capitale, di ordinarlo presso la libreria che desiderano e di evitare lungaggini e inseguimenti letterari.

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Il sito è nato in occasione del Salone del Libro 2012 di Parigi ed è stato lanciato durante l’edizione di quest’anno, dove, circostanza non proprio casuale, Amazon ha deciso di rinunciare al proprio stand, per “problemi di immagine”, riscontrati in Francia e in Germania. Sono quattro i librai che hanno dato il via all’associazione: Philippe Touron della libreria Le DivanIsabelle Leclerc de L’ImagigrapheXavier Moni della libreria Comme un Roman, e Laura de Heredia dell’Arbre à Lettres. Ma, in realtà, il network, equivalente virtuale di una libreria di circa 8500 metri quadri, mette a disposizione 5000 librai professionisti e impazienti di consigliare il libro giusto. Isabelle Leclerc, da 10 anni libraia indipendente nel quartiere di Oberkampf, è entusiasta: “i lettori hanno capito che la prossimità è un asso nella manica e che, in fin dei conti, noi siamo molto più veloci di Amazon nelle consegne”. I suoi clienti hanno subito apprezzato l’iniziativa, per via del sito “pratico, veloce e intuitivo, e, soprattutto, per la solidarietà tra librai, sono abituati a vederci come individui solitari e questa nuova collaborazione li ha stupiti non poco”.

Dall’Est parigino a Seine-Saint-Denis

La capitale francese ha, tuttavia, un antecedente: prima di Paris Librairies, c’è stata, infatti, Librest, un’iniziativa che ha coinvolto nove librerie dell’Est parigino permettendo loro di condividere i propri depositi, fino a mettere a disposizione circa 800.000 titoli di cui 100.000 disponibili sin da subito. Con Librest è nato il sito lalibrairie.com, che raggruppa circa 800 librerie indipendenti in più di 600 comuni, con l’intenzione di dimostrare che, pur approfittando di internet, si può salvaguardare il tessuto sociale e preservare le librerie dal fallimento. Paris Librairies è, però, la prima rete estesa in tutta la città, grazie anche alla nuova applicazione di geo-localizzazione, che accomuna una procedura virtuale e un acquisto fisico, preceduto, perché no, da una salutare passeggiata tra gli scaffali della libreria di turno. L’avvento delle librerie on-line, infatti, se da un lato facilita al lettore la ricerca del proprio oggetto del desiderio, dall’altro lo priva di colpi di fulmine inattesi, incontri letterari casuali, piacevoli passeggiate senza alcuna direzione nei boschi narrativi.

libri2Dal 2007 al 2011, il numero di librerie a Parigi è diminuito del circa 7,6%, ma la capitale francese conserva lo status di città ad alta densità di tomi con una libreria ogni 4800 abitanti. A quelle già esistenti, si sono aggiunte di recente le prime librerie che hanno timidamente aperto i battenti nel dipartimento di Seine Saint-Denis, periferia disagiata a nord della città, che ha assistito all’inaugurazione di 6 nuove librerie solo negli ultimi 3 anni. E undici delle orgogliose 15 librerie che hanno ripopolato il distretto hanno anche dato vita all’associazione Librairies93 (dal numero che identifica questa parte della regione, ndr) per sostenersi tra colleghi, promuovere la lettura su tutto il territorio e dare un chiaro segno di dinamismo. “Chissà che anche queste non possano entrare a far parte del nostro network”, immagina Laura De Heredia, dell’Arbre à Lettres, “puntiamo a una soluzione collettiva e non individuale e a un network che vada oltre la nostra clientela di quartiere ma comprenda sempre più lettori”. I primi ritorni dell’iniziativa sono, a suo avviso, più che positivi, “soprattutto tra noi librai”, continua, “dodici colleghi fanno parte di un consiglio di amministrazione e le occasioni di incontro sono aumentate, così come le possibilità di scambiarci idee, conoscenze, pratiche e buoni consigli”.

Una buona notizia, questa, che lascia intravedere uno spiraglio per il mercato delle librerie, soprattutto dopo il notevole contributo da parte degli editori che, lo scorso giugno, in occasione dell’appuntamento Rencontres nationales de la librairie, hanno annunciato il progetto di devolvere 7 milioni in favore delle librerie indipendenti, ai quali, nel 2014, si aggiungeranno ulteriori 2 milioni da parte dello stato francese, al fine di sostenere la rete dei librai indipendenti e promuoverne la vendita on-line. Un segnale d’apertura considerevole, sommato a quello del ministro della Cultura francese Aurélie Filippetti che, durante lo scorso Salone del Libro, aveva accusato Amazon di dumping e annunciato un ulteriore aiuto finanziario pari a 9 milioni di euro per le librerie.

Qui l’estratto pubblicato su Lettera43.it

Photo: Shakespeare & Co. (cc) gadl/flickr; libri e Tour Eiffeil (cc) infraleve/flickr

Nei bains-douches di Parigi

L’ingresso in stato di ebbrezza è severamente proibito e l’utilizzo delle docce non è consentito oltre i venti minuti”. È quanto si legge all’ingresso dei 16 stabilimenti di docce municipali sparsi per la città di Parigi. Nati nel 19simo secolo, per affiancare le prime piscine comunali, i cosiddetti “bains-douches” sono oggi diventati la sala da bagno di senzatetto, pensionati in difficoltà e sempre più lavoratori poveri e precari.

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Joëlle, 58 anni, lavora da dieci anni presso la struttura di rue de la Bidassoa, nel 20simo distretto, tra gli stabilimenti più piccoli della città, con 30 cabine, che tuttavia conta tra le 250 e le 300 docce giornaliere. Da quando Jean Tiberi, ex sindaco di Parigi, ne ha reso l’accesso gratuito, nel mese di marzo del 2000, gli utenti delle docce municipali sono triplicati. Conseguenza immaginabile in una città le cui condizioni di vita non accennano alcun miglioramento, e i cui affitti salgono a vista d’occhio. “Ogni cliente è una storia”, racconta Joëlle, spiegando come siano in tanti ad attardarsi una volta finita la doccia per condividere malumori e miserie quotidiani. “I più numerosi sono gli anziani del quartiere, sui 70 anni, che di solito vivono in appartamenti minuscoli, con il bagno sul corridoio, sprovvisti di doccia, o ne hanno una talmente piccola da aver paura di entrarci dentro da soli”. Accanto a lei, sempre in rue de la Bidassoa, lavora Daniel, stessa età, stessi occhi stanchi a fine giornata: “spesso ci si riscalda per un nulla, per un bagnoschiuma finito, si arriva alle mani, o ai coltelli”, racconta, “prima erano solo gli abitanti del quartiere a frequentare l’edificio, oggi arrivano da ogni angolo del mondo”.

È come se la clientela delle docce pubbliche parigine rispecchiasse l’attualità: dopo le rivolte sono aumentati i turchi, gli afghani, i siriani e, con la crisi, si cominciano a vedere più studenti e lavoratori, con un tetto sulla testa, ma senza uno stipendio che permetta loro di pagarsi l’acqua calda. Mohammed, 65 anni, sigaretta già pronta tra le mani, scivola via dall’uscita, presso i bains-douches di rue des Pyrénées. “Vengo qui da 2 anni”, racconta, “ho il mio appartamento, ma il mio proprietario si rifiuta di riparare l’impianto idrico e non mi rimane che venire qui, purtroppo”.

“I bains-douches sono lo specchio dell’attualità, con sei mesi di scarto”

La capitale francese conta tra le 900.000 e un milione di docce all’anno, il triplo rispetto ai dati registrati un decennio fa. Tuttavia, secondo Patrick Leclère, responsabile della direzione per la Gioventù e lo Sport della città di Parigi, le ragioni di tale aumento non sono da ricercare nelle difficoltà economiche ma nella gratuità dei servizi. “La crisi non è la causa, ma è soprattutto una conseguenza”, afferma, come se il passaggio dal servizio pagante a quello gratuito fosse da intendersi come un segno dei tempi che cambiano. Nonostante la democratizzazione dell’abitudine, le docce pubbliche sono ancora frequentate per lo più da uomini, che costituiscono il 75% della clientela, e i due terzi degli utenti sono senzatetto. “La popolazione dei bains-douches è uno specchio dell’attualità, con sei mesi di scarto”, afferma Leclère, “se scoppia una rivolta in un paese vicino, qualche settimana o qualche mese più tardi, gli effetti sono chiaramente visibili nelle docce municipali di Parigi”.

E Leclère non parla solo di immigrazione, ma anche di smottamenti finanziari, pur con qualche riserva. “Penso che gli effetti della crisi a Parigi siano molto attenuati, i poveri sono sempre esistiti, così come le abitazioni senza acqua corrente e senza docce”, continua, “la grande causa dell’aumento degli utenti è semplicemente l’evoluzione della società: anche senza la crisi i bains-douches sarebbero pieni e, se fossimo in piena espansione economica, attireremmo stranieri da ogni parte del mondo, che avrebbero sicuramente fatto la prima doccia in una struttura municipale”.

I nuovi poveri di Parigi

Lo stesso aumento di beneficiari si riscontra nella distribuzione di cibo, a cura delle numerose associazioni umanitarie operanti a Parigi. E Olivier Raynaud, coordinatore dell’associazione umanitaria Une Chorba pour tous, attiva sin dal 1982, sembra fare eco all’opinione di Leclère. “Siamo i testimoni diretti dell’attualità”, racconta, “aiutiamo soggetti in grosse difficoltà economiche, quindi è difficile interrogarli sulle loro condizioni”, tuttavia occhi abituati a servire pasti caldi al freddo da più di vent’anni riconoscono che tipo di mani sono quelle che chiedono una zuppa a Stalingrad, nel nord della città, tra i quartieri più disagiati di Parigi, dove ogni sera sono distribuiti tra i 300 e i 600 pasti caldi. “Serviamo per lo più senzatetto o giovani che sono appena sbarcati in città e hanno serie difficoltà nell’integrarsi”. Sono differenti, invece, i volti che si presentano alla distribuzione dei pacchi: “si tratta di famiglie o dei cosiddetti lavoratori poveri, persone tra i 40 e i 45 anni, che con un semplice stipendio non arrivano alla fine del mese”. Solo nell’ultimo trimestre del 2012, su 362 pacchi distribuiti, 200 sono finiti nelle mani di minori.

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Poco più a nord, in un grigio prefabbricato nascosto nelle pieghe di Porte de la Villette, quartiere marginale di Parigi, ogni sabato e domenica, inizia alle 10 e 45 minuti, la distribuzione dei pasti a cura dell’associazione L’un est l’autre, nata dieci anni fa, che offre circa 600 coperti ai tanti che fanno la coda dietro la porta già dalle 9 e mezza del mattino. “Noi li chiamiamo i nostri ospiti”, dichiara Jean-Paul Lapeyre, co-fondatore dell’associazione, “sono persone che hanno guadagni modesti che non permettono loro di pagare vitto e alloggio”, continua, “e, siccome è più importante avere un tetto e conservare così la propria vita sociale, sono in molti a fare economia nel cibo, scegliendo di fare la fila per una manciata di cous-cous, una banana, un po’ di cioccolata, ma soprattutto un’accoglienza umana”. Scopo dell’associazione è differenziarsi dalle altre che operano sul territorio parigino, offrendo cibo di qualità, senza richiedere documenti, facendo quella che, in gergo, si chiama “distribuzione incondizionata”. In ogni caso, non ce ne sarebbe il tempo: dall’apertura delle porte, il traffico di vassoi, richieste, lamentele, sorrisi, è talmente veloce da non poter permettere alcun controllo. “Abbiamo assistito a un’evoluzione numerica dei nostri ospiti: dai 7000 pasti all’anno degli inizi ai 60.000 attuali”, racconta Lapeyre, “e, inevitabilmente, siamo il riflesso dei conflitti mondiali, delle ondate di immigrazione di persone che cercano un eldorado che non esiste, accogliamo le persone anziane in difficoltà ma anche sempre più lavoratori poveri, che costituiscono circa il 15% della popolazione, soprattutto a partire dal 2007”.

Non esistono grandi città senza migrazioni e senza persone che vanno in cerca di fortuna”, conclude Patrick Leclère, “e il ruolo della città di Parigi è offrire alla popolazione in difficoltà un servizio di igiene, assicurando dal punto di vista tecnico e umano la prima delle dignità: quella della pulizia personale e del sostentamento”. Tuttavia, è facile immaginare la tensione quando fare la fila per una mezza baguette diventa intollerabile e aspettare il proprio turno per venti minuti d’acqua calda un lusso quotidiano. Una routine che sembra quasi incisa nel dna della città. È per questo, forse, che, bussando alle porte delle mense popolari o affacciandosi con discrezione all’ingresso delle docce municipali, ci si rende conto che la povertà, al di là della crisi, sembra essere un elemento intrinseco alla natura stessa delle metropoli, più o meno evidente, a seconda delle congiunture socio-economiche, ma sempre presente, presso le bocche della metropolitana, in un prefabbricato di periferia, o nelle pieghe di una camicia più sgualcita del solito.

Per saperne di più: il web-documentario realizzato da France24

Qui il link all’estratto pubblicato da Lettera43.it