Favole per soli adulti

C’era una volta, tanto tempo fa, una fiaba, ma ho dovuto ammazzarla. Senza esitazioni e ripensamenti. Un colpo netto, come uno squarcio nella pancia del lupo cattivo, come la strega chiusa nel forno a bruciare, morta, una volta per tutte, come un cartone animato sciolto nella salamoia. Questo articolo è quel che resta di un’immersione nelle favole per soli adulti, lette e vissute, è stato scritto un paio d’anni fa, sotto l’effetto allucinogeno di un libro di fiabe tradizionali, reinterpretate da scrittori contemporanei. Si tratta di uno di quei libri a cui io ho fisicamente voluto bene, al punto da portarmelo dietro nello zaino anche una volta finito, per poterne rileggere dei brani, l’ho tenuto a lungo sotto il cuscino e ho avuto cura di non affidarlo alle mani sbagliate. Era un periodo della mia vita in cui anche io pensavo di essere la protagonista di una fiaba per adulti, dove non ci sono colpi di fortuna, ma solo imprevisti, non ci sono magie, ma solo illusioni. Ero a Parigi, lavoravo in redazione, lasciavo una casa e ne prendevo un’altra e cercavo disperatamente un lieto fine per la mia fiaba personale. Ho voluto riprenderlo e conservarlo tra queste pagine, perché in quelle storie c’è una parte di me, quella che, anche nella più ordinaria delle routine, non vuole rinunciare a un po’ di polvere di fate e a un briciolo di illusione. Forse, come diceva Calvino, la fantasia è un posto dove ci piove dentro, o forse aveva ragione Gianni Rodari, la fiaba è semplicemente il luogo di tutte le ipotesi: possiamo scegliere quella che ci piace di più, anche se non è vera. 

Ispirandosi al lato oscuro delle fiabe dei fratelli Grimm e di Hans Christian Andersen, non sono pochi gli autori contemporanei che si sono cimentati con la reinterpretazione dei racconti d’inverno più classici, dove la fantasia sembra votarsi al più disincantato realismo, alla normalità più eccezionale e dove il luccichio della polvere di stelle lascia il posto al viale del tramonto e alla quotidianità, preferendo ai caratteri in bianco e nero creature dalle personalità screziate e ambigue.

André Breton era convinto che la miniera d’oro delle fiabe non fosse del tutto esaurita, che ci fosse ancora uno scampolo di racconto da scrivere per i più grandi. Le fiabe tristi, quelle più sporche, meno innocenti. Sembra fargli eco, almeno 50 anni dopo, Maurice Sendak, illustratore e scrittore, originario di una famiglia di ebrei polacchi rifugiatisi negli Stati Uniti durante la Seconda Guerra mondiale, morto qualche anno fa. “Mi rifiuto di alimentare questa cazzata dell’innocenza”, aveva dichiarato in un’intervista, ricalcando la stizza dei fratelli Grimm, illustri filologi e studiosi, erroneamente considerati solo scrittori di favole. Autore de Nel paese dei mostri selvaggi, Sendak era a suo agio con i grumi di paura, il dolore, i cuori spezzati, il sangue, che hanno fatto delle favole quasi un antidoto ai sentimenti umani più cupi o, come diceva Jack Zipes, studioso dell’antropologia del folklore, “meri strumenti per vincere il terrore dell’umanità con l’aiuto di una metafora”.

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Streghe post-strutturaliste

“Era in grado di addomesticare il terrore, attraverso la poesia e l’estensione del linguaggio“, così scriveva Kurt Vonnegut di Anne Sexton, poetessa e scrittrice inglese, nata nel 1928, che tuttavia non riuscì ad addomesticare le sue di paure, suicidandosi nel 1974 all’età di 45 anni. Con Transformations (1971), Anne Sexton si guadagnò la reputazione di “strega post-strutturalista”, reinterpretando 17 fiabe dei fratelli Grimm. Qui il “vivere felici e contenti” si muta nell’ennesimo dovere, una stasi impossibile da sopportare. La mamma di Raperonzolo è una vecchia donna dal cuore spezzato, la Bella Addormentata delude le aspettative del suo pubblico soffrendo di insonnia e la Cenerentola e il principe sono gli unici a meritarsi un lieto fine, finendo “felici e contenti” ma come due statue in un museo, senza darsi neanche più la pena di discutere, nemmeno per la cottura di un uovo. Ai matrimoni smaglianti, Sexton preferisce l’amore imperfetto, come nella storia ispirata alle dodici principesse che scappano dal castello per danzare tutta la notte, un’immagine che scivola in quella di una donna paralizzata che non vuole rinunciare ad andare nei caffè il sabato sera con suo marito e guardare gli abbracci degli amanti nella pista.

Una lucida consapevolezza che Sylvia Plath, poetessa americana, morta suicida nel 1963 a 30 anni, ha scelto deliberatamente di lasciare fuori dal suo unico libro per bambini The Bed Book, una collezione di poemetti bislacchi sul letto, da quello fatto per i gatti a quello per gli acrobati fino al giaciglio ideale, simile a un sottomarino o un jet con direzione Marte, provvisto di zanzariere per le stelle cadenti. Una spensieratezza che ricorda gli alter ego fiabeschi di Italo Calvino, che creò le figure del barone rampante Cosimo Piovasco di Rondò, salito sugli alberi senza scendervi mai più per un supremo atto di disobbedienza, del cavaliere inesistente e del visconte dimezzato, negli stessi anni in cui s’immergeva nel colorato oceano delle fiabe italiane.

Sabotatori di fiabe

“Mi piace ogni cosa che luccica”, diceva Angela Carter. Con La camera di sangue (1979), rinunciando alla definizione di “favole per adulti”, la scrittrice e giornalista inglese ha stravolto gerarchie e stereotipi, facendo di Cappuccetto Rosso una giovane donna per nulla intimorita di dormire tra le zampe del lupo nel letto della nonna. È a lei, vera e propria sabotatrice di fiabe, che Kate Bernheimer, statunitense, creatrice del magazine Fairy Tale Review, ha dedicato l’antologia di fiabe contemporanee My mother she killed me, my father he ate me, una collezione di 40 nuovi racconti riscritti da autori come Neil Gaiman, Joyce Carol Oates, Ludmilla Petrushevskaya e Michael Cunningham.

Vladimir Propp e le sue 31 sedicenti inalterabili funzioni della fiaba si arrendono davanti a queste favole intrise di disincanto e malinconia. Ci sono boschi sì ma anche squallide cucine di fast food, cortili polverosi e abbandonati, odore di vecchiaia, retrobottega poveri. La sirenetta di Andersen finisce prima impagliata nella Mermaid Parade di Mudpuddle Beach, dove ogni anno decine di folli sirene muoiono soffocate dall’aria, e poi ritorna umana in una delle fiabe più intense di tutto il libro, dove è la sfortunata metà di una coppia, che assiste alla crescente attrazione del suo uomo per una creatura ben meno eterea e molto più terrestre.

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“Soggetto 525, donna caucasica sulla ventina, arrivata nel reparto pronto soccorso intorno alle 23 presentando sintomi di un’acuta patologia psicotica”, così Cenerentola debutta nell’antologia mentre Biancaneve è la fantasia erotica di un manipolo di nani che condividono un loft e, tra lattine di birra, tortilla chips e PlayBoy, aspettando l’arrivo della donna che ridarà loro la dignità di uomini.

L’effetto scioccante della bellezza è la caratteristica di ogni favola”, ha scritto lo studioso di folklore Max Lüthi. Qui i personaggi non sembrano più in grado di sostenere questo shock. Svanito l’effetto dell’incantesimo, principi e principesse tornano individui normali, sfiancati dallo scontro quotidiano, protagonisti loro malgrado di favole postmoderne, dal finale ammaccato. La fiaba si arrende rassegnata alla realtà. E la realtà, anche quella più cupa ordinaria, sembra non voler rinunciare al suo briciolo di illusione.

Soundtrack: Searching for Heaven, The Drums

Images (cc) marvelous Elena Kalis on Flickr

Ill wind

A ill wind is bringing me down these days. It’s a real ill one, since I’ve been coughing for days and still not able to leave the apartment or do something different than lay down with books, tea and cats. And a wicked one, ‘cause I’m pretty scared about following it. It’s not pushing me far away, just a few kilometers far from my beloved apartment next to Père Lachaise towards a bigger cozy house. It is not as strong as it used to. It is no more able to push me until another country, to make me eager about crossing the ocean, or even crossing the street. To make me hope for unknown and surprises.

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“Perhaps when we find ourselves wanting everything, it is because we are dangerously close to wanting nothing.” Sylvia Plath wrote these lines in her diaries. She used to feel still and empty, as the eye of a tornado “moving dully along in the middle of the surrounding hullabaloo”. This ill tornado is just leaving myself in the arms of someone else, ready to be shaped by someone else’s plans, since following mine has become that difficult and I’m just looking for simplicity and easiness.

This ill wind is messing with my wish-lists and dreams and I’m desperately fighting in order to spare something from this silent hurricane. But still. I’ve finally discovered myself just longing for this safe nothing. Anxious about trying on different lives, like different dresses, just to put them in a closet once again. As Sylvia Plath would do. Just willing “to lie with my hands turned up and be utterly empty. How free it is, you have no idea how free.”

Soundtrack: Ella Fitzgerald, Ill Wind

 

 

Ritratto del giornalista da giovane

“Ho vissuto nello stesso appartamento per 25 anni e sono consapevole che sono stata in grado di vivere della mia scrittura, sin da giovane, in parte grazie a un affitto moderato. Pagavo poche centinaia di dollari al mese e, se avessi dovuto pagarne anche 200 o 300 in più, avrei avuto bisogno di un lavoro regolare. Avrei dovuto relegare la scrittura al tempo libero o avrei dovuto avere dei coinquilini. Le mie circostanze, invece, erano ideali per fare di me una giovane autrice culturale. Gli autori che vivono adesso i loro vent’anni o anche trent’anni non hanno la stessa fortuna”.

A scrivere è Rebecca Solnit, autrice californiana, classe 1961, residente a San Francisco. Penna eclettica, che ha scritto di arte, economia, politica, antropologia, con pagine che vanno dall’attivismo ambientale contro gli esperimenti nucleari nel deserto del Nevada al ruolo del fotografo inglese Eadweard Muybridge nella cultura contemporanea. È lei a firmare il libro “A Field Guide to Getting Lost”, una guida al perdersi, in tutte le sue accezioni, dove, in un capitolo meravigliosamente intitolato “The Blue of Distance”, analizza il legame tra il colore blu e le distanza, nel tempo e nello spazio, passando dal blu di Yves Klein ai Nativi Americani ai nomadi, quelli veri, che non vagabondano senza meta ma hanno rotte ben precise.

Solnit è il mio autore feticcio da un po’ di tempo a questa parte. Come si definisce lei stessa, è una scrittrice indipendente dal 1988 e, sul suo blog, lascia ai suoi lettori un indizio per immaginare dove nascono le sue storie: una foto del suo studio.

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Definirsi “scrittrice indipendente”, poterlo fare da una finestra affacciata sull’Oceano Pacifico, potersi guadagnare da vivere scrivendo e donando se stessi nella scrittura, sono privilegi che Solnit riconosce consapevolmente di avere. Fosse vissuta in un’altra epoca, o forse semplicemente altrove, probabilmente non sarebbe andata così.

In questi giorni di malattia, di vita domestica coatta, ho scritto a una velocità di due articoli al giorno. Dal mio studio, che non si affaccia sull’oceano ma sulle cime verdeggianti del Père Lachaise, ho mandato mail in tutta Europa per articoli a venire, per prendere contatti, per avere informazioni, dettagli, conferme. Ho proposto nuove idee, ho discusso l’angolo degli articoli da scrivere, ho risposto a deadline urgenti per “stare sul pezzo”. Ecco, se solo potessi farlo tutti i giorni, se solo fossi pagata degnamente, se solo vivessi in un mondo non necessariamente ideale, ma giusto, semplicemente, non avrei bisogno di togliermi lo smalto colorato, infilarmi tacchi alti e tailleur e andare a distribuire badge e formulari ai convegni. Non avrei bisogno di vendere sciarpe, gioielli e bijou alla clientela snob del Marais. Non avrei avuto bisogno di indossare un grembiule verde fluorescente e servire pizze e pasta scotta alla periferia di Parigi.

Sì, è vero. Quando non c’è lavoro, ci si adatta e si fa il possibile. Ma il problema è proprio questo. Io un lavoro ce l’ho. Lavoro, dalla mattina a sera. E ne ho talmente tanto che si accumula, sulla scrivania, piena di libri iniziati e appunti, sul desktop del computer, sulla casella di posta, con le mail a cui faccio fatica a rispondere. Quando leggo, lavoro. Quando vado in giro per la città a raccogliere spunti, lavoro. Quando passo il giorno e la notte a scrivere, correggere, verificare, limare, lavoro. Io un lavoro ce l’ho. Ma non sono pagata per farlo.

Viviamo giorni strani. Tra un centinaio di anni, agli occhi delle generazioni future, verremo ricordati come quelli che, da un giorno all’altro, non sono più stati retribuiti. L’Italia (e non solo) sarà descritta come il paese in cui, all’improvviso, è stato deciso che certi lavori, pur continuando a essere richiesti, non saranno più pagati. Chi scrive non è pagato. Chi scatta fotografie non è pagato. Potrei continuare elencando almeno un’altra decina di mestieri scomparsi. Le professioni sono state divise in lavori di serie A (soprattutto manuali o estremamente tecnici, ci serve assolutamente una persona, stipendio superiore al salario minimo e giorni di ferie assicurati) e serie B (puro lavoro intellettuale e creativo, di cui si può fare a meno o se proprio lo vuoi fare fallo, ma non ti aspettare grandi cose…). E parlo soprattutto dell’Italia non per infierire, non per lodare le altre nazioni europee. Semplicemente perché è il paese con cui ancora continuo a lavorare per la maggior parte del tempo, e in cui noto, ahimè, una certa attitudine, un certo dare per scontato che “tanto non ti paghiamo”, la sicurezza, mentre si scrive una mail, di non avere una risposta, e in ultimo una certa idea di “selezione per nuova gente” che si traduce in: mandateci dati completi, cv e lettera di motivazione via mail, tanto non vi rispondiamo neanche per dirvi che ci fate schifo ma vi sommergiamo di spam e pubblicità.

Mi sono ritrovata a vivere in un’epoca in cui la scrittura raramente valica i confini dell’hobby, del tempo libero, nell’epoca in cui si sono diffusi sinonimi di compenso che suonano come “visibilità”, “contatti”, “passaparola”. Mi sono ritrovata a lavorare in un periodo in cui, nel migliore dei casi, per un pezzo di 8.000 battute sarò retribuita con 30 euro lordi (vale a dire 24 euro che arrivano sul conto corrente dopo 90 giorni). Di tutto questo, ne sono ben consapevole, si parla da anni. Non sono la prima a essermi svegliata e scoprire che, come si diceva in un vecchio articolo, questo non è un paese per giornalisti. Ho attraversato alti e bassi. Momenti di rigetto al solo avvicinarmi alla tastiera di un computer. Poi periodi di gloria in cui macinavo una decina di articoli a settimana. Per poco più di un mese, ho deciso di dire basta. E, quando ho iniziato a lavorare in un ristorante, e con le sole mance riuscivo a vivere degnamente (affitto escluso, ovviamente), ho sinceramente pensato di appendere penna e taccuino al chiodo. Poi ho iniziato a fare la hostess e sono passata da un’agenzia all’altra con una facilità che potrebbe, da sola, sollevare il tasso di mobilità giovanile in Europa. Sui saloni, le hostess più navigate mi presentavano ai loro datori di lavoro per nuove funzioni, lodando il mio savoir faire. Ho scoperto in pochi giorni di saper infilare i badge nelle fodere di plastica con uno stile invidiabile. Riempio i moduli alla velocità giusta, non troppo lentamente per non far annoiare il cliente, non troppo velocemente per non fargli credere di essere liquidato. Ho un sorriso che accoglie ma non invade. Un modo di fare competente ma non arrogante. Una lunga carriera potrebbe aprirsi di fronte a me.

Ma scrivere mi manca. E non è il solo atto di comporre periodi gradevoli, per quello c’è il blog. Ma è il contatto con le redazioni, il discutere del taglio di un articolo, il recarsi sul posto, il conoscere nuove persone, fare entrare in contatto il loro mondo con il mio, il momento della pubblicazione, le reazioni, il confronto. Ecco perché penso che la cosa peggiore che si possa dire a un giovane giornalista che cerca di farcela è “Se non ti pagano che scrivi a fare?”. Sul blog di un quotidiano più o meno conosciuto dove ho il piacere di scrivere, commenti di siffatta lega si sprecano. I blogger non sono pagati e vengono accusati di narcisismo. Ipocriti che vogliono combattere un sistema, ma poi fanno di tutto per sguazzarci dentro. Ecco, avete ragione. Vorrei tanto che il sistema fosse diverso, vorrei essere pagata onestamente per quello che faccio, ma non voglio tagliarmi fuori, non voglio rinunciare a farne parte. So che il massimo che una redazione possa darmi in questo momento (i 30 euro lordi di cui sopra) comunque non mi aiuteranno a pagare neanche i croccantini dei gatti. Ecco perché ho deciso di continuare. Per quel che mi riguarda, smettere di scrivere sarebbe cedere a un ricatto ancora più grave.

Sylvia Plath, sui suoi diari, scriveva “Voglio scrivere perché ho bisogno di eccellere in uno dei mezzi di interpretazione della vita”. Con le dovute differenze, è un po’ come mi sento anche io. Scrivo, nella speranza che un giorno possa diventare il mio lavoro a tempo pieno. Di riuscire, prima o poi, a liberarmi dalla tirannia dei clic e del “mi raccomando, non più di 5.000 battute altrimenti i lettori on-line si rompono le palle”, dei “non essere troppo didattica” e “usa parole più facili”. Lo farò finché avrò l’energia di scrivere nei ritagli di tempo e nelle giornate libere. Quando mi stancherò, chiuderò per sempre e abbandonerò ogni velleità. Un lavoro fuori, di quelli di serie A, lo troverò sicuramente.