A Montreuil piove. Ă una grigia mattinata di fine maggio e alle porte di Parigi inizia un lunedĂŹ come tutti gli altri. Montreuil, periferia a est della capitale, conta il 20% di stranieri su una popolazione di poco piĂč di 100.000 abitanti.
Lâaltissima concentrazione di maliani le ha valso il soprannome di âBamako-sur-Seineâ tra gli autoctoni. Ci sono almeno 112 nazionalitĂ diverse, tra cui almeno 31 paesi africani, e il 50% dei bambini Ăš straniero. Un melting pot effervescente sostenuto da una rete associativa capillare che a Montreuil si occupa, in maniera piĂč o meno efficace, dâintegrazione, al quale si aggiunge un nuovo fenomeno demografico che, di recente, ha fatto di Montreuil una delle cittadine prese di mira dalle giovani coppie, stanche forse dei ritmi parigini, ma non cosĂŹ tanto da rinunciare alla metropolitana vicina, e sedotte dalla possibilitĂ di affittare un appartamento di 60 metri quadri con giardino a una cifra, forse, inferiore ai 1000 euro. Montreuil, cittadina âboboâ e rifugio dâimmigrati.
Ă in questo variegato tessuto sociale che ha messo radici la Silent University, una sorta di universitĂ parallela nata per favorire la circolazione e la messa in pratica del sapere e delle conoscenze, pensata per coinvolgere rifugiati e immigrati nella vita accademica e professionale del loro paese dâaccoglienza, liberando gli invisibili contemporanei dalla rete vischiosa della burocrazia europea.
Il progetto, nato nel 2012 a Londra presso la Tate Gallery, da unâidea dellâartista e attivista curdo Ahmet ĂÄĂŒt, 33 anni, nasce dalla concezione del silenzio come forma di resistenza attiva, gesto di protesta e come condizione propedeutica allâascolto. Lâobiettivo Ăš la creazione di una comunitĂ di persone che abbiano voglia di condividere le proprie competenze con gli altri, attraverso una piattaforma autonoma on-line.
La modalitĂ Ăš semplice: ci sâiscrive indicando quali competenze si possiedono e quali possono essere condivise, si indica la quantitĂ di ore da poter dedicare al progetto. Una volta registrati, Ăš possibile proporre una serie di lezioni e tutti i corsi sono a disposizione, gratuitamente. Ogni docente elabora il corso nella lingua e nel formato che preferisce, abitualmente sotto forma di dispense e slide, con lâaggiunta di contributi video.
Per ora, Ăš possibile seguire, tra gli altri, un corso sulla Storia della Letteratura curda, uno studio comparativo tra le leggi della Sharia e il sistema politico svedese, un corso pratico su come creare il proprio business personale, lezioni sulla calligrafia araba e una sessione sulle malattie sessualmente trasmissibili e la storia dellâHIV. Infine, ci sono i consulenti, avvocati, commercialisti o semplici cittadini, con un passato da immigrati illegali, ormai perfettamente inseriti nella comunitĂ , che offrono a chi ancora arranca dritte e consigli.
Dopo Londra, la Silent University ha aperto le porte a Stoccolma, presso la Tensta Konsthall, Ăš in procinto dâapertura a Berlino e, dallo scorso ottobre, ha trovato casa a Parigi. âNo, a Montreuilâ, precisa Maya Mikelsone, 32 anni, di origine lettone, unica responsabile della Silent University francese. Una precisazione non da poco, visto che Ăš la cittĂ di Montreuil a finanziare lâiniziativa per un anno e a permettere che il piccolo ufficio della Silent University sia accolto dal 116, un contenitore dâarte nuovo di zecca alle porte della cittĂ .
Ă al terzo piano di questo immenso centro dâarte contemporanea, ridipinto di bianco, che la Silent University ha aperto i battenti, accogliendo curiosi e visitatori in due stanzette, che odorano ancora di mobili nuovi e carta appena stampata. Sulla porta, il logo del progetto, uno scudo giallo e nero.
âBisogna rivoltare il concetto di universitĂ dallâinterno e presentarsi seriamente, a cominciare dal logo, volutamente istituzionaleâ, ha dichiarato ĂÄĂŒt, âse ci presentassimo come un progetto troppo alternativo non saremmo neanche presi in considerazioneâ, lâidea Ăš invece quella di fornire diplomi e attestati che abbiano la stessa validitĂ delle istituzioni universitarie tradizionali. Come ha specificato ĂÄĂŒt: âvogliamo creare una piattaforma che riattivi le competenze accademiche dei richiedenti asilo, ma Ăš importante capire che la parte piĂč importante del nostro processo Ăš lâapproccio iniziale a questo tipo di comunitĂ , che, purtroppo, Ăš fatta solo di ombreâ.
In ogni cittĂ , il progetto prende una forma diversa: âĂš inevitabileâ, spiega Maya, âogni stato prevede leggi diverse in materia di immigrazione e la popolazione Ăš differenteâ. Ma lâintenzione resta la stessa. Dare voce a chi non ne ha. Ă per questo motivo che nel 2013 la Silent University ha vinto i Visible Awards, un riconoscimento che premia i progetti artistici impegnati nel sociale in grado di ripensare le cittĂ e gli spazi urbani.
Fulcro del progetto Ăš, infatti, la riflessione sul concetto di visibilitĂ e invisibilitĂ , dellâimmigrato percepito come risorsa o come problema o, semplicemente, come essere umano. âPenso ai moduli da completare per la registrazione degli immigratiâ, chiarisce Maya, âla loro professione, i loro studi, non sono richiestiâ. Eppure, nella maggior parte dei casi, si tratta di rifugiati costretti a venire in Europa, che vorrebbero tornare indietro o almeno fare quello per cui hanno studiato e in cui hanno investito.
Il paradosso, sebbene prevedibile, Ăš che questo progetto, nato per immigrati e rifugiati, abbia attirato lâattenzione di intellettuali e artisti, almeno in quel di Parigi. In Francia, infatti, ci si ritrova con unâabbondanza di consulenti ma pochi conferenzieri: âci rivolgiamo a persone in difficoltĂ e dovrebbero essere loro gli attori principali, invece sono contattata da tuttâaltro tipo di personeâ, spiega Maya.
In Francia, la Silent University ha assunto contorni artistici, troppo idealisti forse, studiosi e professionisti dello spettacolo sono attratti dal progetto, dallâidea dellâimpegno sociale, dalla possibilitĂ di unâulteriore vetrina o, piĂč banalmente, dal pensiero di sentirsi utili e di mettere il proprio pensiero a disposizione della collettivitĂ , ma sembrano perdere di vista lo scopo principale, cioĂš quello di coinvolgere gli immigrati. âCredo che molti di loro abbiano problemi con i documenti e non vogliano mettere i propri dati on-lineâ, continua Maya.
E qui, forse, sâintuisce quella che Ăš un poâ la falla di questo progetto, nobile nelle intenzioni, forse ancora troppo poco rodato. I luoghi, gli spazi, sembrano non corrispondere alla filosofia: internet, purtroppo ancora non accessibile a tutti, ma soprattutto i grandi centri dâarte, dalla Tate Gallery al 116, dove difficilmente si vedrĂ entrare un rifugiato. CosĂŹ a Montreuil, cittĂ che conta una delle piĂč alte concentrazioni di stranieri e immigrati nella periferia vicina alla capitale, non si trovano persone da aiutare.
Forse basterebbe anche solo fare un salto nella biblioteca comunale, enorme e attivissima, che da tempo organizza corsi di francese anonimi. Un banchetto della Silent University, allâentrata, sarebbe forse piĂč utile di questo ufficetto patinato nascosto al terzo piano di un centro dâarte. Il progetto nasce effettivamente per muoversi da solo, indipendente, on-line, ma, tenendo conto dellâaltissimo potenziale, lo si vorrebbe magari un poâ piĂč concreto, con meno fili e piattaforme, piĂč radicato nella realtĂ locale.
Probabilmente, alla fine del mandato di un anno, la Silent University cambierĂ posto, si parla del Centre Pompidou. Forse si dissolverĂ nella rete o diventerĂ , idealmente, itinerante, senza un vero ufficio. Senza fissa dimora e magari piĂč vicino allo stile di vita dei suoi studenti.
Qui l’articolo pubblicato su Doppiozero.








