Solo per fumatori

“Passeggiamo come automi per città prive di senso. Passiamo da un sesso all’altro per giungere sempre alla stessa dimora. Diciamo più o meno le stesse cose, con leggere varianti. Mangiamo vegetali o animali, ma non più di quelli disponibili, nessuno ci servirà mai l’Uccello del Paradiso o la Rosa dei Venti”.

Chi scrive è Julio Ramon Ribeyro, scrittore peruviano “timido e geniale”, nato a Lima nel 1929 e qui morto nel 1994, autore di Scritti apolidi, un libro trovato girovagando tra le bancarelle di BookPride, la prima fiera dell’editoria indipendente a Milano, qualche tempo fa. A pubblicare e promuovere l’opera di Ribeyro, tra gli autori sudamericani meno conosciuti, è la casa editrice La Nuova Frontiera, impegnata nella diffusione della letteratura ispano-americana e lusofona, che già qualche anno fa aveva conquistato un posto d’onore nel mio olimpo letterario, con Corpo a Corpo di Gabriela Wiener.  

Adocchiando l’aggettivo apolide, ho pensato subito di aver trovato un altro testo da aggiungere alla mia biblioteca di scrittori senza patria. In realtà, Ribeyro chiarisce il titolo sin dalle prime pagine: “non si tratta, come qualcuno ha pensato, degli scritti di un ‘apolide’ o di qualcuno che, pur non essendolo, si sente tale. Si tratta in primo luogo di testi che non hanno trovato posto nei miei libri già pubblicati e che vagavano tra le mie carte, senza una destinazione né una funzione precisi. In secondo luogo, si tratta di testi che non rientrano a pieno titolo in nessun genere”.

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Pensavo di addentrarmi in una lettura squisitamente sudamericana e, invece, scopro che Ribeyro passò più di vent’anni a Parigi dove lavorò come scrittore, traduttore, giornalista e consigliere presso l’Unesco. Si ritirò a Lima solo durante gli ultimi anni della sua vita, per concedersi un ultimo tratto di strada in solitudine, in riva al mare. Non apolide quindi, ma di certo errante: “Per dieci anni ho vissuto emancipato dal senso della proprietà privata, della professione, della famiglia, del domicilio e ho viaggiato per il mondo con una valigia piena di libri, una macchina da scrivere e un giradischi portatile. Ma ero vulnerabile e ho ceduto a sortilegi antichi come la donna, la casa, il lavoro, i beni. Così ho messo radici, ho scelto un luogo, l’ho occupato e ho cominciato a popolarlo di oggetti e presenze. Prima qualcuno da amare, in seguito qualcosa che questa persona amasse, poi l’attrezzatura del caso: un letto, una sedia, un quadro, un bambino. Ma era solo l’inizio, perché ognuno di noi è stato raccoglitore, si è trasformato in collezionista e ha finito per diventare soltanto un anello nell’interminabile catena dei consumatori”.

Come dire, pensavo di aver cambiato rotta e aver intrapreso un filone letterario diverso, invece sul comodino mi ritrovo un girovago migrante, che rifugge fisse dimore e proprietà materiali e si lascia adottare da Parigi. Un professore universitario, che ha seguito la mia tesi sugli scrittori apolidi di due anni fa, di recente mi ha scritto: “non riuscirà mai a liberarsi delle sue letture ontologico-depressiste”. Aveva ragione. Ribeyro mi ha travolto nella sua scrittura, nichilista, autodistruttiva, inseparabile dalla sua sigaretta e mi ha portato alla scoperta del buio, quello più subdolo e inaspettato, “come succede a chi, avendo sempre dormito dal tramonto all’alba, si sveglia una volta a metà del sonno e scopre che esiste anche la notte”.

Quello che Ribeyro chiamava il suo lato da animale notturno era l’insopprimibile istinto a camminare, sfuggire a tutto quello che l’aveva intrappolato dentro casa, intrufolarsi nei panni di un altro e vivere un’altra esistenza, anche solo per il tempo di una passeggiata: “Mettersi il cappotto e iniziare a camminare. Piccole luci, cieli opachi o stellati, gente che esce lavata, pettinata, in cerca di piacere. Soste nei bar, senza fretta, a bere un buon liquore sorso a sorso, guardare, pensare, avvertire il compiersi della trasfigurazione… Di colpo siamo già altri: una delle nostre cento personalità morte o rifiutate ci possiede”.

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“Ho vissuto mischiato ai pezzi sparsi, senza sapere dove collocarli. Così, per me vivere sarà stato come cimentarsi in un gioco di cui mi sono sfuggite le regole e dunque non aver trovato la soluzione dell’enigma”. Ribeyro appartiene solo cronologicamente all’esplosiva ondata di scritture latinoamericane degli anni Cinquanta, dove si trovano Vargas Llosa, Marquez, Cortazar. Da sempre a suo agio in una dimensione individuale più che collettiva, Ribeyro resta defilato, “uomo smarrito per la solitudine”, che da solo si rimprovera la sua tendenza alla dispersione, al confondersi per mille strade, fedele alla forma del frammento e del racconto, perché forse “per un sudamericano era più facile fare la rivoluzione che scrivere un romanzo”. Specialista dell’arrivare senza avvisare, passa anni interi seduto nei caffè di Parigi o a camminare lungo i suoi boulevard, riservato sì, ma completamente immerso nella fauna urbana, pronto a coglierne ogni sfumatura e a riprodurla nei suoi racconti, molti ambientati proprio nella capitale francese.

“Quando qualcuno scopre che ho vissuto a Parigi per quasi vent’anni, mi dice sempre che quella città deve piacermi molto. E io non so mai cosa rispondere. In realtà non so se Parigi mi piace, come non so se mi piace Lima. La sola cosa che so è che tanto Parigi quanto Lima per me vanno al di là del gusto. Non posso giudicarle per i monumenti, il clima, le persone, l’atmosfera, cosa che posso fare per le città in cui sono stato solo di passaggio, […]. Sia Parigi che Lima per me non sono oggetto di contemplazione, ma conquiste della mia esperienza. Sono dentro di me, come i polmoni e il pancreas, per i quali non so formulare nessuna valutazione estetica. Posso dire solo che mi appartengono”. Come dirlo meglio di lui?

Chissà se Ribeyro era a conoscenza che a qualche arrondissement dal suo, un altro celebre apolide metafisico negli stessi anni lasciava la sua inquietudine vagare per le strade di Parigi: Emil Cioran, di origini romene, parigino d’adozione. Schivi e defilati, Ribeyro dal suo appartamento sulla place Falguière, Cioran dalla sua soffitta di rue de l’Odéon, corteggiavano il suicidio senza mai lasciarsene dominare, consapevoli dell’esistenza di tale scorciatoia ma soprattutto della possibilità di non prenderla.

“L’atto creativo è basato sull’autodistruzione. Tutti gli altri valori – salute, famiglia, futuro eccetera – restano subordinati all’atto di creare e perdono ogni validità. L’improrogabile, il primordiale, è il rigo, la frase, il paragrafo che uno scrive”, diceva Ribeyro, “ammiro pertanto gli artisti che creano in accordo con la propria vita e non contro, i longevi, autentici e allegri, che si nutrono della stessa creazione e non ne fanno, come me, ciò che si sottrae a quanto ci era dato di vivere”.

Per finire, Solo per fumatori è una raccolta di racconti, dove Ribeyro narra della sua passione per il fumo. Balzac per un pacchetto di Lucky Strike, le liriche dei surrealisti per un paio di Players e il suo adorato Flaubert per una manciata di Gauloises, per Ribeyro non c’era scrittura degna senza una sigaretta accesa e usava barattare i suoi libri per averne qualcuna, ma soprattutto per quel piacere che gli ricordava quello dello scrivere: estremo benessere durante e poi solo perpetua insoddisfazione.

Chiudo il libro e lo immagino sul balcone del suo appartamento parigino a fumare, mentre osserva il cielo, denso, da tagliare a spicchi come un mandarino, o sbatte la porta in faccia al giorno, rifiutandosi categoricamente di riceverlo: “Abitudine di tirare i mozziconi dal balcone, in piena Place Falguière, quando sono appoggiato alla ringhiera e sotto, sul marciapiede, non c’è nessuno. Perciò mi infastidisce vedere qualcuno fermo lì quando sto per compiere questo gesto. Cosa diavolo ci fa quel tizio nel mio posacenere?, mi domando”.

Soundtrack: Calexico, “Edge of the Sun”

Questo post è vittima di un’esondazione da citazioni. Avrei voluto trascrivere tutti i diari di Ribeyro e tutti i miei frammenti preferiti di Cioran, ma per questo invito i più interessati a rivolgersi alle librerie e a comprare i testi. Ne vale la pena. Per quanto riguarda le poche linee di cui sopra, spero d’aver lasciato intendere quanto abbia amato questo libro e che Ribeyro apprezzi, ovunque si trovi, e non sbuffi dalla sua sigaretta, anche se considerava le tante citazioni un segno d’inciviltà. Io da parte mia ho avuto il timore che da un momento all’altro alle mie spalle spuntasse Troisi per chiedermi: “Ma che fai? Parli con le parole degli altri?”

Coffee and cigarettes

Dedicated to all people thinking when I’m writing I’m talking about them.

I am. 

Lei: “Quindi non torni più a Parigi?”

V: “No, non credo, per ora no”.

Lei: “Dai…ma come si fa a lasciare Parigi, la città dell’amore?”

V: “…”

Lei: “Ma non ti manca Parigi?” (ndr, la stessa persona almeno un mese fa mi chiedeva se non mi mancasse l’Italia)

V: “Sì un po’, ma non voglio tornarci”

Lei: “No, secondo me menti a te stessa, vedrai che ci torni”

———————————————–

Lui: “E cosa facevi a Parigi?”

V: “Un po’ di tutto, studiavo, lavoravo”

Lui: “E adesso passi le tue giornate a mandare curriculum, brutto no?”

V: “No, faccio anche altro”

Lui: “E cosa?”

V: “Cose mie”

Lui: “Se vuoi ti aiuto io a trovare lavoro, aspetta dammi il tuo numero…”

V: “No, non ti preoccupare”

Lui: “Sì, dai conosco un sacco di gente, senti, intanto vieni a cena da me stasera così ne parliamo?”

V: “…”

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Lei: “Io ho sempre voluto vivere a Parigi”

V: “Ah, davvero?”

Lei: “Sì, secondo me è la città ideale per vivere”

V: “Ma dai! Mi dev’essere sfuggito”

Lei: “Sì, davvero, io ci sono stata una settimana, mi ha cambiato la vita”

V: “Ok…”

———————————————–

Lui: “Va bene, ma ora quali sono i tuoi progetti?”

V: “Ancora non lo so, mi guardo intorno, sto cercando di farmi venire un’idea”

Lui: “Secondo me dovresti scegliere un posto da cui cominciare”

V: “Sì, in realtà non mi dispiacerebbe vedere un posto nuovo…”

Lui: “Ma che dici! Per quanto tempo pensi ancora di prendere e partire? Hai 27 anni!”

V: “Prego?”

Lui: “Non hai altre esigenze adesso? Una casa, un ragazzo, una famiglia?”

V: “Ho preso un gatto”

Lui: “Parlavo seriamente”

V: “Me ne ordini un altro? Seriamente.”

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I dialoghi di cui sopra sono realmente avvenuti all’ombra di una piazza, tra un caffè e un pacchetto di sigarette sempre più vuoto, davanti a un salvifico campari soda, negli ultimi trenta giorni di vita italiana. A questo tipo di conversazioni ero abituata, sin dal mio secondo anno di vita all’estero: “Com’è Parigi? Come sono i francesi? Davvero non si lavano? Ma non ti manca la pasta? Ma quante volte a settimana la vedi la Tour Eiffel?”. C’è una particolare categoria di persone per le quali rappresenti una specie di alieno, non sanno bene se invidiarti o compatirti e, nell’attesa di decidere, ti bombardano di domande improbabili. Ora, niente è cambiato, le domande semplicemente sono volte al passato. E fanno solo un po’ più male.

Per chi non l’avesse intuito dal mio sopracciglio alzato, parlare di Parigi al passato mi fa venire un nodo in gola. Non ho mai considerato la Francia come una parentesi allegra prima di dedicarmi alla vita reale, anche se molti intorno a me la pensavano così. Per anni sono stata, anche agli occhi della mia famiglia, quella che aveva deciso di divertirsi ancora un po’ prima di “pensare alle cose serie” e a diventare grande. “Se vuoi stare ancora in Francia, prima di sistemarti, non fa niente, dai…”, commiserazioni di tale spessore mi sono giunte all’orecchio non poche volte. Per me non è stato mai così, invece. Mi sono impegnata sin dall’inizio perché Parigi diventasse la mia casa, per potermela meritare. E penso anche di esserci riuscita, almeno per un po’ di tempo.

Parlarne all’imperfetto non mi piace. Due giorni fa, nel treno, ho avuto un attimo di buio. Quando chiudo gli occhi, mi tornano in mente giorni che sto cercando di riporre in un cassetto, le mie strade, le mie parole francesi preferite, la musica, il Cafè Martin vicino casa a place Gambetta, i sei piani di scale, la rue d’Avron. Tutte le volte che sono stata felice e forse non me sono accorta. Parigi mi è sempre mancata tantissimo, non è una novità, ma adesso c’è qualcosa in più, o in meno forse. Tutto mi manca più di quanto avrei mai potuto immaginare, ma se potessi tornarci domani, non lo farei. Non mi sono mai sentita così, ma è quasi un sollievo, il fatto di struggermi per la mia vecchia città e poi realizzare, all’improvviso, di non doverci tornare, di non essere costretta ad atterrare all’aeroporto di Beauvais, aspettare una tristissima navetta, trascinarsi fino alla metro e poi a casa. Sarà pure un’illusione ma mi sento libera come non mi succedeva da almeno un paio d’anni.

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Please, don’t confront me with my failures,

I’ve not forgotten them.

Nico

“L’idea strana e terrificante che le si andava chiarendo riguardo al suo mondo futuro, mentre cercava di immaginarlo, era che lei in quel mondo non sarebbe esistita. Vi si sarebbe soltanto mossa, avrebbe aperto la bocca e parlato, facendo ora questo ora quello. Ma non sarebbe stata davvero presente.” Quando sono tornata in Italia, ho pensato che la mia vita sarebbe stata questa, un continuo parallelo con il passato, dove non sarei mai stata presente a me stessa, mi sarei solo mossa, costretta dalle esigenze, avrei solo aperto la bocca, senza pensare tanto ad argomentare le mie idee, “facendo ora questo ora quello”, accumulando distrazioni e amenità, come un personaggio dei racconti di Alice Munro, persa nelle coordinate spazio-temporali degli ultimi quattro anni.

Per fortuna non è stato così. In poco più di un mese, ho conosciuto almeno 50 persone nuove, ho una nuova bici, abbiamo adottato un gatto trovatello che dorme con noi, ho ripreso a correre lungo l’argine del Bassanello a Padova, ho comprato una tastiera pur non avendone lo spazio, ho chiuso gli occhi sotto il sole nella laguna di Venezia, ho preso parte a una riunione di redazione, sono tornata a fare teatro, ho letto tantissimi libri, scrivo molto di più, ho tante storie da raccontare, sono andata a scuola da una parte e dall’altra del banco, ho incrociato esistenze di cui vorrei fare parte. Mi sembra di aver ricominciato a respirare e a volte ho quasi l’impressione di essere felice, pur non avendone nessun motivo.

Non che tutto questo sia stato un processo naturale. Come Marion, la trapezista de Il cielo sopra Berlino, mi capita di pensare che se non facessi uno sforzo ogni mattina, vi sarei caduta sulla testa già da un pezzo e, soprattutto, che ho ancora il diritto di avere paura ma di non parlarne con nessuno. Alla fine, resto della convinzione che mi devo una vita, nonostante tutto, come scriveva Christopher Hitchens, tengo asciutte le polveri per le battaglie che ho di fronte, nella speranza di poterle riconoscere. E, per rispondere una volta per tutte, non ho progetti, non ho alcun piano B, né esigenze riproduttive. Per adesso, mi basterebbe andare a dormire senza avere paura di spegnere la luce, addormentarmi entro i primi 30 secondi. Poi potrò anche pensare al resto.

Se vi siete riconosciuti nei miei dialoghi, sappiate che ogni riferimento non è casuale. Fatevi qualche domanda, invece di rivolgerle alla sottoscritta, oppure non fatele affatto, in fondo conversare non è obbligatorio e un mondo più silenzioso sarebbe sicuramente un mondo migliore. Vi voglio bene.

Soundtrack: Days, The Drums

Images © WASTED RITA

Hotel Home

Tutto è cominciato alla stazione di Ancona. Era il 2010, vivevo a Lecce e non avevo ancora messo piede oltre la frontiera nazionale, se non per pochissimi giorni. Per partire e cambiare aria, pensai bene di iscrivermi a un corso di traduzione letteraria a sette ore di treno da casa, in un piccolo paesino della riviera romagnola, Misano Adriatico, dove avrei trascorso tutti i miei fine settimana per almeno sei mesi. Partenza sabato mattina presto, rientro domenica sera tardi, in tutto almeno 7 ore di lezione e 14 di treno in due giorni e, come risultato, tanti nuovi amici, incontri surreali tra un vagone e l’altro e un inguaribile innamoramento per treni e stazioni.

Da Lecce, ci vogliono circa 5 ore di treno per arrivare ad Ancona e qui, ritardi permettendo, dopo dieci minuti, parte un regionale per Misano Adriatico. Ho perso la coincidenza per il regionale almeno 30 volte, da qui i miei pomeriggi e le mie lunghe mattinate spese alla stazione di Ancona, in attesa dei treni successivi, in compagnia di un libro. Erano gli ultimi mesi del mio corso di laurea. Sul tratto di ferrovia Lecce-Ancona, ho preparato uno degli esami più importanti e temuti della mia vita da studente, quello di Letteratura Italiana, con l’Adriatico che scorreva fuori dal finestrino o su un Intercity sgangherato, dove il capotreno mi concedeva un vagone libero e silenzioso per poter studiare. Ricordo quei fine settimana, i ristoranti romagnoli, le sagre di paese, le lezioni di traduzione, come fosse ieri. Di sabato sera, tornavo in albergo e chiedevo un caffè, per i primi tempi prendevo una camera singola per poter studiare e lavorare con il computer e la luce accesi fino a tardi. Mi sono sentita grande per la prima volta in quelle stanze d’hotel, credo.

Erano i mesi in cui preparavo anche la mia prima tesi di laurea. Avevo convinto la mia professoressa a leggere Jean-Patrick Manchette, scrittore noir francese degli anni Settanta, e decidemmo insieme di consacrare l’intera tesi al polar di Manchette, da “Posizione di tiro” a “Il piccolo blues della costa ovest”, e al freddo pungente che si respira tra le sue pagine, insieme all’odore del sangue e della polvere da sparo. Uno dei lavori che ho amato di più, soprattutto durante i mesi di preparazione. Ho visto decine di noir, ho imparato a memoria le battute di Alain Delon, Lino Ventura, Jean-Paul Belmondo. Di ritorno a casa, a coincidenza ormai persa, per sfuggire al freddo, mi rinchiudevo nelle cabine d’attesa della stazione di Ancona con i fumetti di Massimo Carlotto e gli adattamenti dei romanzi di Manchette in fumetto con le tavole di Tardi. Per un po’ di tempo ho avuto quasi l’impressione di vivere in un noir.

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Vivere tra i libri e i treni in partenza mi è sempre piaciuto. Quando sono arrivata a Parigi, tutto questo si è trasformato nell’ossessione di avere il libro giusto per ogni mezzo di trasporto, che fosse la metropolitana, il tram, l’autobus, e nell’amore smisurato per la Gare du Nord, ma questa è un’altra storia. A New York, nelle poche ore d’aria, organizzavo le mie esplorazioni in modo tale da percorrere quanta più metro di superficie possibile. E poi, nelle mie case successive, ho avuto, per pura coincidenza, sempre una stazione vicino o almeno un binario all’orizzonte. A Lecce, quest’estate, dal balcone del salotto, si scorgeva un ramo della stazione. In questi giorni a Padova, a poche centinaia di metri da casa, passa il treno e, se tutto tace, si sente il fischio della locomotiva dalla cucina.

Tutto questo per dire che ho smesso di cercare casa e ho iniziato a comprare biglietti dei treni. Da quando sono tornata dalla Francia, in poco meno di un mese, ho cercato un appartamento almeno in tre città diverse, per la fretta di ricreare attorno a me almeno un decimo di quella dimensione domestica che avevo perso. Ho la valigia sotto il letto, libri (sempre di più) e vestiti (sempre gli stessi) ordinati nello zaino, pronta a sbarcare in un altro monolocale. Avevo già in mente la disposizione dei mobili, l’ordine in cui avrei sistemato giornali e quaderni, perfino il nome del gatto. Alla fine, ho fatto un passo indietro. Dopo tutto, non sono sfuggita a una gabbia dorata per andare a rinchiudermi in un’altra dopo neanche un mese. Almeno non senza motivo. Aspetterò che ci sia una ragione, importante, per il prossimo trasloco, che sia un lavoro (spero), che sia un’altra avventura o un’altra esistenza da incrociare.

Nel frattempo, resto in posizione di tiro, occupo divani e letti altri e orbito intorno ai miei centri di interesse, mi sposto di continuo, al posto della metro ho una bici e vado e vengo dalla stazione. Per fortuna, non faccio fatica ad appassionarmi alle storie nuove, alle persone sconosciute, agli accenti diversi dai miei e alle case, anche quando non sono le mie. E poi mi piacciono i treni: “è solo guardando dal finestrino che mi è parso di capire cosa significa provare nostalgia per qualcosa che non si è vissuto. Perché per me ogni stazione è (anche) un’ipotesi, rimasta indimostrata eppure fisicamente immaginata, a suo modo vissuta”, lo scriveva Maria Perosino. Alla fine per leggere, o per immaginare altre vite, al posto di un divano, per ora un posto finestrino andrà benissimo.

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Soundtrack: Hotel Home, Molly Nilsson

Images: © Shout

Il primo giorno di scuola

“Vorresti che il tempo ti avvertisse. Degli ingranaggi che iniziano a cigolare, una lancetta che scorre più lenta. E invece il tempo si ferma così, senza un motivo, in modo brusco e non riprende mai più a ticchettare”. A scrivere è Ernest van der Kwast, nel suo libro Mama Tandoori, una sgangherata saga familiare, tra India, Canada, Olanda e Italia, letta in pochissimi giorni, su un divano padovano.

Oggi, lunedì 26 gennaio, nel cuore del quinto arrondissement di Parigi, sono ricominciate le lezioni, è ufficialmente iniziato il secondo semestre della Sorbona. Tutti saranno tornati sui banchi in legno degli splendidi anfiteatri dell’università, il basolato grigio della corte si sarà riempito di nuovi progetti, amici ritrovati, ansie per i risultati dei primi esami, le bacheche del corridoio di nuovo piene di annunci, locandine, manifesti. Ci sarei dovuta essere anche io su quei ciottoli grigi o incantata davanti agli affreschi dei soffitti. Ma, così è se mi piace, non c’ero e, chissà, forse non ci sarò più.

Eppure, anche io oggi sono andata a scuola. Non al mio adorato corso magistrale di letteratura comparata, ma nella piccola aula di musica dell’istituto comprensivo di Albignasego, comune alle porte di Padova, insieme a una decina scarsa di allievi e una delle migliori insegnanti che abbia mai visto all’opera. Alla mia destra, due ragazzi cinesi, alla mia sinistra, due moldave e di fronte una ragazza russa, una turca, una libica e due marocchine. E io, tra di loro, in qualità di osservatrice, a guardare uno sparuto gruppo di persone imparare la mia lingua. Ma questa è un’altra storia, di cui ancora conosco poco, ma altrettanto emozionante e, magari, tra qualche giorno la racconterò meglio, su altre pagine.

“Purtroppo non sempre riusciamo a essere quel che desideriamo. Molto più spesso siamo l’altro, l’ombra, l’invisibile, la speranza svanita. E se per una volta sfuggiamo al nostro destino, ci trasformiamo pian piano in un ammasso di puntini grigi che nessuno riconosce più”. Al risveglio, questa mattina, ho avuto paura di sentirmi così, come una speranza svanita, un grumo di amarezza, un ammasso di puntini grigi, incapace di vivere l’ora e il qui, continuamente proiettato nel passato. Stringo i denti e cerco di tenere fede al proposito di non cadere vittima della nostalgia di un altrove qualsiasi, di non cedere a facili spleen, di sfuggire ai madrigali tristi di Baudelaire, che amava ripetere: “A me sembra sempre che starei bene là dove non sono, e questa questione del traslocare è una di quelle che sto continuamente a dibattere con la mia anima.” Ma a volte non c’è forza di volontà che tenga.

Non è neanche tristezza, solo un crudele senso di spaesamento. Cammino e penso di trovarmi su una strada diversa, di veder passare il vecchio autobus che mi portava a casa, di guardarmi intorno e vedere una fermata della metro. Quello che è stato mi insegue dappertutto, anche quando sono a occhi chiusi, anche quando m’illudo di esserne guarita. Mi vengono in mente serate di cui avevo anche dimenticato l’esistenza, facce viste solo una volta, marciapiedi e panchine incontrate per caso che, di colpo, generano uno struggimento insensato, il nome curioso di una corte, il piglio delle statue di marmo nei giardini, le curve di un ponte sulla Senna. Oggi, però, a ritornare in mente è stato un siparietto ridicolo.

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The dream is collapsing

L’anno scorso, gennaio, abitavo da sola, con due gatti a carico e due lavori per mantenere me e la mia famiglia felina a Parigi. Ero sempre stanca e amareggiata, a interrogarmi continuamente sul senso delle mie giornate, ma a pensarci ora, avevo una vita piena di (dis)avventure e scoperte e non mi annoiavo neanche un secondo. Anzi, ero così gelosa del mio tempo libero da cercare di impiegarlo sempre nel migliore dei modi, andavo a teatro, passavo pomeriggi in biblioteca, leggevo tanti libri, il mio appartamento prendeva forma, a mia immagine e somiglianza. Altri tempi. Tornando al lavoro, di giorno, ero in un negozietto di giocattoli nel Marais, la sera in un ristorante italo-ebraico a Charenton. Un giorno racconterò del senso degli ebrei francesi per la cucina italiana, dei piatti improbabili che sono stata costretta a servire, dell’arredamento infelice della sala, dei grugni sgradevoli che ho fatto accomodare con i miei migliori sorrisi, della meravigliosa vigilia di Capodanno passata a riverire la famiglia allargata dei due proprietari e mandata giù a sorsi di grappa nascosta nelle tazzine di caffè, ma tutto questo merita una sessione di amarcord a parte.

Ho resistito solo qualche mese, grazie ai miei adorati amici-colleghi, Valentina, Salvatore, Alessandra, tra le poche persone conosciute a Parigi che spero un giorno di ritrovare sulla mia strada. E poi Antonio, pizzaiolo barese, posizionato al centro del ristorante, in bella vista, lui, il suo forno e i suoi coloriti apprezzamenti sulla clientela ebrea, alla quale rivolgeva i peggiori epiteti immaginabili, in salsa meridionale. Intorno, le risatine estasiate e ignare dei clienti inebetiti e lieti di mangiare la vera pizza italiana, proprio di fronte a un pittoresco esemplare di verace maschio italiano, sporco di farina, e che avrebbe voluto vederli tutti sparire. Sullo sfondo, le canzoni di Paolo Conte e il suono acuto del montacarichi che continuava a tintinnarmi nelle orecchie anche di notte.

A noi camerieri sconsolati, invece, Antonio, oltre a una pizza à la carte a fine serata (tra le migliori che abbia mangiato in Francia), riservava un incoraggiamento tutto personale. All’improvviso, ci batteva le mani a un millimetro dalla faccia, si metteva a ridere e gridava: “Daje, un paio de scarpe nove e giri il mondo!”. Oggi, mentre sceglievo un paio di scarpe nuove, in preparazione alla prossima partenza, è saltato fuori questo. E sono scoppiata a ridere nel negozio.

“Non sappiamo perché, ma ci aggrappiamo alle persone”. Anche quando è la cosa più inutile da fare. Io avevo intravisto la battaglia persa in partenza, la strada verso l’infelicità come condizione perenne dell’animo, la solitudine come stato di famiglia. Eppure mi ci sono aggrappata con tutte le mie forze, ma l’intreccio di illusioni e bugie non ha retto il colpo. Almeno per una volta, forse la prima, adesso mi piacerebbe aggrapparmi a quello che ho fatto, visto, scoperto, io, completamente da sola, a tutte le esperienze, anche le peggiori, anche agli improbabili dopo-serata alla chiusura del ristorante, anche agli sgangherati ritorni in metro a casa, con i guanti, il cappotto e la sciarpa impregnati dell’odore della cucina. Per oggi, primo giorno di scuola, come compiti per casa, voglio aggrapparmi a quello che è rimasto, di mio soltanto. Fosse anche uno stupido ammasso di puntini grigi.

Soundtrack: Il treno va, Paolo Conte

Image: © Witchoria

Il vento cattivo

Quello che mi piace di più quando arrivo a Parigi, sbarco a Porte Maillot e prendo la linea 1 della metropolitana per tornare a casa è guardare le pubblicità: manifesti di spettacoli, concerti, mostre, è come se la città mi stesse dando ancora una volta il benvenuto e mi dicesse cosa ha messo in serbo per me. Una girandola di novità, di possibilità, di esperienze nuove: è quello che è stata per me Parigi durante questi quattro anni. Sin dal primo giorno. Tutte le volte che l’ho lasciata e poi l’ho ritrovata, da quella prima volta in cui mi avventurai in un viaggio in macchina Matera-Parigi, lungo un’Italia sommersa dalla neve nel 2010. Un eccitante oceano di novità, di scoperte, fosse anche una strada sconosciuta per andare al lavoro.

Adesso, invece, tornando a casa, la terra sparisce sotto i piedi. Le strade, quelle nuove, quelle già percorse mille volte, si confondono. Il passato e il presente mi annebbiano la vista. La città non mi appartiene più. Non è più mio il quartiere di Montmartre, che avevo cominciato a conoscere. Il suono del pianoforte che sentivo dalla finestra e la cupola del Sacro Cuore che spunta improvvisa, alzando gli occhi, quando tornavo dal supermercato. C’è ancora il mio nome sul campanello, ma non è più mia la porta verde della rue Norvins. Parigi è diventata una delle città invisibili di Calvino, dove la realtà si mescola con l’illusione, il sogno si muta in un incubo.

Affacciarmi dalla finestra oggi è come sporgermi sull’orlo di un abisso. Tutto quello che c’è fuori mi terrorizza. Vorrei restare in un luogo senza più spazio né tempo, senza passato o futuro, un limbo indolore, un’anestesia costante. Sparire e non sentire più niente.

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Sono qui, con le mie valigie fatte, con i cartoni pieni, e aspetto la partenza come il generale Bolivar, perso nel suo labirinto, aspettava un dolce oblio, sdraiato su un’amaca di fronte all’oceano. “Andiamocene, qui non siamo più desiderati”, diceva al suo maggiordomo. O forse siamo noi che, dopo tutti gli sforzi, i tentativi, le attese, non desideriamo più. E così, un altro trasloco, un altro treno, un’altra vita, forse. Questo è quello che mi consola, che sicuramente ci saranno altri indirizzi, altri aerei, altre biciclette, altre partenze più felici, altre lingue da imparare, altre esistenze da incrociare. Nuove possibilità di vita che ancora adesso non riesco a scorgere.

Mi piacerebbe guardarmi allo specchio, come Massimo Troisi, e dire che ricomincio da tre. Ma, questa volta, il vento cattivo ha soffiato troppo forte e ha sgretolato ogni cosa in mille frantumi e, anche volendo, non riuscirò a raccoglierli tutti. Fare scelte sbagliate e pagarne il prezzo: adesso penso di sapere davvero cosa voglia dire.

Parigi per me finisce qui. Migrazioni interne, o internazionali. Che tanto poco cambia.

Soundtrack: The Ribbon, Rodrigo Amarante

Image : © Witchoria

Morire per amore è bello, ma stupido

Irene ha 24 anni, studia antropologia all’École de Hautes Études en Sciences Sociales a Parigi e vive nel decimo arrondissement della città. Gioca qualche volta a pallavolo, lavora poche ore in una cartoleria, collabora con un’associazione di volontariato per le donne colpite da cancro al seno, si ferma a guardare da vicino i barboni di Parigi. Lei stessa ha dovuto farsi asportare un seno, “per assomigliare di più alle amazzoni”. I suoi obiettivi sono tre: realizzare un reportage a fumetti sui clochard a Parigi, diventare protagonista di un fumetto e suicidarsi. Un progetto che propone agli stessi autori Ruppert & Mulot, durante una sessione di dediche in una libreria in città. E i due rifiutano. È da questo fumetto nel fumetto, da questa sequenza metanarrativa che prende il via la storia, divisa in capitoli, di “Irene e i clochard”.

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“L’amore romantico è stato inventato per manipolare le donne”

“Un giorno dovrei mettermi a girare per strada con una pistola per far fuori tutti quelli con una faccia poco convincente”, si dice Irene, schivando le facce meschine dei parigini annoiati. Innamorata di Naïma, giornalista di Libération, Irene non riesce a liberarsi del disincanto, del pessimismo, dell’indifferenza che la accompagna e che lei stessa considera tra le migliori armi personali. Seduta sul divano del suo monolocale, davanti al cielo di Parigi, immagina di capitolare dal balcone, di mollare anche l’ultimo ormeggio che continua a tenerla legata a terra. Impastoiata in una vita metropolitana che ha perso ormai ogni luccichio, angosciata dalle conversazioni di chi le sta intorno, cammina portandosi dietro una katana, per uccidere, almeno nella testa, chi intavola discussioni arroganti, si sofferma su argomenti banali, la sua amante, che non è innamorata di lei ma ci esce lo stesso insieme anche se le sue amiche di Versailles “scopano meglio”. Un climax di violenza costante, a volte triviale, se non splatter, ma sempre effimero, instabile, in equilibrio tra comicità e disperazione.

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Intanto Irene si lascia trasportare dalla città, continua ad andare a letto con Naïma, perché senza anche quel minimo sussulto la vita sarebbe forse uguale a quella dei suoi clochard, in pieno sfacelo psico-emotivo. Si lascia andare a un’aggressività repressa, fin troppo riconoscibile e familiare, facendo affiorare un lato oscuro, che, sulla carta, diventa estremamente realistico e struggente. Sopravvive in un sentire acuto, come carne viva, afflitta da una realtà che vive di vita propria e della quale si ritrova spesso a essere semplice spettatrice, sfiancata da Parigi, dai suoi tentacoli di ferro, dall’inerzia delle sue strade e dal suo lancinante anonimato.

“L’indifferenza e la menzogna sono potenti armi personali”

Il tratto del disegno è nervoso, quasi asincronico, leggerissimo, senza alcuna campitura e la predominanza del bianco sulla pagina è solo un’illusione. Il disegno è una trama di linee nere che intessono la polifonia dei tetti di Parigi, le facciate liberty dei palazzi, il frontone barocco delle stazioni. Ma non solo, la traiettoria di una mosca sulle pareti, i volti confusi della noia in metropolitana, la scenografia di una Parigi muta e indifferente, che scorre via quasi senza far rumore. Jérôme Mulot, in un’intervista, ha parlato di “ligne claire fragile”, una linea labile e sottile, sincopata, quasi una trasposizione per matite dell’essenza di Irene.

Le sequenze sono precise, i movimenti esatti, senza alcun orpello o dettaglio ornamentale, lo stesso tratto fragile delimita corpi e palazzi, arti umani e strade, ancora una volta nel tentativo di annientare l’introspezione e la carica emotiva e affidare tutto all’essenzialità dell’azione e del movimento. Il volto in sé non esiste, al suo posto un anonimo accento circonflesso trionfa sull’ovale di ogni personaggio, per annullare la mimica facciale e sfuggire all’identificazione del lettore a tutti i costi. Come già avevano fatto nei loro libri precedenti, Ruppert e Mulot veicolano l’interiorità dei personaggi attraverso le azioni, la gestualità, lo slancio essenziale di un movimento, come in un intenso behaviorismo a fumetti.

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“Il disgusto è la risposta appropriata alla maggior parte delle situazioni”

“Irène et les clochards” è stato pubblicato in Francia nel 2009 dalla casa editrice indipendente L’Association, la stessa di Marjane Satrapi e David B. Florent Ruppert e Jérôme Mulot sono i due autori, presenti in una sequenza del fumetto, probabilmente in un episodio realmente accaduto della propria vita. Cammei improvvisi in tutte le loro storie, fantasmi privati messi su carta, Ruppert e Mulot non hanno rinunciato ad avere la loro parte anche nella vita di Irene. I due, rispettivamente classe 1979 e 1981, si conoscono all’École nationale supérieure d’arts di Dijon e iniziano a lavorare insieme dal 2002. Il loro sito è una miniera di piccoli tesori a fumetti, dai fenachistoscopi ispirati a Muybridge ai “Petits accidents sur commande“, incidenti mortali à la carte, realizzati dalla coppia su richiesta dei lettori che hanno inviato loro descrizione del bersaglio e morte desiderata.

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“A una certa età, gli ideali vengono rimpiazzati da obiettivi convenzionali”

Mi sono imbattuta la prima volta in Irene per caso, restando folgorata dalla sua figura che sorvola la città di Parigi, tratti bianchi su sfondo nero, con una katana in mano. Quell’immagine mi ha fatto compagnia per tanto tempo, senza sapere da dove venisse fuori, finché non me la sono ritrovata davanti sullo stand di Canicola Edizioni, associazione culturale e casa editrice di fumetti con sede a Bologna, durante l’edizione 2013 del Festival Lucca Comics & Games, al quale mi ci sono trovata sempre per puro caso. Prima di ritornare a Parigi, a seguire anche io traiettorie incerte e un sogno sempre più vicino allo sfacelo. Ma senza katane.

Il risveglio di Irene sul sito di Ruppert & Mulot.

Paris, rue d’Avron

La rue d’Avron è un lungo viale del 20simo arrondissement di Parigi. Io ci passo almeno due volte al giorno e la conosco ormai fin troppo bene. Saranno quattro anni che la attraverso, in una direzione e nell’altra. Di fretta, oppure piano guardandomi intorno. Con l’emozione di un trasloco e di una nuova vita, ferma lì ad aspettare, o con l’amarezza di una partenza improvvisa e di un’esistenza tutta da ricominciare, con l’impazienza di suonare un campanello o con il desiderio di correre fino a ritrovarmi al sicuro, dall’altra parte della città.

Ieri, facendo qualche ricerca per un reportage, ho letto che quello della stazione di Avron è uno degli ingressi considerati monumento storico della metro di Parigi, per il raffinato stile Art Nouveau, per le forme morbide degli steli in metallo, una struttura voluttuosa, color verde scuro, che sorregge la scritta, anch’essa verde su fondo giallo, ormai familiare a ogni cittadino di Parigi, un’ancora di salvezza quando ci si sente perduti nel groviglio di strade e che appare come un faro nella grisaille della città: “métropolitain”.

Il percorso dalla fermata di Avron a casa potrei farlo a occhi chiusi. Conosco tutto di questo quartiere e a ogni crocevia si accendono epifanie, qui le strade sono vecchie conoscenze, dove vengono a salutarmi le immagini di una volta, ologrammi di me che se ne andavano girovagando nel 20simo arrondissement qualche anno fa. Questa sera, mezzanotte è già passata e io torno a casa, con le altre ombre nella strada, in procinto di rientrare, passi svelti, un po’ di solitudine in tasca, insieme agli spiccioli e al biglietto del metrò.

Imbocco la rue d’Avron e vado dritta verso casa. La prima insegna che incontro è quella dell’Usine de Charonne, all’incrocio con il Boulevard de Charonne, popolare caffè del quartiere, atmosfera da archeologia industriale e terrazza sempre gremita. Continuo a camminare e ritrovo la panchina di un hotel, dove ci sono ancora io seduta, infreddolita, in una sera di gennaio di qualche anno fa, con un caleidoscopio nascosto in un pacchetto regalo. Svoltando a destra, si raggiunge Nation, la grande place des Antilles, le fumetterie, i viali alberati.

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Vado più avanti e c’è il ristorante di sushi, la boulangerie, qualche negozietto etnico e poi il bivio della rue Planchat. Continuo a camminare e ci sono altri ristorantini, il discount e poi l’incrocio della rue de Buzenval, con la stazione della metropolitana che si affaccia ad angolo sulla strada, il chiosco dei giornali e le biciclette. Da qui girando a destra si raggiunge il Père Populaire, caffè aperto tutta la giornata, rifugio ideale per fare colazione con baguette e marmellata la mattina, studiare o leggere durante il pomeriggio, fermarsi per un bicchiere in tarda serata. Sono almeno quattro anni che non ci metto piede, eppure è tra i miei locali preferiti di Parigi, quello che consiglio alle amiche e dove mi riprometto di tornare da mesi. Mi piaceva sedermi in fondo al corridoio e, nelle giornate vuote, senza tanta gente intorno, mettermi a suonare il pianoforte.

Imboccando la strada a sinistra, si finisce in rue des Haies, con la biblioteca dedicata a Louise Michel e i bagni pubblici, struttura tra le più antiche di Parigi, dove vengono a rinfrancarsi con una doccia gratuita i poveri, vecchi e nuovi, del quartiere. Continuando dritto, invece, si segue la rue d’Avron: in strada non c’è nessuno, solo i taxi che aspettano chi abbia voglia di tornare a casa, dall’altra parte della città, i kebab che sbadigliano, le sedie dei bar già sull’attenti sui tavolini per la giornata di domani, la luce arancionata dei lampioni.

Io giro a sinistra per rue de la Réunion, qui tutto è rimasto uguale, la lavanderia, le pizzerie improbabili, la fauna umana al bancone de “Au couscous royal”, un posto a metà tra una sala giochi di provincia e un caffè tunisino per soli uomini. La clientela dopo mezzanotte, e molto probabilmente anche prima, è tutta al maschile. Risalgo la strada, ci sono sempre il supermercato biologico, il bar tabacchi “L’Imprévu”, sulla sinistra e, sulla destra, al numero 30, una delle mie vecchie case, secondo piano, porta rossa, un letto a soppalco e tanti progetti.

Una rapida occhiata e continuo per la rue des Haies. Da qui la strada è ancora lunga e assomiglia un po’ alle mie giornate. Per arrivare, bisogna camminare, sempre dritto, passare sotto un ponte, imboccare la strada giusta a tre incroci e, in ultimo, raccogliere fiato per sei piani di scale. In fondo, in alto, c’è casa mia. E, sul marciapiede, ci sono io che cammino, e non so se ho voglia di andare avanti o tornare indietro.

 

Soundtrack: Yann Tiersen, Dernière

Image: © Thomas Campi

Ad occhi chiusi

Questa è la storia di un libro trovato per caso sulla bancarella di una casa editrice al Salone del Libro di Parigi lo scorso anno. O forse la storia di un articolo tenuto in cantiere per tanto, troppo tempo ma non abbastanza da essermi sfuggito. Oppure è la storia di una risoluzione che stenta ad affermarsi ma c’è, chiara, nitida, mi scivola davanti agli occhi e io non riesco ad afferrarla, almeno per ora. Parole venute fuori qualche mese fa, dal desiderio impellente di volatilizzarmi per ricompormi altrove, lontano, parole di cui avrei voluto sbarazzarmi subito, ma che, per qualche motivo, sono ancora attuali, probabilmente lo saranno sempre. Di certo, è la storia di un anno che si chiude qui, con una porta in faccia alla manovalanza gratuita e, forse, anche a chi mi perseguita con la ricetta magica per migliorare la mia vita.

 

Si intitola Les yeux fermés, les yeux ouverts, letteralmente “Gli occhi chiusi, gli occhi aperti”, tra i gioielli della casa editrice indipendente Chemin de Fer, piccola iniziativa editoriale nata nel 2005 in Borgogna, con il proposito di ristabilire un ponte tra immagine e parola. Questa è una storia scritta su, o forse è meglio dire con, Francesca Woodman. A firmarla è Virginie Gautier, autrice francese, classe 1969, che insegna arti plastiche, fotografa, dipinge, scolpisce. E scrive. Le foto sono tutte della Woodman e compaiono quasi a intermittenza, si accendono e si spengono, lungo le poche pagine.

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Tutti penseranno di avermi inventata”, scrive Francesca, o forse è Virginie a parlare. La prima e la terza persona si avvicendano senza preavviso, le stanze, le autostrade scorrono come dietro il finestrino di un treno, l’orizzonte a volte profuma di bosco, altre volte semplicemente di oggetti vissuti, di quell’odore acuto, immediatamente riconoscibile, che hanno le case quando non sono le proprie.

“Prendere distanza, un piede dopo l’altro. Avere, come solo orizzonte, questa ripetizione”. Farsi fluido, illudere i confini del corpo. Virginie, o Francesca, scivola da una stanza all’altra, tra l’ombra e la luce, persa nel chiaroscuro di giornate liquide. “Gli interni, alla fine, si assomigliano tutti”. Le parole sono centellinate, “a volte si esauriscono”, inevitabilmente, “coltivo meglio un muro di silenzio che un giardino intorno a me. All’inizio, sicuramente, ci saranno stati dei ricordi, una durata. Adesso, so che niente si può conservare. Ci si risveglia un mattino e ci si rende conto che, da un giorno all’altro, tutto è sparito. Niente è più riconoscibile”. E non è più necessario essere gli stessi.

Woodman-autoportrait-au-miroir

La fuga è un motivo costante, come un memento che s’intrufola nel quotidiano. Il movimento, la partenza, l’atto di camminare, di andare, di disintegrarsi e riassemblarsi altrove. “A forza di aggiungere paesaggi nuovi, ci si dimentica di altri, li si trasforma, si dona loro un’impronta diversa”. Passare da un altrove all’altro, senza più farci caso, perdere l’abitudine alla permanenza, alla vita stessa, essere incapaci di restare e di partire. “Mi applico perché in ogni gesto ci sia attenzione. Come per avvicinarmi a quello che è impossibile ottenere. Perché è diventato troppo difficile restare, trovare in sé la persona adeguata”.

I passi sono quelli di un esilio volontario, di un addio alle città. Il decoro diventa indifferente, l’orizzonte sempre uguale, dormire da soli o in compagnia non provoca sconvolgimenti di sorta. L’incapacità di conservare una condizione di immobilità. Prendere la forma della fuga, della dissolvenza, correre il rischio di sparire, o di vivere, senza chiedere poi così tanto all’esistenza.

“Prendere quello che c’è, senza pensarci troppo […], convincere il corpo a ripartire. Ritrovare quella parte sicura e impaziente, nascosta in fondo a se stessi”.

 

Soundtrack: The Dresden Dolls, Bad Habit

Images © Francesca Woodman

Video Killed the Radio Star: Italiani a Parigi

Poco meno di due mesi fa, Luciana Mella, di Radio Colonia, emittente italiana di base in Germania, mi ha telefonato per farmi qualche domanda sulla vita dei giovani italiani in Francia, precisamente a Parigi. Mi ha trovata nell’unica settimana francese della mia estate, trascorsa, per il resto, interamente in Italia, tra il Veneto e Lecce, anzi quel non-luogo alla periferia della città che è l’ospedale di Lecce (ma questa è un’altra storia).

Ero a casa, l’appartamento per due bipedi e due felini che abbiamo trovato a maggio e che lasceremo a novembre, stavo per finire un articolo e aspettavo la telefonata. Luciana mi ha chiesto qualche informazione generale, sulla routine di un’italiana a Parigi, le difficoltà principali nel trovare un tetto e un lavoro, le reti di solidarietà tra italiani all’estero, e l’intervista si è conclusa dopo pochi minuti. E io dopo pochi giorni sono partita per l’Italia, ritrovandomi faccia a faccia con tutto quello che avevo lasciato da parte, con un passato che avevo spensieratamente dimenticato e che mi è ripiombato addosso senza avvertire (ma anche questa è un’altra storia).

Ripensando alla telefonata con Luciana, avrei voluto parlarle di più di Parigi vista dagli occhi di chi, pur da straniero, è diventato ormai un locale, di come la città si stia inchinando al turismo, prendendo le forme di un gigantesco parco giochi per macchine fotografiche eccitate e gruppi di pensionati d’assalto. Di come paradossalmente, l’ultima volta che mi sono spinta nella Rive Gauche, nella vecchia Parigi che si srotola sulla Senna, con le sue strade tortuose, che vivono in silenzio, nascoste dal delirio di Notre-Dame, tutto mi sia sembrato più naturale, persino più vero, della miriade di enoteche, caffè e boutique sul Canale, che fanno a gara per sembrare di essere appena usciti da Brooklyn o Berlino. Avrei voluto dirle di come tutto si stia facendo troppo esclusivo, troppo unico, per poter essere anche divertente.

Ma non c’era molto tempo. E quindi, prima le cose serie, casa e lavoro, due parole in grado di far scendere i brividi lungo la schiena a ogni straniero a Parigi. Si è chiacchierato un po’ di casupole al sesto piano senza ascensore a 1600 euro al mese, di dossier simili a una candidatura per la NASA per poter supplicare i proprietari di lasciarti in affitto il loro monolocale di pochi metri quadri (mai a meno di 800 euro al mese), di visite per la casa simili a colloqui di lavoro…insomma tutta robaccia che i residenti nella Ville Lumière conoscono, ahimè, fin troppo bene.

E poi di lavoro, di come la maggior parte delle volte sia necessario fare un passo indietro, ripartire da uno stage, da un corso universitario per poter accedere al mondo professionale, e di come, tra i tanti italiani, anche over 30, sbarcati nella capitale, sia forte e contagiosa la voglia di rimettersi in gioco, di darsi un’altra possibilità, di ricominciare e trovare qualcosa di più affine ai propri studi e centri d’interesse, mettendosi alla pari con una popolazione di autoctoni che a 23 anni hanno già posizioni senior, si presentano come liberi professionisti già avviati e sanno già quello che vogliono dalla vita, senza il minimo tentennamento.

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waiting for you to come home © Witchoria

Mi sono interrogata a lungo su cosa volessi fare il prossimo anno, su quale città avrei scelto come sfondo e alla fine mi sono decisa a tornare a Parigi, promettendomi di lasciarla un po’ più spesso e di viaggiare più di frequente, rispetto allo scorso catastrofico anno, che mi ha distrutto nervi, corpo e spirito. Avevo detto a Luciana che, probabilmente, sarei tornata a Parigi dopo la parentesi estiva, ma all’epoca non ne ero ancora convinta. Oggi ho acquistato il volo di ritorno per la Francia e sono (quasi) sicura di volerci tornare, malgrado tutto, nonostante la fauna umana, gli affitti da capogiro, lo scontro quotidiano.

Torno, un po’ perché il ritorno a casa, da un po’ di anni, per me significa arrivare a Parigi-Beauvais, insieme ai meridionali che saltano la fila e che battono le mani al momento dell’atterraggio, un po’ perché sono ancora convinta che le cose e le persone che hanno lo stesso odore devono stare insieme, perché l’euforia è rarissima, ma quando c’è è assoluta, infinita, travolgente, perché inizio a soffrire di nostalgia anche per le strade più anonime e gli angoli più trascurati. E poi perché, in tempi in cui è necessario cambiare prospettiva, Parigi quest’anno mi ha offerto un punto di vista nuovo da cui guardare il mondo e io non vedo l’ora di cominciare.

Qui il link al servizio di Luciana.

Dedicato all’amico di famiglia che, durante una delle poche giornate di mare quest’estate, mi ha apostrofato così: “e tu a Parigi stai ancora? va bene dai, se ti vuoi divertire un altro po’ prima di sistemarti…”.

Soundtrack: All Ears, The Whitest Boy Alive

Credits photo © Witchoria

Parigi-altrove: solo andata

La scorsa domenica, sono arrivata all’aeroporto di Bologna, con largo anticipo. Ripartivo per Parigi, dopo quattro giorni trascorsi tra Milano e Padova. In questa breve parentesi, ho capito che gli anni passano per tutti, ma non per alcune amicizie, ho visitato per la prima volta il cimitero monumentale di Milano e ho scoperto che ha il soffitto dipinto di un blu immenso, mi sono ricordata perché scrivo e perché voglio fare della scrittura il mio mestiere, dopo una breve chiacchierata in Stazione Centrale, ho fatto incredibilmente il bagno a Chioggia ma ho resistito non più di un quarto d’ora nell’acqua, ho imparato a riconoscere le piazze di Padova e orientarmi nel centro storico andando in bici per viottoli e riviere, ho fatto la tessera per la biblioteca comunale e per un chiosco notturno, ho pensato a Parigi pochissime volte.

Ho preso un caffè al bar dell’aeroporto, zaino in spalla. Ho atteso cinque minuti. Poi dieci. Ho tirato fuori la carta d’imbarco e l’ho lasciata sul bancone. Lussi da compagnie low cost. Torno in macchina e dopo due ore sono di nuovo a Padova. Senza programmi, senza biglietti di ritorno, con pochissimi vestiti nello zaino (per chi mi avesse scorto con la stessa camicia bianca da almeno 4 giorni) e un sollievo che forse non provavo da mesi. Qualche nuovo amico e forse un’idea nuova di me, delle mie giornate in altre latitudini, in un’altra lingua, la mia, e con abitudini differenti. Il sentirsi altrove, finalmente, pur essendo tornati nel proprio paese.

Che il giorno dopo Padova abbia incoronato sindaco un leghista è un’altra storia. Che comincia una mattina d’inizio estate, trascorsa presso la casa dei Diritti “Don Gallo” insieme ai ragazzi dell’associazione Razzismo Stop e del progetto Melting Pot Europa.

Qui qualche immagine.

La palazzina recuperata dai ragazzi di Razzismo Stop, occupata da 60 rifugiati nord-africani dallo scorso dicembre, al civico 90 di via Tommaseo, Padova.

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L’assemblea generale. Tra i punti all’ordine del giorno, la vittoria alle elezioni comunali di Massimo Bitonci, leghista, e l’iniziativa No Borders Train, manifestazione europea per l’abbattimento delle frontiere interne in Europa, prevista per il 21 giugno.

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Alassane, 53 anni, dal Senegal, il falegname della casa. Chiacchieriamo un po’ in francese.

Alassane_DonGallo

Abdullah, 24 anni, originario del Ciad, tra i più giovani inquilini della Casa dei diritti “Don Gallo”. Sicuramente il più elegante.

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La mattinata finisce. Ormai è quasi mezzogiorno, il caldo è impietoso. Ci si rifugia tutti dentro.

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A breve il reportage.

 

Soundtrack: C’eravamo tanto sbagliati, Lo Stato Sociale